Il manuale (ottimo) sullo storytelling da museo di Archeostorie® : archeologia pubblica o social media marketing?

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È da poco uscito con Edipuglia un libro che si inserisce a buon diritto, per la competenza degli autori, nel dibattito attuale sul futuro del patrimonio artistico italiano: Racconti da museo – storytelling d’autore per il museo 4.0, realizzato dal team Centro Studi per l’Archeologia Pubblica Archeostorie® a cura di Cinzia Dal Maso. Il libro sta al polo opposto, per intenti e visione, del gruppo di attivisti e ricercatori che compongono, attorno a Tomaso Montanari, il network Emergenza Cultura. E questo perché gli autori ritengono che fare business del patrimonio sia farne cultura pubblica. Ovvero, nelle parole di Antonino Salinas, per quarant’anni direttore del Museo nazionale di Palermo (a cui oggi è intitolato l’omonimo museo) che nel 1873: “Secondo il mio concetto il museo ha da essere scuola; se ne vogliono far un carcere di monumenti, allora comprino chiavistelli e chiamino un buon carceriere”. L’obiettivo di chiunque si occupi di collezioni è invece non solo conservare, ma creare ponti tra il pubblico e i reperti. Lontano da ogni “idea elitaria e autoreferenziale di servizio pubblico”. Ciò che conta è la divulgazione alla massima velocità. Il simbolo della nuova era dei musei vivi e non incartapecoriti nella polvere e nella noia è un uccellino di piombo del VII a.C., simile a quello di Twitter, inserito nel logo dal Museo Salinas chiuso per restauro e cliccato da Dick Costolo, allora Ceo di Twitter. 

Gli autori di questo libro, tutti esperti della materia, ritengono che oggi una fruizione adeguata dei beni archeologici (fatta salva una adeguata tutela) sia possibile solo attraverso lo storytelling, ossia la messa in racconto di oggetti, reperti, rovine e scavi: “bisogna raccontare, sempre di più e meglio. Il passato ha continuo bisogno delle nostre storie per conservarsi nel presente”. Lo scopo è “compattare un gruppo sociale attorno ad un immaginario comune” per formare una “comunità del racconto” all’interno della quale il reperto sia ancora vivo e il visitatore divenga da “passante distratto” un “osservatore partecipe”. Il racconto, infatti, riporta il passato nel presente, lo rende interessante e accattivante, lo trasforma, anche, in una esperienza di consumo ragionata. Soprattutto, una strategia efficace nel raccontare il reperto consente, secondo gli autori, di orientare la gestione del patrimonio sulle esigenze di un pubblico radicalmente diverso rispetto a quello di pochi decenni fa. 

Un tempo, infatti, “il museo era pensato per un fruitore colto e interessato, quasi sempre uno specialista della materia (…) oggi tutto questo non vale più. I musei sono visitati, o meglio dovrebbero essere visitati, da tutti. Il turismo di massa porta dentro agli schiavi e ai musei un pubblico eterogeneo e variegato (….) il compito dello storytelling è questo: creare un racconto che illustri ma anche emozioni”. La comunicazione deve dunque essere sopratutto strumentale ad inserire il bene artistico all’interno del mercato, ossia del turismo di massa: “il principale destinatario delle nostre azioni di divulgazione è la consistente fetta di non pubblico, vale a dire quel 70% di italiani che normalmente diserta i musei ma che vive per almeno due ore e mezza al giorno, in buona compagnia, su Facebook (più di 30 milioni) alla ricerca di notizie interessanti”. L’impostazione degli autori è quindi lontana anni luce da ciò che viene definito “orientamento accademico o di cultura statalista”, che ignora il potere dei social media e le esigenze del nuovo pubblico della cultura. Il social media manager è importante tanto quanto il curatore. 

La forza del libro sta in questo. Se si vuole davvero rendere concreti, utilizzabili e quindi rilevanti i beni artistici del Paese bisogna farne profitto. Non esiste una via altra per far sopravvivere un patrimonio artistico altrimenti incomprensibile per le società avanzate del nostro presente europeo. Lo disse già il Baricco di Barbari: se vuoi arrivare ai cento che non leggono Dostoevskij, devi scrivere per quei cento. Con la loro grammatica e il loro lessico. Punto. Solo una percentuale ristrettissima di persone ha motivi intellettuali e personali per sentirsi in continuità storica con l’Ara Pacis o la Domus Aurea, o il Caravaggio, tutti gli altri seguono percorsi di osservazione, avvicinamento e fruizione meno intimistici, meno viscerali, meno esistenziali. Per la comunità sociale l’opera d’arte archeologica o rinascimentale è intrattenimento, non cultura. Booking ha preso il posto e la gloria del viaggio in Italia di Goethe. Ben vengano dunque anche le rappresentazioni teatrali dal vivo in Palazzo Vecchio a Firenze per assistere alla vestizione mattutina di Eleonora di Toledo e le sfilate di Gucci nella villa di Adriano a Tivoli. Per la sopravvivenza del reperto artistico serve il pubblico, i numeri insomma, come riteneva Dario Franceschini. Che ci piaccia o no, la Seo ha già in mano il destino del patrimonio perché, ad esempio, riesce a fare il miracolo al Museo Salinas di Palermo, che è un caso riuscitissimo non solo di storytelling, ma soprattutto di content marketing. Un caso entusiasmante: già solo leggerlo ti fa venire voglia di iscriverti alla loro pagina FB. In questo il libro possiede un indiscutibile realismo. 

Questo libro dimentica però di discutere una domanda che sta a monte dello storytelling: il passato heritage, come dicono gli inglesi, è ancora importante per le società europee? Davvero oggi in Europa il turismo culturale arricchisce il nostro sentimento di essere europei? Per quanto sia impopolare dirlo, io credo che la risposta sia NO. C’è differenza tra l’eccitazione emotiva e l’identificazione storica con ciò che si ha davanti. Riconoscersi in un reperto richiede un passaggio più impegnativo dello svago di una visita mordi e fuggi. Richiede, in altre parole, una conoscenza meditata, un tornare e ritornare dentro un pensiero, una iconografia, una fonte scritta, condizione molto rara nella antropologia comune del nostro tempo. La cultura richiede anni di studio per diventare vita quotidiana, prassi esistenziale e orientamento etico. In una lettera del 1925 Rilke scrisse: “Per i nostri avi, una casa, una fontana, una torre loro familiare, un abito posseduto, il loro mantello erano ANCORA qualcosa di infinitamente di più che per noi, di infinitamente più intimo; quasi ogni cosa era un recipiente in cui essi rintracciavano e conservavano l’umano”. Questa dimensione del passato è morta nell’Europa attuale: non possiamo farci nulla, è vero, ma possiamo esplorare il vuoto che la sua dipartita ha lasciato, guardarlo in faccia, e poi interrogarlo senza sentirci schiavi della visione del mondo di Mark Zuckerberg. Tutto questo non toglie nulla all’importanza della proposta degli autori, che descrivono in modo molto concreto come superare la apatia dei musei italiani per dare spazio ad una fruizione divertente e corale. 

