“Esplorare significa necessariamente anche abbandonare”

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Ogni chilometro di una spedizione è la spedizione. Il ritorno al Nossob North Gate fa la sintesi, è un assessment. Parte da zero, anche se il suo principio sta in tutto ciò che, ormai, è alle spalle. Lo scopo del viaggio, in un modo che ora mi appare imperfetto, era individuare il leone del Kalahari e osservarlo nel suo habitat così come, un secolo fa, Vaughan Kirby osservò i grandi leoni della Colonia del Capo. Ma il leone non si è presentato, ed è così riuscito a sfidare lo stereotipo fissato, rigido dell’Africa,  che è ovunque sui giornali occidentali. Questa assenza ha invece aperto sentieri inesplorati per la comprensione di che cosa è un leone, oggi. Il suo sottrarsi ha rinviato a qualcosa d’altro che non sia un volantino turistico o una foto insulsa, strappata alla estensione del tempo che questa specie ha già trascorso in Africa. “Il rinvio non risale alla causa, ma colloca nel luogo (Ort) da cui ogni dire (Eroerterung) si invia”, scrisse Heidegger in L’essenza del linguaggio. La sua insistenza sul “luogo” da cui provengono le manifestazioni tangibili, vive, della nostra vita, indica la concretezza della matrice da cui non solo si origina il pensiero, ma, con il pensiero, anche il nostro essere nel mondo. Nel Kalahari, questa riflessione acquista una forza paurosa, perché si ha timore a inquinare le impressioni del deserto, che appartengono all’Africa, con le intuizioni occidentali. Eppure è l’Africa che rende comprensibile il pensiero occidentale. Il pensare il mondo viene dallo stesso posto da cui si manifesta l’esistenza del Pianeta. Il pensiero è geografia. Da questi luoghi viene anche il leone del Kalahari. Li possediamo dentro di noi come ricordo e solitudine, ma senza attraversarli non potremo mai davvero proteggere le terre selvagge e i loro predatori di vertice. Forse, c’è in questa corruzione concettuale un ipotetico embrione di comprensione reciproca. 

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Ogni animale è una apparizione da decifrare, un messaggero che ricorda come tutto ciò che è appartiene a tutto ciò che non può essere pre-stabilito. La vita è incertezza, è mutazione casuale, è imprecisione continua e disperata. Per questo, stando a queste premesse, la spedizione può dirsi compiuta anche se il leone dalla criniera nera si è fatto i fatti suoi durante i giorni di Polentswa. Entro nel piccolo spaccio del Nossob North Gate: voglio prendere nota dei generi di prima necessità che i visitatori devono acquistare prima di addentrarsi nelle loro speranze escluse dal gioco infernale e fatato del capitalismo globale, e cioè le speranze di incontrare i leoni e i leopardi.

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Arance e mele, come per le esplorazioni di Jens Munk nelle acque gelide del Nord. Le patate, l’ortaggio globale e coloniale che ha lavorato insieme alla lingua inglese per diffondere ovunque un unico modello di umanità. Gli insetticidi, immancabili compagni di un fastidio da poltrone di velluto damascato che non riusciremo mai a levarci di dosso, nella nostra perenne crociata contro gli insetti. La legna da ardere nei falò da campo, questa sì amatissima e amica, attesa con trepidazione. 

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E poi un ritratto in bianco e nero del leone: il suo muso serio, lo sguardo tipico da gatto accigliato. La sua faccia regale serve per sponsorizzare una marca di vino. Cosa questo significhi per lui, è difficile dirlo. Ma i leoni sono ovunque ci sia qualcosa per cui valga la pena di respirare su questo Pianeta. La “differenziazione regionale” e gli “adattamenti locali” altamente specifici di cui i leoni del Kalahari danno prova non sono, in fondo, altro che questo, la constatazione che i tantissimi habitat del continente africano sono tutti egualmente unici e irripetibili. Chi li abita, si sente a casa: uomini e animali insieme.

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Il pensiero benpensante in Italia racconta da anni dei muri che sorgono in varie parti del mondo per tenere a freno, inutilmente, migranti, rifugiati, immigrati, poveri di ogni specie. L’umanità miserabile che ci è convenuto rendere miserabile per alimentare la termodinamica folle del Capitalismo. Ma anche le barriere attorno agli animali prolificano. Attorno alle riserve, attorno ai parchi nazionali, e anche lungo le concessioni come lo !Xaus. Perché oltre la recinzione c’è un ranch che alleva specie selvatiche per usi commerciali. Le fence, adesso che siamo alla fine, non mi appaiono solo un sintomo inquietante nei lacunosi piani di conservazione fondati su una demografia umana inarrestabile; mi appaiono anche come un insulto contro le ragioni evolutive e biologiche che ci hanno messi qui, sulla Terra. Sono cicatrici che portiamo sulla nostra stessa faccia. Per chi ne volesse sapere di più rimando ad una inchiesta strepitosa firmata da Adam Welz per ENSIA: South Africa’s private wildlife ranching industry. 

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Usciamo dal gate di Twee Riverien alle sei di sera. I fuochi dei campeggiatori bruciano caldi e ospitali nei bracieri di ferro. La notte è vicina, lunga e oscura come il ritorno in Europa. 

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La mattina successiva, all’aeroporto di Upington, mi soffermo a guardare la collezione di manufatti Khomani San di una vetrina-museo. La bellezza del legno scolpito è stupefacente nella sua semplicità. Gli animali sono raffigurati con amore perché sono parte del mondo dei San in un modo pre-religioso, anti-cristiano, non monoteista: “I dipinti del boscimani sulle sua amate rupi, per coloro che sanno vedere oltre con gli occhi. In esse, gli animali dell’Africa continuano a vivere come lui li conobbe e come nessun artista europeo o bantù è ancora stato in grado in raffigurarli. Non si trovano lì come una preda per il suo arco in ozio – scrive Laurens Van Der Post – o come cibo per il suo stomaco, ma quali compagni del mistero, oltre che quali compagni di pellegrinaggio, intenti a percorrere la stessa pista perigliosa tra lontane acque, fonte di vita”. 

