Kunming 2020, la biodiversità deve diventare mainstream in ogni settore della società civile

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“I cambiamenti di ampia portata che sono necessari per raggiungere la visione del 2050 richiederanno un livello di collaborazione senza precedenti che coinvolgerà l’intera società”, così si legge nella bozza preparatoria per il summit internazionale della Convenzione Mondiale sulla Biodiversità delle Nazioni Unite, che si terrà a Kunming, in Cina, il prossimo autunno.

Perché questo appuntamento è importante? Perché a Kunming verranno tirate le somme della protezione della biodiversità del Pianeta negli ultimi dieci anni: cosa abbiamo recuperato, quanto è grave l’estinzione in corso, che cosa dobbiamo fare senza più dilazioni. La dichiarazioni di intenti della bozza pone però sin da ora quello che a mio parere è il vero punto caldo di un summit che, purtroppo, dovrà constatare il fallimento degli obiettivi di Aichi, e cioè gli obiettivi di conservazione degli ecosistemi progettati per il 2020 e quasi tutti disattesi. Il punto caldo è la questione sociale, cioè il disperato bisogno di una reazione civile a favore delle faune e degli habitat nelle società iper-urbanizzate soprattutto delle nazioni più ricche.

L’appello della Convenzione ad una mobilitazione delle coscienze conferma quanto la crisi di estinzione sia solo l’altra faccia di una crisi antropologica profondamente inscritta nei nostri schemi di produzione di benessere e ricchezza materiale. È pragmaticamente impossibile mettere in piedi strategie efficaci per la biodiversità al 2050 senza un cambio di passo nelle abitudini, nel comune sentire, nelle idee sulla vita e sulla morte di milioni di occidentali.  

L’intera “theory of change” del summit di Kunming si fonda su questo presupposto: “la teoria riconosce l’urgenza di una azione politica su scala globale, regionale e nazionale, necessaria per trasformare i modelli economici, sociali e finanziari, in modo che i trend che hanno aggravato la perdita di biodiversità siano stabilizzati entro i prossimi 10 anni, e che entro i prossimi 20 ci sia un recupero degli ecosistemi. Questo permetterà  di raggiungere, entro il 2050, la visione della Convenzione di una armonia con la natura”. 

Siamo di fronte a un problema prima di tutto politico. La società civile deve essere consapevole, per libera scelta, della crisi di estinzione e quindi esercitare il proprio diritto democratico alla rappresentanza preoccupandosi che i diritti propri e altrui siano tenuti in conto nella massima serietà: “c’è uno scarto temporale tra natura e società, tra il momento in cui vengono prese le decisioni e il momento in cui i cambiamenti cominciano a diventare visibili. Questo scarto deve essere considerato quando si stabiliscono degli obiettivi e le azioni utili a raggiungerli”. 

Vediamoli allora, alcuni dei questi obiettivi post Aichi:

Evitare ogni perdita netta entro di territorio integro (non ancora sfruttato per attività economiche ) entro il 2030 negli ecosistemi di acqua dolce, marini e terrestri; aumentarne anzi l’estensione almeno del 20% entro il 2050;

Mantenere o rafforzare la diversità genetica del 50% entro il 2030 e per le specie del 90% entro il 2050;

Avere il controllo di tutte le vie di introduzione delle specie aliene invasive, raggiungendo entro il 2030 una riduzione del 50% del tasso di nuovi arrivi, ed eradicando le specie aliene già insediate nel 50% dei siti geografici sempre entro il 2030; 

Ridurre entro il 2030 l’inquinamento da eccesso di nutrienti, sostanze biocide, rifiuti in plastica di almeno il 50%;

Assicurare entro il 2030 che il prelievo, il commercio e l’uso delle specie selvatiche sia legale e su livelli sostenibili;

Integrare il valore della biodiversità nella pianificazione politica nazionale e locale, nelle strategie di riduzione della povertà. Entro il 2030 la biodiversità deve essere mainstream in tutti i settori.

Il minimo comune denominatore di questa visione è tuttavia la demografia umana, che è incompatibile con obiettivi così ambiziosi.