Ma i problemi della conservazione del patrimonio sono anche più profondi, come sottolinea nei suoi interventi pubblici Tomaso Montanari. Riuscire a vivere ancora il patrimonio come energia civile e civica non è problema che si risolva con un post su FB, neppure ammettendo che FB è il player principale dello scambio di contenuti del III millennio. Il patrimonio dovrebbe renderci cittadini e non sempre e solo consumatori. Gucci a Palazzo Pitti può essere intrigante – la galleria fotografica a Villa Adriana a Tivoli su FB lo è – ma quanto meno deve aprire un tavolo di negoziati su queste domande: mettere in spettacolo la bellezza è educativo? Ridurre il patrimonio a gadget è cultura? Siamo sicuri che le devastazioni prodotte dal turismo culturale in città come Firenze e Venezia, ma anche Barcellona e Lisbona non ci dicano già che business dell’intrattenimento e cultura sono due cose molto diverse ? Che posto ha il patrimonio nel nostro modo di sentirci italiani ed europei? Che cosa significa il reperto oggi ? Che cosa è un reperto? Non sarà che FB ha preso il posto delle nostre fotografie sulla nostra carta di identità? 

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Jurassic World – Il regno distrutto: al cospetto della genetica siamo tutti sudditi senza diritti

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Jurassic World – Il regno distrutto non è un film per bambini. E non per la violenza delle scene di caccia che coinvolgono predatori terrestri e acquatici di una ferocia fuori dall’immaginario, ma per la crudeltà inflitta agli animali. I teropodi di Isla Nublar soffrono moltissimo in questo film, che è il più completo della saga inaugurata 25 anni fa da Spielberg. Finalmente, il regista Cuan Antonio Bayona costruisce un racconto non solo azione e terrore – la paura senza nome che proviene da ciò che dovrebbe stare in un museo e invece viene di nuovo forzato alla vita – ma anche riflessione angosciata sulla disponibilità umana a negare i diritti delle altre specie. Ma non pensate che ci sia dell’ecologismo facile nel film, perché vi sbagliereste di grosso. La trama del Jurassic World è il business dell’estinzione: sfruttare le specie già consegnate al passato fossile per imitare Michelangelo giocando con le basi azotate del DNA (non basta più clonare un allosauro o un raptor, adesso bisogna mischiare il pool genetico di più teropodi per “migliorare” le loro caratteristiche adattative) o ripulirsi la coscienza dopo aver preteso la loro resurrezione in nome del progresso scientifico. 

Sono passati alcuni anni dal disastro del parco dei divertimenti su Isla Nublar, dove i bambini potevano “cavalcare” i piccoli di triceratopo come si fa sulle giostre. Claire Dearing ha fondato una NGO per la protezione dei dinosauri: affiancata da uno staff all’altezza di un militante green blog dotato di computer Apple, Claire tenta di convincere politici e simpatizzanti che bisogna salvare le specie in pericolo di Isa Nublar, evacuandole prima che il vulcano tornato in attività esploda. Già, ma spostarle dove? Non sarebbe meglio lasciarle al loro destino, ad una seconda estinzione di massa?

Così la pensa il matematico Ian Malcolm, che sul Jurassic Park ha sempre nutrito più di un dubbio. Stavolta Malcolm fa quello che gli ambientalisti non sanno fare, e cioè ragionare filosoficamente. Davanti ad una commissione del governo americano Malcolm dichiara che sì, i teropodi devono estinguersi, perché così si sono messe le cose per loro nel loro ecosistema. Ma c’è di più. Lasciati a se stessi su Isla Nublar, i dinosauri si sono ripresi il proprio habitat: “la loro presenza presuppone la nostra assenza”. I dinosauri se la cavano benissimo senza di noi, come le specie selvagge nei pochi habitat rimasti nel nostro mondo reale. Ma può un creatore onnipotente rinunciare alla propria “megalomania politica”? Se dinanzi alla prepotenza della tecnologia, dice Malcolm, ci siamo trovati impreparati ( antiquati, avrebbe glossato Guenther Anders), al cospetto della genetica dovremmo quanto meno sentire un bel brivido gelato lungo la spina dorsale, prima di applaudire, perché “la morte la conosciamo solo quando la abbiamo in faccia”. 

Il creatore è per definizione un despota. La libertà delle creatura è solo una utopia, come insegnano le religioni monoteiste. E quando Claire si trova davanti alla proposta di “traslocazione” di almeno 11 specie fuori da Isla Nublar grazie ai soldi e allo staff militare dell’erede di Hammond, Sir Lockwood, l’opzione ambientalista si svela per quello che è: una riserva per animali estinti in via di estinzione. Un altro parco, un altro recinto, un altro confine per mettere in sicurezza l’esito sfacciato – e quindi pericolosissimo – dell’ingegno umano. E’ su dettagli come questo che il Jurassic World gioca la sua partita di film impegnato. La cattura dei dinosauri su Isla Nublar mozza il fiato perché lo schermo rimanda la paura e lo sconcerto degli animali sedati, ingabbiati e sposati con gli elicotteri verso un altro mondo (la riserva): non vi ricorda forse i rinoceronti, i leoni e gli elefanti mezzo addormentati con il Fentalin e traslocati in parchi nazionali per ripopolare aree wild ormai vuote? O per salvarli dai bracconieri, dai trafficanti cinesi e della Borsa di New York?

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Naturalmente non esiste nessuna riserva per i dinosauri. Li attende una cantina buia (il sottosuolo della mente umana) con vani in calcestruzzo, uno per ogni animale. Gli animali saranno venduti in una asta da almeno 100 milioni di dollari a ricchi imprenditori, mafiosi, degenerati e politici di ogni Paese pronti a pagare per avere un giocattolo vivo che ha sconfitto il tempo geologico e la morte. Per Blu, il velociraptor femmina che ha condiviso il proprio imprinting con Owen Grant, il paleo-zoologo che riesce a comunicare con i predatori del Giurassico, il destino è ancora peggiore. L’imprevedibilità evolutiva l’ha resa speciale, e i genetisti al lavoro sul paleo-DNA vogliono sfruttarla al meglio. Per creare ciò che non è stato ancora creato. Un incesto tra specie. Owen e Claire a questo punto sono costretti a fare i conti con le loro stesse azioni: Claire aveva dato il permesso per la clonazione dell’Indominus, un predatore con i geni del T-rex e molto altro, un mostro ingovernabile e super intelligente. Owen si era prestato a sperimentare un training di addestramento con i raptor, rendendo di fatto Blu disponibile ad essere usata come arma biologica e incrociata con l’Indominus. 

