Francesco Bianchi e il coraggio della verità sull’Accademia di Brera 


Nel suo celebre corso al College de France, poi diventato un saggio intitolato Il coraggio della verità, Michel Foucault spiegò perché dire ad alta voce come stanno le cose non è pratica etica comune ( si chiaman in greco ” parresia”, che significa avere disposizione interiore e intellettuale a dire la verità ): le persone abbastanza sincere da denunciare il conformismo sociale e i rischi che questo comporta rischiano l’ostracismo, diventano fastidiose, sono un insopportabile acufene nella monotonia di chi preferisce stare in poltrona a veder tutto andare a rotoli. Comportamenti di questo tipo danno il loro colore inquietante alla cronaca ambientale e riguardano ogni ambito della vita sociale. Venerdì scorso 1 dicembre nella sala numero 1 dell’Accademia di Brera a Milano e’ accaduto qualcosa di diverso: una voce di opposizione radicale ma di schietta intelligenza s’e’ levata contro la cosiddetta riforma Franceschini, l’uso commerciale di Brera e la connivenza di quanti – nel corpo docente e nel mondo culturale in generale – stanno a guardare il degrado morale del nostro Paese. 
Il giovane restauratore Francesco Bianchi ha discusso la sua tesi di laurea – e l’installazione artistica che ne ha sostenuto i presupposti teorici, di cui vedete una foto qui sopra – in una aula gremita di studenti e curiosi che da mesi seguivano la sua interrogazione all’amministrazione dell’Accademia, condotta anche all’interno delle audizioni con il corpo docenti e la rappresentanza studentesca : può un luogo di sapere e formazione alla libertà (libertà di ispirazione, di ricerca, di visione e di mondo) diventare un ufficio marketing, che affitta il cortile settecentesco a party privati e i locali di studio a sfilate di moda ? In che cosa consiste la responsabilità di un artista verso il pauroso vuoto di senso sociale e collettivo che oggi si infiltra ovunque vi sia consenso acritico e una confortevole appartenenza alla massa ? Francesco ha costruito un ragionamento su tutto questo partendo dal concetto di lacuna: cosa manca al discorso collettivo, quale mancanza sorregge lo sguardo dell’artista e il coinvolgimento del pubblico, perché il mancante – come direbbe Lacan – può essere una colla di nuova formulazione per entrare in relazione politica e psicologica con il nostro tempo. 

“Ho sviluppato un’installazione site-specific in cui ho sostituito per 5 giorni (dal 1 al 5 novembre) la targa dell’accademia di Brera con una fatta da me. la nuova targa riporta la scritta ‘accademia degli spiriti belgi – liceo conformista’; il riferimento è a uno scritto di Charles Baudelaire intitolato Pauvre Belgique in cui racconta della propria permanenza a Bruxelles. in questo periodo nota il grave conformismo e la poca attenzione degli abitanti della città, incapaci di idee individuali e di uscire da un pensiero di massa” spiega Francesco, “Lo stesso conformismo e la stessa indifferenza sono evidenti in Accademia: agli occhi di chi dovrebbe riconoscersi non solo in un’istituzione riconosciuta a livello mondiale, ma soprattutto in un luogo pregno di storia che continua a vibrare e a vivere nonostante tutto, il palazzo assume il significato etimologico più basico della parola lacuna: la radice europea lak- richiama una superficie concava, adatta a raccogliere. in questo contesto di indifferenza e opportunismo l’accademia non è niente di più di uno spazio da occupare”.

Non a caso Francesco ha saputo costruire un ragionamento ibrido sul fatto artistico come atto di consapevolezza ontologica e personale, partendo dalla domanda sull’essere di Heidegger e approdando alla rivendicazione di una responsabilità storica quotidiana, individuo per individuo, avanzata da Jankelevitch. La lacuna è segnale di allarme, sveglia “al rintocco della mezzanotte”, spazio psicologico prima ancora che intellettuale per pensare il presente e farne qualcosa di nuovo.