Lo ISS – Institute for Security Studies di Pretoria, Sud Africa, un think tank autorevole sulle questioni africane, ha riportato lo scorso 15 gennaio numeri impressionanti sulla crescita demografica nella cosiddetta area geografica dei G5: Burkina Faso, Chad, Mali, Niger e Mauritania. Gli effetti sinergici dei cambiamenti climatici, che riducono la resa netta delle coltivazioni già più bassa della media africana (1,2 tonnellate per ettaro rispetto alla media di 3.6 per ettaro del continente), e della instabilità sociale (crescono i movimenti con affiliazioni terroristiche) si somma all’effetto destabilizzante di una popolazione in continua crescita. “I Paesi del G5 hanno bassi livelli di sviluppo economico anche considerando gli standard continentali. Nel 2018 il reddito pro capite era considerevolmente sotto la media dei gruppi sociali e basso e medio reddito dell’Africa nella sua interezza. Questo è in parte dovuto alla rapida crescita demografica di queste nazioni”, avvertono gli autori dell’articolo. “Le previsioni dicono che la popolazione totale del G5 crescerà di quasi il doppio entro il 2040, dagli attuali 81 milioni di persone nel 2018  a 152 milioni di persone”. Oggi, 33 milioni di persone in questa porzione di Africa vivono con meno di 1 dollaro al giorno e il 30% non ha accesso all’acqua potabile.

Il Burkina e il Chad hanno ancora degli habitat sufficientemente intatti per tentare ambiziosi progetti di recupero e conservazione dei grandi mammiferi africani: la W-Arly-Penjari in Burkina, area transfrontaliera con Niger e Benin, cruciale per il leone dell’Africa Occidentale, e lo Zakouma National Park in Chad, dove la Giraffe Conservation Foundation lavora dalla primavera scorsa per sostenere la popolazione della giraffa di Kordofan, una sottospecie ormai criticamente minacciata. 

È impossibile pretendere di delineare programmi efficaci di protezione della biodiversità senza portare al centro del dibattito sull’umanità il nostro diritto, ormai svanito, ad una riproduzione incontrollata. E per quanto possa suonare impopolare dirlo, questo dilemma riguarda tanto la parte ricca del mondo quanto le nazioni in miseria, come il G5 in Africa Occidentale. 

A chi abbia abbastanza coraggio da capire a che punto di disprezzo della vita altrui siamo arrivati distruggendo le faune del Pianeta, a chi, dunque, voglia capire quanto devastante sia la crisi di estinzione attuale e intenda fare un figlio, consiglio di vedere questo cartoon capolavoro di Steve Cutts: The Turning Point.

Perché è di questo che parleremo a Kunming.

 

Alla Pilotta di Parma la ferocia e il genio degli uomini che posero le fondamenta della globalizzazione

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Possiamo rintracciare e recuperare i volti, le espressioni e gli sguardi degli uomini e delle donne che fecero l’impresa, edificando le premesse del capitalismo globale e della civiltà occidentale così come la conosciamo? Sì. Per questo visitare un Museo di pittura rinascimentale, oggi, è un in-sight nel carattere europeo e nelle cause profonde della crisi ecologica.

In una gelida mattina di gennaio, Parma è la città perfetta per un giallo di provincia. Una di quelle storie enigmatiche e macabre che rendono giustizia ai monumenti cinquecenteschi e medievali del centro storico e alla nebbia rada e lattiginosa, che stringe d’assedio la Pilotta, il complesso di proporzioni monumentali eretto proprio sul finire del secolo fatale della Riforma protestante. 

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Il Cinquecento è per davvero un secolo sanguinario di assassinii, scomuniche e saccheggi, ma è anche il laboratorio storico dell’avventura più estrema delle nazioni europee, e cioè la costruzione di un impero economico globale. Tutto il secolo rimane costantemente in bilico tra ardimento e ferocia, le due caratteristiche più decisive del carattere europeo. Anche Parma vive in questo periodo una stagione di espansione che non ha precedenti. Nel 1583 Ottavio Farnese ordina la costruzione della Pilotta. Al suo interno, nel 1618, anno dello scoppio della Guerra dei Trent’anni, Ranuccio I decide di edificare il Teatro in legno, il primo teatro moderno dell’Occidente. Qui alla Pilotta, verso la fine del Cinquecento, Ranuccio II trasferisce da Roma le collezioni di famiglia, tra le più raffinate delle corti aristocratiche del tempo. Le casse del Ducato sono vuote, su suolo tedesco la fede cattolica è pronta al macello contro i protestanti. Eppure, Ranuccio ci crede, in una galleria d’arte. 