Claire e Owen saranno costretti a muoversi in un mondo completamente sovvertito, plasmato da una nuova unità di misura della realtà, e cioè le possibilità insite in un laboratorio di genetica. L’estinzione siamo noi, non solo perché disponiamo dell’estinzione attraverso le nostre pretese sul Pianeta, ma anche perché estinguendo tutto ciò che riteniamo adeguato all’estinzione (le specie ormai inutili nei programmi biopolitici della civiltà)  estinguiamo noi stessi. La cantina buia frastornata dal ruggito del T-Rex e dell’Indoraptor, che non ha mai visto la luce del sole, è il nostro inconscio, l’apoteosi delle nostre pulsioni creative. La strada verso la libertà ha per i dinosauri il nome di una bambina che condivide con loro la sofferenza dell’essere stata creata. 

L’enigma dei leoni criniera nera del Kalahari

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In quale territorio bisogna entrare per incontrare il leone? E’ sufficiente varcare i confini di una area protetta per fare esperienza della wildlife? La risposta tradizionale a queste domande è l’effetto-wow che i safari più esclusivi promettono in Kenya, in Tanzania, in Namibia e in Botswana. Le specie iconiche del continente africano sono cartoline note in tutto il mondo. Il turismo organizzato conta moltissimo sulla forza persuasiva dell’effetto -wow e ne fa un alleato della conservazione. Però, non è tutto qui. La vicenda di Cecil the lion è emblematica: nonostante il terremoto di indignazione via FB contro il dentista-cacciatore una ricerca approfondita del WildCru di Oxford ha stabilito che solo una percentuale irrisoria delle persone affettivamente coinvolte nel destino di Cecil conosceva la situazione del leone in Africa, ossia il rischio concreto della sua estinzione. Il punto di vista che proverò ad argomentare qui conduce quindi in una altra direzione. Il territorio del leone del Kgalagadi, e di qualunque altra popolazione wild di leoni in Africa, non è soltanto un habitat per questa specie. Un territorio selvaggio svela i limiti del nostro modo di pensare in Antropocene e ne propone di nuovi. Parlando dunque a noi di noi stessi, la wilderness ci offre l’opportunità di fermarci ad ascoltare ciò che ci circonda e di concederci il rischio di riflettere. 

Nel 1952, in una conferenza alla Radio Bavarese, Heidegger così si espresse sul significato del pensare in una epoca dominata dal ragionamento logico-matematico (la conferenza confluì poi nell’opera oggi nota con il titolo Che cosa significa pensare? ): “Non c’è un ponte che conduca dalla scienza al pensiero; l’unico passaggio possibile è il salto. Il luogo dove questo salto ci conduce non è solo l’altro lato dell’abisso, ma una regione totalmente diversa”. La condizione umana è stata a tal punto ridisegnata dalla tecnica che per pensare questo cambiamento epocale occorre ri-pensare il modo in cui ormai guardiamo all’umano e al Pianeta. Tradotto in parole più semplici, noi pensiamo la “natura” e le altre specie non per ciò che esse sono ma attraverso il filtro dell’epoca tecnologica e dei suoi stupefacenti apparati di manipolazione della materia vivente. La regione totalmente diversa è dunque una condizione del pensiero capace di mettere in discussione gli assunti del parlare comune (ad esempio, la reazione emotiva e inconcludente seguita all’uccisione di Cecil the Lion). Seguendo il discorso di Heidegger è necessario non chiedersi a cosa serve una specie o un habitat in funzione di interessi economici più o meno diretti, quanto piuttosto che cosa è una specie nel suo habitat. Questo tipo di esplorazione pone al centro della ricerca i legami storici, genetici, ecologici (il come di una specie) che decidono, tutti insieme, delle caratteristiche biologiche (il che cosa di una specie).

Proviamo allora ad avventurarci nel come del leone africano. La scomparsa degli spazi selvaggi altera la percezione che abbiamo del Pianeta e sottrae realismo al nostro sguardo. Perché lo semplifica. Secondo lo African Lion Group, il leone è una specie privilegiata per aprire gli occhi sulle conseguenze storico-genetiche della frammentazione degli habitat. E la ragione sta nel fatto che nell’ultimo secolo e mezzo le condizioni di vita del leone sono drasticamente mutate. Se considero il leone africano solo per come lo vedo oggi, affidandomi sostanzialmente al racconto turistico, non riesco a costruirmi una idea complessiva della specie: “Servono indizi per comprendere le popolazioni di leoni del passato e fare previsioni sul loro futuro” dal momento che “le stime complessive delle popolazioni, da sole, significano poco in assenza di una conoscenza dettagliata su dove si trovano i leoni” (Fonte: The size of savannah Africa: a lion’s (Panthera leo) view , DOI 10.1007/s10531-012-0381-4 ). Le informazioni quantitative non sono sufficienti: servono dati qualitativi (genetici, storici) sulle popolazioni rimaste, come quella del Kalahari meridionale. 

I leoni dalla criniera nera del Kalahari sono uno degli enigmi che svela l’importanza degli studi di popolazione sul leone africano. 

Uno studio di genetica di popolazione uscito nel 2013 su Conservation Genetics ( Genetic perspective on Lion Conservation Units in Eastern and Southern Africa, DOI 10.1007/s10592-013-0453-3 ) osserva che: “C’è un interesse teorico nel livello di differenziazione regionale e adattamento locale mostrato da un predatore molto diffuso. Storicamente, l’interesse per questo argomento si è focalizzato sulla differenziazione morfologica e tassonomica”. Gli autori dello studio hanno lavorato su campioni raccolti nello storico home range del leone in Asia (Iran e India), in Africa centro-occidentale (Maghreb, Senegal e Sudan) e nell’Africa sud-orientale, compreso il Kgalagadi. I leoni dell’Africa orientale e meridionale – quindi anche quelli del Sudafrica e del Botswana – presentano differenze genetiche rispetto ai cugini dell’Africa centro-occidentale, pur appartenendo alla stessa specie. 

