Twee Rivieren, il XXI secolo alla sbarra

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Alle 10.40 mancano solo 20 chilometri al Twee Rivieren, il gate di ingresso al Kgalagadi. Un gruppo di San in evidenti condizioni di povertà piantona un albero di acacia e un vecchio mima una danza rituale. Il suo corpo è di una magrezza estrema, ha perso il tono muscolare agile e scattante della sua gente, tipico dei cacciatori raccoglitori. E’ una scena deprimente, che fa a pugni con un cartello allegro e vivace che annuncia una “farm kitchen”, probabilmente uno di quei latifondi ormai così diffusi in Sudafrica dove si allevano specie selvatiche a scopo commerciale. Ci sono ancora vacche e capre che pascolano sulla sabbia nei pressi di alcuni kraal di pastori, e siamo ormai a soli 15 chilometri dal gate. Le case sono capanne in lamiera, che però hanno elettricità da pannelli solari. Un certa cupezza tenebrosa circonda questi insediamenti rurali. 

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Eppure, qualcosa di inesorabile sta già accadendo, e il conta chilometri non può fare altro che accompagnarne l’approssimarsi. Il confine con il parco risucchia il ventunesimo secolo, lo interroga e si prepara a presentarci la sua proposta. Saremo pronti ad accettarla? Siamo davvero sicuri di avere abbastanza energie psicologiche ed emotive da fronteggiare l’immensità ancora viva di ciò che pur sta ormai scomparendo dalla maggior parte del Pianeta? Siamo disposti a prenderci la responsabilità di vedere ciò che vedremo? Da dove proviene ciò che dimora dentro il Kgalagadi? Dal tempo, almeno questa risposta, almeno una, s’è presentata chiara e bella nitida negli indizi e nelle tracce sul nostro cammino: nel corpo emaciato del vecchio San, nella carcassa dello sciacallo spappolato sull’asfalto, nelle ossa dello springbok e nei cespugli turchesi del veld che Davide ha affettuosamente chiamato “gli alberi blu”. La vita viene dal tempo, dalla vertiginosa profondità di tutto ciò che è già morto alle nostre spalle, dalla continuità che lo scomparire ritmico di milioni di esseri viventi vegetali e animali produce attraverso la loro estinzione perenne. Ciò che persiste trova la sua continuità in un indomabile assentarsi delle cose. Ciò che è perduto per sempre riempie di sé ciò che rimane. Questa assenza è il territorio selvaggio dentro noi umani. 

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Parcheggiamo la Duster nel piccolo parcheggio dove è obbligatorio sostare prima di aver sbrigato le formalità burocratiche e amministrative di ingresso nel parco. Un bungalow di canne di bambù e muratura ospita entrambe le autorità di frontiera del Kgalagadi, la Repubblica Sudafricana e il Botswana. Il simbolo del Sudafrica è il gemsbok, la poderosa gazzella dal manto grigio-lilla e le corna simili a sarisse persiane, mentre l’araldo del Botswana è il licaone, il cane selvatico. Paghiamo le fees del parco in Rand e ritiriamo una seconda mappa, insieme a materiale informativo del SanParks, l’ente governativo di gestione del parco per il Sudafrica. Il leone è il dominatore assoluto dell’Impero in cui ci apprestiamo ad entrare. Eppure, la stessa rivista del SanParks tace sulle ragioni più strutturali per cui i leoni del Kgalagadi sono così importanti per il futuro della specie. Queste ragioni coincidono con le caratteristiche stesse del Kgalagadi: una porzione di deserto del Kalahari composto da almeno 20 differenti paesaggi che corrispondono ad altrettanti tipi di vegetazione. Tutto questo rispecchia un tipo di leone: il leone criniera nera del Kgalagadi. 