La grande pittura europea racchiude le tracce più evidenti di questa danza di sangue e genio. Nei volti, nello sguardo, nei gesti degli uomini e delle donne ritratte sui quadri in esposizione alla Pilotta puoi vedere ancora oggi l’ardore, la paura, il coraggio di un tempo di dirompenti rivoluzioni nel pensiero e nella politica. Alla Pilotta c’è però soprattutto  il capolavoro ideologico di Ranuccio II. Il Farnese pretendeva che i visitatori della sua galleria si sentissero protagonisti del proprio tempo e figli di un passato a tratti eroico. Non era solo propaganda, era una idea di grandezza coerente con il risveglio di un’epoca che cominciava a sentirsi il centro del mondo conosciuto. Camminando per i corridoi della Pilotta – attenzione: quasi tutti privi di riscaldamento – si provano ancora oggi queste sensazioni. Paura, esaltazione, ammirazione: polvere da sparo, santi in estasi, boschi cupi e torrenti fangosi, velluto, seta e piume. L’Europa scopriva se stessa mentre sprofondava nell’abisso delle guerre di religione. Il visitatore della Pilotta assiste come al rallentatore, secolo dopo secolo, allo sviluppo dell’atteggiamento psicologico che ha prodotto il nostro dominio assoluto sul Pianeta. Il raggiungimento del massimo del potere riducendo quasi a zero foreste e animali, e senza nessuno scrupolo morale. I I grandi uomini del Cinquecento e del Seicento sono dei mostri, ma anche i campioni di qualcosa che oggi diamo per scontato nella nostra identità: il culto sovrano della bellezza e quindi dell’arte. Quegli uomini furono gli attori inconsapevoli di quel grande dramma che i Farnese pretendevano di rappresentare nel loro teatro: la parabola umana sul Pianeta Terra. 

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Il Rinascimento è un esplodere di sentimenti. Un quadro sensazionale in questa prospettiva storica è la Madonna dell’Umiltà con il Bambino del Beato Angelico (1425-30). Nello sguardo della Madonna il tempo si ferma. Il mondo si risolve tutto nei piccoli gesti di affetto delle manine del piccolo che scostano appena dal collo il velo della madre, come a voler voltare pagina. Noi moderni pretendiamo di nascondere la crudeltà, lontano da sguardi indiscreti. Crediamo che questo pudore ci renda più umani. Solo il personale specializzato conosce i mattatoi, di qualunque genere. Quel che ci dimentichiamo è che sentimenti come questo tipo di tenerezza li abbiamo imparati in epoche di una violenza estrema.

I Greci lo sapevano. Per questo mettevano in scena gli eccessi delle passioni e le disgrazie più orripilanti per tenere a bada il terrore che l’uomo è capace di infliggere a se stesso. Anche il teatro Farnese è ispirato ad una visione filosofica della storia, e della vita. Sul finire del Cinquecento, andava di moda una interpretazione eccentrica delle cose del mondo, e cioè la mnemotecnica. Alcuni filosofi pensavano che la mente potesse trovare nella profondità dei propri ricordi il filo di Arianna dell’intera esperienza storica umana. Come in uno spettacolo teatrale ben realizzato. Il progetto del teatro Farnese poggia anche su queste idee. I Ma la Seconda Guerra Mondiale segna la nemesi di queste premesse. Il teatro è in legno, abete rosso del Friuli, e senza combustibili gli inverni a Parma erano tremendi. I cittadini stavano riducendo in pezzi il teatro di ispirazione greca, ben prima che l’ordigno bellico facesse il suo mestiere. Pannelli e assi finivano nei camini e nelle stufe. Il simbolo della razionalità e della creatività occidentale ridotto in cenere a causa di una guerra totale in cui l’umanità aveva sconfessato tutte le promesse della civiltà. Per questo oggi questo teatro è un monito inquietante degli effetti finali della catastrofe ecologica, proprio mentre anche l’Australia brucia a temperature fino a 45 gradi Celsius. 

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Dopo l’arrivo nel Nuovo Mondo, uno spazio sconfinato si allarga davanti ai nostri progenitori, gli Europei di cinque secoli fa. Dal 1492 in avanti possono ragionare su come sfruttare le risorse naturali del Pianeta con maggiore ambizione. Religione ed uso delle specie vegetali e animali sono armi forgiate nella stessa fucina. Nella sala  numero 10, che apre sul Cortile del Guazzatoio, c’è una Discesa dalla Croce di un Anonimo intagliatore fiammingo. È del XVI secolo. Materiale: un dente di ippopotamo. Specie animali risucchiate dalla cultura occidentale.