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Quanto questi animali siano lontani dagli animali come li pretendiamo noi me lo trovo davanti al Tambo di Johannesburg. Nei negozi lussuosi del duty-free sono in vendita pelli di springbok e di zebra, quel che resta degli erbivori allevati proprio nelle game farms. I leopardi sono diventati un disegno stilizzato su una insegna commerciale, l’Out of Africa è uno slogan buono per il peggior offerente, il turista da pacchetto a prezzo fisso che ignora la differenza tra leopardo e ghepardo ma ha i quattrini per volare qui da una nazione dal solido PIL.

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Anche Nelson Mandela, del resto, è diventato una marca di tè, come la wildlife: è il brand Sudafrica. Una tristezza infinita prende dinanzi a tutto ciò, perché vien da chiedersi se le motivazioni che spingono allevatori senza pietà ad allevare leoni in gabbia per poi scuoiarli e rivenderne le ossa non sia poi sorella di questo business, che ha ridotto la vita a gadget.

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Poco prima dell’imbarco del volo per Dubai, una inserviente della toilette, una donna nera di una trentina d’anni, canticchia una canzone in inglese. La sua voce è più dolce della melodia che ha imparato in una lingua che ormai, come sosteneva Achinua Achebe, non può che non essere anche sua. Eppure, mi ricorda Mandela, Biko e tutti coloro che hanno combattuto perché il Sudafrica avesse una dignità. Che un giorno questa canzone possa essere cantata anche per le specie carismatiche di questo continente è ciò che, penso, debba augurarsi ogni discorso sulla protezione delle terre selvagge. 

(il titolo è una frase di Filippo Tuena tratta da Ultimo Parallelo – Il Saggiatore 2013)

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(il nuovo Sudafrica all’aeroporto di Upington)

 

 

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Polentswa, Botswana. Andare oltre il National Geographic

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Anche la notte a Polentswa è gonfia di preoccupazione per il futuro del Kgalagadi. Al tramonto del primo giorno, una luna, grossa e piena, era più simile al sole che ad un astro notturno. La notte successiva, invece, il vento ha raccolto ogni forza disponibile nella savana e ha urlato contro la nostra tenda. Gli sciacalli, una coppia che caccia colombe del Capo attorno alla waterhole e alla grande acacia, si avvicinano e il maschio mi guarda con il suo muso da volpe e le piume della preda impigliate fra i denti. Per la terza volta in questa spedizione una iena, poco dopo le sei di mattina, arriva da lontano, beve, anche lei fra i corpi eterei e grigi delle colombe, che le volteggiano attorno come coriandoli viventi. La sua sicurezza è incontestabile. Non dà nulla per scontato, ma anche i leoni temono gli attacchi di gruppo delle iene maculate. Sa della sua forza. Ma è come se sapesse anche che questo è il nostro ultimo appuntamento e quando il suo compito è concluso mi volta le spalle e trotterellando si incammina, di nuovo, lungo una pista di sabbia. La seguo fino a quando riesco a individuare, sul giallo, la sua sagoma marrone. Eppure, questo non è un commiato. La iena, spietata, segue la direzione che deve seguire, torna nel luogo lontanissimo e inaccessibile da cui allo !Xaus aveva annunciato il suo messaggio.  In ciò che se ne va, e se ne deve andare, risiede l’intera giustizia del nostro esistere. 

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Del resto, le piste di sabbia di questo lato del Botswana non hanno mai una meta predefinita, sono possibilità del pensiero e dell’immaginazione. Ormai, sarebbe quasi una stonatura se i leoni comparissero sotto questo cielo blu e granuloso di nuvole: hanno deciso di non presentarsi, per questo appuntamento i tempi non sono ancora maturi. E se una pista di sabbia è pura possibilità che qualcosa, prima o poi, accada – l’Ereignis di Heidegger, quegli eventi che chiamano nel luogo che ci è più congeniale e attraverso la reciproca, nuova appartenenza, ci dicono chi siamo – non è poi tanto strano che la domenica della finale della Coppa del mondo di calcio noi si sia invece qui, ad agognare un incontro che non avverrà. 

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Che cosa è, allora, il problema della conservazione? La spedizione sta per terminare e provo a dare una risposta aggiornata a questa domanda. Sono le due del pomeriggio e siedo sulla terrazza davanti al pan di Polentswa, da sola. Una coppia di gemsbok attraversa l’isola gialla: sono più reali di qualunque ricordo dell’Europa io abbia in questo momento. E penso di nuovo ai grandi musei europei, al fatto che la cultura di massa contemporanea non sappia come integrarli in una visione del mondo e delle cose; un tempo, almeno per le élites colte, essi erano motivo di autocompiacimento per l’ingegno umano, ma oggi vivono una solitudine di significato collettivo che invano alcuni vorrebbero sostituire con voci di profitto chiamate intrattenimento e turismo. Condividono, in qualche modo, il destino delle specie in via di estinzione, ridotte a teorie di foto spettacolari esposte nei distretti dell’architettura urbana di extra lusso, come Ark di Joel Sartore a City Life, a Milano. 