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Bruce Patterson del Field Museum di Chicago ha studiato a lungo la plasticità del leone: “Gli studi su un singolo ecosistema necessariamente generano una visione incompleta della specie. Non possono rendere conto del numero di unità evolutive, spiegare le contrastanti informazioni sul comportamento, l’ecologia e anche l’aspetto o determinare i membri della specie, lo status e le minacce in tutto il range. I leoni variano in modo impressionante nella morfologia, nella genetica, nei comportamenti e nell’ecologia” ( On the nature and significance of variability in lions – Panthera leo, Evolutionary Biology (2007) 34:55-60). Oggi le prospettive di conservazione per il leone sono discusse all’interno di un cambio di paradigma: bisogna ragionare per “landscape” e cioè per popolazioni, non solo perché la specie è ormai molto frammentata sotto l’equatore (anche nelle strongholds) ma anche perché le popolazioni sono straordinariamente adattate agli ecosistemi in cui sopravvivono. Il ragionamento per landscape è utile anche per progettare l’auspicato ampliamento delle aree da proteggere in quanto adeguate ad ospitare il ritorno dei leoni. In definitiva, comprendere sempre di più e sempre meglio come singole popolazioni, come quella del Kgalagadi, si muovono, cacciano e si riproducono è di vitale importanza per progettare la protezione del pool genetico dell’intera specie. 

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Ma accanto al leone, nel Kgalagadi prosperano le cosiddette “serie complete” di erbivori e un numero enorme di onnivori e carnivori opportunisti. Una rapida galleria fotografica di ciò che sta dentro le terre selvagge del Kalahari del sud è per forza di realtà piuttosto incompleta. Quando la sbarra del check point documenti si alza e ci lascia passare il confine è ormai superato. Come gli intrepidi trekker boeri, anche se ad anni luce dalla loro mentalità e dal loro ardimento, non torniamo più indietro.

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Il Twee Rivieren è l’ultimo avamposto prima del deserto e i pochi turisti che sostano qui in questo momento dell’anno hanno a disposizione dal SanParks attrezzature per il barbecue e qualche alloggio coperto anche se rudimentale, in caso di necessità. C’è una pompa di benzina, l’ultima fino al Nossob Gate, e un negozio di generi alimentari. Frutta sciroppata, minestre essiccate Knor, acqua potabile, pies di cipolle e pollo, e anche pelli di springbok conciate per diventare tappeto. Mangiamo con gli scarponi che affondano nella sabbia color crema delle dune del Twee Rivieren, disposti a sperimentare la proposta del confine. Del Kgalagadi.  

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My blog quoted at 11th Mercosul Visual Arts Biennal for Andréas Lang’s work on Lagos

My conversation – published on this blog – with Andréas Lang about his work in Lagos, Nigeria (Lagos, a story of disappearance) has been quoted on the Catalogue of the 11th Mercosul Visual Art Biennal ( Puerto Alegre, Brazil, 6 April 2018 – 03 June 2018, here the website). Lang’s perspective on African history and its contemporary struggle is of particular importance in the debate on the future of Europe, but Andréas is able to grasp more than this. By far his “African photography” is the deepest insight into the pattern of extinction I’ve ever came across. It is an honor for me to have him on this blog.

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Kalahari Red Dune Route

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Attraversiamo il distretto industriale di Upington percorrendo  la Swartmodder, per infilarci sulla Route 360 e proseguire dritto lungo i 200 chilometri di “zona cuscinetto” tra gli insediamenti umani e il Kgalagadi. Un cartello stradale indica la direzione del parco, verso Askham. E’ un annuncio, un urlo che arriva dalla fine di questi duecento chilometri, dalla sabbia sdrucciolevole del Kalahari, come se volesse scuotere la nostra epoca, che ci sta cucita addosso, dalle sue fondamenta. Le buffle zone sono territori di confine in cui il paesaggio umano, e cioè le coltivazioni, le mandrie e le greggi, cedono lentamente il passo agli habitat selvatici. In certi contesti, ad esempio in Uganda, spostandosi verso il Queen Elizabeth, ci sono solo “farmlands and exotic trees”, come racconta il Lion Recovery Fund, il gruppo non governativo più avanzato nell’analisi del futuro del leone con cui collabora anche la Leonardo Di Caprio Fundation. Il Queen Elizabeth è una benedizione, ma questo non rende l’assedio meno perverso. Nella Tanzania del nord il passaggio di testimone tra Antropocene africano ed ecosistema è brutale: campi di mais e villaggi impoveriti accompagnano lo sguardo di chi, venendo dal Lake Manyara, sale verso il Rift, per entrare a NgoroNgoro e scivolare poi nella piana erbosa del Serengeti. Lo stacco è netto, la cicatrice tra i due lembi della realtà spessa e non più negoziabile. Una delle due parti ha già perso. Per sempre. 

