Leopardi delle nevi e pastori convivono nel parco nazionale Siilkhem, in Mongolia

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Per capire il futuro del leopardo delle nevi (Panthera uncia) è indispensabile studiare le interazioni tra questo impescrutabile predatore, le mandrie di pecore e capre che sempre più affollano i suoi habitat remoti e gelidi, e l’ibex (stambecco siberiano), la sua preda naturale. Questo il compito di un lavoro di raccolta dati iniziato a marzo e concluso a giugno del 2015 dal gruppo di ricercatori del MUSE di Trento, guidati da Francesco Rovero e Simone Tenan, nel parco nazionale Siilkhem, in Mongolia, sui Monti Altai. I risultati dello studio, reso possibile da 49 fototrappole disposte su una area di 513 chilometri quadrati, sono stati pubblicati su Oryx, la prestigiosa rivista scientifica edita dalla Università di Cambridge.

Lo scopo della spedizione nel Siilkhem – a quasi 4000 metri di altitudine – era di meglio definire il livello di compatibilità tra il pastoralismo all’interno dell’habitat del leopardo delle nevi e le esigenze di conservazione. Sappiamo infatti che la presenza di numeri consistenti di animali da allevamento (mandrie e greggi) in un ecosistema ancora integro hanno effetti ecologici importanti: riduzione delle prede disponibili e uccisioni dei predatori da parte dei pastori, che perdono capi di bestiame. Il sovraffollamento, infatti, peggiora il conflitto tra gli esseri umani e i predatori, soprattutto quelli di vertice, come i grossi felini. Produce quella che viene definita una “esclusione competitiva”, che finisce con il danneggiare gli erbivori selvatici e dirottare i carnivori sugli animali da allevamento. Nell’Asia centrale, sotto la spinta di una “corsa al cashmere” a basso costo sui mercati occidentali, spiegano dal MUSE, è in corso da qualche anno un incremento esponenziale delle capre, fin dentro le aree protette di Mongolia e Cina: nel 1970 in c’erano 21.937 capre, che nel 2015 erano diventate 105.376.

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Le fototrappole del MUSE hanno registrato 494 intercettazioni di animali selvatici, e ben 912 di ungulati domestici, cani ed esseri umani (168 capre, 163 vacche e yak, 105 persone), 33 passaggi di ibex e 14 del leopardo delle nevi. La lettura di questi dati, per quanto limitati, non è del tutto negativa. Le greggi hanno sicuramente un indice di presenza (occupancy) più alto dell’ibex (0,65), che è meno frequente quando deve fare i conti con animali allevati (0,11) rispetto a condizioni più selvagge (0,34-0,35). Eppure, le interviste condotte con i pastori delle montagne dal team di Francesco Rovero descrivono una rapporto di convivenza culturale con il leopardo piuttosto variegato. I pastori tendono a riferire l’uccisione delle loro bestie, che avviene regolarmente, ai lupi e non ai leopardi.

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Nelle loro izbe tengono pellicce di lupo, ma non di leopardo, e non ci sono tracce di bracconieri. Se dunque è vero che sugli Altai l’allevamento è diventato un fattore di disturbo ambientale cospicuo (pecore e greggi nel 43% dei siti di osservazione) non esistono per ora correlazioni solide su un declino del leopardo e le attività economiche umane. È presto per definire gli Altai un paradiso per questo felino unico al mondo, ma lo studio del MUSE conferma che il punto di frizione tra i bisogni dei gruppi umani e i grandi predatori è ormai transnazionale, e riguarda le nostre scelte di vita, qui come in Mongolia.

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Il programma di ricerca del MUSE in Mongolia è condotto in collaborazione con la Ong Green Initiative (Mongolia), il Museo Danese di Storia Naturale di Copenhagen e l’Università di Losanna. Una terza fase di ricerca è programmata per il 2018/2019.

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(Credits: MUSE Trento)

 

 

 

 

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Sono le nostre abitudini a decidere le dimensioni degli habitat selvaggi

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Quanto spazio siamo disposti a concedere agli spazi selvaggi e alle specie non domesticate nei decenni a venire? È questa la domanda che domina il dibattito sul futuro degli Aichi Targets (gli obiettivi per la conservazione della natura su scala globale fissati al 2020) e che è stata discussa in un simposio internazionale voluto dalla Zoological Society di Londra lo scorso 27 e 28 febbraio: Safeguarding space for nature and securing our future. Ne avevamo già parlato su queste pagine, perché la questione dello spazio è la più scottante nel confronto di pareri e numeri sulle possibilità di contenere la attuale perdita di biodiversità; lo spazio però, vista la nostra demografia, chiama in causa anche la concezione che la civiltà umana ha di se stessa, le rinunce che è disposta ad attuare e lo stile di vita che consideriamo ormai inalienabile. Per questo, nel racconto via Twitter del simposio, s’è diffusa prima di tutto una constatazione: bisogna spostarsi dall’ipotesi di lasciare, come auspica E.O.Wilson, metà del Pianeta alle altre specie (opzione che suona già parecchio ambiziosa), ad una visione molto più integrata del Pianeta come un unico contesto ambientale in cui la dipartita di migliaia di specie finirà con il condizionare drammaticamente anche le uniche specie rimaste (Homo sapiens e i suoi animali d’allevamento): “move from Half Earth to whole Earth”.