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Qualche volta, gli addii sono indispensabili. Le tele a tema religioso tardo gotiche sono distanti anni luce da noi. Ma per diventare Moderni non è stato sufficiente chiudere le porte al Medioevo, e con un certo tipo di religiosità. Bisognava anche abbandonare il mondo antico, e quindi procedere oltre il Rinascimento stesso. Serviva un nuovo Dio. E questa divinità fu la ragione degli Illuministi. Nel Settecento le rovine dell’Antichità diventano uno sfondo, uno scena, un contorno. Nel quadro di Riccardo Bellotto (Capriccio con Campidoglio, 1740 circa, Sala della Pittura Veneta) la gente passeggia vicino al Campidoglio come se niente fosse. Nello stesso periodo in cui le navi europee trasportano schiavi dall’Africa Occidentale alle piantagioni di canna zucchero del Nuovo Mondo, l’europeo si abitua a volere di più del poco che ha. A chiedersi se possegga dei diritti e se sia lecito, per soddisfarli, sfruttare a morte altri popoli, milioni di animali esotici e intere foreste. La risposta è un sì convinto. 

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E allora ecco Canaletto (Capriccio con edifici palladiani, 1750 circa), che mostra quale fosse l’argomento delle conversazioni dotte nei salotti dove si sorseggiava il caffè e la cioccolata delle Indie Orientali. Un capannello di uomini, forse mercati, discute fuori di un edificio sontuoso, dall’architettura prodigiosamente ardita. Sembra di udire lo sciabordio dell’acqua nel canale, a Venezia, e il suono un po’ smorzato delle campane. E poi un crepitio ancora poco consistente, ma dal timbro chiaro: la corsa del progresso. Ormai, gli Europei hanno cambiato idea sulla storia, non la pensano più come i Farnese. Le azioni umane, e soprattutto le guerre, non puntano alla perfezione, ma alla potenza. La storia non è un cosmo compiuto e ordinato. È invece una freccia del tempo, un continuo andare avanti. L’organismo sociale ha smesso di genuflettersi sugli altari della pia devozione religiosa. È  diventato un predatore avido di bellezza ed energia. Il mercante è il nobiluomo al cui modello tutti aspirano. Gli edifici sono spettatori dei commerci, come gemme su una corona.

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Adesso è la volontà umana la forza di gravità del Pianeta. Gli elementi naturali perdono significato fuori della sfera di influenza degli esseri umani. È la svolta ecologica del secolo, già rintracciabile nelle nature morte di Cristoforo Munari (Natura morta con frutta e porcellana, dei primi dell’Ottocento, e Natura morta con frutta, porcellana, vetri e mandola).

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È così che gli animali perdono dignità. Nel quadro di Pier Francesco Cittadini (Ritratto di bambina con cagnolino, metà del XVII secolo) una bambina forse costretta a vestire già i panni di una piccola dama dispone a suo piacimento di un cane addomesticato. Il collare del cucciolo è troppo alto, troppo stretto. Siamo noi che, d’ora in avanti, decidiamo che vive e chi muore. E per sentirci meno crudeli, riduciamo a camerieri qualche specie di mammifero a noi congeniale. 

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E poi ci sono loro. I condottieri. Al primo piano (l’impalcatura non è adatta a chi soffre di vertigini) c’è il campione di guerra di Frans Pourbus il Vecchio, dipinto nel 1580. Ti fissa spavaldo come un hipster londinese. La sua eleganza è affilata tanto quanto la sua spada.

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Lui è della stessa razza di Alessandro Farnese, ritratto nel 1559 da Alonso Sanchez Coello, il pittore di corte di Filippo II di Asburgo, Re di Spagna. Guarda bene in faccia questi due. Facce che sono caratteri. Caratteri che sono un destino. Il tuo. Casting per un film lungo cinque secoli, di cui oggi leggiamo i titoli di coda. Anche se siamo moderni, non siamo più progressisti di questi due giovani maschi pronti alla guerra. Siamo disumani quanto loro. Questo ragazzino di casa Farnese non ha neanche bisogno di essere arrogante. È padrone della sua volontà di agire. E nella sua intenzione tutto è già al posto giusto, come la luce sulla sua armatura. Riconosciamo noi stessi nella sua sicurezza. Perché siamo ormai tutti coinvolti in un progetto globale che nacque nel cuore e nella mente di giovani come lui. 