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Khali non sapeva ragionevolmente nulla del leone berbero a misura di pubblico, ma non certo perché è un giovane San del Sudafrica. Khali gli animali li incontra, non li guarda come simulacri sul National Geographic. Per la sua gente, il mito della caverna sarebbe stato impossibile: la verità era nel Kalahari, l’orizzonte del deserto, il ruggito beffardo del leone, davano la misura di ciò che era giusto e di ciò che era finito. L’Antropocene non sa cosa farsene di Caravaggio, così come gli animali delle “riserve” non hanno più nessuno che li desideri. Non voglio dire che non ci siano gruppi di pressione e di ricerca, come Panthera, che lottano eroicamente per salvare il salvabile, ma su scala globale, dentro la testa delle persone comuni che la sera tornano a casa con la metropolitana e poi si guardano una serie su Netflix, la conservazione semplicemente non esiste. Se le aree protette valgono solo in quanto producono utili nel turismo, allora non hanno realmente un valore proprio, ma solo un valore deciso da altri, a vantaggio di altri. 

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Secondo la Economic Analysis di Statistics South Africa 2018, nel Paese il turismo genera il 2,9% del PIL (dato calcolato sul 2016). Il numero di addetti, in una nazione dove la disoccupazione e la povertà sono rampanti, arriva ad essere il 4,4% del totale: sono 687.00 posti di lavoro, contro gli 874.000 dell’agricoltura. Eppure, le aree protette sono “budget-starved”, ossia sotto-finanziate rispetto a quanto occorrerebbe. Nelle riserve cintate con i grossi predatori ( i numeri provengono da Craig Packer), la conservazione costa 3000 dollari americani al kmq; nei parchi non cintati si scende a 2000 dollari americani al kmq. Ogni anno vengono abbattuti come “trofei” 1500 leoni, con un introito di 1000 dollari americani a kmq. Soldi utilissimi, è innegabile. 

Tutto questo è “dare valore alla natura”? Forse in parte sì, ma la questione non ha la stessa tonalità se guardata dall’Europa o dal Bostwana, o dal Kgalagadi. Abbiamo disfatto l’Africa con il colonialismo e adesso proviamo a rimetterla insieme con il turismo-conservazione… Abbiamo perso al 99% la megafauna europea e allora pretendiamo che i Paesi africani proteggano la loro, per ammirarla pagando centinaia di dollari al giorno. Non c’è qualcosa che stona in tutto questo? Non hanno ragione i colleghi di Kaneli che ascoltano i discorsi sul futuro del leone con la perplessità di chi ha visto accadere di tutto in nome di dinamiche economiche autoreferenziali? 

Il dubbio è che queste domande nascondano un forte imbarazzo occidentale. L’ipotesi, in altre parole, piuttosto verosimile, che dietro le nostre certezze matematiche, algoritmiche, statistiche e finanziarie ci sia un resto che non torna. Un altrove che non riusciamo a raggiungere. Un residuo che si sottrae, lasciando un alone maledettamente disturbante sulle pagine on line dei nostri magazine. Heidegger chiamava questo altrove sempre presente Lichtung. La radura dell’essere. Le terre selvagge di Polentswa sono la Lichtung. Ed è soltanto in una radura di questo tipo che un leone, per sempre, sarà un leone. 

 

Polentswa Pan, Botswana: “Eppure, l’uomo soltanto può l’impossibile”

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Salire là dove tutto è cominciato. Questo è il sentimento delle due ore di tragitto che conducono dal Nossob Gate a Polentswa. Sopra la sabbia la savana piatta e gialla torna a dar forma all’orizzonte. Nelle valli immense del corso del Nossob, superando Kwang, Bedinkt e Langklaas, lo spazio dei predatori di vertice acquista un significato. Nelle conservation area estese quanto il Kgalagadi i leoni sono costretti ad avere range molto più ampi ( fino a 1000 Kmq) e pride più piccoli. Il Kalahari, in qualche modo, riesce a sottomettere anche il suo imperatore. I leoni criniera nera qui sono rarefatti e remoti, isolati e autosufficienti, puri combattenti contro le minacce che li estingueranno. I leoni svaniranno, come lo scorrere dei cespugli dalla savana. Non c’è nulla che li possa descrivere se non loro stessi. Per questo se ne andranno con onore. La loro assenza comincia ad assomigliare ad una strana malinconia, che ha il profilo dell’orizzonte. Qui il Botswana è sferzato dal gelo invernale. Le pozze artificiali sono scure e solitarie. Le ombre si allungano sulla savana come dita di spiriti antichi, e il giallo ambra dell’erba assorbe la luce fino ad una inconcepibile contrazione di pigmenti luminosi. 

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Una grande acacia, subito dopo Kousant, segna la svolta a destra per Polentswa. Qui la solitudine sembra assoluta. Folle di animali, di iene e di leoni, di leopardi e di ghepardi, affollano l’immaginazione, tanto il desiderio di vederli è deformato dalla nudità del presente. Da qui in poi, in un tratto di savana a cespugli radi e bassi, il paesaggio sprigiona qualcosa di bellissimo e di spietato. Una famiglia di otocioni spunta dal nulla e corre via spaventata dal motore. È cominciata la salita verso Polentswa Ta Shebube, il punto di avvistamento a cui l’impero – il Kgalagadi stesso – ha affidato il compito di accendere il fuoco del coraggio e della verità. Come fu per i fuochi che annunciarono la presa di Troia lungo le colline dell’Asia sino alla rocca di Micene, in Grecia, il fuoco di Polentwsa avrà cose spietate da dire. Gli ultimi chilometri sono in pendenza, e procediamo a venti all’ora; la pista è segnata al centro da una dorsale di sabbia compatta che rischia di intrappolare il nostro suv. Superiamo l’area per il camping dove le leonesse vanno e vengono, fotografate sulle mappe del Kgalagadi; l’erba è alta quasi quanto un uomo, gli steli sottili come graminacee giganti. E poi, ecco, sulla sinistra, l’enorme pan di Polentswa. Una isola gialla su un lago più scuro, al centro di una pianura salata piatta e incontaminata.

