Londra, parte dal Regno Unito l’era della Extinction Rebellion

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Il 31 ottobre scorso, a Westminster, Londra, è uscita allo scoperto Extinction Rebellion  un movimento rivoluzionario che ha dichiarato la disobbedienza civile nei confronti delle istituzioni britanniche, colpevoli, negli ultimi decenni, di non aver fatto nulla (come del resto tutti gli altri governi europei) contro i cambiamenti climatici e il collasso della biodiversità. Hanno firmato la Declaration of Rebellion anche 100 accademici inglesi, moltissimi professori emeriti nelle migliori università del Regno, e quindi del mondo. Nella settimana in cui sono usciti dati terrificanti sulla condizione ecologica del Pianeta ( il Living Planet del WWF e lo special report sulla wilderness pubblicato su Nature e di cui abbiamo già parlato) Extinction Rebellion ha chiesto lo stato di emergenza. La prima manifestazione pubblica del movimento ( la prossima, massiccia, il 17 novembre) si è conclusa con un centinaio di arresti. Tutti gli attivisti del movimento, proprio come accadde nell’America di Martin Luther King, sono infatti pronti ad affrontare il carcere pur di portare l’estinzione e il surriscaldamento del Pianeta, e quindi il Capitalismo, al centro del dibattito pubblico. Un atto di clamoroso coraggio, che nulla a che fare con il conformismo, e la complicità, di moltissime organizzazioni non governative, editori e partiti politici “verdi”, che in questi anni si sono ben guardati dal denunciare la compiacenza ipocrita della assemblee elettive della nazioni più ricche del Pianeta verso un’economia rapace e nichilista. Il 31 ottobre è cominciata a Londra l’era della Extinction Rebellion. Ne ho parlato con Acorn Anderson, da Bristol, che ha aderito al movimento, e mi ha spiegato perché stavolta, purtroppo, è tutto diverso. 

Alcune persone sostengono che la possibilità dell’estinzione sia a tal punto terrificante che è meglio guardare altrove e vivere una vita più o meno buona, senza badare a scenari drammatici. In anni recenti, il sistema ha potuto contare su una massiccia e pervasiva inerzia. Come Extinction Rebellion avete interrotto questa inerzia e vi siete alzati in piedi: che cosa vi ha motivate a dire NO e a decidere per una rivolta civile?

È vero che la gente trova molto difficile guardare alla possibilità di una estinzione e vuole continuare una vita ‘normale’, e questo crea una cultura dell’inerzia. Uno dei nostri obiettivi è fermare questa inerzia e sostenere le persone perché si sentano rafforzate a credere che ciò che è alla loro portata fare, e il modo in cui decidono di rispondere e di agire, può effettivamente fare la differenza. La nostra motivazione viene dal desiderio di proteggere e di aver caro quanto è rimasto – reports recenti hanno stabilito che il 57% della vita sulla Terra è già andato distrutto e che gli esseri umani stessi sono molto vicini ad un reale rischio di estinzione. Certo, questa situazione è molto difficile da considerare e produrrà sentimenti di dolore e anche di rabbia. Qualche volta è più semplice pretendere che l’estinzione non stia avvenendo. L’alternativa, che è voltare lo sguardo e considerare la catastrofe piuttosto che fare spallucce, richiede moltissimo coraggio, ma anche, in definitiva, un sentimento di speranza, che noi possiamo fare la differenza e proteggere ciò che rimane. Possiamo agire e agire è enormemente importante: le nostre vite ne risulteranno arricchite. Il governo ha fallito nel proteggerci e allora noi ci alziamo in piedi, diciamo NO, e creiamo qualcosa che è rappresentativo di ciò in cui crediamo.

La Declaration of Rebellion “dichiara che i vincoli del contratto sociale sono nulli e vuoti ormai”. Il contratto sociale è il fondamento della democrazia, nel senso che, storicamente, stabilì una sorta di reciprocità nel funzionamento della democrazia rappresentativa e della politica. A metà del XVIII secolo gli attivisti Britannici – i primi, in verità – invocarono la rottura del contratto sociale contro il commercio degli schiavi e l’economia schiavile. Pensa che stiamo entrando in una nuova era analoga ad altri periodi cruciali nella storia della politica?

Sì, stiamo entrando in una nuova era. La fine del mondo è stata prevista dagli scienziati ed è impossibile vedere nei nostri tempi un passaggio cruciale. Soltanto il tempo, del resto, ci darà cosa accadrà. Ci sono più crisi che stanno convergendo l’una sull’altra in questo momento. È un passaggio delicatissimo per gli esseri umani. Se anche diventiamo ‘carbon neutral’ ( Ndr, zero emissioni di CO2), c’è ancora la minaccia dell’abbattimento delle foreste. Ci sarebbe ancora la questione della plastica. Se tutto questo sia simile ad altre stagioni di attivismo, assolutamente sì, perché siamo un movimento che è partito dal basso, per poi salire, ma, onestamente, la posta in palio è ancora più alta, e più grande, di qualunque sfida abbiamo mai fronteggiato in passato. Stiamo chiamando ad una ribellione e stiamo chiedendo anche un governo rappresentativo (The People’s Assembly), per spostarsi dalla ‘democrazia’ corrotta e distruttiva che ci ha già messi in questo casino. La Storia ci mostra che l’azione diretta, non violenta è un modo per cambiare la narrativa corrente e per creare cambiamenti di lungo periodo. Ci sono ancora 100 persone tra noi che vogliono essere arrestate per ciò in cui credono. Abbiamo anche un sottogruppo di Rising Up UK, il Regenerative Culture. È il gruppo che si occupa del benessere dei membri e incoraggia la auto-responsabilità perché le persone si occupino di se stesse. Lo scopo è prevenire il burnout  e dar corpo ad una visione di attivismo forte e duraturo. 

Davanti al Parlamento alcuni attivisti hanno parlato delle diseguaglianza sociali ed economiche e della correlazione tra il collasso ecologico, il capitalismo rampante e l’impressionante crollo del ceto medio qui in Europa. Come puoi descrivere il modo in cui l’estinzione e la distruzione del sistema climatico terrestre danno forma alle nostre storie personali?

La correlazione tra il capitalismo, le ingiustizie sociali e il cambiamento climatico non può essere messa in discussione. Esiste. Il Capitalismo ha reso la natura un bene di consumo (commodification of nature) e ne ha impostato lo sfruttamento per profitto. Le radici del cambiamento climatico possono essere rintracciate nel colonialismo e nel neo-colonialismo, che distrugge le comunità, sfrutta le risorse in tutto il mondo per generare ricchezza a favore dell’Europa e l’1% dei ricchissimi del Pianeta. Se guardiamo alle nostre singole storie, molti di noi si accorgono che le loro priorità si stanno spostando sostanzialmente. Le persone scelgono sempre di più di focalizzare tempo ed energie che sarebbero altrimenti investite nel lavoro, o nella formazione, perché abbiamo un tempo talmente limitato da vivere, e allora a cosa serve una grande carriera, una casa, un diploma di livello? C’è molta tristezza in giro e questo deve motivare non a lasciarsi andare ad una spirale di intorpidimento, ma, al contrario, a raccogliere le energie e metterle nell’azione. Non c’è più valore negli oggetti, nei soldi, nello status sociale; invece, il sentirsi legati gli uni agli altri, in una comunità, creando così molta più bellezza, questo è un reale obiettivo per noi. Proviamo più amore, ed è questo a motivarci lungo il cammino. Questa è la risposta al fatto che ci saranno milioni di rifugiati ambientali; in un futuro nient’affatto lontano 1 persona su 6 sarà un rifugiato ambientale. Non vogliamo lasciare che la scarsità di cibo, la competizione, le tensioni sociali permettano alle destre, e ai fascismi, di essere considerati delle risposte alla crisi ! Vogliamo invece lavorare per un futuro di condivisione consapevole delle risorse, occuparci gli uni degli altri, perché siamo tutti sulla stessa barca, affonderemo o nuoteremo tutti insieme. 