 

Gli Aichi Targets (stabiliti nel 2010) prevedevano che noi si proteggesse il 17% della superficie terrestre e il 10% degli oceani entro il 2020; di fatto, oggi è protetto solo il 15% delle terre emerse e il 7% degli oceani. Il punto tuttavia, come ha spiegato al Guardian Harvey Locke di Nature Needs Half (il network di organizzazioni che preme per parchi su scala continentale, e cioè il 50% protetto entro il 2050, posizione che condivido), è che se anche gli obiettivi di Aichi fossero stati soddisfatti al cento per cento, ciò non basterebbe a limitare le estinzioni già avviate. Locke ha spiegato ciò che ancora in pochissimi sono disposti ad ammettere e cioè che è indispensabile disegnare una mappa integrata di aree protette connesse tra loro (“integrated pattern of wildlife areas”), in cui le faune selvatiche siano libere di muoversi e mantenere così la diversità genetica, che è l’unico, vero antidoto alla defaunazione prima e alla estinzione in seguito. I fattori di estinzione sono infatti funzioni sinergiche di più tratti intrinseci ad una specie ed al suo habitat; ma nessuna specie confinata in un parco nazionale è in grado di rispondere efficacemente alle modifiche del suo ambiente sui tempi lunghi, e alla progressiva carenza di diversità genica inevitabile in popolazioni chiuse.

 

Noelle Kumpel, a capo delle policies di BirdLife International a Cambridge, ed esperta di bushmeat, ha detto che “occorre proteggere il 30% del Pianeta, ma il 100% del Pianeta richiede un uso sostenibile”, insistendo su un punto che questo simposio ha tenuto al centro della discussione, e cioè che lo spazio da lasciare agli habitat non convertiti all’agricoltura o ad attività umane non dipende soltanto dalle decisioni politiche prese in sede di definizione delle aree protette. Piero Visconti del Dipartimento di Genetica, Evoluzione e Ambiente della UCL di Londra, e research fellow all’Istituto di Zoologia della ZSL, mi ha spiegato perché: “Abbiamo bisogno di obiettivi ambiziosi per le aree dedicate alla conservazione della biodiversità da raggiungere il più presto possibile e comunque non più tardi del 2030. Se falliamo, dobbiamo aspettarci che gli attuali livelli di perdita di biodiversità continuino. Abbiamo rilevato che raggiungere gli obiettivi di conservazione richiede però non soltanto il recupero di quasi il 15% delle aree degradate e la protezione di quasi tutto quello che è attualmente intatto. La questione principale, e il risultato più consistente delle nostre ricerche, è che non conta solo quanto spazio diamo alla natura, ma come abbiamo intenzione di far spazio per la natura. Questo richiede una generale trasformazione nel modo in cui consumiamo e produciamo beni e servizi. Dobbiamo ridurre gli sprechi, svoltare verso una dieta prevalentemente vegetariana e chiudere così il cerchio se vogliamo davvero far spazio alla natura”.

 

Siamo cioè chiamati a scegliere di lasciare spazio alla wilderness e alla specie animali, ma anche a paesaggi non ingegnerizzati per soddisfare la misura dell’esistenza tipica degli esseri umani, paesaggi invece indipendenti da noi e dalla nostra storia evolutiva, magnificamente selvaggi perché testimonianze viventi, in continuo cambiamento, dei processi chimici, fisici e genetici che ci hanno condotti, tutti quanti, dove siamo ora. “In alcuni posti serviranno aree intatte di grosse dimensioni, in altre un approccio più di land-sharing potrebbe essere appropriato”, continua Visconti. “Voglio spostare il focus lontano dalle aree protette verso cambiamenti di uso del suolo positivi per la biodiversità. Le aree protette non bastano, non solo, ci portano a pensare ad una separazione tra noi e la natura. Il risultato è che tutto quello che non è protetto è considerato disponibile per attività insostenibili. Le aree protette recintate, come il Kruger, sono il caso estremo. La visione dovrebbe essere di un uso sostenibile delle risorse a tutti i livelli. Possiamo stabilire aree di conservazione che siano gestite specificamente per la biodiversità, ma questo non può essere il perno della conservazione perché equivale a continuare ad arginare le minacce senza risolvere il problema di fondo, l’uso insostenibile del territorio”.

Mess with your values

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In un fine settimana ricco di appuntamenti elettorali sul continente, inaugura a Berlino (dal 3 marzo al 29 aprile 2018, alla n.b.k. Neue Berliner Kunstverein) la mostra Mess with your values. Ancora una volta viene dalla capitale tedesca una riflessione – molto variegata – su chi siamo oggi in Europa e su come il passato condizioni e formi la nostra coscienza collettiva. La domanda che gli 11 artisti esposti pongono, ognuno nel suo originale eclettismo, è se il patrimonio di convenzioni e codici che ci portiamo sulle spalle possano tornarci utili nell’affrontare i cambiamenti sociali che chiedono la nostra attenzione, e reclamano nuovi confini etici. La mostra è comunque un insight dentro la diversità artistica di Berlino: racconta l’incontro tra gruppi sociali differenti, la spinta al riconoscimento dell’uguaglianza dei generi e si interroga sul modo in cui le rotture con il codice aprano nuove opportunità di condivisione.