Per quanto riguarda il leone del Kgalagadi, gli aplotipi del suo pool genetico (un aplotipo è una combinazione di varianti nella sequenza del DNA su di un particolare cromosoma) fanno gruppo con i leoni dell’Africa orientale ed hanno però una struttura unica di legami di parentela (unique structure assignment). Ma “in assenza di ulteriori campioni da questa regione e dalle aree ad est è impossibile determinare le affinità geografiche di questa popolazione”. Raccogliendo i riscontri ottenuti con le analisi genetiche e le testimonianze storiche, oggi è possibile affermare che il nome Panthera leo melanochaita ( leone dalla criniera nera) fu introdotto nel 1858 per indicare il leone della provincia del Capo in Sudafrica, ma che “i leoni del Capo non erano diversi dagli altri leoni del Sudafrica e che le loro grandi criniere erano una conseguenza del clima di quelle regioni”. Bisogna però tenere presente che “le ricostruzioni filogenetiche recuperano in modo robusto una maggiore dicotomia all’interno dei leoni, dicotomia che separa i leoni di Asia e nord-ovest-centro Africa da quelli del sud-est Africa”. Sui leoni del Kgalagadi possiamo dunque dire: “Al momento è difficile risolvere la tassonomia dei leoni dell’Africa orientale e dell’Africa del sud, che sono tutti considerati qui come Panthera leo melanochaita. A dispetto della loro più sofisticata variabilità genetica, l’analisi filogenetica non identifica un clade in modo affidabile (….) Le conclusioni riguardo la distribuzione di Panthera leo leo (ndr, il leone africano) e Panthera leo melanochaita (ndr, il leone dell’africa meridionale ed orientale del continente) risultano limitate dai pochi siti geografici di recupero dei campioni, specialmente in centro-Africa”. 

L’analisi geografica è talmente importante nello studio della specie che nel 2006 Barnet e Yamaguchi – due “mostri sacri” su questo argomento -hanno supposto di individuare un cluster regionale di leoni in una area geografica enorme che comprende Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centro Africana, Sudan ed Ethiopia. Dove ci porta tutto questo? Le differenziazioni geografiche probabilmente erano marcate prima che l’espansione economica e demografica umana, insieme alla caccia indiscriminata in epoca coloniale, decimassero la specie. Tracce di questa differenziazione sussistono ancora oggi. Ed è di queste che la conservazione deve tener conto, sovrapponendosi ed intersecandosi con le pressioni economiche del turismo, soprattutto quando si discute sullo spostamento di esemplari da una area protetta ad una altra per ripopolare contesti lions-free: “Le translocazioni possono causare ibridazione tra linee di discendenza diverse e quindi erosione degli adattamenti locali delle popolazioni e fallimenti riproduttivi”. Bisogna cioè usare “genotipi compatibili”. I leoni del Kgalagadi non sono i leoni del Kruger e del Pilanesberg e presentano affinità con i cugini delle pianure orientali della Tanzania. 

Storia coloniale, genetica, geografia del continente e ragionamenti attualissimi sulla translocazione ( si pensi ai leoni del Kruger spostati ad Akagera, in Rwanda, per ripopolare il parco nazionale): questo è il come del leone africano. Non semplicemente una descrizione degli individui e dei pride presenti in un certo contesto, questo non è sufficiente. Ogni descrizione sul campo è completa solo se integrata con informazioni e rimandi disposti a raggiera attorno al post-it colorato su cui è scritta la parola LEONE. Si tratta di un territorio aperto e rischioso, perché sfida il nostro sguardo ossidato su questo predatore, uno sguardo conformato e conformista. 

E questo è precisamente il passaggio in cui il discorso su Panthera leo e le grandi aree protette non può limitarsi ad una riflessione economica sul turismo. Qui, infatti, entra in scena il nuovo modo di pensare di cui abbiamo parlato all’inizio. Se analizziamo la narrativa corrente sui leoni africani non riusciamo a spostarci da una rappresentazione monocorde della specie, che dipende dalla potenza degli obiettivi Canon e Nikon. In questa vicenda ci siamo noi occidentali come turisti e ci sono soprattutto le genti africane come persone in carne ed ossa quotidianamente coinvolte nella protezione di un predatore in habitat certo splendidi, ma assediati da imperativi economici non rimandabili. Eppure, non possiamo non vedere che il turismo oscura l’importanza di quello sguardo attento alle particolarità regionali della specie che ancora troviamo nei taccuini degli esploratori scritti alla luce fioca del fuoco dei bivacchi nelle savane di inizio Novecento. In definitiva, il leone del Sudafrica non lo si capisce ragionando secondo i parametri del turismo. Il leone del Sudafrica lo si capisce ragionando in termini storici e genetici. Cioè, heideggerianamente, sostituendo ad un pensiero che si riduce a rappresentare le grandi faune (vorstellendes Denken) per trarne utilizzi e profitti ad un pensiero che si pone in ascolto della presenza altrui (Ereignis) per accoglierne l’esistenza. 

Kgalagadi, il parco nazionale dove la geografia diventa destino


Che cosa è la wilderness? Questo è uno degli interrogativi più radicali che porterò nel Kgalagadi. Quando si parla di conservazione poca è generalmente l’attenzione per il lessico, e cioè per il backstage di ogni parola utile a descrivere i motivi per cui dovremmo proteggere le specie e i loro habitat. Ma in Antropocene – nel XXI secolo – nessuna parola è innocente: ogni sostantivo e verbo delle nostre lingue europee sopporta il peso della nostra storia. Il linguaggio non è senza colpa, contiene i progetti e i crimini di una civiltà. Al principio degli anni ’50, Martin Heidegger avvertì che “per lo più e troppo spesso ciò che è stato detto noi lo incontriamo solo come il passato di un parlare”. Tutte le domande che contiene la wilderness non appartengono solo al passato, ma anche al nostro presente.
I dati raccolti dal team di ricerca di James Allan della University of Queensland lo hanno confermato: il Kgalagadi è una wilderness. In quanto habitat ancora selvaggio, e parco transfrontaliero con il Kalahari meridionale che sta già in Botswana, il Kgalagadi custodisce ancora due dimensioni in rapida rarefazione, e cioè lo spazio e il tempo. Lo spazio è l’estensione del parco nazionale ( 37mila Kmq) che consente alle specie migratorie, soprattutto gli erbivori, di spostarsi liberamente, e ai grossi predatori di vertice, come i leoni, di andare in dispersione. Il tempo è l’orologio dell’evoluzione, il crono a disposizione degli spazi selvaggi perché l’algoritmo dell’evoluzione (il cocktail di fattori genetici ed ambientali che plasmano l’aspetto e le caratteristiche adattative di una specie) faccia il suo corso. Tempo e spazio sono due fattori interdipendenti e interconnessi, che nelle megalopoli sovraffollate di esseri umani dell’Antropocene tendono a volatilizzarsi sotto gli effetti, psicologicamente massacranti, della concentrazione di persone, cose, macchine e rumori artificiali. Il tempo è dunque geografia. Nella relazione tra il tempo e la geografia degli spazi ancora risparmiati all’agricoltura ed agli insediamenti umani va ricercato il significato della wilderness.