Per Francesco la commissione di laurea ha chiesto la menzione di merito. Nell’ovazione che ha fatto seguito alla proclamazione del voto pieno con lode è però risuonata soprattutto una ammirazione rovente per un giovane studioso e artista che ha avuto il coraggio di dire la verità non dall’alto di una cattedra universitaria o di un movimento di opinione favorito da nomi illustri e inviti televisivi, che nulla rischia, ma facendosi forte della propria passione civile. Francesco ha sfidato i potenti di Brera senza volgarità e arroganza ma con la spavalderia che solo la cultura può fornire a chi studia seriamente, vive con rabbia e gioia e vuole un mondo diverso. Una lezione degna del 14 luglio 1789 e che moltissimi ambientalisti impegnati in marchette commerciali dovrebbero imparare .
PS ho conosciuto per caso Francesco Bianchi in biblioteca Braidense lo scorso settembre. Aveva sotto braccio Il trattato del ribelle di Ernst Jünger . 

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Kgalagadi, l’ultima Africa davvero selvaggia 

( mappa di inizio Novecento – il Kgalgagadi National Park è qui chiamato ancora Kalahari Gemsbok National Park ) 

Un team di ricercatori della University of Queensland, Australia ( School of Earth and Environmental Sciences ) ha progettato, e pubblicato su Nature , una mappa aggiornata delle ultime, splendide aree selvagge del Pianeta (“last of the wild”), avvertendo che c’è “un urgente bisogno di rendersi conto che questi posti non sono sostituibili” nel sistema biologico che chiamano Terra. James Allan, che figura tra gli autori, conferma che il Kgalagadi national park (Sudafrica/Botswana) ha un posto d’onore in questa lista per quanto riguarda la wilderness africana:
“Il Kgalagadi e’ incluso nella nostra mappa Last Of the Wild, insieme al delta dell’Okavango in Botswana. Sulla base del nostro studio, direi certamente ch questo tipo di aree ha la struttura di mega riserve – sono ciò gli ultimi grandi territori completamente wild che supportano le grandi faune africane – e dovrebbe essere fatto ogni sforzo per mantenerle libere da attività industriali e dall’uso umano su larga scala. Naturalmente ciò per il Kgalagadi esclude i boscimani e la loro del tutto unica biocultura. Un altro punto molto importante e’ la qualità di una area protetta : il Kgalagadi ha una impronta umana molto bassa ed è perciò titolato ad essere definito wilderness molto meglio di altre aree pur protette”. 
Negli ultimi venti anni abbiamo perso 1/10 di tutte le zone wild del globo, e cioè circa 3,3 milioni di Kmq. Ciò che lo studio di Allan e dei colleghi sottolinea è anche il significato eco-culturale della wilderness, aprendo, come di recente succede sempre più spesso, a considerazioni filosofiche su quanto sta accadendo agli spazi non colonizzati dall’uomo e alle loro faune non domesticate: “Molti servizi ecosistemici derivano dai territori che possiamo definire wilderness e sono un risultato diretto della loro estensione geografica, che permette loro di funzionare come sistemi auto-organizzati”. E’ la wilderness che “supporta gli ultimi, intatti gruppi di popolazioni di faune di grandi dimensioni, specie con uno home range ampio e che migrano: è per questo che i territori wild sono gli ultimi posti sulla Terra dove gli scienziati possono studiare la biodiversità e i processi naturali indipendentemente dalla moderna società umana”. In parole più semplici, è solo nella wilderness che possiamo farci una idea completa dei meccanismi basici della vita sul nostro Pianeta. Ed è solo qui che esistono ancora culture umane – come i San del Kgalagadi – che vivono secondo “profondi legami bioculturali” con gli ecosistemi, una alternativa radicale al modello occidentale che ha preso il sopravvento a partire dal XVI secolo dell’era moderna.  

Per questo, usando una compilazione aggiornata della pressione umana sull’ambiente, il team di Allan ha proposto una rivisitazione delle aree attualmente protette con lo scopo di includere più wilderness nei processi decisionali della World Heritage Convention, la convenzione delle Nazioni Unite che designa gli habitat naturali più rilevanti della Terra. Un discorso che vale anche per gli oceani e la loro “ocean wilderness“. 