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Guardo il pan e l’isola gialla dalla terrazza in legno del campo tendato. Presto accenderanno il fuoco, e avrò agio di scambiare racconti di animali con gli altri ospiti, Erik, un fotografo professionista di Pretoria, un suo amico e collaboratore in questa spedizione, lo scrittore svedese, esperto di specie avicole e Canon ambassador nel 2014, Brutus Östling, la moglie di Brutus, e Mpho Steven Kaneli, il direttore di Polentswa. Siamo in pochi e a questa strana riunione sul futuro parteciperanno anche le tre persone dello staff di Kaneli. 

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È come se qui la distanza del tempo e dello spazio (tutto ciò che ci ha preceduto e ci ha resi possibili come esseri viventi qui ed ora) avesse licenza di manifestarsi e soprattutto di attraversarci, come scrisse Goethe: “Anima del mondo, vieni, spingiti dentro di noi e attraversaci ! ( Weltseele komm uns zu druchdringen !). Molte persone accusano i conservazionisti più tenaci di ambire ad un ritorno impossibile ad una età wild ormai perduta. L’errore madornale di queste persone consiste nel non aver compreso che la coscienza radicale del tempo ormai trascorso – in sintesi, gli ultimi 100mila anni del Pianeta – non ammette nessun primitivismo utopico. E questo perché la coscienza comprende solo il principio responsabilità. La devastante constatazione dello stato delle cose obbliga, invece, a prendere finalmente in seria considerazione il tipo di pressioni evolutive che plasmarono la nostra immaginazione, spingendoci infine dentro la nostra ultima collocazione tassonomica, Homo sapiens sapiens. La nostra specie si è evoluta in sincrono con le altre specie e con lo spazio immenso e ostile che gli antenati hanno dovuto conoscere e interpretare per spingersi oltre, e per sopravvivere. Come dice Andréas Lang “lo spazio non è una area attrezzata per lo sfruttamento o la ricreazione, per le vacanze o le attività all’aperto”. 

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La frugalità ontologica della wilderness ha reso possibile il pensare, l’imparare a pensare. Le savane gialle e sabbiose di Polentswa non ispirano nessun primitivismo, non fanno politica, producono invece la vita, la pongono come problema di cui occuparsi su di un piano spirituale ed esistenziale. La ricchissima desolazione del pan a forma di isola che ho davanti, in una attesa ferma di qualcosa che pur dovrà accadere, per me come per gli animali, il richiamo che proviene dal pan, ammorbidito dal vento, questo richiamo che è una invocazione bagnata di tenerezza e disperazione (per questi ultimi 500 leoni del Kalahari che non possono contare su nessun benpensante innamorato della crescita economica e prontissimo a sparare cazzate contro l’ipotesi di dare metà del Pianeta alle altre specie), mi dice, perché me lo deve dire senza condizioni, questo: c’erano altre opzioni, ma noi abbiamo scelto – negli ultimi tre secoli – di arrivare qui in queste condizioni. È stata una scelta e di questo dobbiamo prenderci sulle spalle tutto l’onere. 

(Nota: il titolo è un verso di Goethe dalla poesia Das Goettliche, Il Divino)

Nossob North Gate, che cosa significa essere vecchi

 

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Il Nossob North Gate è un avamposto di collegamento tra il sud del Kgalagadi e la porzione dell’estremo nord. Il Nossob è anche l’unico accampamento fisso della conservation area in cui fare benzina e rifornirsi di alimentari (minestre liofilizzate, biscotti al burro, pesce in scatola). La sede del SanParks tiene d’occhio chiunque entri qui. Per accedere al Gate bisogna scendere dalla jeep e aprire il cancello scorrevole che interrompe la fence, la recinzione, lungo l’intero perimetro dell’accampamento. 

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Uomini e donne con i capelli bianchi, e il corpo ancora scattante di chi è abituato da sempre a dormire all’aria aperta e ai bivacchi improvvisati con cibo di fortuna, si scambiano informazioni davanti alla pompa di carburante Total. Sono anche loro il popolo del Kgalagadi, quasi tutti con passaporto sudafricano o tedesco, gente minimalista, ancorata al proprio entusiasmo, sessantenni che non danno l’impressione di rimpiangere la giovinezza che non c’è più, anche loro, in un certo senso, figli delle terre selvagge  e libere. Quanto è diversa questa senilità brillante e affidabile dalla apatia di moltissimi vecchi in Occidente, che non sanno più che farsene della vita se non masticare medicinali e raccontare tutto dei propri malanni al primo conoscente braccato per via. 

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Appena fuori dal secondo cancello del Nossob Gate le forze dinamiche di questo posto che sempre più assomiglia ad un palinsesto completo dell’esistenza mettono in scena una ennesima lezione. In una waterhole artificiale, una aquila Bateleur contende ad uno sciacallo pochi sorsi di acqua. La Bateleur, grossa tanto quanto l’astuto canide dal dorso argenteo, non teme di piegarsi o fratturarsi le ali. Mentre la guardo, la ammiro, e mi viene in mente una pagina di Laurens Van der Post: “E invero la vita non si limita ad esigere il perdono, ma ci dà l’esempio. La vendetta, la rivincita, la vendicatività, l’odio, sono tute reazioni del retrogrado vecchio Còrso che è in noi: esse hanno una parte nella immutabile affermazione della vita. La vita è troppo incalzante e per non immobilizzarsi nella mera azione e reazione, procede, con la conseguenza che, liberamente, essa perdona”. 