Nei grandi parchi transfrontalieri, come il Kgalagadi, il tempo è geografia, perché è scritto dentro il paesaggio. L’ecosistema è plasmato dallo scorrere del tempo, che trascorrendo nel corso delle ere geologiche diventa habitat e determina aspetto ed ecologia delle faune che vi abitano. Questo discorso è particolarmente rilevante per la storia del leone del Kalahari (Panthera leo leo), che è cioè che rimane, in termini quantitativi, del leone del Capo (Felis leo capensis) estinto già a metà Ottocento, preda ambita e “peste” per gli allevatori Boeri (Afrikaner) del non ancora nato Sudafrica. Il tempo lavora contro il leone nel continente africano, ormai, perché è diventato un tempo esclusivamente umano. Nel suo ultimo secolo di storia il leone africano ha perso il 75% del suo range originario. Sapevamo che cosa questo avrebbe significato sin dai primi anni Duemila, ma soltanto oggi i numeri ufficiali approvati da Panthera suonano per quello che sono, e cioè impietosi: non è collassato soltanto lo spazio, inteso in senso quantitativo, della specie, ma anche parte del suo passato evolutivo, e cioè il patrimonio genetico che nel corso di decine di migliaia di anni ha reso il leone ciò che è oggi. Lo spazio e il tempo sono variabili preziose in ogni area protetta, ormai, e al Kgalagadi con una certa importanza, perché il parco è transfrontialiero. Qui è ancora legittimo parlare della filogeografia del leone africano. Esplorare il concetto di filogeografia (phylogeography), e cioè il modo in cui, nello topografia del continente africano, erano disposte le diverse popolazioni di leoni, e i loro diversi adattamenti, è indispensabile per capire che cosa è la wilderness.

Secondo stime del 2004, in Africa i sistemi a savana coprono 13,5 milioni di chilometri quadrati, ma soltanto il 25% (ossia 3,4 milioni di Kmq) è adatto ai leoni. Nell’Africa subsahariana, dove sono concentrate le ultime popolazioni numericamente consistenti, nel 1960 abitavano 229 milioni di persone, che nel 2050 saranno 863 milioni. Sono cifre che da sole dovrebbero indurre una riflessione sulla “geografia reale” del leone (Fonte: Size of savannah Africa: a Lion’s (Panthera leo) view, Biodiversity Conservation (2013) 22:17-35). Oggi, al principio del XXI secolo, dedurre dalla realtà al suolo una mappa di cosa è stato il leone, non è semplice, ma cruciale per il futuro: “Comprendere i processi filo-geografici che coinvolgono le specie in pericolo è determinante per interpretare la loro storia evolutiva e progettare strategie di conservazione. I leoni forniscono una opportunità-chiave per esplorare queste processi; e tuttavia, una mancanza di diversità genetica e la scarsità di campioni adeguati ha fino ad ora impedito questa investigazione (…) Scopriamo che i leoni sub-sahariani costituiscono la base dei leoni moderni (Ndr, la base genetica), perché supportano un modello unico di evoluzione del leone moderno (Ndr, con un unico focus geografico di espansione della specie), equivalente al modello più recente dell’evoluzione umana dall’Africa”(Fonte: The origin, current diversity and future conservation of the modern lion (Panthera Leo), Wildlife Conservation Unit di Oxford, Proc.R.Soc. B (2006) 273, 2119-2125 ). Tra gli autori dello studio da cui è tratto questo passaggio c’è Noboyuki Yamaguchi, tra i massimi esperti della genetica di popolazione del leone. Ma che cosa significa studiare la differenziazione geografica (filo-geografia, dal latino phylum, specie, razza ) del leone? La storia della specie, ricostruita tanto sulle fonti storiche quanto sul materiale genetico – che comprende anche campioni raccolti nei reperti dei musei di storia naturale di Africa ed Europa – ci mostra dove siamo nella parabola di questa stessa specie: cosa è già perduto per sempre, quanto è rimasto e infine quali possibilità ha di sopravvivere ciò che è rimasto. Dal confronto parallelo con le testimonianze storiche (diari, taccuini, compendi tassonomici) e con le rilevazioni genetiche possiamo mettere a fuoco la verità sullo status dei leoni e il posto che le popolazioni odierne hanno nel quadro economico del turismo come strategia di conservazione.

Karl Jaspers sosteneva che l’uomo contemporaneo è Bodenlos, non ha più una terra che lo ospiti, nonostante abbia conquistato tutto il Pianeta. Homo sapiens ha infatti trasformato lo spazio in una risorsa, mettendo in secondo piano, cioè al di fuori da schemi di sfruttamento orientati al profitto, lo spazio come fonte (source), una dimensione culturale che è stata ricordata dagli attivisti Lakota di Standing Rock. Anche per Heidegger l’uomo della seconda metà del Novecento è heimatlos, privo di una patria, un concetto che Umberto Galimberti intende come condizione esistenziale di colui che non trova più “corrispondenza e riscontro” nel mondo. Gli habitat abitati dalle altre specie sono lo spazio perduto alla civiltà e quindi lo spazio da cui Homo sapiens si è consapevolmente tirato fuori: sono contesto ecologico, ma anche contesto esistenziale, territori in cui gli esseri umani pensano la propria civiltà in termini di prelievo di risorse e non più di co-appartenenza al Pianeta. Se anzi vogliamo andare fino in fondo nel sondare che cosa significa lo spazio come risorsa, ci troviamo in un ragionamento nuovo: lo spazio è una questione esistenziale per Homo sapiens, pensare al Pianeta come spazio riguarda il modo in cui abbiamo disegnato la nostra idea di esistenza lungo almeno gli ultimi due millenni di storia umana.

Jaspers definiva ciò che ci sta attorno, il nostro ambiente e il nostro essere sul Pianeta, con la parola Umgreifende, che in tedesco significa “ciò che raccoglie attorno”. Anche la coscienza umana è Umgreifende: “L’Umgreifende che noi siamo (das Umgreifende das wir selbst sind) dischiuso a quell’Umgreifende che è l’essere stesso (das Umgreifende das Sein selbst ist)”, spiega Umberto Galimberti. Per Jaspers, l’essere umano si trova in un ambiente che accoglie ed avvolge, ma anche che si mostra (che esiste) a prescindere da ogni progetto di utilizzo. Ogni uomo è dunque immerso in uno spazio che è orizzonte, paesaggio, geografia. Una consapevolezza piena e appagante dell’esistenza non può dunque accadere in mancanza del sentimento di appartenenza spaziale ad un luogo (Ort) che definisce la posizione dell’essere umano rispetto alla vita, intesa come evento biologico e psichico. Anche nel pensiero di Heidegger la riflessione sull’alienazione moderna della civiltà umana è legata ad un linguaggio spaziale. Lo scenario costante da cui la storia prende avvio è per Heidegger la verità dell’essere: la storia umana su questo Pianeta è Geschichte, ossia ciò che è “mandato” (dal verbo schiken, mandare, da cui anche Schiksal e Geschickt, destino ) e quindi “venuto ad essere”, non soltanto perché è accaduto, ma anche perché è stato possibile. Per Heidegger c’è, in altre parole, non solo l’evidenza di ciò che è già accaduto, ma anche la possibilità che dall’orizzonte amplissimo della vita qualcosa possa accadere (es gibt, la forma impersonale per dire “c’è” che letteralmente però suona “si dà”). La imprevedibilità dell’accadere, di ogni accadimento biologico, si fonde così con la comprensione filosofica della nostra realtà, nel senso che la storia del nostro Pianeta non è solo storia della specie Homo sapiens, ma soprattutto storia della evoluzione delle specie in sincrono con le trasformazioni geologiche del Pianeta stesso. L’evoluzione come fondamento primo dell’evento biologico è la verità dell’essere, è es gibt. E sappiamo bene, da Darwin in avanti, come l’evento biologico su larga scala dipenda dal caso e cioè dalla non deterministica contingenza della mutazione (das Verborgene, in termini heideggeriani, ciò che in quanto ancora non accaduto potrebbe anche non accadere e sussiste come possibilità). Rispetto ad Homo sapiens, il Pianeta è nella posizione eterna del es gibt. Per questo motivo, la verità dell’essere (e cioè della vita) è per Heidegger soprattutto rischio:

“Ogni ente è arrischiato. L’essere è il puro semplice rischio. Esso arrischia noi: gli uomini. Arrischia i viventi. L’ente è, in quanto è di volta in volta affidato al rischio. Ma l’ente rimane rischiato nell’essere, cioè in un rischio. Di conseguenza l’ente è esso stesso arrischiante, cioè rimesso al rischio. L’ente è in quanto va nel rischio in cui è lasciato andare. L’essere dell’ente è il rischio” (dal saggio Perché i poeti? Del 1946).

Ma è nella wilderness – le porzioni di Pianeta non ancora soggiogate alle attività umane dove sopravvivono le megafaune, come appunto il Kgalagadi – che il rischio della vita si dà, è cioè ancora intatto nella possibilità del suo accadere secondo processi evolutivi non pianificati dalla civiltà antropocenica. La wilderness è quindi spazio per la vita animale e vegetale (physis, come la chiamavano i Greci, termine che Heidegger problematizza interrogandone di nuovo i significati perduti) e spazio per il pensiero umano, cioè per un pensiero originario, esistenziale e libero dalle logiche produttive della civiltà tecnologica. Il rischio è infatti sempre libertà e per questo anche Jaspers può affermare che l’esistenza è tale solo in quanto “esistenza possibile (moegliche Existenz).

Ciò che si osserva in un parco nazionale, in una area protetta, sotto il sole aspro della savana, è la wilderness come physis, cioè come accadere biologico (dal greco phuo, nascere, venire alla luce, sbocciare). Da questo punto di vista, una area protetta, dalla caratteristiche eccezionali (wild) come il Kgalagadi non dovrebbe essere considerata speciale, perché contiene e mostra invece le condizioni basiche, anche da un punto di vista culturale, della vita sul Pianeta. Il fatto che invece consideriamo gli habitat selvaggi qualcosa di straordinario dipende dalla alienazione contemporanea dall’evento biologico; in Antropocene, la civiltà umana privilegia la megalopoli e attribuisce ai confini, ossia alla espansione illimitata delle proprie attività in opposizione alle foreste, alle comunità animali ed agli ecosistemi ancora integri, un sentimento di sicurezza e di dominio, costringendosi però a limitare la propria esperienza esistenziale dell’esserci sul Pianeta (Dasein). Scrive Umberto Galimberti: “Rompendo ogni confine Homo sapiens ha fondato la polis, ma fondando la polis è divenuto apolis, solitario, senza frontiere”.

Continua

 

La insolita convivenza delle api con la Lamborghini. Con il Conapi al FICO di Bologna

img_4580.jpg(cartolina Conapi – dalla cartella stampa)

Parlare di api è oggi abbastanza di moda, ma poche persone, in un settore che sta subendo forti contratture di produzione a causa dei cambiamenti climatici (il miele di acacia è sempre più caro ed è ormai un proxy, un indicatore ambientale, di come le stagioni alle latitudini del centro-nord della Penisola siano alterate), lo fanno con la convinzione del Conapi, il Consorzio Italiano dei produttori. Lo scorso 18 maggio il marchio storico del Conapi, Mielizia, ha organizzato una giornata esplorativa delle proprie attività didattiche aperte al pubblico, e di alcuni prodotti appena usciti, in un “ambiente” nuovo per il Consorzio, il FICO Eataly World di Bologna. Il parco agroalimentare è stato presentato già nel 2017 come una sorta di miracolo italiano, vetrina di alto profilo per tradurre in scelte consapevoli un modo diverso di uso delle risorse del territorio e dei suoi animali da allevamento. In una giornata molto calda per un maggio stranamente piovoso – e come potrebbe essere altrimenti, con la cifra tonda di 410 ppm di CO2 in atmosfera – la visita al FICO è stata una sorta di test, che ha infine mostrato la dedizione coraggiosa del Conapi alla propria causa – un patto solidale tra api ed esseri umani – anche in contesti discutibili.

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Conapi è il primo produttore di miele biologico in Italia : il 45% dei soci sono biologici e tutti gli iscritti sono uniti nel sostenere una “agricoltura pulita” da pesticidi, erbicidi ed insetticidi di sintesi. Il suo marchio Mielizia vuol dire oltre 600 apicoltori e più di 90mila alveari in tutta Italia, ma anche un atteggiamento culturale verso il cibo. La guerra contro lo zucchero usato come additivo in ogni tipo di alimento è la punta di un iceberg. Il 24 maggio il Congresso Europeo sull’Obesità riunitosi a Vienna ha confermato la preoccupazione della WHO (World Health Organization): i bambini che abitano nei Paesi mediterranei sono per metà obesi e non sanno più cosa sia una dieta con pomodori, olive, pesce fresco, verdure.  Mielizia ha appena messo sul mercato un nuovo tipo di composta ( albicocca, fragola e mirtilli) senza zucchero, dolcificata con miele di Sulla. La composta non contiene neppure pectina, ed è a residuo zero di pesticidi. Molto meno dolce di una composta tradizionale di frutta, e molto più saporita. Nel corso della giornata al FICO, uno chef ha poi mostrato come il miele, quando è veramente buono, possa essere utilizzato in molte preparazioni gastronomiche che limitano il consumo di grassi saturi e arricchiscono scelte vegetariane: carciofi fritti conditi con maionese di soia (latte di soia, olio di girasole, miele di eucalipto e peperoncino piccante), polpette di ceci, riso rosso, alloro e miele di castagno, e pasta integrale con pomodori secchi e asparagi e miele di coriandolo. E questo è stato il nostro pranzo. Strepitoso (anche grazie a colleghi blogger molto brillanti).