Dall’Italia Extinction Rebellion appare come un miracolo. Nel mio Paese si discute pochissimo di cambiamento climatico in pubblico e il clima è costantemente trascurato nei grandi media hub. Se poi prendiamo l’estinzione, be’, la gente comune ti chiede che cosa esattamente intendi per ‘collasso della biodiversità’. L’estinzione è ben lontana dall’essere una categoria del pensiero o una realtà: dici estinzione e tutti pensano solo ai dinosauri. Credi che Extinction Rebellion possa segnare una pietra miliare nel dibattito politico sulla biodiversità?

Sì, lo speriamo. Ho appena letto un report sulla morte dell’ultimo rinoceronte bianco.Gli scienziati premono molto per riportare indietro questa creatura usando la fecondazione assistita con sperma precedentemente conservato, perché il rinoceronte è un animale iconico. E tutte le altre specie che non fanno notizia e per cui nessuno piange il canto funebre? L’estinzione, questa tragedia, è ampiamente taciuta e ignorata. La speranza è che le persone comincino a dar valore alle specie e che se ne parli molto di più, sia in politica che nelle occasioni pubbliche. 

La maggior parte delle persone – se solo provi ad affrontare questi argomenti – dice che fare sacrifici per la salvezza del Pianeta è una imposizione morale e che il nostro modo di vivere è il migliore di quanti gli esseri umani ne abbiano mai sperimentati lungo la loro storia. Come replichi?

Risponderei, e a che prezzo? E se la cosiddetta qualità della vita ci sta costando il pianeta, allora non rimarrà più nulla per sostenerla comunque – è come rubare tutto ciò che possiamo rubare, adesso, senza pensare alle ripercussioni per le prossime generazioni e per il nostro stesso futuro. Io e Cameron Harris stavamo proprio parlando del fatto che non ha senso parlare di sacrifico quando rifletti sul fatto che hai delle alternative. Intendo che vivere con la cognizione di ciò che è reale e non fittizio significa vivere in un modo decisamente più connesso e potente. Conversiamo con tantissime persone, che spesso coltivano il sogno di una vita più semplice e concreta, vivere in campagna, far crescere il proprio cibo, sentire un legame più stretto con la terra. Si ricordano di quando giocavano nei boschi da bambini e la gioia di questo piacere così semplice, e si augurano questo per i loro figli. È la trappola della vita moderna che ci spinge verso questo ideale. Molti aspettano di andare in pensione prima di godere appieno della tranquillità, della pace interiore, della semplicità. Solo che ovviamente il tempo rimasto a quel punto non è molto ! Il nostro suggerimento è di optare per la semplicità adesso. Non è una lotta faticosa e non si tratta di rinunciare nulla. Si ottiene così tanto in cambio. Non ultimo, si conquista la libertà. Una comunità, un sentimento di appartenenza, l’adesione ad un movimento che è per la salute del nostro bellissimo mondo. Fa sentire forti e umili sapere che si contribuisce a salvare il mondo. 

Il giornalismo libero è un grande problema in Italia: troppi giornali non sono indipendenti e si appoggiano a tychoon o compagnie private. George Monbiot di The Guardian ha sposato il movimento e partecipato alla manifestazione del 31 ottobre. È notevole. Quanto è importante per Extinction Rebellion l’appoggio dei giornalisti? Soprattutto i reporter indipendenti, che di solito lavorano free lance e hanno molta meno influenza?

Scriviamo comunicati stampa e invitiamo i media a ogni manifestazione. Geroge Monbiot è venuto perché sentiva l’importanza della manifestazione e hanno raccontato di noi giornalisti di idee simili alle sue. I media verranno quando si accorgeranno della importanza e della enormità di quello che sta uscendo. Purtroppo, anche in questo Paese la stampa e i media sono ancora controllati: il 31 ottobre, quando abbiamo fatto la Dichiarazione, la BBC ci ha ignorati, ma non il Guardian e l’Independent. E la voce si diffonde. Il 31 ottobre è stato solo l’inizio. Il Media Team è una parte rilevante del movimento: più i media ne parlano, meglio è, e questo include anche i reporter free lance e coloro che lavorano sulla cronaca locale. 

Sono convinta che viviamo nel Post-Umanismo. Le cause sono molte, ma ritengo che non pochi pensatori, ad esempio Max Horkheimer, avessero ragione sostenendo che la questione più scottante della Modernità è se l’essere umano può rimanere umano. La vostra chiamata all’azione è anche una esortazione a rimanere umani proteggendo le altre specie? È questo un passaggio di livello nel pensiero occidentale?

Questa è una domanda davvero interessante e potente. La metterei così, quale è il ruolo dell’essere umano su questo Pianeta? Siamo signori delle altre creature, legittimati a prendere ciò che ci appartiene, senza cura o compassione? Questa concezione sembra riflettere l’attuale pensiero occidentale, consciamente o meno. Oppure, siamo ambasciatori e protettori, incaricati di salvaguardare la vita, servitori di qualcosa di più grande inscritto nella vita e nella natura? Non siamo una coscienza che prova a salvare se stessa? Che cosa è umano? Vedo gli uomini come parte della natura, non separati da essa, ed è per questo che ho cambiato il mio nome in Acorn (ghianda) per sentire questo legame nel mio stesso corpo. Non è affatto semplice rimanere connessi con l’umanità in tempi ostili, ed quello che Extinction Rebellion invece chiama a fare. Sì, è un passaggio nel pensiero occidentale, che fino ad ora è coinciso con il prendere tutto senza badare alle conseguenze. È ora di svegliarsi e di passare ad un serio esame le nostre motivazioni e i nostri obiettivi. Hai mai sentito la leggenda del ‘fuoco dei bambini’?   Nessuna legge, nessuna decisione, niente di niente sarà approvato da questa assemblea che danneggi i bambini, lungo le 7 generazioni a venire. Una promessa di una semplicità e di una eleganza che fa a pezzi il nostro educatissimo cinismo. Qui si vede cosa davvero significa prendersi delle responsabilità e aver la vita in sacra considerazione, come ciò che maggiormente vale, imparare a crescere e ad evolversi fronteggiando le sfide con il cuore e la mente aperti. Questo è essere umani. Soprattutto, dobbiamo agire adesso, uscire da schemi vetusti ed essere ora umani nel modo migliore possibile. 

Monbiot ha detto, il 31 ottobre, che non possiamo aspettare le ONG perché hanno fallito contro il feticcio della crescita economica, del pari del governo. È una frase coraggiosa. È arrivato il momento di NO anche a potenti organizzazioni no profit che sembrano limitarsi a pubblicare report sull’estinzione e nulla di più?

Non è necessariamente un attacco contro queste ONG, ma una chiamata all’azione, a svegliarsi e a cambiare prospettiva. Abbiamo bisogno di ogni singolo individuo, ora e in futuro. Vacilliamo sul bordo di un abisso più grande di qualunque altro già vissuto. È un imperativo morale che le persone lo capiscano e che adeguino di conseguenza la loro risposta. Noi speriamo, e lavoriamo in questa direzione, per una mobilitazione sul livello di quella delle ultime guerre mondiali. Non un grammo di meno. È il momento di azioni coraggiose, e grandi, di voci pacifiche. La forza sta nella unità, stiamo provando a costruire un modello che dia speranza, ispirazione e motivazioni. Tutti dobbiamo trovare la nostra serenità, il nostro tipo di forza e le risorse per completare questo lavoro. 