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E’ così che la teoria della separazione della wilderness invocata dai Britannici del Capo a inizio Novecento come principio cardine della salvaguardia faunistica non è del tutto superata. La parola parco implica confini e del resto sono proprio le buffle zone a ribadire che i confini di un parco, ancora oggi, dividono noi da loro. Il contesto umano dal contesto animale non addomesticato. I parchi non sono luoghi di riconciliazione o di compromesso, sono decisioni già consolidate a cui adattarsi. Il Trattato di Versailles della conservazione è scritto. I duecento chilometri della Route 360 sono però una altra cosa. Appartengono al Kalahari, ce ne accorgiamo quando l’asfalto scorre sotto le ruote della Duster come se fosse una unica, nuova dimensione del Pianeta Terra, aggrappata ad un cielo a grumi di nuvole blu e grigie profondo quanto l’irrequietezza perenne della nostra specie, di noi uomini. A Nonieput questo cielo concede a qualunque cosa respiri sotto di lui una pioggia caduca e fuggevole, a grosse gocce simili a biglie. Uno sciacallo giace morto sull’asfalto, dopo aver tentato di attraversare, il primo della sua famiglia di canidi furbi e incredibilmente adattabili a presentarsi a noi, e un cartello avvisa che i rapaci si aggirano con occhio scaltro sopra i cespugli. Siamo già nel Kalahari, ci siamo già dentro in questo inverno 2018 dell’Africa del sud, sulle sabbie rosse disidratate che corrono dietro i finestrini. 

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Qui le persone sopravvivono allevando pecore e capre. Qualche gregge pascola sulla sabbia l’erba che ha il colore dell’oro, del turchese marino e della salvia. Le bestie appartengono a insediamenti umani modesti e minuscoli. A Norokeipan si raccoglie il sale in una salina bianchissima, scorticata. Poco più avanti, dopo un lodge abbandonato, incontriamo un pastore a cavallo. Siamo al miglio 163: colline di sabbia rossa riempiono i trencentosessanta gradi di orizzonte che sta tra noi, dentro la Duster, e il possente mondo esterno. Poi ecco che, improvvisamente, alla nostra destra, compare il profilo marrone di un enorme pan, il tipico lago secco salato del Kalahari, una distesa piatta e infida – sotto la crosta dura potrebbe esserci fango ancora umido – a forma circolare, che assomiglia ad una isola, il modulo geometrico primordiale del Kalahari meridionale e centrale. 

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Siamo al Goerapan, una conca pianeggiante soffusa di giallo, uno spazio autonomo nella grandezza dello spazio che lo contiene. Ecco perché qui si forma nel cervello una percezione diretta, verosimile degli animali selvatici. Si riesce ad immaginarli muoversi nello spazio, la profondità della danza di dune che si espandono fin dentro il Kalahari è anch’essa un movimento che diventa uno con lo spostarsi e il camminare degli animali, mentre ogni specie della terra e del cielo prosegue per il suo viaggio incastonata nello spazio e lo spazio, per conto suo, dà ritmo, consistenza e significato al frullare delle ali o all’incedere degli zoccoli. Il pensiero è geografia. Andare, mettersi sulle tracce di questi animali, e raggiungere la grandezza dello spazio là in fondo, dove le dune rosse sconfiggono la misura della distanza e sono, imperturbabili, soltanto Pianeta Terra. Di questo cammino per noi perduto, dileggiato dall’epoca della tecnologia padrona di ogni sentimento, parlava Thoreau al principio di Walden:  “Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza (….)” perché “c’è una alternativa al perseguimento del superfluo: avventurarsi subito nella vita”. Il pensiero è geografia. 

Poco dopo il pan Davide accosta. A un paio di metri sotto il bordo sabbioso della strada, in fondo alla scarpata c’è lo scheletro scomposto di uno springbok.