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La presenza del Conapi a FICO, ci spiegano, rientra in una politica di “impegno etico e di divulgazione del valore dell’apicoltura, che va ben oltre la produzione di prodotto apistici (…) E’ una opportunità essere in questa sede, una vetrina per farci conoscere nel dettaglio e in profondità e mostrare cosa è la biodiversità italiana”. All’esterno del padiglione FICO è stata infatti costruita una piccola oasi per un alveare sperimentale, con tre arnie, e una comunità di api che verranno monitorate nel tempo. Le visite didattiche hanno un obiettivo nobile, e cioè mostrare la ingegnosità biologica dell’ape, un insetto antico 30 milioni di anni, che ha avuto un ruolo sostanziale nella affermazione della civiltà agricola umana. Lo sforzo progettuale del Conapi, qui, è però anche culturale, nel senso che osservare da vicino decine di api al lavoro dovrebbe fare di questo insetto un animale più familiare, più quotidiano, e quindi suscitare rispetto e una coscienza storica sull’importanza di specie evolutesi lungo milioni di anni insieme a noi. La biodiversità così come la vediamo ha richiesto tempi lunghissimi perché l’evoluzione scolpisse ciò che diamo per scontato, e nella dimenticanza collettiva di ritmi complessi, eppure intrecciati alle nostre giornate, il miele è biologia diventata racconto: cooperazione, solidarietà di gruppo, capacità di sacrificio, interazione con gli altri (piante, fiori, esseri umani).

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Il FICO è però altra cosa rispetto a tutte queste ragioni. Che questo vasto centro commerciale (dove hanno il loro bel posto nomi come Amadori, Granarolo e Balocco) possa essere una scuola di cultura ecologica, o green o sostenibile, attraverso il semplice atto dello scegliere cosa mangiare, è abbastanza complicato crederlo. All’ingresso, un totem di sponsorizzazione del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2018 ha recitato un po’ la parte che un ottimo cosmetico di Christian Dior ha in un giusto make up. Le imperfezioni si possono coprire solo fino a un certo punto. Nel martellio di una musica onnipresente e dell’ultima hit dello Stato Sociale, ho camminato in un padiglione simile ad un hangar votato alla vendita, e a questa soltanto. Il “reparto” informativo sugli animali esordisce con l’Arca di Noè, e le sue spiegazioni rimangono circoscritte alle specie addomesticate. Il motivo è abbastanza chiaro, quando si arriva alla fine del percorso, dove sta Hortus, una serra lontana anni luce dalle atmosfere di Interstellar, che espone lattughe reali e erbe aromatiche. Perché davanti ad Hortus c’è l’allestimento della Lamborghini: L’uomo e il futuro, recita lo slogan che ne rende ragione, spostando di botto l’attenzione del visitatore dal cibo al rumore acritico di un motore a scoppio.

Nei giorni del Festival dello Sviluppo Sostenibile una riflessione sul valore della natura sarebbe stato auspicabile, se non fosse che l’argomento centrale di questo dibattito – fare del valore di scambio un valore di coscienza – è costantemente ignorato nel discorso ambientale. Ma che in un posto votato, benché in modo eclettico e legittimamente articolato, alla cultura del mangiare bene perché produrre cibo equivale a impiantare sul Pianeta protocolli di prelievo e trasformazione di risorse organiche (animali, piante, DNA), la Lamborghini ardisca interpretare la direzione del futuro, be’ questo è piuttosto ridicolo dal punto di vista del giornalismo ambientale. Bisogna pensarla, questa Lamborghini al FICO, e prendendo le distanze dalle categorie di realtà (sostituzione di tecnologie fossili con tecnologie a energia rinnovabile) con cui l’ambientalismo militante e di successo fa sfoggio di se stesso. Le api non possono essere messe in sequenza logica con la Lamborghini, coesistere con l’idea che la Lamborghini veicola nel mondo, condividere con la Lamborghini un progetto sano di futuro. L’impegno qui a Bologna del Conapi e di Mielizia porta con sé un robusto realismo su quanto sia urgente ridefinire le relazione tra persone e animali, e può darsi che il FICO dia una mano in tal senso. Domanda apertissima, che vale la pena tenere aperta.

Leopardi delle nevi e pastori convivono nel parco nazionale Siilkhem, in Mongolia

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Per capire il futuro del leopardo delle nevi (Panthera uncia) è indispensabile studiare le interazioni tra questo impescrutabile predatore, le mandrie di pecore e capre che sempre più affollano i suoi habitat remoti e gelidi, e l’ibex (stambecco siberiano), la sua preda naturale. Questo il compito di un lavoro di raccolta dati iniziato a marzo e concluso a giugno del 2015 dal gruppo di ricercatori del MUSE di Trento, guidati da Francesco Rovero e Simone Tenan, nel parco nazionale Siilkhem, in Mongolia, sui Monti Altai. I risultati dello studio, reso possibile da 49 fototrappole disposte su una area di 513 chilometri quadrati, sono stati pubblicati su Oryx, la prestigiosa rivista scientifica edita dalla Università di Cambridge.

Lo scopo della spedizione nel Siilkhem – a quasi 4000 metri di altitudine – era di meglio definire il livello di compatibilità tra il pastoralismo all’interno dell’habitat del leopardo delle nevi e le esigenze di conservazione. Sappiamo infatti che la presenza di numeri consistenti di animali da allevamento (mandrie e greggi) in un ecosistema ancora integro hanno effetti ecologici importanti: riduzione delle prede disponibili e uccisioni dei predatori da parte dei pastori, che perdono capi di bestiame. Il sovraffollamento, infatti, peggiora il conflitto tra gli esseri umani e i predatori, soprattutto quelli di vertice, come i grossi felini. Produce quella che viene definita una “esclusione competitiva”, che finisce con il danneggiare gli erbivori selvatici e dirottare i carnivori sugli animali da allevamento. Nell’Asia centrale, sotto la spinta di una “corsa al cashmere” a basso costo sui mercati occidentali, spiegano dal MUSE, è in corso da qualche anno un incremento esponenziale delle capre, fin dentro le aree protette di Mongolia e Cina: nel 1970 in c’erano 21.937 capre, che nel 2015 erano diventate 105.376.

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Le fototrappole del MUSE hanno registrato 494 intercettazioni di animali selvatici, e ben 912 di ungulati domestici, cani ed esseri umani (168 capre, 163 vacche e yak, 105 persone), 33 passaggi di ibex e 14 del leopardo delle nevi. La lettura di questi dati, per quanto limitati, non è del tutto negativa. Le greggi hanno sicuramente un indice di presenza (occupancy) più alto dell’ibex (0,65), che è meno frequente quando deve fare i conti con animali allevati (0,11) rispetto a condizioni più selvagge (0,34-0,35). Eppure, le interviste condotte con i pastori delle montagne dal team di Francesco Rovero descrivono una rapporto di convivenza culturale con il leopardo piuttosto variegato. I pastori tendono a riferire l’uccisione delle loro bestie, che avviene regolarmente, ai lupi e non ai leopardi.