Tutti e 11 gli artisti (Yalda Afsah, Lars Bjerre, Jeremiah Day, Annette Frick, Katrin Frick, Katrin Glanz, Nadira Husain, Wilhelm Klotzek, Andréas Lang, Annika Larsson, Zoe Claire Miller, Katrin Winkler) sono stati premiati lo scorso anno dal Senato di Berlino per il valore pubblico del loro linguaggio artistico.

L’aspetto tuttavia più interessante della mostra sono le opere che appartengono alla “storiografia geografica”, cioè ad un tipo di investigazione narrativa del passato che sta acquisendo peso specifico ovunque si cerchi di integrare le testimonianze del passato con la conformazione geopolitica attuale del Pianeta. Già solo nell’ultima Berlinale s’è parlato per la prima volta del Rwanda grazie al regista Samuel Ishimwe, che ha scritto la sceneggiatura del suo documentario (il titolo è  Imfura ) in francese. In Germania questo sguardo consapevole e molto critico riguarda soprattutto il colonialismo dell’epoca guglielmina in Africa (ad esempio le lectures della Deutsche Photografische Akademie di Amburgo e soprattutto PHANTOM GEOGRAPHIE. Eine Spurensuche in Zentralafrika di Andréas Lang) e ha il pregio di spostare l’attenzione del pubblico da un focus esclusivo sul periodo nazista, per mobilitare invece l’attenzione sulle responsabilità profonde nei genocidi compiuti su suolo africano dalla civiltà europea nella sua totalità, con conseguenze ben visibili oggi nell’assetto economico di buona parte del continente, e nella sua devastante miseria. Per questo vediamo alla Neue Kunst Verein Katrin Winkler (già intervenuta alla Berlinale 2017 con Towards Memory) che lavora su come si forma la memoria collettiva a partire dalle tracce del genocidio degli Herero e dei Nama in Namibia (1904-1908). La Winkler combina gli elementi storici con immagini fotografiche telescopiche usate per misurare i raggi gamma. Nella sua installazione Ester Utjiua Muinjangue, presidente della Ovaherero Genocide Foundation, legge le poesie del Nesindano “Khoes” Namises su musiche di Cecilia Oletu Nghidengwa.

Mess with your values si inserisce in questo filone parlando dei legami tra società, territori e narrative, ossia il racconto più o meno indulgente ed autoassolutorio che le comunità sono disposte a concedersi in nome della coesione interna. Il “disordine” (mess) è allora una strategia creativa che rende possibile un nuovo sguardo sulla comunità, meno dogmatico anche quando si tratta di capire che il passato non è mai né ombra né fantasma – come pensava Romain Gary – ma forza attiva capace di scolpire continuamente i confini psicologici e culturali in cui viviamo ogni giorno, sulla metropolitana, in un caffè o nell’incontro con i nuovi europei sul treno per il Charlottenburg.

Gli ultimi trenta leopardi della Cambogia a un passo dall’estinzione

Lo scorso primo marzo un comunicato stampa di Panthera ha confermato, grazie a dati recentissimi, che l’ultima popolazione ancora in grado di riprodursi di leopardo della Cambogia e’ ad immediato rischio di estinzione. Negli ultimi 5 anni il loro numero è crollato del 72%. Stiamo parlando degli ultimi 20-30 leopardi dell’intera Indocina orientale e cioè dell Cambogia, del Laos e del Vietnam. Dello home range originario e’ perso il 95%. La notizia di impatto catastrofico per la tenuta degli ecosistemi a foresta tropicale della regione non giunge purtroppo inaspettata considerato la estrema frammentazione degli habitat e la perdita progressiva di grossi erbivori (defaunazione) che sono la preda naturale del leopardo, ma anche dei cacciatori di frodo che riforniscono i mercati rurali di bushmeat (carne selvatica). La perdita e’ tuttavia particolarmente grave perché il leopardo della Cambogia e’ una sotto specie di leopardo e la sua scomparsa segna una semplificazione irrecuperabile in termini evolutivi nella famiglia dei felidi. 

 Il report e’ stato pubblicato nel giornale ufficiale del gruppo WildCru di Oxford (University’s Wildlife Conservation Research Unit, lo stesso che aveva monitorato Cecil the Lion in Zimbabwe ), e cioè il Royal Society Open Science journal, insieme a Panthera ( che ha in Cambogia un suo ricercatore di punta, il dottor Jan Kamler ), WWF-Cambodia, l’American Museum of Natural History, e il Forestry Administration of the Ministry of Agriculture Forestry and Fisheries of Cambodia. I dati sono stati raccolti sulle Eastern Plains e rivelano la densità più bassa di leopardi mai riscontrata in Asia ( 1 individuo ogni 100 kmq ). 


Jan Kamler e’ il coordinatore del Panthera Southeast Asia Leopard Program: “questa popolazione rappresenta l’ultimo barlume di speranza per i leopardi di tutto il Laos, la Cambogia e il Vietnam – una sottospecie sul punto di scomparire. Come comunità internazionale non possiamo più permetterci di trascurare la protezione di un felino assolutamente unico. Dobbiamo unire le forze per agire e non soltanto a parole, per stroncare la diffusione epidemica del bracconaggio che minaccia questo animale meraviglioso”. 