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(Cover: Zaganelli, dettaglio del ritratto di Barbara Pallavicino con il padre, secondo decennio del XVI secolo)

 

Parlare del futuro, oggi, è solo fare propaganda

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“Di futuro ce n’è tanto, e a causa della sua abbondanza è propaganda. Come l’erba”. Firmato Iosif Brodskij. Parole sconcertanti, se pensiamo che abbiamo alle spalle un anno e mezzo di proclami, denunce e dichiarazioni sulla fine del mondo entro 12 anni, in mancanza di politiche climatiche adeguate. Brodskij era nato il 24 maggio del 1940 a Pietroburgo (allora Leningrado) e quindi possiamo dire che di catastrofi, di eventi bellici e di rivoluzioni qualcosa ne sapeva. A suo parere il futuro non è fonte di angoscia e neppure un tesoro da conquistare. È semplicemente propaganda. 

Le leggi del mercato ci insegnano che un bene ampiamente disponibile viene venduto ad un prezzo basso perché non è una merce ricercata, o rara. Così sarebbe il futuro: siccome nessuno sa cosa accadrà, quali ipotesi troveranno conferma nella realtà, il domani può essere dissipato in attesa di una maggiore chiarezza, o nella speranza di conferme, oppure, anche, nel desiderio che le previsioni fosche siano una allucinazione collettiva. Entrambi questi atteggiamenti, la dilazione continua, tipica della politica, e l’utopia edulcorata, appannaggio dei personaggi alla Greta Thunberg, strumentalizzano il futuro senza uno scopo preciso se non quello di dissolvere nel nulla il bruciante, spietato e indigesto cinismo che invece servirebbe spargere a piene mani per scongiurare il peggio. 

È così che il futuro (il nostro, quello delle specie animali) arriverà però il 21 gennaio prossimo a Davos, in Svizzera, per il cinquantesimo meeting annuale del World Economic Forum. Quest’anno la questione ambientale sarà al centro delle discussioni con un deciso appello al buon senso: come salvare il Pianeta. Alcuni punti chiave del meeting sono quindi già stati pubblicati sul sito dell’appuntamento: “il mondo degli affari ha bisogno di assumersi la responsabilità del proprio impatto sul clima; abbracciare un futuro più verde aprirà a nuove opportunità di business; un approccio integrato e basato sulla natura è il miglior modo per procedere in questa direzione; negli ultimi 50 anni gli standard di vita sono cresciuti, ma a discapito del clima”. 

Il riferimento allo standard di vita, per lo meno occidentale, è il passaggio più importante degli articoli introduttivi pubblicati sul sito del World Economic Forum. Qui si punta il dito dritto alla questione, e cioè come assicurare prosperità economica al nostro futuro in un Pianeta su cui la scarsità di risorse è già entrata in una spirale discendente. Anna Richards, Chief Executive Officer di Fidelity International cita addirittura uno storico dell’economia, R.H.Tawney, per meglio illustrare il tipo di congiuntura attuale: “Le certezze di una epoca saranno i problemi della successiva”. 

E i problemi della successiva sono presto detti. Stando ai dati della IEA (International Energy Agency) in un contributo della primavera scorsa, che fotografia il 2018: “La domanda di energia nel mondo è cresciuta del 2.3% l’anno scorso, l’incremento più rapido di questa decade, una performance eccezionale sostenuta da una robusta economica globale e da necessità più consistenti di riscaldamento e refrigerazione in alcune regioni. Il gas naturale emerge come il carburante preferenziale, con i maggiori introiti e un conto del 45% sulla crescita complessiva di energia”. Entro il 2050, sempre secondo la IEA, l’aria condizionata sarà il principale driver della richiesta energetica nel mondo. 

Il tipo di discorso economico in corso di preparazione a Davos si regge anch’esso su una idea propagandistica di futuro. In uno scenario globale a quasi 8 miliardi di esseri umani, tutti avidi di un miglioramento sostanziale nelle proprie condizioni di vita, i cambiamenti climatici e l’estinzione di massa (il fatto che il Pianeta sta diventando una monocoltura umana) vengono ascritti ad un disegno provvidenziale di innovazione tecnologica e conversione ideologica. Non si presta alcuna attenzione al tipo di futuro che costruiamo con questo tipo di scelte, ma soltanto al fatto che ci sia un futuro.