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A volte, il perdono è soprattutto accettazione di una assenza. Aspettiamo il leone a Cubitje, sotto il frullio di ali di decine di colombe del Capo. Il protagonista di tutti i racconti antichi, ottocenteschi, sulla Provincia del Capo, è anche lui oggi un racconto, l’informazione di un avvistamento tra Toyota 4×4 e Land Rover su di un tratto di pista sabbiosa. Ma nessun ingresso nelle terre selvagge ha il diritto di diventare solo una caccia al trofeo, e cioè una ostinazione assoluta a fotografare un grande maschio criniera nera. Paul Valery era convinto che “una difficoltà è una luce, una difficoltà insormontabile è un sole”. Il fatto che i leoni siano qui attorno, pur non facendosi vedere, permette all’attenzione di concentrarsi sul paesaggio e di tradurlo in una idea concreta. Purtroppo, è questo il vero privilegio di posti come il Kgalagadi, e il “purtroppo” sta nella realtà che parchi famosi come il Kruger e il Mara questa condizione non la possono più offrire. Con chiunque io abbia parlato qui del Kruger, la risposta è sempre la stessa: “ormai è sovraffollato”. E questo apre quanto meno qualche domanda, per dire il meno, sul turismo di massa e la conservazione. I vecchi rampanti che parlano inglese oxoniense e afrikaans del Nossob Gate non sono diventati ciò che sono, quella fibra resistente, intelligente e resiliente di cui sono fatti il loro animo e i loro muscoli, nello spreco di risorse e sentimenti che è oggi il turismo di massa da safari. La loro lezione l’hanno imparata sotto le stelle. 

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Rooiputs, Botswana: Wittgenstein e i biscotti rusks

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Si producono le riflessioni più strambe, la mattina, a zero gradi, bevendo caffè da un termos e mangiando i rusks, i biscotti secchi del Kalahari, con gli occhi bene aperti perché “there’re cats around”, ci sono i felini in giro. E questo genere di riflessioni arrivano sotto la spinta dei dubbi, delle incertezze sul linguaggio occidentale, se cioè ne abbiamo abbastanza di parole europee per descrivere i paesaggi del Bostwana. Dopo lo !Xaus, penso sempre più spesso allo scarto tra gli elementi di cui è fatto il mondo attorno a noi, gli animali, le piante, e la terra di nessuno che gli ominidi hanno dovuto attraversare per sviluppare la capacità di parlare. Forse la frattura temporale in cui osservavamo gli orizzonti africani senza ancora essere in grado di descrivere paesaggi e savane, e di dirli a modo nostro, ha lasciato un segno nello stupore afono con cui, ogni mattina, ci addentriamo in questi territori. Non riusciamo a dire tutto ciò che vorremmo dire, benché all’alba il Kgalagadi sia ancora con noi, e noi nel Kgalagadi. La struttura logica del Pianeta Terra, cioè le catene di causa-effetto inscritte nei meccanismi chimici e fisici che rendono possibile la vita – logica soltanto perché così appare alla lettura moderna, scientifica, dell’evento biologico – non possiamo descriverla con un linguaggio altrettanto logico. Questo lo aveva capito anche Ludwig Wittgenstein: “Ciò che nel linguaggio si rispecchia, il linguaggio non può rappresentarlo. Ciò che si esprime nel linguaggio, noi non possiamo esprimerlo per mezzo del linguaggio”. 

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In un perenne stato di sospensione, sono gli animali, che compaiono all’improvviso, a ricordarci che non tutto è comprensibile, che, anzi, di ben poche cose possiamo essere certi, e che le ragioni più concrete di ogni nostro presente hanno le loro radici in un luogo lontanissimo. Ancora una volta è una iena maculata ad annunciare questa legge insondabile, estranea agli assessment sulle specie del Kgalagadi, così sconfortante per noi occidentali che pretendiamo sempre di muoverci a misura chirurgica nelle cose delle vita. La iena arriva trotterellando, si guarda attorno, perché deve bere. L’infanzia del mondo è il suo luogo lontanissimo, ma anche il mio, la iena viene a prendere la mia infanzia, la riporta a galla, la pone in una nuova narrativa, le cerca un posto migliore. Anche questo è l’effetto di una mattina in Africa, una filogenesi al contrario, il nastro che si riavvolge. Precisamente qui si incontrano uomini e animali. 

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(uno honey-badger, a Kij: la sua tana è a pochi metri da un pannello solare. Sulla destra una sequenza di pan in prossimità di Gunong)

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(il pannello solare con cui convive lo honey-badger. Il SanParks sarà carbon free entro il 2020, il che significa che tutti e 19 i parchi nazionali del Paese andranno ad energia solare, se tutto procede come previsto).

Fedeli a  questa legge i leoni non si fanno vedere. E invece, a Melkvlei compare un caracal femmina, la lince del deserto. Sono proprio queste le aspettative frustrate con cui i predatori si prendono gioco del turismo, dei fotografi professionisti, dei giornalisti, delle economia avanzate. Non esiste statistica che possa dare la certezza matematica di incontrare i leoni in un posto come il Kgalagadi. E più loro sono nascosti, più è il loro habitat a diventare davvero rilevante.

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( le foto al caracal di Davide Cisterna – e un video su di una predazione – saranno pubblicate su La Stampa insieme al mio reportage)

Al Masai Mara, al Serengeti, al Kruger, in pochi ormai fanno caso all’ecosistema in cui i leoni, a decine, riempiono gli obiettivi Canon. Viviamo ormai in una civiltà dell’aspettativa, da quando siamo in fasce fino agli inevitabili fallimenti dei 40 anni. Ma le aspettative sono tossiche, un doping a buon mercato per il consumismo del tutto, che impone di passare senza sosta da un pacchetto preconfezionato di esperienze ad un altro, per evitare tanto l’attesa del possibile quanto la delusione dell’impossibile.  Il Kgalagadi è invece un luogo dell’ironia, della radura, dello schiaffo in faccia, un posto dove tutto quello che non puoi avere ti riempie il cervello e l’animo di autentica estasi. 