Purtroppo moltissima attenzione su giornali e social media è focalizzata soltanto sui parchi  nazionali mentre “a dispetto del valore ambientale, ecologico e bio-culturale ben documentato delle aree wilderness, queste stesse aree non sono state considerate come una priorità della conservazione e ancora manca un riconoscimento esplicito e sistematico della loro importanza in forti accordi multilaterali sull’ambiente come ad esempio la Convention on Biological Diversity o la World Heritage Convention”. La proposta del paper è di rafforzare l’importanza della wilderness nel discorso complessivo sulla biodiversità del Pianeta (in termini sia quantitativi che qualitativi) e quindi il ruolo che gli spazi ancora intatti rispetto alle attività umane ad alto impatto hanno nel definire i luoghi “di assoluto valore universale” (oustanding universal value, nel lessico UNESCO). Perché non è affatto scontato che un tratto di savana o di foresta tropicale sia wild, anche se è giuridicamente protetto. Mentre il Kgalagadi soddisfa appieno questi criteri :

“Non tutte le aree protette pur essendo protette sono in condizioni abbastanza buone o sufficientemente estese per avere ancora le funzioni ecologiche naturali di una wilderness. Credo che i mega parchi come il Kgalagadi – conclude Allan – siano importanti per l’Africa, proprio per i grandi mammiferi che li abitano. Ma bisogna stare attenti a usare la parola ‘primordiale’ per spiegare che cosa vuol dire wilderness. Ha un significato soggettivo e a molti non piace. Meglio dire ‘ecologicamente intatto’ o ‘in buone condizioni ecologiche’. Wilderness vuol dire sostanzialmente un habitat privo di disturbo umano“.
  







Corpo e anima, la wilderness è il luogo dell’eros 


Può succedere che l’intimità dei corpi cominci dove il corpo si addormenta, soggiogato dalla dimensione oscura e pretenziosa a cui non è possibile dire di no, che la si chiami inconscio, come Freud, o anche anima. Un uomo e una donna sono colleghi di lavoro: Endre dirige il mattatoio dove Maria e’ la nuova addetta al controllo qualità delle carni macellate. Una indagine della polizia su un furto di farmaci veterinari obbliga Endre a disporre una consulenza psicologica per tutti i dipendenti, compreso se stesso. È così che lui e Maria  scoprono di sognare la stessa cosa : sono una coppia di cervi, maschio e femmina, che ogni notte si incontrano nel bosco. 


Questo è l’incipit del film del regista ungherese Ildiko’ Enyedi che ha vinto l’Orso d’Oro all’ultimo festival del cinema di Berlino e che è nelle sale italiane dal 4 gennaio: Corpo e anima. Una storia di sogni, animali e amore, che si dipana oltre gli stereotipi comuni su cosa è normale, giusto e appropriato e diviene, dopo 116 minuti di soggiogante carnalità emotiva, un inno al coraggio. Un film erotico che spinge la vicenda verso un interrogativo originale e che fa di Corpo e anima una riflessione sul posto che gli animali selvaggi hanno ancora dentro di noi. Questa domanda è se per caso il posto degli animali (la wilderness) non sia anche, per noi esseri umani, il posto dell’amore.
In questo film infatti gli animali compaiono in diversi contesti, e con differenti ruoli, in una stratificazione di significati. I bovini condotti al mattatoio (è tutto vero e non è per vegetariani, perché il regista ha girato uccisioni reali ), i cervi che brucano sul terreno gelato di una foresta del nord Europa, una pantera di peluche. Morte, nutrimento, fame, onanismo, voyeurismo, gioco e poi anche sole che sorge ogni mattina con il ritmo semplice di meccanismi biologici antichi di milioni di anni. Silenzio, paura di un no dopo un appuntamento di cui vorresti il seguito, sangue sulle piastrelle bianche dove è finita la vita di un bovino e sangue nelle vene di una giovane donna che ascolta la prima canzone romantica della sua vita perché adesso sa cosa è una canzone d’amore. Mentre l’empatia per gli animali da carne scivola via, perché in fondo un lavoro di questi tempi è sempre un lavoro a Budapest, gli animali dei sogni prendono il sopravvento nel tentativo faticosissimo di Maria di desiderare il proprio desiderio per Endre. Ma la storia non è condizionata da un ricorso stucchevole alla psicoanalisi e ci dice invece che la psiche è estremamente concreta, perché è dove siamo noi stessi, con tutte le nostre deformità e imperfezioni,  che comincia l’eros. Un territorio sconfinato dove i cervi non solo dicono ciò che questo uomo e questa donna vogliono, ma anche perché lo vogliono. In Corpo e anima e’ chiaro che l’amore è qualcosa di molto primitivo ed è per questo che non possiamo farne a meno.  