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ESCLUSIVA – I territori ancora selvaggi sono in estinzione tanto quanto le specie animali, avvertono gli ecologi su NATURE

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(Credits: Julie Larsen)

Le terre selvagge rimaste sul nostro Pianeta – la wilderness – stanno diventando sempre più importanti nel controbilanciare gli effetti dei cambiamenti climatici e nell’assicurare la sopravvivenza di noi umani fornendo servizi ecosistemi essenziali. Eppure, sono in estinzione, ed è urgente parlare di una crisi di estinzione della wilderness, analoga alla crisi di estinzione della biodiversità. Questa la inquietante conclusione di uno studio iniziato nel 2009 e pubblicato domani su Nature ( volume 563, 1 novembre 2018, Protect the last of the wild) da un gruppo di ricercatori che hanno costruito una mappa delle ultime wilderness del Pianeta. 

L’allarme arriva a 48 ore di distanza dall’uscita del Living Planet 2018 del WWF, che mostra come in meno di 50 anni le popolazioni di vertebrati non domesticati sia crollato del 60%. 

Soltanto un secolo fa, rivela lo studio di Nature, usavamo il 15% del Pianeta per l’allevamento e l’agricoltura. Oggi il 77% delle terre emerse (esclusa l’Antartide) e l’87% degli oceani è ormai stato modificato dalle attività umane. Nonostante questo, le terre selvagge non godono ancora  di uno status politico concreto: “il contributo degli ecosistemi intatti non è stato ancora inserito in nessuna cornice politica internazionale, ad esempio il Piano Strategico per la Biodiversità delle Nazioni Unite oppure l’accordo di Parigi sul clima”. James Allan, postdoc e fellow research alla School of Biological Sciences della University of Queensland, St. Lucia, Australia, tra gli autori dello studio, mi spiega infatti: “Il consenso scientifico attorno all’importanza delle aree wilderness è recente ed in crescita e non era ancora mainstream al tempo degli accordi di Parigi. Inoltre, prima che le nostre mappe fossero pubblicate, nessuna delle nuove aree definibili come wilderness era ancora così minacciata. C’era una mal comprensione dovuta al fatto che queste aree erano lontane dalle persone, che quindi non ne erano direttamente danneggiate. Le mappe hanno invece mostrato che quelle terre selvagge venivano distrutte e che era urgente proteggerle. Dovremmo essere sicuri che nei prossimi summit la wilderness sia inclusa nei negoziati”. 

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(Credits: Julie Larsen)

Per mappare la wilderness del Pianeta sulle terre emerse, gli autori hanno usato 8 indicatori ambientali che esprimono la pressione umana sugli ecosistemi, in una risoluzione di 1 chilometro quadrato. Questi indicatori sono: ambienti ricoperti da edifici, campi coltivati, terre destinate al pascolo, densità di popolazione, luci notturne, ferrovie, strade a grande percorrenza e corsi d’acqua percorsi da traffico marittimo. Nel 2013 è stata invece mappata la “sea wilderness”, gli oceani intatti dal punto di vista ecologico, impiegando 16 indicatori tra cui la pesca, il traffico marittimo industriale, lo scarico in acqua di fertilizzanti. Una wilderness, sui continenti o al largo degli oceani, è tale quando è priva di pressione umana su di una area geografica continua di 10.000 chilometri quadrati. Una estensione che pone il problema della frammentazione degli habitat in modo drammatico.

La wilderness infatti non è sostituibile, poiché le sue caratteristiche ecologiche sono uniche: “Alcuni conservazionisti sostengono che certe aree in ecosistemi frammentati e degradati in altro modo siano più importanti degli ecosistemi intatti. Le aree frammentate (separate tra loro da campi coltivati, insediamenti umani, strade, NdR) possono fornire servizi cruciali, come i proventi del turismo e fornire quindi benefici alla salute umana, o, anche, essere ricchi di biodiversità minacciata. Eppure, numerosi studi stanno cominciando a rivelare che gli ecosistemi più intatti della Terra hanno ancora tutta una serie di funzioni sempre più cruciali”, avverte lo studio. Secondo James Allan, “Abbiamo bisogno di entrambe le strategie: mettere in sicurezza tutti gli ecosistemi intatti su scala globale, in modo che da garantire un successo di conservazione di lungo periodo; mettere in sicurezza i posti più importanti per le specie minacciate, con lo scopo di evitare estinzioni nell’immediato. I due approcci sono complementari, uno non esclude l’altro”. 

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(Credits: James Allan)

Nelle terre selvagge ciò che conta è appunto la conservazione sui tempi lunghi, per motivi strettamente evolutivi: “Le aree wilderness sono gli unici posti che contengono mix di specie al loro livello naturale di abbondanza. Sono anche le uniche aree – spiega lo studio su Nature – che supportano i processi ecologici alla base della biodiversità su scale temporali evolutive. In quanto tali, quindi, esse sono serbatoi di informazioni genetiche e agiscono come aree di riferimento per gli sforzi di riconversione in condizioni selvagge di terre degradate e di ambienti marini”. Questi aspetti sono cruciali per il mantenimento del “Pianeta vivente”, ossia della cornice di proliferazione e di differenziazione delle specie animali e vegetali del Pianeta, ciò che James Allan chiama “evoluzione naturale”: “Solo nella wilderness le specie si possono evolvere al di fuori dell’influenza umana, essenzialmente come pura evoluzione naturale. Si tratta di una importante risorsa per la nostra stessa comprensione del Pianeta. Quando discutiamo di evoluzione naturale intendiamo che nei paesaggi ormai degradati possono ancora esserci le stesse specie che vivono nella wilderness, ma in numeri più ridotti, in popolazioni più piccole e quindi con una ecologia che sarà diversa, più innaturale”.  La defaunazione, infatti, il processo di lento assottigliamento delle popolazioni di una specie, come hanno dimostrato le ricerche di Rodolfo Dirzo della Stanford, ha catastrofiche ricadute sistemiche: i cambiamenti di composizione numerica delle comunità animali si risolvono in un impatto diretto sulla diversità filogenetica e su tutte le interazioni trofiche che coinvolgono animali, piante, batteri e infine i pattern climatici di un habitat. 

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(Credits: DCSL)

Questo studio rende inoltre chiaro quanto la wilderness sia cruciale per fronteggiare i problemi attuali innescati dalla nostra espansione e dal nostro uso delle risorse. Questi territori funzionano come rifugio per specie ormai braccate in terra e nelle acque oceaniche. Negli oceani, esse rappresentano gli ultimi Eden per i predatori di vertice, come i tonni, i marlin e gli squali. Ma la wilderness svolge anche un ruolo protettivo contro i devastanti cambiamenti climatici che entro questo secolo imporranno alterazioni significative al Pianeta. Le foreste integre sono in grado di sequestrare molto più carbonio dall’atmosfera delle aree degradate: “I modelli basati sulla geografia, sulle piogge e sul gradiente di deforestazione rivelano ormai fino a che punto le aree wilderness regolino il clima e il ciclo dell’acqua – su scala locale, regionale e globale. Queste aree forniscono una protezione contro gli eventi meteorologici estremi e contro gli avvenimenti geologici”. In presenza di uno tsunami, ad esempio, una barriera corallina in salute offre alle coste una protezione doppia rispetto ad un reef devastato dallo sbiancamento, della pesca illegale con esplosivi o con il cianuro. Lo studio non dimentica poi di citare le popolazioni di nativi che abitano ancora queste regioni, popoli marginalizzati nell’organigramma attuale della civiltà, con pochissimi diritti politici e modelli di adattamento ambientale di straordinario valore storico, paleo-genetico e culturale. Come le specie animali ancora selvagge, anche queste genti umane sono insostituibili nella nostra coscienza di Homo sapiens sapiens. 