Il professor David Macdonald, direttore del WildCRU e anche lui coautore della pubblicazione : “i leopardi sono capaci di un opportunismo incredibile, si adattano ad habitat molto diversi dai deserti alla giungle urbane, ma la loro adattabilità li mette rischio ; la gente pensa, fantastico, allora i leopardi possono cavarsela, ma non sarà così ! In nessun posto le cose vanno ben come crede il pubblico e ci siamo resi conto dati alla mano che nel sud est asiatico i leopardi si avviano verso una catastrofe”. Per dare una idea del tipo di animale che perderemo gli autori sottolineano che la preda preferita del leopardo qui in Cambogia e’ il banteng, un bovino selvatico che può pesare fino a 800 chili, cioè 5 volte la massa corporea di un leopardo adulto. Si tratta di un cambiamento nelle abitudini predatori dei leopardi causato dalla estinzione della tigre (2009 per le fonti ufficiali ), che ha aperto una nicchia eclogica finora inaccessibile. 


Questo conferma quanto sta emergendo dagli studi più aggiornati sui grandi felini che un tempo coesistevano in tutti i loro habitat, e cioè che i predatori di vertice compongono reti trofiche complesse e interdipendenti ; la fine della tigre in Asia orienta poi i bracconieri sui leopardi nebulosi e i leopardi, senza contare le ossa da importazione di giaguari, e soprattutto leoni africani. I bracconieri mettono trappole dappertutto per catturare maiali selvatici e cervi da destinare alle macellerie di bushmeat e puntano ai felini per rivendere a prezzi altissimi denti e pelli. Da molto tempo ormai il sud est asiatico e’ diventato un laboratorio per il cocktail di defaunazione, demografia umana e cambiamenti climatici che segneranno il futuro della regione in questo secolo. 

Credits : Panthera and especially Susie Weller; all photos are from Panthera 

Alexey Rozin, “le donne sono tutte principesse”


Fa un freddo siberiano il giorno in cui ho appuntamento via FaceTime con Alexey Rozin. Per caso, nell’androne del palazzo della mia interprete dal russo sta una Madonna in gesso custodita in una discreta teca dal vetro opaco ; ma no, questa non sarà una conversazione sfumata su antiche icone e devozione contadina, e nemmeno sulla rassegnazione russa, perché la statura artistica di Rozin porta altrove. Rozin ti fa percepire una intimità umana fatta di vodka e dolore, è vero, simile agli abissi disperati dei quadri di Ilya Repin, eppure intrisa di una dirompente virilità. Sono le cinque e mezzo a Mosca, lo scorcio di una finestra alle spalle di Rozin mostra la neve bianca che si spoglia della sua luce nel tardo pomeriggio. Alexey ha addosso una polo nera, i capelli corti e arruffati; è a suo agio, e saluta in inglese con un sorriso divertito. Scanzonato e diretto come il ragazzone di Leviathan, dedito agli scherzi con gli amici e ad un lavoro noioso e anonimo da agente della polizia stradale. Il Boris di Loveless, invece, è un uomo maturo e affermato : “ma sai, sono un attore, osservo le persone e questo mi aiuta a calarmi nei ruoli”. Gli credo, ma la ruvidezza del suo volto concentrato svela, così, lontano dalle scene, le sue doti mitopoietiche. Adesso ha quello sguardo tra il blu cobalto e il marrone con cui, in Loveless, entra dentro le cose, prova ad appropriarsene, per trovare un senso logico, anche quando sta zitto ed emana un silenzio denso come un buco nero di terrore e sgomento. Mi ricorda Nikolaj Stavrogin nei Demoni di Dostoevskij: ” si era fatto pensoso, ma forse senza sapere a cosa pensava”.

Forse, ma del resto Loveless ha detto qualcosa su di noi. Questo film di Zvyagintsev è un incontro con l’anima russa, e la sua immortale capacità di capire l’umano pur raccontando delle proprie lacerazioni. La cinematografia di Zvyagintsev è la Russia di Tiutcev, pur essendo anche il nostro Occidente : “Con la mente non si può capire la Russia/Non la si può misurare  con il metro comune / In lei c’è una essenza particolare / Nella Russia si può solo credere”. Loveless  e’ una storia russa che farà tradizione del pari dei suoi maestosi scrittori: “probabile, non ci ho mai pensato in questo modo, ma se lei fa questo parallelo, per la profondità del film,è possibile”. Sì, e la continuità  di caratteri riguarda sia gli uomini che le donne. Nella letteratura russa il sadismo femminile vanta tutta una galleria di donne frustrate e crudeli – come la Katerina Ivanonva dei Karamazov, che tormenta Dimitrij proprio perché lui non la desidera – e la moglie di Boris è questo tipo di donna. Insulta l’ex marito, gli dà del deficiente, dell’idiota, pretende di obbligarlo a prendersi tutta la colpa del suo essere rimasta incinta. Boris non la aggredisce mai, pur sentendosi umiliato. Alexey Rozin sospira:”è molto importante che lei abbia notato la violenza verbale di Zhenya. Tanti dicono, le parole sono parole, le azioni azioni, invece no, a forza di dirti brutte parole cominci a comportarti male, a crederci”. 