Rispetto alle antropologie contemporanee del cinema recente, popolato di soggetti narcisisticamente tossici come Miss Sloane,  questo film mette in scena caratteri ancora capaci di correre il rischio di una intimità emotiva. Il che equivale a varcare il confine del proprio home range per avventurarsi in un territorio sconosciuto quanto una foresta: “Gli animali gravitano attorno ai luoghi oscuri in noi (…) sono fessure attraverso cui facciamo cambiare posizione alla natura coscienza”, scrive Neil Russack.  È questo che il film mostra con una delicatezza estrema : il nostro io più intimo è spazio, è wilderness, è una geografia. Tutti ne possediamo uno, proprio come gli animali che hanno uno habitat, ma non ci è dato entrarci da soli. Noi umani abbiamo bisogno che qualcuno venga a prenderci e ci porti lì dove il nostro desiderio si è evoluto insieme alla nostra  intelligenza.  In questo territorio il corpo è l’anima perché, come comprese Jung, il corpo produce pensiero . 

Sentiamo parlare in ogni modo e in molte forme dei motivi per cui dovremmo conservare gli ultimi spazi selvaggi del pianeta. Ma è probabile che una ragione molto valida sia che le specie animali e i loro habitat possono davvero reintrodurci nel regno della possibilità, dell’impensato, dell’assoluto.  Cioè il regno di Eros.  

( Credits: Movie Inspired )

Dimenticate Escobar: la Colombia di Juan Gabriel Vásquez è ostaggio delle sue reliquie

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La forma delle rovine (Feltrinelli, 2016) di Juan Gabriel Vásquez è una storia di rovine: parti anatomiche di politici morti ammazzati, e trafugate dai musei, speranze politiche disilluse e finite negli archivi delle ipotesi, ricordi che prendono in ostaggio vite intere facendone, appunto, cumuli di resti archeologici incompleti. L’opera di Vásquez è un romanzo di 500 pagine che dà le vertigini riuscendo a mettere in trama una miriade quasi soffocante di supposizioni, contro-deduzioni, teorie cospirative e sospetti sui due delitti eccellenti della Colombia post coloniale, e cioè l’uccisione del generale Rafael Uribe Uribe (15 ottobre 1914) e del leader del partito liberale laico Jorge Eliécer Gaitan (9 aprile 1948).

Il narratore-autore, che è poi lo stesso Vásquez, lascia la Colombia nel 1996, nel pieno del potere anti-governativo di Pablo Escobar. Dopo 9 anni di lontananza, Vasquez ritorna a Bogotà con tutta la famiglia, sconvolto dall’aver riconosciuto su una rivista in spagnolo la foto dell’ippopotamo che proprio Pablo Escobar teneva, insieme ad altri animali esotici, nel giardino zoologico del suo quartier generale, la Hacienda Napoles; come moltissimi altri ragazzini colombiani, Vásquez aveva visitato quel luogo ignaro della complicità di Escobar nello stato di terrore permanente del suo Paese.

Il libro di Vasquez assomiglia ad una mappa geografica frammentaria, in cui è facilissimo perdersi e il cui senso complessivo arriva solo alla fine, e in modo inatteso. E’ una crime fiction, eppure è anche una investigazione personale su come si possa trasformare il passato ereditato in qualcosa di nuovo senza passare la vita in uno stato mentale fissato sull’archeologia del possibile e del già accaduto:

“Non so quando iniziai a rendermi conto che il passato del mio paese mi risultava incomprensibile (…) con il tempo ho pensato che è questa la vera ragione per cui gli scrittori scrivono dei luoghi della loro infanzia e adolescenza e anche della loro prima gioventù: non si scrive di ciò che si conosce e si comprende, e men che meno perché si conosce e si comprende, ma proprio perché ci si rende conto che tutta la conoscenza e la comprensione erano false, un miraggio, un’illusione, tanto che i libri non sono, non potranno mai essere altro che elaborati esempi di disorientamento: estese e multiformi dichiarazioni di perplessità”. E così lo scrittore, scrivendo un libro, confessa Vásquez, “prova a mitigare il suo sconcerto, a ridurre lo spazio tra ciò che si ignora e ciò che si può venire a sapere, e soprattutto a risolvere il profondo dissidio con quella realtà imprevedibile”.