IMG_4846( Ta Shebubwe Rooiputs – i leoni sono, anche qui, di casa)

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( sul bellissimo libro di Powell Van der Berg “Kgalagadi Self-Drive” troviamo una foto del campo di sosta a mezzo chilometro da Polentswa, dove siamo diretti: le leonesse fanno regolarmente visita ai campeggiatori, e alle tende del lodge)

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( Il Kgalagadi in primavera, quando il veld è coperto di fiori, ma i tramonti meno spettacolari che in inverno: meno vento, meno sabbia, meno luce arancione ).

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(la mappa della nostra prossima tappa, il Nossob Gate). 

 

“Non c’è spazio per il fuoco dove c’è il progresso”

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L’origine sta nel flusso del divenire come un vortice e trascina nel suo ritmo il materiale che va prendendo forma. Così Walter Benjamin intendeva il posto che il nuovo ha nello scorrere delle cose. La potenzialità dirompente a scompigliare le carte in tavola è una caratteristica del mondo in quanto tale, che si reinventa originando nuovi inizi in stagioni inaspettate. L’origine, il punto zero di un fenomeno naturale, ed esistenziale, non è perduta per sempre, si ripresenta perché è contenuta nello sviluppo e nella fisiologia degli organismi viventi, e nei paesaggi scolpiti dal tempo geologico e dal clima. Ecco perché il principio può essere ritrovato in un evento illuminante. Questa epifania dell’origine accade a Kumqua, mentre ci apprestiamo a tornare a Gemsbokplein, puntando ad est, verso Kij, in Botswana. Un ghepardo femmina compare dai cespugli, seguita da due piccoli di 5-6 mesi. Innervosita dalla presenza umana, si allontana sul contrafforte sabbioso di fronte a lei, lasciando dietro di sé  la sensazione evanescente di qualcosa che presto scomparirà per sempre. In tutto il continente, i ghepardi in età adulta rimasti allo stato selvaggio sono circa 7000. Secondo le stime del SanParks nel Kgalagadi ce ne sono 200. Silenziosi e accigliati, sono uno di quei miracoli in estinzione che l’Africa regala senza preavviso. Magnifici, eppure anche molto tristi.

Arriviamo a Rooiputs a metà pomeriggio, dopo ore di pista fatta solo di ghiaia grigia. Non vediamo animali da interminabili ore. Da qui si susseguono, in direzione nord est, i luoghi di avvistamento dei leoni criniera nera. Su questo lato del parco osano avvicinarsi ai campi tendati e annusare l’essere umano da vicino. Se mai si era scherzato, non si scherza più. Rientro tassativo, di legge, alle 18 e allerta massima. Non si può lasciare il proprio veicolo neppure in caso di incidente. Bisogna chiamare i soccorsi al telefono, se prende, o aspettare che passi qualcuno, e non improvvisare nulla. Lui ti vede, ma tu non lo vedi. Mai dare le spalle ad un ghepardo. E a noi un incidente succede, perché si buca una gomma. Nei cinque minuti di valutazione del danno, calcolando la distanza, in salita, da Rooiputs, una tartaruga attraversa la pista di sabbia. 

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Siamo in Botswana. Nuovo palinsesto. Nuove aspettative, sempre che sia legittimo qui nutrire delle aspettative. Un problema aperto, che solo i predatori sanno porre nel modo giusto. Adesso il paesaggio assomiglia a una boscaglia con intervalli di savana gialla. Le acacie erioloba e mellifera sono numerose e assiepate in gruppi rigogliosi. Il cielo è in balia di una termodinamica fuori controllo. Verso le cinque, per un paio di minuti, la pioggia del deserto, a grosse gocce, batte sulle tende di Rooiputs lodge; poi le nuvole scompaiono e l’aria turchese assorbe la luce solare generando uno scintillio dorato. Stormi di canarini gialli volteggiano sui cespugli. Prendiamo una tazza di tè sulla terrazza centrale. Alle pareti, le foto dei leoni che frequentano Rooiputs da diverse stagioni. 

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L’ambiente circostante è totalmente cambiato, anche la lingua è cambiata (il sestwana al posto dell’afrikaans), il Kgalagadi ha cambiato nome e faccia. Vuole di più. Stamattina, ad esempio, il fatto che per ore gli animali fossero assenti, circostanza più che usuale nel Kalahari, mi ha rammentato i grandi musei europei. Per la prima volta li ho ricordati non come degli scrigni dell’esperienza umana e del genio, ma come delle tombe, dei luoghi di tenebra, dove giacciono ormai spenti, in Antropocene, i tesori del tempo passato, in cui escogitavamo capolavori dell’immaginazione per allietare la nostra crescente angoscia. O anche, penso, qui, nell’impero dei criniera nera, lo sciacallo dal dorso argenteo (Canis melomelas) è, forse, con la sua versatilità, il mammifero del futuro,  una volta che la megafauna sarà definitivamente estinta. 

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( Credits: Davide Cisterna)

Insieme a noi a Rooiputs ci sono un paio di uomini d’affari con passaporto del Bostwana. Il più giovane è ben vestito, con jeans e giacca a vento, il suo collega ha un cappotto color cammello, decisamente troppo elegante e fuori posto. Entrambi chattano senza sosta su costosi cellulari Huawei. Mi dicono di essere di etnia Katanga, un gruppo Bantu linguisticamente affine agli Shona dello Zimbabwe; lavorano nel commercio di pelli di pecora karakul di razza Swakara. Le comprano in Botswana, le fanno conciare in Namibia e le esportano in Danimarca. 