Ma Boris la paternità la rifiuta, Alexey ? Perché neppure lui è un angelo. Mi sono fatta una certa idea dell’atteggiamento che assume con Zhenya e poi con Maryana, la nuova compagna, con cui è molto coinvolto e poi però sempre più assente. Boris sembra un uomo senza una autentica intimità, isolato dalle proprie emozioni, afflitto da un senso di colpa che non sa riconoscere perché in fondo non ha mai saputo cosa farsene del suo essere padre. L’ho chiamato nichilismo erotico, perché la potenza sessuale e’ un elemento decisivo del film. Boris è capace di godimento, per se’ e per Maryana, ma affettivamente e’ lontano: “non ho mai pensato a questo rifiuto della paternità come un tema del film. E non è un compito che il regista ha affidato a Boris. Il fatto è che arriva un momento nella vita in cui le donne, che all’inizio erano tenere, amate principesse, si rivoltano contro di te; in più la vita quotidiana fa sì che la mascolinità venga fuori, l’uomo deve sentirsi uomo. Anche nel finale, vedi, quando Boris è cattivo col bambino avuto da Maryana, c’è questa mascolinità molto sentita”. Qui Rozin mi spiazza, mi da’ torto. Ma mi piace. Ha smontato ogni riga che ho scritto fino ad ora sul film. Nascondo gli appunti, quasi che possa sbirciare ciò di cui andavo fiera dal suo salotto di Mosca. Magari non erano proprio delle boiate, ma adesso la determinazione di Alexey coincide con la verità della sceneggiatura così come se la è sentita sulla pelle lui. Mi ritiro sul nichilismo anaffettivo, ma troviamo comunque una sintonia su un tratto determinante del suo personaggio, che per Zvyangitsev e’ stato possibile scolpire grazie soprattutto a Rozin. Perché Alexey è maschio. E oggi, in questa nostra conversazione, e’ disposto a concedere molto all’eros che vivono Boris e Maryana, una pulsione senza fronzoli, che si chiude, come un gioiello perfetto, invidiabile, nello spazio – tempo del fare l’amore dopo una giornata di lavoro. I registi americani non sono capaci di girare scene così pulite, e così eccitanti. Forse questa magia e’ prodotta proprio dal silenzio di Boris e dal suo corpo forte e pesante: ” se dovessimo trovare qualcosa di russo in Boris, dovrei dire che i russi non sono abituati ad esternare le emozioni , cercano di tenere tutto dentro. Il rapporto di coppia si deteriora, si’, e non è solo una questione di bambini. È l’ambiente. Ogni persona è responsabile del contesto che ha creato, ognuno sceglie la propria situazione, anche se i bambini contribuiscono alle difficoltà. Non so se Boris ami i suoi bambini, ma è lui che non vuole che Alioscia finisca in orfanotrofio”.


A questo punto entra nella stanza il figlio di Alexey, un bambino con i capelli biondo scuro, incuriosito, che si siede sul davanzale della finestra accanto al gatto di casa. Alexey, e se fosse, questo disgregarsi delle relazioni, un effetto economico del capitalismo? “Puo’ darsi. Chiaramente adesso, per un uomo medio – europeo, americano, nero o bianco – e’ difficile reggere. C’è l’ipoteca, il mutuo. C’è poca differenza con la schiavitu’ del Medioevo. Se non fossimo costretti a pensare al pane quotidiano, sarebbe tutto più facile. Siamo tutti sommersi da una marea di problemi. Tutto è però eros con Maryana, anche mentre lei è incinta, certo, quando la situazione diventa pesante l’eros scivola al secondo posto, ma non scompare”. Qualcosa sopravvive, nonostante quel momento mostruoso in cui Boris e Zhenya sono convocati all’obitorio per il riconoscimento del cadavere di un adolescente che potrebbe essere Alioscia. Lei ricomincia ad accusare lui di non avere abbastanza parole, non hai niente da dire, e Boris sprofonda in un pianto che azzera tutta la sua esistenza nell’enigma dell’essere la causa della vita e della morte di un bambino che era il suo bambino.

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Vien da chiedersi che cosa di ogni uomo e ogni donna resista a simili incontri con il limite delle proprie azioni, che possono essersi rivelate nefaste fino alla morte prima ancora che si avesse coscienza delle loro conseguenze. Sento che nel rifiuto di Alexey Rozin di considerare la freddezza verso la paternità un tratto emotivo del suo personaggio sta una chiave di lettura del modo in cui Loveless parla del sesso e dell’amore. Gli dico che lui è un sex symbol, appunto, perché il suo corpo di maschio quarantenne e’ vero, non omogeneizzato a furia di ginnastica come i corpi di Instagram, e questo rende le scene di sesso particolarmente realistiche, anni luce dalle banalità genitali Made in USA. Scoppia a ridere: “fa piacere sentirselo dire, non me lo aveva ancora detto nessuno! Cercherò di utilizzare questa considerazione e di approfittarne ! Se le donne italiane dicono che sono un sex symbol, c’è da crederci ! Sono d’accordo, gli uomini non sono perfetti”. No, nessuno lo è. Qualunque cosa accada, qualunque delusione o disperazione ci abbia fatti a pezzi, l’eros e’ l’opzione più umana che abbiamo a disposizione. L’unica che ci rende umani.

PS Alexey non andrà a Los Angeles per gli Oscar e seguirà la premiazione da casa sua a Mosca. Credits: Anna Kalinko per la traduzione dal russo, Anna Chiara Ferrero per mediazione e pr.