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Nelle loro izbe tengono pellicce di lupo, ma non di leopardo, e non ci sono tracce di bracconieri. Se dunque è vero che sugli Altai l’allevamento è diventato un fattore di disturbo ambientale cospicuo (pecore e greggi nel 43% dei siti di osservazione) non esistono per ora correlazioni solide su un declino del leopardo e le attività economiche umane. È presto per definire gli Altai un paradiso per questo felino unico al mondo, ma lo studio del MUSE conferma che il punto di frizione tra i bisogni dei gruppi umani e i grandi predatori è ormai transnazionale, e riguarda le nostre scelte di vita, qui come in Mongolia.

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Il programma di ricerca del MUSE in Mongolia è condotto in collaborazione con la Ong Green Initiative (Mongolia), il Museo Danese di Storia Naturale di Copenhagen e l’Università di Losanna. Una terza fase di ricerca è programmata per il 2018/2019.

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(Credits: MUSE Trento)

 

 

 

 

Sono le nostre abitudini a decidere le dimensioni degli habitat selvaggi

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Quanto spazio siamo disposti a concedere agli spazi selvaggi e alle specie non domesticate nei decenni a venire? È questa la domanda che domina il dibattito sul futuro degli Aichi Targets (gli obiettivi per la conservazione della natura su scala globale fissati al 2020) e che è stata discussa in un simposio internazionale voluto dalla Zoological Society di Londra lo scorso 27 e 28 febbraio: Safeguarding space for nature and securing our future. Ne avevamo già parlato su queste pagine, perché la questione dello spazio è la più scottante nel confronto di pareri e numeri sulle possibilità di contenere la attuale perdita di biodiversità; lo spazio però, vista la nostra demografia, chiama in causa anche la concezione che la civiltà umana ha di se stessa, le rinunce che è disposta ad attuare e lo stile di vita che consideriamo ormai inalienabile. Per questo, nel racconto via Twitter del simposio, s’è diffusa prima di tutto una constatazione: bisogna spostarsi dall’ipotesi di lasciare, come auspica E.O.Wilson, metà del Pianeta alle altre specie (opzione che suona già parecchio ambiziosa), ad una visione molto più integrata del Pianeta come un unico contesto ambientale in cui la dipartita di migliaia di specie finirà con il condizionare drammaticamente anche le uniche specie rimaste (Homo sapiens e i suoi animali d’allevamento): “move from Half Earth to whole Earth”.

 

Gli Aichi Targets (stabiliti nel 2010) prevedevano che noi si proteggesse il 17% della superficie terrestre e il 10% degli oceani entro il 2020; di fatto, oggi è protetto solo il 15% delle terre emerse e il 7% degli oceani. Il punto tuttavia, come ha spiegato al Guardian Harvey Locke di Nature Needs Half (il network di organizzazioni che preme per parchi su scala continentale, e cioè il 50% protetto entro il 2050, posizione che condivido), è che se anche gli obiettivi di Aichi fossero stati soddisfatti al cento per cento, ciò non basterebbe a limitare le estinzioni già avviate. Locke ha spiegato ciò che ancora in pochissimi sono disposti ad ammettere e cioè che è indispensabile disegnare una mappa integrata di aree protette connesse tra loro (“integrated pattern of wildlife areas”), in cui le faune selvatiche siano libere di muoversi e mantenere così la diversità genetica, che è l’unico, vero antidoto alla defaunazione prima e alla estinzione in seguito. I fattori di estinzione sono infatti funzioni sinergiche di più tratti intrinseci ad una specie ed al suo habitat; ma nessuna specie confinata in un parco nazionale è in grado di rispondere efficacemente alle modifiche del suo ambiente sui tempi lunghi, e alla progressiva carenza di diversità genica inevitabile in popolazioni chiuse.

 

Noelle Kumpel, a capo delle policies di BirdLife International a Cambridge, ed esperta di bushmeat, ha detto che “occorre proteggere il 30% del Pianeta, ma il 100% del Pianeta richiede un uso sostenibile”, insistendo su un punto che questo simposio ha tenuto al centro della discussione, e cioè che lo spazio da lasciare agli habitat non convertiti all’agricoltura o ad attività umane non dipende soltanto dalle decisioni politiche prese in sede di definizione delle aree protette. Piero Visconti del Dipartimento di Genetica, Evoluzione e Ambiente della UCL di Londra, e research fellow all’Istituto di Zoologia della ZSL, mi ha spiegato perché: “Abbiamo bisogno di obiettivi ambiziosi per le aree dedicate alla conservazione della biodiversità da raggiungere il più presto possibile e comunque non più tardi del 2030. Se falliamo, dobbiamo aspettarci che gli attuali livelli di perdita di biodiversità continuino. Abbiamo rilevato che raggiungere gli obiettivi di conservazione richiede però non soltanto il recupero di quasi il 15% delle aree degradate e la protezione di quasi tutto quello che è attualmente intatto. La questione principale, e il risultato più consistente delle nostre ricerche, è che non conta solo quanto spazio diamo alla natura, ma come abbiamo intenzione di far spazio per la natura. Questo richiede una generale trasformazione nel modo in cui consumiamo e produciamo beni e servizi. Dobbiamo ridurre gli sprechi, svoltare verso una dieta prevalentemente vegetariana e chiudere così il cerchio se vogliamo davvero far spazio alla natura”.

 

Siamo cioè chiamati a scegliere di lasciare spazio alla wilderness e alla specie animali, ma anche a paesaggi non ingegnerizzati per soddisfare la misura dell’esistenza tipica degli esseri umani, paesaggi invece indipendenti da noi e dalla nostra storia evolutiva, magnificamente selvaggi perché testimonianze viventi, in continuo cambiamento, dei processi chimici, fisici e genetici che ci hanno condotti, tutti quanti, dove siamo ora. “In alcuni posti serviranno aree intatte di grosse dimensioni, in altre un approccio più di land-sharing potrebbe essere appropriato”, continua Visconti. “Voglio spostare il focus lontano dalle aree protette verso cambiamenti di uso del suolo positivi per la biodiversità. Le aree protette non bastano, non solo, ci portano a pensare ad una separazione tra noi e la natura. Il risultato è che tutto quello che non è protetto è considerato disponibile per attività insostenibili. Le aree protette recintate, come il Kruger, sono il caso estremo. La visione dovrebbe essere di un uso sostenibile delle risorse a tutti i livelli. Possiamo stabilire aree di conservazione che siano gestite specificamente per la biodiversità, ma questo non può essere il perno della conservazione perché equivale a continuare ad arginare le minacce senza risolvere il problema di fondo, l’uso insostenibile del territorio”.