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Ma dove si trovano queste regioni wild? Il futuro del 70% delle terre selvagge rimaste è nelle assemblee parlamentari di Canada, Brasile, Russia, Stati Uniti, Australia. Ma la mappa riserva anche qualche sorpresa: Chad, Mauritania, Niger presentano indici migliori di nazioni come il Sudafrica e la Tanzania. La Russia è l’avamposto di resistenza del prossimo secolo per predatori di vertice magnifici come la tigre siberiana, mentre il delta dell’Okavango e il Botswana (compreso il Kgalagadi Transfrontier Park) sono i due hot spot critici per il leone africano allo stato di natura. Particolarmente urgente è una presa di posizione sull’Antartide. Il continente deve diventare off limit per ogni tipo di esplorazione mineraria o estrattiva e servono “rigorose procedure di controllo biologico che riducano al minimo il rischio che i visitatori introducano specie invasive”.

Perché il Pianeta rimanga selvaggio sono indispensabili misure forti da subito, e vincolanti, avvertono gli autori. Bisogna riscrivere parte della cornice giuridica della conservazione. In primo luogo documentare in modo serio le capacità di sequestro e accumulo di carbonio dall’atmosfera delle foreste e degli habitat, per poi inserire questa funzione ecologica della wilderness nella Convenzione sul Clima delle Nazioni Unite (UNFCCC). Attraverso questo passaggio i Paesi firmatari degli accordi dovranno inserire la protezione delle terre selvagge nella loro strategia di riduzione delle emissioni serra. L’obiettivo “molto ambizioso, eppure raggiungibile” è di definire e quindi conservare il 100% di tutto ciò che oggi è ancora wild. Un obiettivo globale renderebbe infatti più facile mobiliare risorse economiche anche per i governi e per soggetti pronti ad investire come il Global Environment Facility, un programma internazionale di finanziamento. Un secondo passaggio è imporre al settore privato la protezione delle terre selvagge come assist strategico, attraverso l’introduzione di performance standard, soprattutto per organizzazioni come la World Bank e l’International Finance Corporation (a sua volta agenzia affiliata alla World Bank), oltre alle banche di sviluppo regionali. 

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Il tempo per implementare tutto questo sta però inesorabilmente finendo. La spaventosa realtà con cui dobbiamo fare i conti è, a parere degli autori, l’estinzione degli habitat selvaggi secondo parametri di intensità e di irreversibilità identici a quelli, come è intuibile, delle specie. Non sarà possibile tornare indietro, una volta, se dovesse accadere, che avremo scelto di estinguere il Pianeta su cui viviamo: “è impossibile ripristinare o rendere di nuovo selvaggio un ecosistema nelle stesse condizioni di una wilderness. Noi non possiamo ricreare la wilderness – spiega James Allan – Perciò abbiamo deciso di parlare di estinzione. Crediamo che mettere nella giusta cornice quanto accade sia importante per portare il significato della perdita della wilderness al pubblico e alle organizzazioni come le banche. Non ci sono altre opzioni al di fuori della protezione di queste enormi aree”. 

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(Antartica)

 

 

Conquistadores Adventum è la migliore lezione di storia trasmessa finora dalla Rai

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Quando una fiction funziona, Netflix o meno, il racconto produce una sensazione fisica, non importa quanti secoli siano passati dagli accadimenti messi in plot del XXI secolo. Ti senti addosso quello che passa sullo schermo. Questo è Conquistadores Adventum, una strepitosa serie tv spagnola, prodotta e voluta dalla Movistar +, che Rai Storia – non si capisce per quale motivo in sordina – trasmette il giovedì in prima serata dalle 21, con l’introduzione di Alessandro Barbero. 

Conquistadores Adventum racconta la storia dei primi decenni della scoperta e poi della conquista del cosiddetto Nuovo Mondo: dal 1492 al 1530. Decenni preparatori, decenni di prove generali di quella che Peter Linebaugh e Marcus Rediker hanno definito “l’impresa atlantica” e cioè l’avvio del meccanismo di espansione territoriale e coloniale durato due secoli e mezzo oggi chiamato Capitalismo. Astutamente, e con una notevole onestà intellettuale, gli autori fissano l’origine della storia dei Conquistadores nel campo dell’esercito spagnolo davanti a Granada, ultima roccaforte musulmana in terra ispanica. Isabella di Castilla passa in rassegna l’esercito, incita i suoi e dinanzi ad un soldato che le crolla ai piedi sconvolto dall’entusiasmo della crociata religiosa e dalla riverenza assoluta per una sovrana altrettanto assoluta, con atto di tenerezza dice: “avremo altre battaglie in cui la Spagna sarà vittoriosa”. Già la attende una conversazione con l’Italiano Colombo ( un super convincente Miguel Lago), che sa che le esplorazioni sono ispirazioni della divina saggezza a uomini audaci impegnati a far trionfare la gloria di Dio meno di quanto, invece, siano esercizio del potere di uomini su altri uomini: “Sua maestà deve avere il coraggio di regnare”. 

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Conquistadore Adventum è stata girato con una precisione documentaria al millimetro, tanto che la televisione spagnola ha parlato di un nuovo genere a metà tra la fiction e il documentario. Il casting, in particolare, è curato in modo direi artistico, fuori dai canoni gommosi di Hollywood: si son cercati, con una indagine evidentemente iconografica condotta in collezioni museali, volti e corpi di uomini dall’aspetto cinquecentesco, pittorico. I Conquistadores – Colombo, Fransisco Pizarro, Vasco Nunez de Balboa, Alonso de Ojeda – sono caratteri religiosi, barbuti, brutali. Sussurrano alla spada e alla croce traendo ardimento da un carattere per noi quasi inaccessibile. Oscuro.

L’oscurità è infatti l’atmosfera metafisica di Conquistadores. Colori tutti sul verde, sul blu, sul grigio, una monocromia che in qualche modo riflette la poca luce della foresta tropicale intatta in cui si addentrano gli Spagnoli, ma che è anche una metafora di altro. E questo altro è il principio stesso della civiltà occidentale, che gli autori sembrano aver messo in sceneggiatura più guardando a Nietzsche che a modelli come Nuovo Mondo di Terrence Malick. La nostra civiltà occidentale, che non riusciamo più a leggere se non entro schemi di matrice positivista importati dalla cultura di massa americana, non viene dalla luce, ma dal buio. Un buio che Conquistadores mostra in molte declinazioni, tutte efficacissime dal punto di vista cinematografico: il buio del totalmente ignoto, che era ovviamente paura fottuta ma anche adrenalina purissima e quindi motore a pieno regime per l’impresa; il buio della ferocia di caratteri puramente erotici come De Ojeda (l’ottimo Roberto Bonacini), il “demonio dagli occhi azzurri” devoto alla Vergine Maria, prototipo appunto nietzschiano di una volontà di potenza ambiguamente fusa con un desiderio di affermazione incomprensibile al suo stesso animo; il buio dei genocidi che verranno, che la conquista imponeva e voleva. Tutto questo fa riflettere lo spettatore europeo, che nello spettacolo avverte l’ingombrante sentimento di avere qualcosa di più di un lontano passato in comune con questi precursori oscuri dell’altrettanto oscura avanzata del capitalismo globale. 

La lingua di tutto questo fu lo spagnolo. I Conquistadores parlano uno spagnolo maestoso e terrificante. La sonorità scultorea, eburnea e tornita della lingua va purtroppo perduta in traduzione, ma chiunque volesse avere una sensazione fisica di cosa fu per l’Europa e poi per l’umanità intera arrivare oltre le colonne d’Ercole, Conquistadores Adventum lo deve vedere.