Nelle dittature comuniste la monocromia della propaganda era intrisa di conformismo e di omologazione. Il futuro era abbondante, perché conteneva la promessa di un destino compiuto e perfetto. Le ricette erano finalmente state trovate, non restava che applicarle. Ma sarebbe meglio ricordare che questa idea di futuro si fondava sul principio di redenzione implicito nella riflessione di Marx. Il riscatto delle masse sarebbe passato per il passaggio di proprietà dei mezzi di produzione. E noi oggi sappiamo che la storia non finisce, anzi comincia, proprio nel momento in cui chi riesce a mettere le mani sui mezzi di produzione immagina e traduce in realtà un nuovo tipo di esistenza. Possibilità di redenzione e fiducia nella provvidenza sono la storia stessa del capitalismo. Ogni propaganda si sgonfia all’urto della realtà. E per il capitalismo vale ciò che scrisse un grandissimo giornalista ambientale danese, Thorkild Hansen: il capitalismo comincia con la ricchezza e finisce con la povertà. 

Il rischio micidiale nell’abbandono delle aspirazioni politiche che animava l’attivismo degli ambientalisti negli anni Novanta e nei primi anni Duemila è di consegnare quella domanda di giustizia ad una altra ideologia provvidenziale, che ha già un apparato burocratico pronto a stampare moduli e tabelle per un regime verde, rinnovabile, circolare. 

Arriva dall’archeologia la parola chiave dell’ambientalismo nel 2020

 

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Bisogna aggiungere un nuovo termine al lessico ambientale del 2020:  usable past. Il passato adatto per essere usato come uno strumento di lavoro e di ragionamento. Ne hanno discusso diffusamente  un paio di settimane fa su The Conversation due antropologhe, Elizabeth Sawchuck della Stony Brook, New York, e Mary Prendergast, della Università di Madrid. Il titolo del loro intervento è Archaeological discoveries are happening faster than ever before, helping refine the human story. In sintesi: le scoperte archeologiche degli ultimi venti anni stanno rivoluzionando la nostra conoscenza del passato dell’umanità fornendoci un aiuto notevole nella interpretazione del destino ecologico della nostra specie nel XXI secolo. 

Mai come ora la paleogenetica, le rivelazioni satellitari, l’analisi molecolare dei residui organici sui fossili, insomma la scienza archeologica, sono in grado di costruire un passato parlante, che ci può spiegare al millimetro come siamo arrivati a dominare il Pianeta e a portare la biosfera sul limite del collasso sistemico. Ma non è tutto. È dal passato estinto, o ridotto a pochi frammenti, attraverso una rigorosa analisi scientifica, che approdiamo ad una rivalutazione filosofica del tempo. Il passato “pronto per l’uso” è un proxy, e cioè un indicatore esistenziale della nostra identità più profonda e del nostro legame con il Pianeta. 

Le autrici, nella loro rassegna delle conquiste più recenti nel campo dell’archeologia applicata, fanno riferimento alla paleo-antropologia, che ha fatto passi da giganti nel fornici indizi attendibili su come siamo passati dalle scimmie Driopiteco del medio Miocene alle Australopitecine africane: “Gli antropologi stanno cominciando a comprendere che i nostri antenati Homo sapiens avevano molti più contatti con le altre specie umane di quanto si fosse pensato precedentemente. Oggi, l’evoluzione umana assomiglia sempre meno all’albero della vita di Darwin e sempre di più alla corrente di un fiume, fangosa, piena di torrenti e affluenti”. 

La paleo-genetica fornisce anche nuove prove a supporto dell’importanza delle collezioni dei musei di storia naturale del mondo: “La paleo-genetica rivela sorprendenti scoperte sulle piante e gli animali, a partire dagli antichi semi e dagli scheletri che giacciono nei magazzini dei musei (…) il DNA non è la sola molecola che rivoluziona gli studi sul passato. Lo studio delle paleo-proteine può determinare la specie a cui appartiene un fossile e di recente, infatti, ha permesso di collegare una scimmia estinta alta 9 piedi, pesante oltre 500 chilogrammi, di 2 milioni di anni fa, agli oranghi di oggi”. Le autrici si riferiscono qui al Gigantopithecus, una paleo-scimmia asiatica che da anni inchioda alla sedia davanti al computer i paleontologi che studiano i passaggi evolutivi che hanno portato alla comparsa delle Australopitecine in Africa.