Alexey Rozin versus Dostoevskij, nascita di un sex symbol 


Non sappiamo se diserterà anche la notte degli Oscar, ma dopo la candidatura al Golden Globe, almeno per chi ha occhi per vedere, e’ chiaro che il sex symbol del 2018 sarà Alexey Rozin, il protagonista di Loveless, film epocale della nuova Russia firmato Andrey Zyvangitsev. Rozin e’ supremo in un film in cui raggiunge la maturità artistica ( e tutto un altro spessore maschile ) dopo aver interpretato il ragazzone scoppiato di vodka di Leviathan (2014) che aveva una famiglia solida alle spalle e una rassicurante monogamia vecchio stile (leggi: periferia dell’impero russo, e del XXI secolo). In Loveless la musica cambia tono: Boris e’ un trentenne congelato, con un matrimonio fallito, con cui Rozin da’ corpo, e non anima, perché di anima non c’è più traccia, all’unico tipo di maschio esuberante che sembra rimasto nelle società avanzate del post amore. 

Nascita di un sex symbol 

Forse bisogna aver letto almeno qualche pagina di sana, antica letteratura russa per riconoscere in Rozin/ Boris la forza di un archetipo. Il suo precedente russo è infatti il personaggio più corrotto di Dostoevskij, ossia Nikolaj Stavrogin che nei Demoni (1873) rappresenta il nichilista sensuale, l’edonista autodistruttivo, un uomo dal successo sociale assoluto. Stavrogin e’ il carattere per eccellenza del fallito con un ragguardevole conto in banca, che seduce e che però marcisce da solo nel proprio narcisismo mortifero. Un archetipo ottocentesco. Ma con il Boris di Rozin la Russia di Putin produce qualcosa di più, una figura non solo simile, ma abbastanza convincente da riassumere le tendenze erotiche di una intera società, e quelle economiche. Boris e’ un maschio vuoto, sessualmente potente, la cui anaffettività’ non gli impedisce certo di trovare donne disposte a sceglierlo. Le donne lo vogliono, eccome. Perché è questo il vero sex symbol di una epoca votata all’isolamento e alla solitudine ( l’epoca dell’IPhone ), incarnazione di una sorta di purismo erotico in cui la potenza della scopata ( la performance di Rozin nel letto della nuova compagna già incinta farà storia ) e’ corpo e basta, senza un domani, senza aspirazioni femminili da buttarci dentro ( “vero che non ci lascerai ?” chiede questa giovanissima ragazza amante di Boris ), senza un solo sentimento. Il purismo del nulla. Puro Antropocene. La gloria del testosterone nel terzo millennio. Dostoevskij non ci sarebbe arrivato, ma Zvyangitsev si’. Per questo a Cannes il suo sceneggiatore, Oleg Negin, ha insistito sul fatto che la storia di Loveless non è solo russa, e’ umana, ed è ormai dappertutto nel mondo occidentale. E aspettiamo che ne scriva Bettina Zagnoli su Il Fatto. 

Uomini di cartone

Boris e’ totalmente incapace di provare emozioni, ma non è solo un narcisista. È uno di quegli uomini che non si scusano mai, ignorano le conseguenze della maternità, e nei momenti estremi – quando le compagne e le mogli li smascherano – riescono a diventare patetici tirando su dal sottosuolo una tenerezza che non possono che recitare. Rozin riesce a dar corpo a quella forma di fascino erotico che consiste nell’essere assente, nel far aspettare, nell’essere al lavoro ( sempre ), nell’essere irraggiungibile ( perché appunto la scopata ha in se’ un valore ontologico assoluto, e’ contemplativa ). Un aspetto notevole (occhi blu e una barba che Peter Bradshaw sul Guardian ha definito alla Fidel Castro e che però ha indubbiamente una sua virtù ) aiuta Rozin a interpretare un sex appeal ruvido ma di impatto, dentro i cui misteri un sospiro al telefono mentre si sta in coda alla mensa aziendale vale più di dieci chili di muscoli. La narrativa globale pullula di questi caratteri, gonfi di testosterone auto-referenziale e la campagna #metoo ne ha ignorato l’importanza nello stesso immaginario femminile. Anna Karenina non si sarebbe innamorata di Boris, perché Vronskij era non solo sessualmente ben più del marito, era anche un gentleman. Ma nella cultura di Instagram, visto che l’esibizione è tutto, il narcisista alla Boris e’ una aspirazione collettiva: non da’ nulla, ma promette tutto. Ed è qui, su come le donne vivono un personaggio del genere, che il film gioca le sue carte più spietate : la nuova amante di Boris non ha minimamente capito di che pasta è fatto quest’uomo, irretita dalla suggestione romantica ( ebbene sì , ancora degna di Madame Bovary ) dell’amore senza preservativo, e quanto alla ex moglie, pure lei aveva commesso lo stesso errore della numero due. Come nella più grandiosa tradizione russa, il nuovo sex symbol di Zvyangitsev porta chiarezza nel sottosuolo.