Prossima puntata giovedì 1 novembre ore 21 Rai Storia.
Qui alcuni video originali. 

I mammiferi impiegheranno milioni di anni per riprendersi dal collasso dalla biodiversità globale

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(Toxodon platensis – ungulato vissuto nel tardo Pleistocene e probabilmente estinto all’inizio dell’Olocene, circa 11.700 anni fa)

Tra i tanti privilegi che gli esseri umani pretendono di rivendicare, c’è il diritto ad avere una storia. Un importante studio appena uscito sulla PNAS ( Mammal diversity will take millions of years to recover from the current biodiversity crisis ) confuta questo sguardo sul Pianeta, usando la diversità filogenetica come indicatore per valutare l’impatto delle estinzioni sull’assetto faunistico contemporaneo e futuro della Terra. Al punto di civiltà in cui siamo, gli esseri umani hanno già eradicato dal Pianeta 300 specie di mammiferi, che corrispondo a 2 milioni e mezzo di storia evolutiva persi per sempre. Ma i processi di estinzione oggi sono così pervasivi e diffusi su scala globale che, se anche nel corso dei prossimi 50 anni riuscissimo ad arginare la distruzione degli habitat ancora selvaggi, il bracconaggio e l’inquinamento, servirebbero ai mammiferi e alla “natura” tra i 5 e i 7 milioni di anni per tornare a condizioni pre-umane. 

La diversità filogenetica è misurata in milioni di anni di evoluzione indipendente, ossia “la somma della lunghezza di tutti i rami di un certo gruppo di specie, fino alle radici del loro albero evolutivo”. Ad esempio, considerando i grandi felini, la diversità filogenetica riassume il tempo lungo nel quale le pantere, come i leoni e i giaguari, si sono differenziati dal ghepardo (Acinonyx jubatus), dal leopardo nebuloso (Neofelis nebulosa) e dalla lince (Lynx lynx). La storia evolutiva di una specie – tutto il tempo che ha impiegato per diventare ciò che è oggi – può essere recuperata solo su di una scala temporale altrettanto lunga e complessa. La domanda che si sono posti gli autori è quindi: data l’intensità crescente del tasso di estinzione, i mammiferi potranno evolversi sufficientemente per recuperare il grado di differenziazione genetica perduto?

Red panda

Gli autori hanno campionato 30 differenti linee di diversificazione filogenetica di mammiferi, seguendo una selezione a random, tenendo conto della loro passata distribuzione, e includendo così nello studio tutte le specie di mammiferi rimaste, e quelle estinte, del Tardo Quaternario, al termine del Pleistocene. Uno dei pregi dello studio è infatti di aver orientato l’attenzione sulla “profondità storica” di una specie, che, in quanto storia, è un elemento strutturale del Pianeta e di Homo sapiens sapiens. Spiega Matt Davis, tra gli autori del paper, che fa ricerca presso il Center for Biodiversity Dynamics in a changing World (BIOCHANGE) della università di Aarhus, in Danimarca: “La diversità filogenetica può esser vista anche come un natural heritage, una eredità naturale, se una specie si è realmente distinta dal punto di vista evolutivo. Ad esempio, gli abitanti della Nuova Zelanda sono piuttosto orgogliosi del tuatara e gli Americani ammirano l’antilocapra un po’ di più, perché questa linea evolutiva della specie c’è solo in America. Se si impiega la diversità filogenetica in una cornice di conservazione, allora automaticamente si utilizza la storia evolutiva come strumento di conservazione”. 

Affrontando la questione da questa prospettiva, strategie come la reintroduzione e il rewilding sono parte di dinamiche più articolate che riguardano i meccanismi fondamentali di proliferazione della vita: “Se un parco nazionale perde la sua diversità filogenetica”, spiega Davis, e cioè il totale di storia evolutiva condivisa da tutte le specie all’interno di quella particolare comunità, in un determinato habitat, “può ripristinarlo reintroducendo alcune specie. E tuttavia, abbiamo solo una Terra. Una volta che una specie è estinta, scompare completamente e nessun movimento avanti e indietro di altre specie potrà recuperare il livello globale di diversità filogenetica. Qualche volta possiamo truccare le cose con noi stessi e pensare che non va poi così male se facciamo il conto delle specie in un solo posto, ma dovremmo invece sempre pensare alla scala globale. Entrambe le dimensioni sono importanti”. 

Macrauchenia patachonica
(Macrauchenia patachonica – mammifero del Sud America del genere dei Litopterni, vissuto tra il Miocene e il Pleistocene)

Il punto di riferimento dell’analisi è stato, in particolare, l’ultimo interglaciale (circa 130mila anni fa): “A differenza di moltissimi studi precedenti qui usiamo l’ultimo interglaciale come punto di riferimento, e non il nostro presente, perché rappresenta meglio la tipica condizione di ricchezza in termini di megafauna che è esistita per buona parte del Cenozoico. Lasciare le estinzioni preistoriche fuori delle nostre analisi avrebbe sottostimato la perdita di biodiversità, ignorando gli impatti di vaste proporzioni che queste estinzioni hanno avuto sulla moderna ecologia”, scrivono gli autori. 

Sono queste estinzioni preistoriche, infatti, a rendere la nostra condizione attuale particolarmente critica: in termini di diversità filogenetica, hanno imposto ai mammiferi attuali una perdita di ulteriori 2 miliardi di anni di una storia evolutiva unica, e irripetibile. Se a queste aggiungiamo il fardello delle estinzioni avvenute in periodo storico, e cioè a partire dal 1500 in avanti, si arriva ad una impressionante cifra di 500 milioni di anni di storia evolutiva ormai irrimediabilmente consegnata agli archivi dei musei di storia naturale. La sconcertante semplificazione dell’albero della vita dipende, tra gli altri fattori, proprio dalla eccezionale proliferazione di specie di mammiferi degli ultimi centomila anni, come ad esempio i bradipi giganti, gli armadilli e i formichieri del Sud America. I grandi mammiferi del Pleistocene erano incredibilmente diversificati e questo significa che il loro percorso evolutivo era lungo, variegato e complesso.  

Come ha scritto E.O.Wilson, ogni specie ha una storia, ed anche una epica. La storia evolutiva rappresenta un patrimonio a più capitoli, la cui perdita finisce col compromettere anche l’uso che le comunità umane possono fare delle risorse naturali a loro disposizione : “La storia evolutiva ha un suo valore intrinseco – avvertono gli autori – ma questi anni perduti rappresentano una perdita anche di valore strumentale, nel senso che estinti sono anche tratti funzionali. Le estinzioni connesse con noi umani hanno già alterato il mondo, che si trova in una condizione atipica: impoverito dall’assenza dei grandi mammiferi e quindi delle importanti funzioni ecosistemiche che essi fornivano”. 

Indri Indri (Babakoto)

Cosa dobbiamo aspettarci, allora, nei prossimi decenni?

“Se gli alberi genealogici attuali si mantenessero costanti senza ulteriori, nuovi fenomeni di speciazione o di estinzione, ci vorrebbero quasi 500mila anni perché le 5400 specie di mammiferi si evolvessero abbastanza da sviluppare una nuova storia e quindi ripristinare la loro diversità filogenetica al netto dei livelli pre-antropici. Ma ci saranno ulteriori estinzioni. Le definizioni della stessa IUCN che classificano i livelli di minaccia predicono una perdita del 99,9% delle specie oggi criticamente minacciate e del 67% di quelle in pericolo entro i prossimi 100 anni”. 