Tutto questo è possibile perché, come spiegano le autrici, l’incrocio di grandi moli di dati da ambiti differenti svela schemi evolutivi ed ecologici insospettabili. Lo usable past è insomma il risultato di uno sguardo complessivo sulle specie estinte e il loro ambiente, ma può essere anche il prodotto di una analisi materiale allargata alle tecniche di sopravvivenza di intere civiltà.

E infatti il termine stesso, usable past, proviene dall’archeologia africana. Sawchuck e Pendergast riprendono il termine da un articolo della studiosa Amanda L.Logan uscito sulla rivista AFRICAN ARCHEOLOGICAL REVIEW (September 2019, VOL 36, Issue 3) e intitolato Usable Pasts Forum: Critically Engaging Food Security. Riferimento a mio parere non causale, dal momento che il peso del passato è oggi centrale nel dibattito sulla riformulazione del nostro sguardo sull’Africa. E ciò che accadrà in Africa nei prossimi 30 anni deciderà buona parte di ciò che accadrà al resto del mondo. Ma non solo: il punto di vista sul passato degli intellettuali africani è indispensabile, proprio qui in Europa, per mettere correttamente a fuoco la nostra responsabilità ecologica e i limiti ideologici della nostra civiltà. Scrive la Logan: “Usable pasts è un approccio che esplora come il passato possa essere rilevante per il presente. Bassey Andah, uno dei primi archeologi africanisti ad impiegare questo termine, definiva lo usable past come ‘un passato che non soltanto infonde orgoglio, ma aiuta anche gli Africani a costruire unità socio-politiche equipaggiate a combattere la povertà culturale e a negoziare la domanda di giustizia a livello sia nazionale che internazionale”. Posizioni vicinissime a quelle di Felwine Sarr. 

Il risultato finale di una indagine archeologica e paleo-ecologica sconfina dunque nell’ambito della sociologia, della politica, dell’economia e quindi del contesto ambientale globale in cui viviamo. Lo usable past è l’insieme dei passaggi storici, delle scelte e delle condizioni ambientali che, influenzandosi a vicenda, compongono la lista di opzioni a nostra disposizione oggi. 

Australia, il continente dove il destino ha cambiato direzione

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In Australia è finalmente diventato chiaro che cosa sia il destino di questo XXI secolo. Gli incendi che da mesi devastano il sud del Paese sono un inferno per gli uomini e per gli animali. Non solo per le persone di nazionalità australiana, che hanno perso tutto. Anche per mezzo miliardo di animali morti e per quelli che moriranno nei prossimi mesi perché il loro habitat non esiste più. Questa apocalisse non è però la nemesi degli avvertimenti sul cambiamento climatico, inascoltati e derisi per decenni. È arrivato il momento di pagare il conto, e questo lo sanno anche i bambini ormai. Stiamo assistendo, comodamente seduti in poltrona dall’altra parte del mondo, nella fredda Europa, a qualcosa di nuovo. Il destino degli esseri umani si è trasformato nel destino delle specie animali, e viceversa. 

Per capirlo, basta guardare la dedizione, l’abnegazione e la tenerezza con cui moltissimi volontari dei centri di recupero e persone comuni hanno offerto acqua e riparo a koala, vombati e canguri sconvolti dal fuoco e dalle ustioni. Una intera nazione, nelle mani e nei cuori di gente come noi, in bermuda e magliette stinte, combatte contro il trauma della distruzione totale insieme ad animali annichiliti, che si affidano ai loro salvatori con fiducia. Quasi con amore. È molto di più di una espressione della “trans-species relationship”, l’empatia cognitiva tra specie diverse descritta dalla neurospicologia evolutiva di scuola americana. Qui non si tratta solo di aver riconosciuto nella sofferenza animale la propria sofferenza. Il soccorso agli animali braccati dal muro di fuoco di una atmosfera satura di CO2 è un atto di coscienza. Il destino umano ha cambiato direzione, nel New South Wales.