E la realtà imprevedibile è che forse i maniaci del complotto qualcosa avevano visto di davvero storto nella ricostruzione giudiziaria del caso Uribe Uribe e poi del caso Gaitan. Ma il passato della Colombia si trasforma in una ossessione per i teorici del complotto, che condividono con tutti i colombiani una assuefazione genetica alla violenza. Le rovine del titolo sono il debito di sangue, che non si estingue mai, e passa invece da una generazione all’altra:

“Noi, i vivi, che continuiamo a cercare di capire quanto è accaduto, che tanti anni dopo continuiamo a cercare di capire quanto è accaduto, che tanti anni dopo continuiamo a raccontare storie per spiegarcelo (…) Ora mi sembra incredibile che non avessi capito che le nostre violenze non sono solamente quelle che ci hanno toccato in vita, ma comprendono anche le altre, quelle che vengono da prima, perché tutte sono legate, anche se i fili che le uniscono non sono visibili, perché il tempo passato è contenuto nel tempo presente, o perché il passato è la nostra eredità senza beneficio di inventario e finiamo per ricevere tutto: la saggezza e gli eccessi, le scelte giuste e gli errori, l’innocenza e i crimini”.

Vásquez riesce, a prescindere dalla Colombia, a dirci qualcosa di veramente adeguato al nostro presente. I conti con il passato non possono mai essere chiusi, ce li portiamo addosso sempre, e la fatica immane è riuscire a non rimanerne vittime. La scomoda eredità di ciò che sta sulle nostre spalle, anche quando non siamo rei confessi, ad esempio l’anidride carbonica pompata in atmosfera prima che nascessimo, le specie estinte dalla struttura economica che sorregge la nostra idea di mondo, i crimini contro l’umanità della Seconda Guerra Mondiale, è un copione che portiamo nel nostro stesso dna. Non esiste, per nessuno e per niente, un tempo davvero vergine:

“Io posso pensare ad eventi della mia vita (le cose viste, udite, decise in qualche momento) senza i quali starei meglio, perché non sono utili e per di più si rivelano scomodi, vergognosi o dolorosi, ma so che dimenticarsene a comando non è possibile, perché rimarranno accovacciati nella mia memoria; e può darsi che mi lascino in pace per un tempo più o meno lungo, come animali in letargo, ma un giorno vedrò o sentirò qualcosa o prenderò qualche decisione che li farà tornare ad affacciarsi: i ricordi colposi o semplicemente perturbanti tornano nella nostra memoria in momenti imprevedibili, e allora di attiva una sorta di reazione muscolare – un atto riflesso del nostro corpo – che accompagna sempre questi ritorni (…) no, non si controlla l’oblio, non abbiamo imparato a farlo, e dire che la nostra mente funzionerebbe meglio se ne fossimo capaci: se avessimo del potere sul modo in cui il passato si intromette nel presente”.

Che cosa sono, allora, le rovine del titolo? Sono le fratture sulle nostre ossa, le ferite di guerra, la ricomposizione impossibile di un prima dotato di un significato più ragionevole del dolore patito; le rovine sono la nostra inettitudine a ricomporre il presente secondo logiche opportune. La vertebra di Gaitan e il cranio di Uribe Uribe sono rovine:

“Le rovine di uomini nobili: il verso del Giulio Cesare mi aveva assalito (o forse dovrei dire: era accorso in mio aiuto) come tante altre volte mi era accaduto con il vecchio Will, le cui parole mi aiutano a dare forma e ordine alla caotica esperienza. In quella scena, Giulio Cesare è appena morto in Senato, accoltellato ventitré volte dai cospiratori, dissanguato sotto la statua di Pompeo, e Antonio, il suo amico e protetto, rimane da solo accanto al cadavere. ‘Perdonami, tu sanguinante pezzo di terra’, gli dice Antonio, ‘per il mio essere mite e gentile con questi macellai. Tu sei le rovine dell’uomo più nobile che mai visse nella marea dei tempi’. Io non so se Uribe Uribe e Gaitan furono gli uomini più nobili del loro tempo, ma le loro rovine, che mi accompagnavano nel viaggio di ritorno a casa, avevano quella nobiltà. Quelle rovine umane erano moniti dei nostri errori passati, e in qualche modo furono anche profezie. (…) la cosa importante per me non era quella memoria delle ossa, ma ciò che il contatto con esse aveva provocato nelle vite di questi uomini: Carlos Carballo, Francisco Benavides e il suo defunto padre. E nella mia, ovviamente. Anche nella mia”.

Quando facciamo i conti con noi stessi e la nostra epoca, rimangono soltanto le rovine (le storie passate, i fantasmi privati, i genitori perduti), che ci ossessionano oltre la malinconia. Le rovine possono diventare paranoia pura, ma soprattutto smascherano la nostra adesione impossibile alla realtà reale. E per questo non sono che reliquie.