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Esaminiamo le piccole vertebre e il cranio bianco ripulito da ogni traccia organica. Le sue ossa sono ormai solo frammenti, la morte l’ha colta molto tempo prima, eppure è il suo mondo, non la materia, a sembrarmi un mondo in dissoluzione. Nell’Ottocento le genti Ottentotte dicevano agli inglesi che lo springbok è sempre esistito e che quindi non viene da nessun luogo, non ha una origine. I boscimani del Kalahari centrale custodivano un mito analogo su se stessi: “da dove viene il boscimane? Un sogno ci ha sognati”, racconta Laurens van der Post. Ma le gazzelle e le genti San e Mier conobbero ciò che prima di loro avevano conosciuto gli Ottentotti. La fauna che conoscevano da millenni non era eterna, era preda, così come lo erano loro, preda di qualcosa di così inaudito che anche oggi, francamente, non è facile farsene una idea. Lungo la 360 ci sono negozi di biltong, la carne selvatica secca del Kalahari, insaporita con erbe aromatiche e sale. Si mastica biltong in silenzio mentre si osservano gli animali attorno alle pozze d’acqua, in attesa dei leoni. Il biltong è un cibo ricco di storia, un simbolo del destino di uomini e animali del Sudafrica. Nel 1931 una delle ragioni per la proclamazione del Kalahari Gemsbok NP fu l’intenzione di prevenire l’eccessiva caccia agli erbivori per mano dei “cacciatori di biltong”. Molti Mier erano cacciatori di questo tipo, essendo stati privati dei diritti di proprietà sulla terra. Negli ultimi tre decenni dell’Ottocento i Mier avevano vissuto di allevamento di bovini e pastorizia entro i confini di quello che è oggi il Kgalagadi, ma la perdita della terra, a causa della legislazione progressivamente razzista del Paese, li spinse su altre fonti di approvvigionamento. Persa la terra, si diedero alla caccia per vendere il biltong e infine la dichiarazione del Gemsbok park li condannò anche a perdere la caccia, perché erano cacciatori sgraditi e pericolosi per la “salute” della fauna. 

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Conflitti disperati, che pur conclusi nelle fase acuta ( quella dei morti, degli abusi, degli sconfitti) segnano ancora il Kgalagadi. Proprio come un secolo fa, sulla pelle degli animali e delle persone si combatte, si mercanteggia, si impone potere. Gli allevatori di ovini continuano ad essere in guerra con il caracal, la lince del deserto, che uccide e mangia gli agnelli causando ingenti danni economici. Da metà degli anni ’70 il caracal da queste parti è un problema, e non certo una star come negli sporadici documentari BBC che riescono a filmarlo. E’ in buona compagnia. I leoni del Kgalagadi non hanno mai firmato la pace con nessuno. 

Gus Mills è stato il ricercatore sudafricano che ha speso più tempo nel Kgalagadi fra gli anni ’70 e la fine degli anni ’90. L’African Lion Group, nonostante sia in pensione, lo cita ancora tra i massimi conoscitori del parco. In un paper uscito su Koedoe nel 1978  Mills parlava della convivenza con i leoni del parco: “Durante gli ultimi anni ci sono stati considerevoli problemi con i leoni che passavano attraverso le fences lungo i confini sud e sud-occidentali del parco, in particolare dentro l’insediamento del Mier Coloured Settlement. I leoni però si spostavano anche dai villaggi Mier verso le fattorie sudafricane. Predavano su prede selvatiche, ma occasionalmente anche sulle pecore”. La prassi del KGNP ( Kalahari Gemsbok NP) prevedeva di riportare i leoni dentro il parco. Ma tavolata l’abbattimento era l’unica via di uscita. Secondo Mills, gli esemplari che uscivano erano giovani maschi in cerca di un loro pride e di un futuro. In un solo anno, dal gennaio del 1975 al gennaio del 1976, dovettero essere abbattuti 15 leoni. A quel tempo il Nossob River segnava il confine tra la parte sudafricana dell’area protetta ( Il Kalahari Gemsbok, 9591 Kmq ) e il Gemsbok NP che era per intero in Botswana (esteso per 24.800 Kmq). Era chiaro che il Botswana giocava la parte principale nella sopravvivenza dei leoni. Mills si era infatti accorto che i leoni del Nossob proseguivano verso Nord e sconfinavano in Botswana. La loro vita era transfrontaliera. 

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Le Must River, il cuore duro dei pionieri