“Un freddo e piovoso inverno di rovine”

AutunnoTedesco

È uscito il 31 gennaio con Iperborea Autunno tedesco di Stig Dagerman, la raccolta dei reportage che lo scrittore svedese scrisse dalla Germania del 1946 ( Amburgo, Berlino, Hannover, Duesseldorf, Essen, Colonia, Francoforte, Heidelberg, Stoccarda, Monaco, Norimberga e Darmstadt) per raccontare che cosa ne era ora di milioni di tedeschi – “persone che ringraziano Dio di essere vive all’inferno” – dopo la disfatta del nazismo. Quest’opera di giornalismo letterario non è un libro che parla solo dei mesi spaventosi del 1946 in cui apparve chiaro – e Dagerman ebbe il coraggio di scriverlo – che la liberazione per mano degli Alleati non segnava una nuova primavera spirituale per la Germania annientata “dall’apatia e dal cinismo”; questo è un libro che parla della nostra Europa di oggi e lo fa attraverso un viaggio senza speranza, ma di pura constatazione, tra le macerie delle città tedesche. Le rovine tedesche definiscono il post nazismo, e oggi l’eco di quelle rovine definisce il nostro presente europeo. Le rovine parlano della nostra relazione con la memoria, il tempo e il futuro. Parlano della guerra civile europea, dei crimini che siamo stati capaci di commettere e della strada che abbiamo scelto di intraprendere (dal Piano Marshall in avanti) per lenire i sensi di colpa, dimenticare le responsabilità e disegnare un futuro che non fosse più europeo. La domanda che in questo principio di 2018 Autunno tedesco pone, proprio mentre la base della SPD, in Germania, si impegna via Twitter per sabotare nel modo più dialettico possibile, e cioè autenticamente democratico, la seconda, Grosse Koalition della signora Merkel , è se esista ancora una Europa con cui identificarsi in quanto Europei.

Bunker bui e maleodoranti

Ancora nell’ottobre del 1946, scrive e scopre Dagerman, milioni di tedeschi sono costretti a mettersi su treni semi distrutti per lasciare il sud del Paese dove avevano trovato rifugio dai bombardamenti e tornare nelle città del nord; ma l’unica unità abitativa disponibile, poiché tutto è stato distrutto, sono le cantine. Dagerman vive in una di queste fogne di cemento, con l’acqua alle caviglie, stufe che bruciano legna bagnata, e ne fa un mitologhema della fame, del freddo, del nulla che avvolge i tedeschi all’indomani della scoperta che tutto, dal 1933, era stato immondo e sbagliato. I colleghi della stampa accusavano lo svedese di “andare ad annusare nelle pentole” e di prestare scarsa attenzione ai proclami dei nuovi partiti socialdemocratico e cristiano democratico (CDU) sul valore della democrazia, ma Dagerman aveva compreso che “è un ricatto analizzare l’atteggiamento politico dell’affamato senza contemporaneamente analizzare la fame”. I tedeschi crepavano di freddo, i bambini tossivano con i buchi nei polmoni e nessuno, veramente nessuno, macilento e ossessionato dallo stomaco vuoto, aveva davvero pensieri utili a superare lo sguardo spaccato sulle rovine dei bombardamenti, sempre, ogni minuto e ogni giorno del post Reich, perché “la fame è una forma di deficienza”. Eppure, come nella Jungle alle porte di Calais, dove finiscono i sogni coloniali e post coloniali del capitalismo avanzato che se ne è fregato del cambiamento climatico per decenni, Berlino e Amburgo si sentono dire che “la gente nelle cantine ha il dovere di ricavare insegnamenti politici dall’umidità, dalla tubercolosi, dalla mancanza di cibo, vestiti e riscaldamento”. E questo Dagerman lo scrive senza negare una virgola di quanto sostenuto da Karl Jaspers: “Tutti noi siamo complici del fatto che, tra le premesse spirituali su cui poggiava la vita tedesca, era data la possibilità di un tale regime”.

 

Amburgo: l’odore acre e amaro di incendi estinti

“Ma se si è alla ricerca di primati, se si vuole diventare esperti in rovine, se si desidera un campionario di ciò che una città rasa al suolo può offrire in quanto a rovine, se si vuole vedere non una città in rovina ma un paesaggio di rovine, più desolato di un deserto, più selvaggio di una montagna e fantastico come un incubo angoscioso, allora c’è forse una sola città tedesca da visitare: Amburgo”. Negli ex quartieri di Hasselbrook e Landwehr ci sono “mucchi bianchi di vasche da bagno in frantumi” e una “enorme discarica di frontoni in pezzi”; la polverizzazione della civiltà urbana è una coltre di nebbia ideologica e sentimentale che raggiunge, dentro le menti e i cuori dei tedeschi sopravvissuti, un senso di impotenza, di nullificazione, di stordimento; è il vuoto della responsabilità morale che urla il suo vero fondamento, Dagerman lo capisce, che non sta certo nel didattico richiamo agli errori commessi ( come si pretende oggi nella Giornata della Memoria, ridotta ad un fumetto sulla vicenda di Anne Frank venduto in edicola), ma in un movimento ben più vasto di consapevolezza che scava fino alla complicità di ogni singolo individuo in quanto essere umano figlio della modernità. Perché la gente delle cantine, non tutta certo, ma moltissima, era gente come noi. E allora la penosa sensazione che queste pagine strepitose danno oggi è questa, che ciò che ci sfugge di quelle persone, perché non la accettiamo, è la loro totale somiglianza con noi. E che in questa somiglianza stia il cuore dell’Europa che solo raramente abbiamo imparato a guardare in faccia da quel 1946. Ad Amburgo infatti “è inutile perfino cercare i ricordi di vita umana. Solo i termosifoni si aggrappano ancora ai muri come grandi animali impauriti; per il resto tutto ciò che poteva prendere fuoco è sparito. Oggi c’è quiete, ma quando il vento soffia produce rumore nei caloriferi e tutto questo ex quartiere mortalmente silenzioso si riempie di uno strano suono martellante. Allora capita, a volte, che un calorifero si stacchi d’improvviso e cada, uccidendo qualcuno intento nella ricerca del carbone tra le viscere delle rovine. Cercare carbone, ecco una delle ragioni per cui la gente scende a Landwehr (…) i tedeschi parlano sarcasticamente delle rovine come delle uniche miniere di carbone che restano alla Germania”.