E’ quindi piuttosto improbabile che, da soli, i mammiferi potranno recuperare la diversità filogenetica perduta in una scala temporale commisurata a noi umani, questa la conclusione dello studio. Quello che sta già accadendo è, invece, una dissoluzione rapidissima di un patrimonio paleo-genetico, che avrà bisogno, se mai ne avrà l’opportunità, di milioni di anni per tornare quello di un tempo. La vastità dei processi di cui parliamo è tale che in un ipotetico percorso di “convalescenza e restaurazione” la interazione delle specie decimate con i loro ecosistemi – con la vegetazione, con le altre specie, con i meccanismi di impollinazione, con il ciclo dei nutrienti attraverso il suolo e i corsi d’acqua, nonché con il sistema climatico terrestre – rimarrebbe compromesso per altrettanti milioni di anni. 

Ai mammiferi sarà concesso di ricominciare con nuovi percorsi evolutivi, puntualizza lo studio, o perché ci sarà un gigantesco cambiamento di paradigma e quindi sforzi titanici sulla conservazione, o perché le popolazioni umane in qualche modo collasseranno fino ad un punto in cui “non saranno più una forza dominante e una minaccia ecologica”. Nessun ragionamento può escludere la demografia umana da una valutazione dei rischi: “Noi pensiamo che la crescita della popolazione umana sia veramente molto rilevante. Questo è il motivo per cui le nostre previsioni sono conservative. Abbiamo preso lo scenario migliore in cui i tassi di estinzione scenderanno. Ma non ci sono motivi per aspettarselo, considerato come noi stiamo crescendo e la richieste che avanziamo sulle risorse”, ammette Matt Davis. 

In una sorta di paradosso logico, l’estinzione, che si è soliti attribuire al passato fossile, è invece un fenomeno assolutamente coevo alla nostra civiltà, e ben presente nella nostra vita quotidiana. La continuità storica tra il passato e il futuro è il vero terreno di studio su cui provare a costruire una visione della conservazione efficace, che ci restituisca anche un esame di realtà realistico sulla nostra stessa appartenenza alla storia dei mammiferi. “Direi che siamo ai primi stadi di una crisi di biodiversità che potrebbe diventare una estinzione di massa se continuiamo a far peggiorare le cose. Ma anche una una estinzione di massa non ucciderà tutti i mammiferi. I mammiferi sono molto resistenti. Sono sopravvissuti all’asteroide della fine del Cretaceo. E questo stesso asteroide non ha spazzato via tutti i dinosauri. Sono semplicemente diventati uccelli. Io direi quindi che in fondo anche i dinosauri hanno ancora un discreto successo. Contano un numero di specie viventi doppio rispetto ai mammiferi. Si potrebbe dire che l’età dei dinosauri non è mai finita”. 

“Esplorare significa necessariamente anche abbandonare”

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Ogni chilometro di una spedizione è la spedizione. Il ritorno al Nossob North Gate fa la sintesi, è un assessment. Parte da zero, anche se il suo principio sta in tutto ciò che, ormai, è alle spalle. Lo scopo del viaggio, in un modo che ora mi appare imperfetto, era individuare il leone del Kalahari e osservarlo nel suo habitat così come, un secolo fa, Vaughan Kirby osservò i grandi leoni della Colonia del Capo. Ma il leone non si è presentato, ed è così riuscito a sfidare lo stereotipo fissato, rigido dell’Africa,  che è ovunque sui giornali occidentali. Questa assenza ha invece aperto sentieri inesplorati per la comprensione di che cosa è un leone, oggi. Il suo sottrarsi ha rinviato a qualcosa d’altro che non sia un volantino turistico o una foto insulsa, strappata alla estensione del tempo che questa specie ha già trascorso in Africa. “Il rinvio non risale alla causa, ma colloca nel luogo (Ort) da cui ogni dire (Eroerterung) si invia”, scrisse Heidegger in L’essenza del linguaggio. La sua insistenza sul “luogo” da cui provengono le manifestazioni tangibili, vive, della nostra vita, indica la concretezza della matrice da cui non solo si origina il pensiero, ma, con il pensiero, anche il nostro essere nel mondo. Nel Kalahari, questa riflessione acquista una forza paurosa, perché si ha timore a inquinare le impressioni del deserto, che appartengono all’Africa, con le intuizioni occidentali. Eppure è l’Africa che rende comprensibile il pensiero occidentale. Il pensare il mondo viene dallo stesso posto da cui si manifesta l’esistenza del Pianeta. Il pensiero è geografia. Da questi luoghi viene anche il leone del Kalahari. Li possediamo dentro di noi come ricordo e solitudine, ma senza attraversarli non potremo mai davvero proteggere le terre selvagge e i loro predatori di vertice. Forse, c’è in questa corruzione concettuale un ipotetico embrione di comprensione reciproca. 

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Ogni animale è una apparizione da decifrare, un messaggero che ricorda come tutto ciò che è appartiene a tutto ciò che non può essere pre-stabilito. La vita è incertezza, è mutazione casuale, è imprecisione continua e disperata. Per questo, stando a queste premesse, la spedizione può dirsi compiuta anche se il leone dalla criniera nera si è fatto i fatti suoi durante i giorni di Polentswa. Entro nel piccolo spaccio del Nossob North Gate: voglio prendere nota dei generi di prima necessità che i visitatori devono acquistare prima di addentrarsi nelle loro speranze escluse dal gioco infernale e fatato del capitalismo globale, e cioè le speranze di incontrare i leoni e i leopardi.

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Arance e mele, come per le esplorazioni di Jens Munk nelle acque gelide del Nord. Le patate, l’ortaggio globale e coloniale che ha lavorato insieme alla lingua inglese per diffondere ovunque un unico modello di umanità. Gli insetticidi, immancabili compagni di un fastidio da poltrone di velluto damascato che non riusciremo mai a levarci di dosso, nella nostra perenne crociata contro gli insetti. La legna da ardere nei falò da campo, questa sì amatissima e amica, attesa con trepidazione. 

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E poi un ritratto in bianco e nero del leone: il suo muso serio, lo sguardo tipico da gatto accigliato. La sua faccia regale serve per sponsorizzare una marca di vino. Cosa questo significhi per lui, è difficile dirlo. Ma i leoni sono ovunque ci sia qualcosa per cui valga la pena di respirare su questo Pianeta. La “differenziazione regionale” e gli “adattamenti locali” altamente specifici di cui i leoni del Kalahari danno prova non sono, in fondo, altro che questo, la constatazione che i tantissimi habitat del continente africano sono tutti egualmente unici e irripetibili. Chi li abita, si sente a casa: uomini e animali insieme.

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Il pensiero benpensante in Italia racconta da anni dei muri che sorgono in varie parti del mondo per tenere a freno, inutilmente, migranti, rifugiati, immigrati, poveri di ogni specie. L’umanità miserabile che ci è convenuto rendere miserabile per alimentare la termodinamica folle del Capitalismo. Ma anche le barriere attorno agli animali prolificano. Attorno alle riserve, attorno ai parchi nazionali, e anche lungo le concessioni come lo !Xaus. Perché oltre la recinzione c’è un ranch che alleva specie selvatiche per usi commerciali. Le fence, adesso che siamo alla fine, non mi appaiono solo un sintomo inquietante nei lacunosi piani di conservazione fondati su una demografia umana inarrestabile; mi appaiono anche come un insulto contro le ragioni evolutive e biologiche che ci hanno messi qui, sulla Terra. Sono cicatrici che portiamo sulla nostra stessa faccia. Per chi ne volesse sapere di più rimando ad una inchiesta strepitosa firmata da Adam Welz per ENSIA: South Africa’s private wildlife ranching industry. 