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Sono le 7 di mattina a Upington, Sudafrica. Oggi partiremo per l’obiettivo della nostra spedizione, il Kgalagadi, il primo parco transfrontaliero in Africa, nato il 12 maggio del 2000, la conservation area più importante di questa porzione di Africa – paragonabile solo al KaZa, il Kavango Zambesi. Quel giorno di maggio di diciotto anni fa, il presidente del Botswana, Festus Mogae, e il presidente del Sudafrica ( si parlava di un accordo dal 1992 ) definirono il Kgalagadi “peace park”, il parco della pace, per via dell’accordo sulla riappropriazione dei diritti di permanenza dei San e dei Mier all’interno del parco dopo un secolo e mezzo di violenze razziali ed espropriazioni coatte. Nel 2000 finiva un’era della protezione degli spazi selvaggi del Sudafrica moderno, un’epoca in cui la totale separazione di territori ricchi di fauna e di flora era un imperativo quasi morale. Nel 2000 cominciò un nuovo pensiero, che lasciava filtrare in ogni documento l’obbligo alla condivisione delle risorse (i migliaia di Rand che entrano con il turismo, i diritti di caccia e di insediamento di fattorie e villaggi) e la partecipazione dei popoli non bianchi all’idea stessa di “parco nazionale”. Il Kgalagadi sarebbe stato un simbolo di riconciliazione, un esperimento dalle potenzialità grandiose, la dimostrazione che un discorso transfrontaliero sulle specie da proteggere poteva essere nelle menti e nei cuori della politica sudafricana, e dei suoi vicini, come il Botswana. Poteva insomma nascere qualcosa di diverso dal Kruger, di più complicato, di più ostico, e di più remoto. Genti e animali stretti in un vincolo giuridico di nuova elaborazione post apartheid e che però rappresentava tutta la questione della conservazione, e non certo solo in Sudafrica. Non c’è destino animale che non sia un destino di uomini. Questo disse Il Kgalagadi sin dal suo primo giorno. 

Non ci sono più di dieci gradi stamattina e infiliamo le nostre giacche a vento di piumino senza esitazione. Nel salone centrale del Le Must manca il riscaldamento: un condizionatore spento ci osserva dalla parete perplesso e intristito, mentre il freddo condensato in umidità appanna la vetrata alla nostra sinistra, da cui vediamo il fiume Orange e i canneti lontani. I rapaci non sono ancora usciti allo scoperto e gli uccelli del giardino sembrano ignari di un pericoloso gatto domestico che alla fine riesce a infilarsi in cucina. La domestica del Le Must è timida e gentile con noi, e accende subito il fuoco a gas sotto le padelle per preparare uova e bacon.

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Anche lei non avrà neppure quaranta anni, e ha addosso quell’aspetto dimesso e desolato delle ragazze di Steer, la sera prima. Il suo pile infeltrito mi sembra una protezione insufficiente contro il freddo che deve aver sopportato per essere lì di primo mattino, apposta per noi. Donne sfinite dalla fatica di un lavoro che non possono amare, dal peso di famiglie esigenti a cui vorrebbero dare molto di più. Bevendo il caffè, do una occhiata in giro. Questo posto ha un arredamento austero e determinato, come il cuore duro dei pionieri olandesi che si spingevano, famiglie a carico, sino al limite del Kalahari.

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Non ricordo più dove ho letto che non tutti i popoli hanno lo spirito dei pionieri ed è indubbiamente così. Chiunque abbia portato fino all’Orange questi piatti rosa Rococò di produzione francese ebbe un coraggio tanto vasto da sentirsi a casa sua contemplando orizzonti ostili e crudeli. Indietro non voleva tornare. Perché indietro non si torna, e perché poteva appartenere ad un altro luogo, migliore per lui dei vezzosi giardini di Versailles, se solo avesse voluto abbastanza con quel volere che non accetta ragioni e impara a sopravvivere dicendo di no.

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Fatto sta che poderosi NO ripetuti da queste parti per decenni portarono infine all’espropriazione totale delle terre delle genti indigene, ingiustizia nient’affatto risolta in venti anni di democrazia. La spartizione equa della terra è una questione rovente nel Sudafrica del presidente ANC Cyril Ramaposa. Secondo la BBC, alla fine dell’apartheid nel 1994 il governo dello African National Congress “disse di voler restituire il 30% ai proprietari precedenti entro il 2014”. I proprietari legittimi erano i neri a cui nel 1913, attraverso il Native Land Act, venne impedito di acquistare o affittare terra nel “white South Africa”. Di fatto, solo il 10% della terra adatta a fattorie è stato restituito. E da qui si è ricominciato a discutere su come redistribuire, ossia, in sintesi, su come far fronte ad una domanda di giustizia ancora assetata. 