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Sembrano personaggi non troppo affidabili e può anche darsi che le foto di pellame pregiato che mi mostra il più giovane siano appena state scaricate da Google per mascherare chissà quale altro traffico. Sediamo sulla sabbia attorno al fuoco, nella notte gelida. Il fumo del legno di acacia è denso e penetrante, gli occhi bruciano. Ma non si può fare altro che asciugarsi le lacrime, per non congelare. I due sono a loro agio, e sorseggiano birra. Poi quello col cappotto di cammello mi chiede: “Da voi, lassù in Italia, si sta così davanti al fuoco?”. Ha un tono ironico, investigativo. Sa già la risposta, probabilmente. E non è lì che vuole arrivare. Gli rispondo di no e allora lui, come se avesse sentito l’odore di una strana, ingrata malinconia, dichiara: “Non c’è spazio per il fuoco dove c’è il progresso”. Il fuoco è lontananza. Il fuoco porta lontano, perché è lontano. È sempre altrove, pur essendo sempre presente. È il nostro prodigio ancestrale. La nostra prima malinconia. Il nostro ricordo perenne. La memoria di chi abbiamo perduto e di chi vorremmo poter amare. Il Kagalagadi è il fuoco. Colonna sonora: Always Gold dei Radical Face. 

(Nota: le foto dei ghepardi scattate da Davide Cisterna saranno pubblicate su La Stampa). 

 

 

La danza del silenzio

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Il tramonto è fratello della sincerità. Solo al declinare del sole i vecchi fantasmi, mai esausti, vengono a bussare alla porta e reclamano la nostra attenzione. Sarebbe impossibile aspettare il sorgere del nuovo giorno, domani, se non si desse loro udienza. E così è anche nel Kalahari. Sono le sei di sera : siamo su una duna a qualche chilometro dallo !Xaus, di cui intravediamo le capanne, marrone mogano, sul bordo del pan. Con noi è Hendrik, un collega di Khali di poche parole. Si intuisce in lui un animo robusto, duro anche, piallato sulla pelle e nello sguardo da tutte le avversità che ha visto accadere senza poterci fare nulla. Un uomo che avrebbe moltissimo da raccontare, ma che preferisce tenerselo per sé. Lo rispetto per questa ritrosia e per la sua coerenza. Ma stasera sento che il suo silenzio è una forma di linguaggio e che ne comprendo la traduzione.

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L’ultima radiazione solare disegna sul veld strisce di rosso corallo che incendiano corridoi di luce sui cespugli blu, spegnendo ogni esitazione, eccitando l’ardore del coraggio, rinnegando ogni dolore. Non c’è posto per la vigliaccheria in questo momento e noi avremo pochi minuti per ascoltare i nostri fantasmi come un tempo i progenitori di Hendrik facevano con i loro antenati. Achinua Achebe ne Il crollo così descrive quanto contasse per le genti Yoruba della Nigeria il sentimento di vicinanza con gli antenati: “Il mondo dei vivi non era del tutto staccato dal mondo degli antenati. C’erano spostamenti dall’uno all’altro, soprattutto in occasione delle feste, e anche quando  moriva un vecchio, perché un vecchio era molto vicino agli antenati. La vita di un uomo, dalla nascita alla morte, era una successione di riti di transizione che lo avvicinavano sempre di più ai suoi antenati”. Il paradosso di noi Europei, mi pare, è che pretendiamo di parlare di conservazione degli habitat e delle specie facendo finta che la filogenesi sia solo un aspetto della intelaiatura genetica della vita, e non, anche, l’unico modo con cui le forme viventi prosperano sul nostro Pianeta. Noi compresi.

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Nel 2001 uscì sulla PNAS un paper del biogeografo David S. Woodroof, che era stato un allievo di Stephen J. Gould (Declines of biomes and biotas and the future of Evolution). All’inizio del millennio Woodroof provava a tracciare la mappa della crisi della biodiversità, insistendo sugli aspetti genetici della frammentazione degli habitat e della pressione demografica umana: “La percentuale di processi evolutivi muterà nei diversi gruppi di specie e la speciazione nei grandi vertebrati può dirsi essenzialmente conclusa (…) La densità demografica umana è ora più di 30 volte quella prevista per ogni animale onnivoro della nostra taglia e si stima che ci siamo impossessati di oltre il 40% della produzione netta primaria del Pianeta per i nostri soli scopi”. La conservazione, a parere di Woodroof, dovrebbe salvare la diversità filogenetica,  in uno scenario a cento anni da oggi su un Pianeta decisamente più caldo e soprattutto con una drastica frammentazione degli ecosistemi ancora integri. Il problema più grosso, dunque, è la salvaguardia della continuità evolutiva all’interno delle specie: “Una delle lezioni della paleontologia è che il range geografico di una specie è un buon indicatore della sua probabilità di sopravvivere ad un evento di estinzione di massa, ad una era glaciale e in generale a massicci cambiamenti ambientali. Di particolare interesse è la risposta di singole specie al cambiamento climatico e la probabilità che si formino nuovi gruppi di specie analoghi alle ‘comunità disarmoniche’ del tardo Pleistocene. In passato, singole specie e specie che interagivano tra loro si sono spostate piuttosto che adattate, ma dispersioni di questo tipo non saranno più possibili in futuro”. Il flusso dei geni (gene flow) diminuirà nelle popolazioni native di un certo habitat: la “erosione genetica” diventerà una caratteristica inevitabile nelle popolazioni isolate, proprio come nelle 45 piccole e cintate riserve sudafricane (meno di 1000 Kmq), dove, secondo il National Lion Biodiversity Management Plan del 2015, vivono circa 800 leoni. Il tempo dei grandi mammiferi volge al termine: gli antenati se ne stanno andando. Non c’è più posto neppure per loro. 