Gli anticonformisti ? Assomigliano agli alberi nei boschi 

Perché l’ambientalismo militante non riesce a conquistare l’opinione pubblica ? Il conformismo – adeguarsi ad una forma rinunciando in partenza alle potenzialità dell’errore e della sperimentazione che ogni ribellione comporta – e’ un ostacolo ancora poco indagato nella fenomenologia del consenso sulle politiche ambientali di cui avremmo bisogno. 

Di Francesco Bianchi 

“Il singolo non occupa più nella società il posto che l’albero occupa nel bosco: egli ricorda invece il passeggero di una veloce imbarcazione (…) il passeggero quasi non si accorge di trovarsi in una situazione di minore libertà”. Le parole de Il trattato del ribelle di Ernst Juenger sono oggi quantomai attuali, mentre mode, tendenze e addirittura pensieri sembrano diventati pericolosamente comuni. Di fronte ad una massa informe eppure così determinata, viene spontaneo chiedersi se l’uomo possa ancora agire secondo una volontà individuale e un’intima responsabilità non assoggettate al mondo esterno, quando media, moda e social omologano, globalizzano, conformano.
La metafora del passaggio al bosco ( scegliere una propria individualità definita, come un albero che rimane albero singolo pur appartenendo ad una foresta ) esprime la volontà di un ritorno alla naturalità dell’uomo di fronte al ribaltamento di prospettiva esistenziale che caratterizza il nostro tempo: barattare le possibilità di essere – scaturite per forza di natura dall’individuale libertà di “voler volere” – con il comfort e la felicità dell’avere e dell’apparire. Si preferisce ignorare e seguire piuttosto che sbagliare scegliendo liberamente o dicendo no. Attravero i mass-media la macchina socio-politica propone prototipi ideali di uomini e donne, impone morali, mode, cosa sia lecito e proibito, cosa sia necessario desiderare; nel caos di relazioni che l’uomo contemporaneo si trova a subire, l’individuo cerca il proprio posto per far parte di una realtà sociale e lavorativa che in maniera silenziosa lo conforma al resto della massa. Questa ricerca del proprio posto, che si può tradurre in ricerca di identità, viene vissuta spesso drammaticamente e trova compimento nella falsa liberazione dalla costitutiva lacunosità umana all’interno della rassicurante community (che mantiene intatte le proprietà della massa).
Ma Michel Foucault (nel suo corso Il coraggio della verità ) mette in evidenza il rapporto tra verità e libertà, atteggiamenti che convergono nella formazione di un’etica individuale: “L’obiettivo di questo dire-il-vero è la formazione di un certo modo di essere, di un certo modo di fare, di un certo modo di comportarsi (…) L’obiettivo del dire-il- vero, più che la salvezza della città, è dunque l’ethos dell’individuo.” Non si può essere veri senza essere anche liberi. Non si può agire eticamente nella società senza porsi domande sulla verità. 

L’essere umano si definisce cioe’ nella tensione verso una azione definita dal proprio ethos, e dall’esperienza della libertà. L’uomo etico descritto da Foucault si mette continuamente in gioco fuori dalla massa monolitica e non è mai l’ennesima copia di una moltitudine capace solo di pensieri comuni. Questo atteggiameto ispirato alla libertà (che non può non includere il cambiamento di scelte, posizioni politiche, critica) e’ oggi sostituito con l’ottimizzazione del prodotto, categoria in cui rientra l’uomo stesso. Il conformismo contemporaneo mira cioè ad una progressiva immunizzazione dall’imprevedibilità della vita e degli eventi, fornendo al singolo gli strumenti e le tecniche per annichilirsi, fino a raggiungere uno stato mentale di efficienza immediata. Un esempio è la disponibilità a lavorare in condizioni disumane, ignorando aspetttive economiche e morali in virtù del “meglio di niente”, incentivando un’asta al ribasso di prestazioni spogliate di ogni dignità. 

“C’è pochissima virtù nell’azione di massa degli uomini. (…) come può bastare ad un uomo limitarsi ad ascoltare favorevolmente un’opinione e a goderne?”. Già Henry David Thoreau – La disobbedienza civile – aveva chiara l’idea di una società come sistema di convenienze, per cui l’omologazione è un processo volontario che conforma il pensiero a mantenersi all’interno dei canoni e il più delle volte alla non-scelta che corrisponde spesso ad ignorare o subire l’ingiustizia. L’immagine del bosco ricorda allora l’importanza di una riscoperta della responsabilità individuale e della volontà di definire se stessi come pura potenza rivoluzionaria, disobbediente, negatrice e creatrice.