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Un hamburger da Steer nelle notte insondabile di Upington

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Buio pesto. Il centro di Upington è piombato in un buio nero  pur essendo appena le sette di sera. Credo di non aver mai cercato un posto in cui cenare in una tenebra così fitta. Il freddo s’è fatto pungente, non ci saranno più di dieci gradi. I lampioni sono pochissimi e le strade a tal punto deserte di ogni presenza umana che sembrano vivi i manichini senza testa delle vetrine illuminate in un grosso magazzino di abiti in poliammide a basso costo. Gonne e camicette imitano la moda di Londra e Milano. Anche qui, le ballerine finto Tod’s. I rivenditori di suv lussuosi – Volkswagen, Mercedes – brillano nella notte, testimoni di quanto sia evidentemente importante ad Upington e dintorni poter contare su una macchina di una certa cilindrata. La notte è compatta e insondabile. Non abbiamo molta scelta se non entrare da Steer, in Scoot Street, un fast food sudafricano che promette cibo di ispirazione americana. 

Il locale è vuoto, e ci lavorano solo donne. Avranno una trentina di anni, indossano una divisa di un blu stinto e hanno per noi una certa riservatezza ruvida, con cui non è per niente facile entrare in sintonia. Ma non per via dell’accento inglese anni luce dal Brit Oxford, c’è qualcosa di non accogliente che si sforza di esserlo senza riuscirci. Un televisore acceso diffonde musica rap di cantanti neri sudafricani, ostentatamente allegri, grintosi, decisi a dire la loro al mondo. Ordiniamo un paio di hamburger e mentre aspettiamo entrano alcuni giovani che prendono un gelato alla vaniglia incappucciato da una glassa arancione. Dietro il bancone si intravede la cucina con un grill per gli hamburger e le bistecche e un bidone di latta per l’olio da frittura. Il buio totale dell’esterno penetra nel fast food. 

Questo cibo, penso, non è africano. E’ un cibo globale, conformista, ben adattato, come una specie generalista, standardizzato fino a parlare tutte le lingue. Eppure è buono. La carne del nostro hamburger non proviene da vacche allevate in batteria. Il sapore trattiene il profumo delle erbe del pascolo all’aperto, e oppone resistenza al gusto pastorizzato del cheddar. Le patate sono state fritte pochi minuti prima, e sono croccanti e per nulla unte. C’è qualcosa di biblico in questo hamburger. L’essere umano combatte le sue battaglie, giuste o infami, anche nel cibo che produce, che predilige e che impone ad altri popoli. Qui a Upington si mangia all’americana, all’inglese, così come si parla afrikaans e inglese, ma in fondo, se approfondisci l’antropologia linguistica del North Cape, anche frammenti sperduti delle 23 lingue San che sono quasi completamente estinte dopo i genocidi dell’Ottocento e la legislazione razzista del secolo scorso spuntano tra i cespugli del veld, negli interstizi tra le palme e i muri bianchi delle ville sul fiume, nel tuo cervello che non conosce una parola di questi dialetti perché non ha mai studiato una sola pagina di storia africana in almeno 15 anni di scuola, lassù, in Europa. 

Prima di partire avevo letto decine di papers sulla necessità di poter contare su habitat sempre più estesi per proteggere la megafauna rimasta sul nostro Pianeta, in Africa. Tutto vero. Ma adesso, con il buio della notte alle spalle, mentre Davide aggiorna i suoi followers su Instagram, non sono più così sicura della mia documentazione scientifica. Non è abbastanza. Mi occorre anche uno spazio mentale sufficientemente esteso per l’eredità coloniale europea in mezzo alle genti del North Cape. Non sono preparata per questo, nella stagione urlata delle migrazioni che inondano Lampedusa, le coste spagnole e il confine francese prima dell’imbarco per La Manica e l’Inghilterra. Nessuno di noi, a Milano, a Roma, a Berlino, a Parigi, a Bruxelles, è pronto per questo. Ci troviamo negli uffici lugubri di un notaio che ci ha convocati improvvisamente per ricevere una eredità, noi, che pensavamo di non essere più eredi di nulla, liberi dal peso di aver voluto l’Africa a qualunque costo. 

L’infanzia al tramonto sul fiume Orange, Upington

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In questa stagione dell’anno, il sole nella provincia del North Cape, Sudafrica, tramonta in trenta minuti. Si annunzia nel calare repentino della radiazione luminosa e poi conclude la sua storia. Pone la parola fine. Non concede appelli. Incendia il mondo e poi proclama il suo no. Oltre questo, nulla sarà concesso per oggi.