IMG_4809(mappa della concessione dello !Xaus nella terrazza centrale del lodge)

Parliamo, io e Hendrik. Parliamo dei Khomani San, disegnando sulla sabbia rossa gli alberi genealogici approssimativi sopravvissuti alla colonizzazione bianca. A un certo punto cito gli Ottentotti del Capo di Buona Speranza. Ottentotto è un nomignolo olandese, attribuito al gruppo etnico dei Khoin, che parlavano una lingua simile a quella dei San, il cui tratto distintivo erano i “clic”, tipici suoni avulsivi ignoti ai ceppi linguistici indoeuropei. Oggi gli antropologi usano anche per i Khoin il termine Khoi-San, ma i Khoin non erano i San del Kalahari. Erano una altra nazione di pastori, che viveva nelle regioni interne tra il fiume Orange e il Gran Nama, o Gran Karoo, un altopiano a sud ovest che sfiora il Kalahari al confine occidentale con la Namibia. Nei romanzi di Wilbur Smith gli Ottentotti compaiono come fedeli servitori dei bianchi, affidabili e astuti, ma progressivamente sottomessi al conquistatore. Come fu per i San, le carestie, le necessità di una economia agricola e pastorale in espansione e le politiche razziali del governo coloniale causarono il loro annientamento. Su di loro Hendrik pronuncia la parola fatale che ancora nessuno ha mai osato pronunciare qui allo !Xaus: “Gli Ottentotti sono estinti”. 

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Estinti. Scomparsi per sempre dalla faccia della Terra. Ridotti a nulla e dissolti in un ordine successivo a loro, che ha deciso di non volerli, di poter fare a meno di loro, che anzi era decisamente meglio rinunciare a loro, tanto ormai non contavano più nell’assetto chiamato Colonia del Capo. Come il quagga, l’erbivoro simile alla zebra che avremmo potuto incontrare anche qui. Era considerato una peste dagli agricoltori e quindi cacciato per la carne e la pelle.

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L’ultimo allo stato selvaggio morì nel 1870, l’ultimo in cattività allo zoo di Londra nel 1872. Ci sono solo 5 foto al mondo di questa specie. Quando ero piccola, un esemplare impagliato dava il benvenuto ai visitatori del Museo di Storia Naturale di Milano. Estinti come animali, come gli animali.  Lo sguardo di Hendrik non è rancoroso, è solo colmo di solitudine. Io vedo la sua solitudine. La stessa del leone africano, quando, il giorno prima, avevo mostrato a Khali una fotografia di un leone berbero in cattività fotografato da Joel Sartore nel 2013 allo Pizen Zoo, nella repubblica Ceca. Khali non sapeva che nei secoli scorsi una sottospecie di leone abitasse le montagne dell’Atlante, nel Maghreb. Storie di vecchi leoni, buone per i pignoli della tassonomia, vecchi leoni finiti nel ripostiglio dell’archeologia, estinti e dimenticati. 

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( una delle lanterne notturne ad energia solare lungo le passerelle in legno dello !Xaus Lodge)

Mostro ad Hendrik una collana che ho trovato nella sabbia, mentre ci arrampicavamo sulla duna da cui osserviamo il tramonto. È fatta di bozzoli di falena, mi spiega, in cui sono stati inseriti dei semi di tsamma, il melone del deserto: non è una collana, ma un sonaglio per le caviglie che indossano gli uomini quando danzano la danza della pioggia. E comincia a mimare questa danza. Allora, nei suoi passi ritmati, compare l’uomo che è sempre dietro il suo silenzio coscienzioso. È ciò che è in una esistenza anni luce dalla mia che però non potrò più dimenticare. Il suo silenzio diventa la sua danza. La sua danza si scioglie nel tramonto. La mattina successiva, al momento degli addii, gli dirò queste stesse parole, che considero la nostra conversazione un patrimonio per l’eternità. Lui ricambierà la mia stretta di mano, ma, ancora una volta, in silenzio. 

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Ma anche scendere dalle colline dello !Xaus per tornare sull’Auob è un po’ come riprendere il cammino terrestre dopo aver sentito il sapore dell’eternità. Sembrava che il lungo come-back potesse durare per sempre. I chilometri non avevano confini. Noi stessi non avevamo più confini. Non c’era più dolore, né speranza, né perdita. C’era solo l’aria satura dell’ossigeno che, dopo due milioni e mezzo di anni di evoluzione, scambiava col sangue negli alveoli polmonari, pompando la vita avanti, ancora un po’. Qui, su queste colline, canta Hoelderlin: “a questo uomo fatto a somiglianza degli Dei fu dato il più pericoloso dei beni, il linguaggio, perché – creando distruggendo cadendo ritornando alla Maestra, alla Madre eternamente viva – testimoniasse il suo essere, l’essere erede, l’avere imparato da lei, divina fra tutte le cose, l’Amore che tutto regge (Dem Götterähnlichen, der Güter Gefährlichestes, die Sprache, dem Menschen gegeben damit er schaffend, zerst örend, und untergehend, und wiederkehrend zur ewiglebenden, zur Meisterin und Mutter, damit er zeugte, was er sei, geerbet zu haben, gelernt von ihr, ihr Göttlichstes, die allerhaltende Liebe). Colonna sonora: Ghost Town dei Radical Face.