Da secoli in Europa le rovine sono testimonianza viva dei tempi antichi, capaci di trasmettere al corso del tempo le creazioni del genio umano e il suo tentativo di scalare l’infinito. Le rovine sono un patrimonio europeo, una carta di identità collettiva, ma oggi il vento che passa sui resti gloriosi del passato è bellicoso, e racconta, anche qui, dello scontro fratricida tra il capitale globale e una dimensione altra dell’esistenza, come va ripetendo Tomaso Montanari . Si potrebbe dire che buona parte del sentimento di sé dell’Europa coincida con il lungo viaggio di Hoelderlin/Iperione sulle tracce della Grecia classica. Preservare una continuità, fare delle rovine una ricchezza eterna. Eppure, l’Europa oggi assomiglia molto di più che alla Atene di Hoelderlin, alla torta fittizia che venne offerta a Dagerman in una villa borghese, in un parco abbandonato di Amburgo: “quella torta di cattivo pane tedesco offerta dall’avvocato e dallo scrittore è in realtà una torta simbolica, una torta liberale in cui la panna finta ha lo scopo di camuffare verità troppo amare. È indubbiamente una torta per i meno poveri. I più poveri non mangiano il pane in questo modo”. Una torta che di certo non avrebbe mai potuto mangiare l’ingegnere con un phd a Cambridge di 51 anni che lo scorso autunno è morto di povertà nel Wales, Regno Unito.

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Gli indesiderati

Nella Berlino “assiderata e affamata” sono visibili gli schemi generali che regolano la vita moderna, e che prevedono senza soluzione scarti umani a milioni. Il silenzio dei vecchi che nei tribunali per la denazificazione non sanno giustificarsi della propria ignavia rimbomba delle domande dei giovani: “avevamo 14 anni”, e poi “signor avvocato, permettetemi di dire che voi anziani che avete taciuto siete responsabili del nostro destino come una madre che lascia morire di fame suo figlio”. E le ex SS che ammettono “eravamo idealisti”. Le domande di questi giovani sono identiche a quelle poste dagli attivisti che dal 1992 tentano di porre i cambiamenti climatici sotto chissà quale riflettore politico. Altrove si muove l’animo umano, quando gli interessi personali, la timidezza all’azione morale e la propulsione economica all’espansione di desideri e ambizioni diventa biopolitica pura. Tutto può aspettare, compresa l’atmosfera, così come allora ci si poté rifiutare di aver paura di Hitler e di Heydrich. Tanto. Ci penserà qualcun altro. E mentre i genitori cercano i figli dispersi al fronte con cartelli appesi nelle stazioni sfondate dalle bombe, tutto quello che rimane della Germania è la lotta per le patate, per portarne il più possibile sul treno e poi alla famiglia, ma solo un sacco, perché se anche ne hai trovati tre sacchi, non c’è posto per tutte quelle patate nello scompartimento strapieno di profughi.

Per Dagerman tutti i poteri erano il Potere e in questo sembra aver intuito in anticipo di 60 anni il prezzo che l’Europa, attraverso la Germania, avrebbe pagato in nome della ricostruzione. Non abbiamo abbandonato affatto gli schemi biopolitici che portano alla catastrofe, al contrario. Il prezzo della ricostruzione non è stata una consapevolezza responsabile delle conseguenze delle azioni umane, ma una abiura della sondere Weg europea a totale favore del consumismo di importazione. I tedeschi più coraggiosi provarono a dire ad alta voce come si stavano mettendo le cose, ad esempio il giurista Frizt Bauer, che fu il vero artefice della cattura di Adolf Eichman e che non viene neppure menzionato nei programmi politicamente corretti di Rai Storia sulla Giornata della Memoria. Pur di non affrontare le vere dimensioni della colpa tedesca – cioè ammettere che si tratta di una colpa umana e non dotata di passaporto tedesco, e che simili azioni già le avevamo commesse in molti in Africa , Asia e Americhe – s’è accettata l’idea che basti un frigorifero per fare una civiltà, e un giorno del ricordo collettivo per instaurare comode definizioni del bene e del male. E così può accadere che il Goethe Institut di Milano metta in cantina i volumi delle poesie di Hoelderlin, come se l’Europa non potesse più dire nulla di se stessa se non in anglo-americano. Ciò che Dagerman già comprese è però ciò che anche Karl Jaspers comprese: “se noi ci mettiamo a indagare la nostra colpa fino alla sua fonte originaria, veniamo a trovarci di fronte all’umanità che nella forma tedesca ha assunto un modo caratteristico e terribile di diventare colpevole, ma che è una possibilità dell’uomo in quanto uomo”.