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Usciamo dal gate di Twee Riverien alle sei di sera. I fuochi dei campeggiatori bruciano caldi e ospitali nei bracieri di ferro. La notte è vicina, lunga e oscura come il ritorno in Europa. 

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La mattina successiva, all’aeroporto di Upington, mi soffermo a guardare la collezione di manufatti Khomani San di una vetrina-museo. La bellezza del legno scolpito è stupefacente nella sua semplicità. Gli animali sono raffigurati con amore perché sono parte del mondo dei San in un modo pre-religioso, anti-cristiano, non monoteista: “I dipinti del boscimani sulle sua amate rupi, per coloro che sanno vedere oltre con gli occhi. In esse, gli animali dell’Africa continuano a vivere come lui li conobbe e come nessun artista europeo o bantù è ancora stato in grado in raffigurarli. Non si trovano lì come una preda per il suo arco in ozio – scrive Laurens Van Der Post – o come cibo per il suo stomaco, ma quali compagni del mistero, oltre che quali compagni di pellegrinaggio, intenti a percorrere la stessa pista perigliosa tra lontane acque, fonte di vita”. 

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Quanto questi animali siano lontani dagli animali come li pretendiamo noi me lo trovo davanti al Tambo di Johannesburg. Nei negozi lussuosi del duty-free sono in vendita pelli di springbok e di zebra, quel che resta degli erbivori allevati proprio nelle game farms. I leopardi sono diventati un disegno stilizzato su una insegna commerciale, l’Out of Africa è uno slogan buono per il peggior offerente, il turista da pacchetto a prezzo fisso che ignora la differenza tra leopardo e ghepardo ma ha i quattrini per volare qui da una nazione dal solido PIL.

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Anche Nelson Mandela, del resto, è diventato una marca di tè, come la wildlife: è il brand Sudafrica. Una tristezza infinita prende dinanzi a tutto ciò, perché vien da chiedersi se le motivazioni che spingono allevatori senza pietà ad allevare leoni in gabbia per poi scuoiarli e rivenderne le ossa non sia poi sorella di questo business, che ha ridotto la vita a gadget.

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Poco prima dell’imbarco del volo per Dubai, una inserviente della toilette, una donna nera di una trentina d’anni, canticchia una canzone in inglese. La sua voce è più dolce della melodia che ha imparato in una lingua che ormai, come sosteneva Achinua Achebe, non può che non essere anche sua. Eppure, mi ricorda Mandela, Biko e tutti coloro che hanno combattuto perché il Sudafrica avesse una dignità. Che un giorno questa canzone possa essere cantata anche per le specie carismatiche di questo continente è ciò che, penso, debba augurarsi ogni discorso sulla protezione delle terre selvagge. 

(il titolo è una frase di Filippo Tuena tratta da Ultimo Parallelo – Il Saggiatore 2013)

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(il nuovo Sudafrica all’aeroporto di Upington)

 

 

Polentswa, Botswana. Andare oltre il National Geographic

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Anche la notte a Polentswa è gonfia di preoccupazione per il futuro del Kgalagadi. Al tramonto del primo giorno, una luna, grossa e piena, era più simile al sole che ad un astro notturno. La notte successiva, invece, il vento ha raccolto ogni forza disponibile nella savana e ha urlato contro la nostra tenda. Gli sciacalli, una coppia che caccia colombe del Capo attorno alla waterhole e alla grande acacia, si avvicinano e il maschio mi guarda con il suo muso da volpe e le piume della preda impigliate fra i denti. Per la terza volta in questa spedizione una iena, poco dopo le sei di mattina, arriva da lontano, beve, anche lei fra i corpi eterei e grigi delle colombe, che le volteggiano attorno come coriandoli viventi. La sua sicurezza è incontestabile. Non dà nulla per scontato, ma anche i leoni temono gli attacchi di gruppo delle iene maculate. Sa della sua forza. Ma è come se sapesse anche che questo è il nostro ultimo appuntamento e quando il suo compito è concluso mi volta le spalle e trotterellando si incammina, di nuovo, lungo una pista di sabbia. La seguo fino a quando riesco a individuare, sul giallo, la sua sagoma marrone. Eppure, questo non è un commiato. La iena, spietata, segue la direzione che deve seguire, torna nel luogo lontanissimo e inaccessibile da cui allo !Xaus aveva annunciato il suo messaggio.  In ciò che se ne va, e se ne deve andare, risiede l’intera giustizia del nostro esistere. 

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Del resto, le piste di sabbia di questo lato del Botswana non hanno mai una meta predefinita, sono possibilità del pensiero e dell’immaginazione. Ormai, sarebbe quasi una stonatura se i leoni comparissero sotto questo cielo blu e granuloso di nuvole: hanno deciso di non presentarsi, per questo appuntamento i tempi non sono ancora maturi. E se una pista di sabbia è pura possibilità che qualcosa, prima o poi, accada – l’Ereignis di Heidegger, quegli eventi che chiamano nel luogo che ci è più congeniale e attraverso la reciproca, nuova appartenenza, ci dicono chi siamo – non è poi tanto strano che la domenica della finale della Coppa del mondo di calcio noi si sia invece qui, ad agognare un incontro che non avverrà. 

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Che cosa è, allora, il problema della conservazione? La spedizione sta per terminare e provo a dare una risposta aggiornata a questa domanda. Sono le due del pomeriggio e siedo sulla terrazza davanti al pan di Polentswa, da sola. Una coppia di gemsbok attraversa l’isola gialla: sono più reali di qualunque ricordo dell’Europa io abbia in questo momento. E penso di nuovo ai grandi musei europei, al fatto che la cultura di massa contemporanea non sappia come integrarli in una visione del mondo e delle cose; un tempo, almeno per le élites colte, essi erano motivo di autocompiacimento per l’ingegno umano, ma oggi vivono una solitudine di significato collettivo che invano alcuni vorrebbero sostituire con voci di profitto chiamate intrattenimento e turismo. Condividono, in qualche modo, il destino delle specie in via di estinzione, ridotte a teorie di foto spettacolari esposte nei distretti dell’architettura urbana di extra lusso, come Ark di Joel Sartore a City Life, a Milano. 

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Khali non sapeva ragionevolmente nulla del leone berbero a misura di pubblico, ma non certo perché è un giovane San del Sudafrica. Khali gli animali li incontra, non li guarda come simulacri sul National Geographic. Per la sua gente, il mito della caverna sarebbe stato impossibile: la verità era nel Kalahari, l’orizzonte del deserto, il ruggito beffardo del leone, davano la misura di ciò che era giusto e di ciò che era finito. L’Antropocene non sa cosa farsene di Caravaggio, così come gli animali delle “riserve” non hanno più nessuno che li desideri. Non voglio dire che non ci siano gruppi di pressione e di ricerca, come Panthera, che lottano eroicamente per salvare il salvabile, ma su scala globale, dentro la testa delle persone comuni che la sera tornano a casa con la metropolitana e poi si guardano una serie su Netflix, la conservazione semplicemente non esiste. Se le aree protette valgono solo in quanto producono utili nel turismo, allora non hanno realmente un valore proprio, ma solo un valore deciso da altri, a vantaggio di altri. 

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Secondo la Economic Analysis di Statistics South Africa 2018, nel Paese il turismo genera il 2,9% del PIL (dato calcolato sul 2016). Il numero di addetti, in una nazione dove la disoccupazione e la povertà sono rampanti, arriva ad essere il 4,4% del totale: sono 687.00 posti di lavoro, contro gli 874.000 dell’agricoltura. Eppure, le aree protette sono “budget-starved”, ossia sotto-finanziate rispetto a quanto occorrerebbe. Nelle riserve cintate con i grossi predatori ( i numeri provengono da Craig Packer), la conservazione costa 3000 dollari americani al kmq; nei parchi non cintati si scende a 2000 dollari americani al kmq. Ogni anno vengono abbattuti come “trofei” 1500 leoni, con un introito di 1000 dollari americani a kmq. Soldi utilissimi, è innegabile. 