Dolomiti culla della biodiversità globale 260 milioni di anni fa. I primi arcosauri al Bletterbach, conferma il MUSE 

La rete trofica del biota del Bletterbach, in cui sono mostrate le complesse interazioni tra flora e fauna, dedotte dalle analisi paleontologiche; 1) Terapsidi faunivori; 2) Archosauromorfi; 3) Pareiasauri; 4) Terapsidi erbivori; 5) Captorinidi; 6) Terapsidi indeterminati; 7) Neodiapsidi basali; 8) Insetti mandibolati; 9) Sfenofite; 10) Felci con seme; 11) Ginkgofite; 12) Conifere; 13) Taeniopteridi.

Il sito di ricerca paleontologica del Bletterbach, sulle Dolomiti – nel tratto montano tra Bolzano e Trento –  fornisce una finestra assolutamente unica sulle forme di vita che popolavano le terre emerse sulla linea dell’equatore nel tardo Permiano (260 milioni di anni fa). Questa la conclusione di uno studio comparato (ci ha lavorato un team internazionale di paleontologi e geologi ) guidato da Massimo Bernardi, esperto di paleo – estinzioni del MUSE di Trento, uscito sulla rivista Earth Science Review. La ricerca ha messo a confronto i reperti dei più importanti siti del mondo che custodiscono i fossili della fauna e della flora della Gondwana ed è un nuovo, avvincente capitolo nel lavoro del MUSE di Trento per offrire al pubblico una prospettiva interpretativa sui processi  di estinzione e defaunazione in corso in Antropocene. 

Molto simile agli ecosistemi coevi del Marocco e del Niger, il Bletterbach ha fornito evidenze del fatto che la maggior diversità biologica di quel periodo (alle soglie di una estinzione di massa che aprì la strada ai grandi rettili, ai dinosauri ) si trovava alle latitudini medio basse del nostro pianeta, e cioè attorno all’equatore, che 260 milioni di anni fa corrispondeva alla fascia centrale del macro continente Gondwana. Le Alpi erano insomma una regione a clima tropicale umido in una fase di riscaldamento climatico molto significativa. Siti analoghi in Cina e Sudafrica hanno dato risultati meno soddisfacenti perché spostandosi verso i poli del globo ( nord e sud ) la biodiversità diminuiva. I tropici insomma, oggi come allora, erano hot spots di specie animali e vegetali. 


È questa una analogia con il presente su cui vale la pena di riflettere: “Gli studi paleontologici – spiega Massimo Bernardi – sono la misura del presente, una base line di ricerca, ma forse anche un suggerimento “. Durante il tempo profondo dell’evoluzione ciò che è già avvenuto determina il futuro possibile in termini di ereditarietà e di strade possibili. Capire quanto fosse ricca la vita sul pianeta prima di una perdita catastrofica di specie (una estinzione di massa) serve a meglio comprendere come una contrazione così drastica dei taxa disponibili possa rimodellare la faccia del pianeta in termini ecologici e ormai anche antropologici. 

Durante il tardo Permiano gli ecosistemi sono molto più “integrati” rispetto alle epoche geologiche antecedenti e cioè più diversificati nelle catene trofiche che li sostengono. La radiazione evolutiva di molte famiglie animali e’ intensa e compaiono i primi arcosauri. Il Bletterbach ha restituito i fossili di 1870 piante corrispondenti a 30 taxa fossili : il gruppo dominante sono le conifere. Il sito è ricchissimo anche di “ichnotaxa” e cioè di impronte fossili su cui è stato possibile risalire alle specie animali (10-13 gruppi tassonomici ) che cacciavano e vivevano in questa sorta di fiordo dalle acque calme e calde. 