Il tramonto sull’Orange ha il colore del corallo. Un elicottero trascorre nel cielo, verso est, ma il tuono del motore è assorbito dal canto di centinaia di uccelli. C’è qualcosa della propria infanzia nell’attesa che ogni sfumatura arancione e rosa svanisca, inghiottita dalla fine di questo giorno. Il primo libro che ho letto sull’Africa fu Quando vola il falco, di Wilbur Smith (pubblicato in Italia nel 1980). La vicenda si svolgeva nella ex Rhodesia, oggi Zimbabwe, nell’Ottocento. I protagonisti erano pionieri di vario genere, che andassero a caccia di diamanti o del regno perduto di Monomotapa, gente inglese tostissima alla ricerca di qualcosa che ingannevolmente credeva di trovare nella soddisfazione della propria avidità coloniale. I Ballantyne non riuscivano mai davvero a possedere in via definitiva ciò che desideravano. Avevano fame di vita, un tipo di fame che non riuscivano a soddisfare in Europa. Non è poi così diverso lo slancio del tutto ideale con cui moltissimi occidentali sono disposti a pagare migliaia di dollari per visitare ciò che è oggi il territorio della Provincia del Capo e del Botswana. 

Ma nessuno può avere coscienza di quel che accade nella sua epoca fintanto che è in vita. Siamo tutti irretiti in una sorta di inganno esistenziale: dovremmo essere responsabili delle nostre azioni (del degrado ecologico, ad esempio), ma la civiltà in cui siamo nati ha leggi e vincoli troppo cogenti per lasciarci un simile respiro. Ci ha voluti esattamente come siamo, e questo condiziona il nostro senso etico, oltre che la nostra intelligenza. Pensare storicamente sembra ormai un privilegio per intellettuali, non è affatto quel diritto acquisito dal secondo dopoguerra che la propaganda della cultura di massa dichiara essere “un bene collettivo”. Siamo soli dinanzi al declino biologico del Pianeta esattamente come fummo soli, benché colpevoli, durante l’epoca coloniale che, in questo pezzo di Africa, pose le fondamenta dello stato faunistico attuale. 

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E’ importante capirlo, questo. Un buon testo pubblicato a Cambridge nel 1991 (di David S.G. Thomas e Paul A. Shaw) sull’ecosistema del Kalahari non può prescindere dal dire: “La riduzione della wildlife che accompagnò l’arrivo degli europei non fu unica nel Kalahari, ma un tratto specifico della espansione europea in tutto il subcontinente. Già nel 1657 nel Capo gli Olandesi cercarono di stabilire delle restrizioni per la caccia agli elefanti, ai rinoceronti e agli ippopotami davanti ai loro numeri in declino”. Nell’Ottocento il Kalahari era un importante crocevia per la raccolta e il commercio di prodotti animali preziosi, destinati alle ricche elites borghesi del Nord Europa: avorio, pellicce (dei gatti maculati), denti di ippopotamo e piume di struzzo. Le rotte commerciali seguivano le piste nel deserto datate all’Età del Ferro, su cui era più semplice individuare gli animali e seguirli secondo le stagioni. Ma anche gli animali allevati, primariamente le vacche, ebbero il loro ruolo in questa appropriazione della terra che portava con sé lo sfruttamento biopolitico delle risorse. Nel periodo tra ‘800 e ‘900 gli allevatori scavarono pozze d’acqua nella valle del fiume Nossob, nel Kgalagadi allora ancora non protetto, per abbeverare le mandrie. I pans lungo il Nossob si desertificarono e questo inaridimento potrebbe essere tra le cause del fatto che le zebre abbandonarono l’area per non farvi mai più ritorno. 