Tutto questo è “dare valore alla natura”? Forse in parte sì, ma la questione non ha la stessa tonalità se guardata dall’Europa o dal Bostwana, o dal Kgalagadi. Abbiamo disfatto l’Africa con il colonialismo e adesso proviamo a rimetterla insieme con il turismo-conservazione… Abbiamo perso al 99% la megafauna europea e allora pretendiamo che i Paesi africani proteggano la loro, per ammirarla pagando centinaia di dollari al giorno. Non c’è qualcosa che stona in tutto questo? Non hanno ragione i colleghi di Kaneli che ascoltano i discorsi sul futuro del leone con la perplessità di chi ha visto accadere di tutto in nome di dinamiche economiche autoreferenziali? 

Il dubbio è che queste domande nascondano un forte imbarazzo occidentale. L’ipotesi, in altre parole, piuttosto verosimile, che dietro le nostre certezze matematiche, algoritmiche, statistiche e finanziarie ci sia un resto che non torna. Un altrove che non riusciamo a raggiungere. Un residuo che si sottrae, lasciando un alone maledettamente disturbante sulle pagine on line dei nostri magazine. Heidegger chiamava questo altrove sempre presente Lichtung. La radura dell’essere. Le terre selvagge di Polentswa sono la Lichtung. Ed è soltanto in una radura di questo tipo che un leone, per sempre, sarà un leone. 

 

Polentswa Pan, Botswana: “Eppure, l’uomo soltanto può l’impossibile”

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Salire là dove tutto è cominciato. Questo è il sentimento delle due ore di tragitto che conducono dal Nossob Gate a Polentswa. Sopra la sabbia la savana piatta e gialla torna a dar forma all’orizzonte. Nelle valli immense del corso del Nossob, superando Kwang, Bedinkt e Langklaas, lo spazio dei predatori di vertice acquista un significato. Nelle conservation area estese quanto il Kgalagadi i leoni sono costretti ad avere range molto più ampi ( fino a 1000 Kmq) e pride più piccoli. Il Kalahari, in qualche modo, riesce a sottomettere anche il suo imperatore. I leoni criniera nera qui sono rarefatti e remoti, isolati e autosufficienti, puri combattenti contro le minacce che li estingueranno. I leoni svaniranno, come lo scorrere dei cespugli dalla savana. Non c’è nulla che li possa descrivere se non loro stessi. Per questo se ne andranno con onore. La loro assenza comincia ad assomigliare ad una strana malinconia, che ha il profilo dell’orizzonte. Qui il Botswana è sferzato dal gelo invernale. Le pozze artificiali sono scure e solitarie. Le ombre si allungano sulla savana come dita di spiriti antichi, e il giallo ambra dell’erba assorbe la luce fino ad una inconcepibile contrazione di pigmenti luminosi. 

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Una grande acacia, subito dopo Kousant, segna la svolta a destra per Polentswa. Qui la solitudine sembra assoluta. Folle di animali, di iene e di leoni, di leopardi e di ghepardi, affollano l’immaginazione, tanto il desiderio di vederli è deformato dalla nudità del presente. Da qui in poi, in un tratto di savana a cespugli radi e bassi, il paesaggio sprigiona qualcosa di bellissimo e di spietato. Una famiglia di otocioni spunta dal nulla e corre via spaventata dal motore. È cominciata la salita verso Polentswa Ta Shebube, il punto di avvistamento a cui l’impero – il Kgalagadi stesso – ha affidato il compito di accendere il fuoco del coraggio e della verità. Come fu per i fuochi che annunciarono la presa di Troia lungo le colline dell’Asia sino alla rocca di Micene, in Grecia, il fuoco di Polentwsa avrà cose spietate da dire. Gli ultimi chilometri sono in pendenza, e procediamo a venti all’ora; la pista è segnata al centro da una dorsale di sabbia compatta che rischia di intrappolare il nostro suv. Superiamo l’area per il camping dove le leonesse vanno e vengono, fotografate sulle mappe del Kgalagadi; l’erba è alta quasi quanto un uomo, gli steli sottili come graminacee giganti. E poi, ecco, sulla sinistra, l’enorme pan di Polentswa. Una isola gialla su un lago più scuro, al centro di una pianura salata piatta e incontaminata.

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Guardo il pan e l’isola gialla dalla terrazza in legno del campo tendato. Presto accenderanno il fuoco, e avrò agio di scambiare racconti di animali con gli altri ospiti, Erik, un fotografo professionista di Pretoria, un suo amico e collaboratore in questa spedizione, lo scrittore svedese, esperto di specie avicole e Canon ambassador nel 2014, Brutus Östling, la moglie di Brutus, e Mpho Steven Kaneli, il direttore di Polentswa. Siamo in pochi e a questa strana riunione sul futuro parteciperanno anche le tre persone dello staff di Kaneli. 

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È come se qui la distanza del tempo e dello spazio (tutto ciò che ci ha preceduto e ci ha resi possibili come esseri viventi qui ed ora) avesse licenza di manifestarsi e soprattutto di attraversarci, come scrisse Goethe: “Anima del mondo, vieni, spingiti dentro di noi e attraversaci ! ( Weltseele komm uns zu druchdringen !). Molte persone accusano i conservazionisti più tenaci di ambire ad un ritorno impossibile ad una età wild ormai perduta. L’errore madornale di queste persone consiste nel non aver compreso che la coscienza radicale del tempo ormai trascorso – in sintesi, gli ultimi 100mila anni del Pianeta – non ammette nessun primitivismo utopico. E questo perché la coscienza comprende solo il principio responsabilità. La devastante constatazione dello stato delle cose obbliga, invece, a prendere finalmente in seria considerazione il tipo di pressioni evolutive che plasmarono la nostra immaginazione, spingendoci infine dentro la nostra ultima collocazione tassonomica, Homo sapiens sapiens. La nostra specie si è evoluta in sincrono con le altre specie e con lo spazio immenso e ostile che gli antenati hanno dovuto conoscere e interpretare per spingersi oltre, e per sopravvivere. Come dice Andréas Lang “lo spazio non è una area attrezzata per lo sfruttamento o la ricreazione, per le vacanze o le attività all’aperto”. 

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La frugalità ontologica della wilderness ha reso possibile il pensare, l’imparare a pensare. Le savane gialle e sabbiose di Polentswa non ispirano nessun primitivismo, non fanno politica, producono invece la vita, la pongono come problema di cui occuparsi su di un piano spirituale ed esistenziale. La ricchissima desolazione del pan a forma di isola che ho davanti, in una attesa ferma di qualcosa che pur dovrà accadere, per me come per gli animali, il richiamo che proviene dal pan, ammorbidito dal vento, questo richiamo che è una invocazione bagnata di tenerezza e disperazione (per questi ultimi 500 leoni del Kalahari che non possono contare su nessun benpensante innamorato della crescita economica e prontissimo a sparare cazzate contro l’ipotesi di dare metà del Pianeta alle altre specie), mi dice, perché me lo deve dire senza condizioni, questo: c’erano altre opzioni, ma noi abbiamo scelto – negli ultimi tre secoli – di arrivare qui in queste condizioni. È stata una scelta e di questo dobbiamo prenderci sulle spalle tutto l’onere. 

(Nota: il titolo è un verso di Goethe dalla poesia Das Goettliche, Il Divino)