Le conclusioni dello studio sono particolarmente interessanti proprio perché permettono di inferire relazioni ecologiche cruciali tra le regioni climatiche e il potenziale evolutivo. Nel tardo Permiano gli assemblages tropicali contenevano  contemporaneamente un mix di specie animali : considerando i vertebrati tetrapodi ( cioè gli animali con colonna vertebrale che si muovevano su 4 zampe ), convivevano ancora forme del primo Permiano (temnospondili, captorhinidi), i primi membri del gruppo (clade) che diventerà predominante nel Triassico (archeosauri) e infine i taxa specifici di questa epoca geologica che erano presenti anche a latitudini più alte (terapsidi, pareiasauri ). Che cosa tutto questo significhi per il passato e per il presente del nostro Pianeta lo spiega Massimo Bernardi :

“Gli ecosistemi equatoriali sono importanti per sostenere la vita su questo pianeta, lo sono stati più volte nella storia della Terra e lo sono anche oggi. Più volte l’area equatoriale ha avuto questo ruolo, di funzionare come un motore a ritmo accelerato per la comparsa di nuove specie; qui tendono inoltre a rimanere più lungo gruppi che sono ormai giunti alla fine della storia evolutiva, probabilmente per ragioni fisiche. Quindi non siamo di fronte ad una situazione che è eccezionale oggi, quanto piuttosto a un pattern,  cioè ad uno schema che tende a ripetersi. I tropici sono stati il polmone della biodiversità 260 milioni di anni fa. Ai tropici ancora oggi abbiamo la storia e il futuro della biodiversità “. 

Questa profondità temporale spiega per quale motivo la ricchezza filogenetica ( più linee evolutive presenti nello stesso ecosistema ) sia il vero termometro della stato di salute delle are ancora wild. 
 

Loveless, le anime estinte di Andrej Zvyagintsev


Non è la Mosca di Tolstoj ma neppure quella del Cremlino ; la Mosca di Loveless, il film di Andrej Zvyagintsev premio speciale della giuria all’ultimo festival di Cannes uscito ieri nelle sale italiane, è la Mosca dei moscoviti, della gente ricca vestita con i brand francesi e italiani che vive in appartamenti lussuosi – pavimenti in legno e cucine in pannelli laccati – e non beve più vodka ma vino. Loveless – un film crudelissimo – comincia in uno di questi condomini a decine di piani raccolti attorno ad un piccolo bosco con lo stagno. Boris e Zhenya stanno per divorziare e non sanno dove mettere il figlio dodicenne Alioscia : Boris (lo strepitoso e bellissimo Alexey Rozin ) ha già una altra donna, incinta, e Zhenia ha sedotto un ricco imprenditore più vecchio di lei che abita in un appartamento di cemento e vetrate ghiacciate, parla con la figlia solo su Skype, e veste Ralph Lauren. Il posto migliore per Alioscia sarebbe un istituto, visto che la vera felicità per entrambi gli ex coniugi  è in arrivo e il ragazzino è solo un impiccio.  Da sempre. Dal giorno della sua nascita. Ma dopo l’ennesima lite furibonda il cui unico argomento è l’inutilità di sentirsi ed essere padre e madre, Alioscia scompare. 
Zvyagintsev  dirige in modo superbo un film atroce nella sua assoluta raffinatezza  su una tipologia specifica di uomini e donne contemporanee, in una Russia assuefatta agli effetti più nefasti del dio denaro. Boris, il narcisista con un ottimo impiego che non sa cosa provare di fronte al pericolo mortale corso dal figlio perso chissà dove in una città gelida e ostile, un uomo tanto potente a letto quanto inutile nella sua totale indifferenza per le conseguenze emotive delle proprie azioni con le donne ; Zhenya, figlia di una madre incapace di amore che a sua volta odia Alioscia per il semplice fatto di averlo davanti, prova inconfutabile del suo vuoto interiore. Entrambi personaggi perfettamente raccontati nel loro deserto psichico, automi di una società opulenta che non conosce più amore perché l’amore non serve più. Non le anime morte di Gogol, molto più banalmente anime estinte.

Loveless è una denuncia del degrado affettivo del nostro tempo, degli incontri vissuti sugli IPhone e mai dove davvero gli individui in carne e ossa sono e respirano. La Russia, disperata, al contrario di quanto scritto da Paolo Mereghetti, sopravvive solo nei suoi boschi, che, pur inquinati dalle rovine di vecchi edifici sovietici ormai marci e decrepiti, sono per Alioscia un rifugio in una delicatezza pura e intonsa. Non a caso in tutto il film compare un solo animale, un cane husky che aspetta fuori dai cancelli della scuola il suo piccolo padrone. Ancora un film, ancora europeo naturalmente, sulla condizione psicologica di tanti uomini e donne del nostro tempo straordinariamente anaffettivi. Spietatamente ricchi.