E’ così che lasciamo l’infanzia. Essa rimane dietro di noi, sfumando i propri contorni sino a diventare irriconoscibile al pensiero conscio. Ma ogni infanzia è una traccia. Quelle zebre che non ci sono più hanno posto condizioni all’ecosistema attraverso la loro assenza. I semi gettati in noi da bambini sono gli unici a germogliare, sono premesse, anticipazioni, profezie che attendono la pioggia. La defaunazione del Kalahari assomiglia a una infanzia violenta, che pur sottoposta allo scandaglio di anni di psicoanalisi, dà una sua forma, soltanto sua, al presente. Questo penso dinanzi al tramonto sull’Orange, tentando di rammentare la storia di Robyn Ballantyne, innamorata di un trafficante di schiavi, la trama lontanissima di un racconto africano qui a Le Must, dove probabilmente domani mattina una donna nera ci servirà una perfetta colazione britannica. Adesso l’Africa è per noi Europei un altro avamposto, dove pretendiamo di dare lezioni su cosa è la natura secondo parametri astratti bianchi.  Sostanziali, indispensabili, ma elaborati nelle terre del Nord. Sì, i semi gettati in noi da bambini sono costretti a germogliare, perché sono i primi semi di un terreno vergine. Tutto ciò che avviene per la prima volta ha questa forza germinativa unica, irripetibile. Davide ha scattato numerose foto delle aquile che volteggiano sopra il canneto. Decidiamo di andare a mangiare qualcosa, ora che le tenebre avvolgono Upington. 

Legami forti come tendini di Springbok

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Don’t play to the gallery and never work for other people. C’è David Bowie nei miei pensieri quando la Duster scivola lungo il pendio di Budler Street. La spedizione al Kgalagadi Transfrontier è stata una scelta controcorrente, che ha reso difficile trovare finanziatori a cui spiegare motivazioni che apparivano più scientifiche che turistiche. E sia, era proprio quello a cui aspiravo. I leoni in un habitat di loro proprietà, non in mano a concessioni estere trapiantate dentro la retorica a buon prezzo della protezione delle specie. Il parco è remoto, semi sconosciuto in Italia, ed evanescente negli assessment celebri sul futuro del leone africano. Fintanto che non arrivano milioni di dollari di finanziamento per studi decennali, nessun hot spot ha diritto ad esistere nell’immaginario collettivo del mondo ricco e bianco. Il Kgalagadi non ha mai avuto il privilegio del Serengeti, e di un patrono illustre come George Schaller. Eppure, qui è immensa, ancora all’opera con la sua crudeltà, la forza dei conflitti che hanno formato il mondo contemporaneo, e la nostra relazione coloniale, post-coloniale, migratoria con l’Africa della provincia del Capo. Upington, Sudafrica: la storia del leone del Capo, la storia dei criniera nera del Kalahari non è una storia in lingua inglese, con accento britannico. E’ una storia europea. 

Del resto, non si sceglie mai su cosa scrivere scortati dalla sola sentinella del nostro presente. Nel primo pomeriggio Upington è soffusa dal colore giallo avvolgente del veld, una promessa cromatica del fatto che il Kalahari dista da qui solo duecento chilometri. E con il Kalahari il tempo remoto in cui il Sudafrica divenne per me l’unico sinonimo possibile di Africa. 

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Passeremo la notte al Le Must River, una villa in stile francese, ma dalla atmosfera inconfondibilmente afrikaner, con servizio di bed & breakfast. La padrona di casa, una cinquantenne molto cortese con un pesante kajal nero attorno agli occhi e una frangia biondo platino anni ’80, ci accompagna in una piccola dependance. Numerosi uccelli si posano senza sosta sugli alberi del giardino, latifoglie sfibrate dalla stagione secca, in attesa, anche loro, che i tempi siano di nuovo maturi per qualcosa di nuovo. Dietro l’edificio principale, che custodisce un arredamento coloniale di cuoio e legno, il giardino declina verso il fiume Orange. Un’oasi fluviale a canneto, su cui volteggiano, in lontananza, le aquile. Il connubio resistente, come una corda fatta dei tendini di un animale selvatico, tra l’insediamento umano e l’esplosione della natura selvatica accade davanti ai nostri occhi e ci dice, senza più fraintendimenti, che siamo in Sudafrica. Perché solo qui un tale connubio è possibile in queste declinazioni di noto e ignoto, di stridente e ormai legittimo. Dipende dal fatto che siamo Europei. Solo una manciata di minuti per mettere a fuoco, per sentire questa sensazione. Non potremo mai fare a meno di essere europei, qualunque cosa incontreremo al Kgalagadi. Perché ogni elemento di questo posto, per un verso, lo hanno plasmato i nostri antenati Europei a partire dal XVII secolo. E ora, come Europei, siamo qui per prendere appunti e scattare foto, sulla consapevolezza dei nostri eccessi e dei nostri errori che chiamiamo “conservazione della natura”.  Scrisse Chinua Achebe: “Non c’è storia che non sia vera, il mondo è infinito, e quello che è bene per un popolo è male per altri”. 

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