Nel pensiero occidentale il destino è un privilegio degli esseri umani. Soltanto agli uomini è concesso di andare incontro al proprio scopo definitivo, incontrando la propria vocazione eroica oppure soccombendo alla ineluttabilità delle forze della natura. Per i Greci, l’eroe è quasi più venerabile di un dio, perché l’eroe ha il coraggio supremo di andare fino in fondo al suo demone (il suo carattere più autentico) costi quel che costi. Nel Cristianesimo, la regione di Stato della civiltà occidentale che conquista il Pianeta facendone terra di saccheggio, il destino diventa provvidenza. Un disegno di salvezza e di redenzione, anche questo riservato alla creatura apice della creazione, l’uomo. Ma da dove viene il destino? È questa la domanda che il pensiero europeo, nonostante tutto, rimette in circolazione dopo la prima guerra mondiale. È la lingua tedesca a fornirci le coordinate sostanziali per capire che cosa accade di nuovo, all’indomani di una presa di coscienza assoluta sulla capacità umana di annichilire la civiltà. In tedesco destino si dice Schicksal, che significa “ciò che è mandato”. Heidegger insistette parecchio su questa parola, nei suoi ultimi corsi universitari. Se qualcosa è mandato, deve provenire da un luogo. E il destino è esattamente questo: ciò che arriva a noi da premesse lontane, nello spazio e nel tempo. Il destino è il copione su cui sono scritte le coordinate spazio-tempo fondamentali della nostra esistenza.

Io credo che il destino sia il Pianeta. E il Pianeta è la storia evolutiva delle faune e degli ecosistemi. Noi, come soggetti determinati nella nostra biografia personale, e come individui della specie Homo sapiens, dobbiamo rispondere della nostra appartenenza al Pianeta. Il nostro destino è allora rispondere a questo richiamo di responsabilità. Poiché il Pianeta non è composto di soli uomini e donne, ma di milioni di specie animali e vegetali, accettare il proprio destino significa condividere il diritto di esistere delle altre specie, farlo proprio, sentirselo sulla pelle. Il destino non è una via speciale tracciata per gli uomini da chissà quale divinità superiore. É il sentimento di esistenza comune tra uomini e animali. Gli Australiani si sono scoperti non solo braccati del fuoco, ma anche terribilmente vicini agli animali endemici del loro mondo, del loro paesaggio, delle loro case. Hanno capito che non c’è destino di uomini che non sia destino di animali.

Vivremo presto in un mondo popolato di fantasmi

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Soltanto lo scorso inverno, a Berlino, ho compreso quanto avesse ragione Romain Gary quando diceva che gli ebrei, nella capitale tedesca, sono ancora dappertutto, non se ne sono mai andati, non sono mai scomparsi. La Shoah non ha fatto che confermare la loro presenza. Perché i fantasmi non cambiano indirizzo di residenza per un esorcismo della storia, o del potere, o dei nuovi vincitori. Prendono invece possesso stabile degli edifici in cui un tempo hanno vissuto esistenze felici e gioiose, infestandoli con quella peculiare malattia della civiltà che prende il nome di perenne senso di colpa per crimini ormai irrimediabili.

È andata così. Appena fuori dal mio appartamento berlinese, non potei fare un passo verso il supermercato che già ero inciampata nei due tasselli in ottone, che, nel selciato del marciapiede, ricordano Alice e Brigitte Erb. Abitavano qui, al civico 13 della Niderbarmin, sono state deportate ad Auschwitz nel 1943 e lì uccise. Solo quando i loro nomi sono emersi dalla nebbia anonima di un qualunque tardo pomeriggio berlinese, proprio accanto alla casa dove nei giorni successivi avrei trovato conforto dal freddo e protezione dalla notte, mi sono accorta che il nome stesso della nostra via, Niderbarmin, era un nome ebraico e non tedesco.

Anche i nazisti sono ancora ovunque a Berlino, alla faccia della Berlinale di Cinema e di altre mille voci di contemporanea democrazia di idee e fantasia. Anche questo lo misi a fuoco in una freddissima mattina ventosa, allo Spandau. Appena scesa dalla metropolitana, notai una piccola libreria che esponeva all’esterno libri e pubblicazioni scontate. Tra gli album colorati per i bambini spuntava il saggio di Annette Hinz-Wessels sulla Operazione T4. L’eliminazione sistematica degli handicappati che fu la prova generale dello sterminio degli Ebrei. Questo crimine fu pianificato al civico 4 della Tiergartenstrasse, nel cuore del Tiergarten, un parco e un luogo che oggi sembra suggerire solo il desiderio spregiudicato di sedere su una panchina e leggere i versi di Hoelderlin. Aprii il libro per una sorta di curiosità ipnotica. Ed eccolo, subito, a pagina 41. Il dottor Goebbels, fotografato mentre teneva un comizio il 25 agosto del 1934 al Lustgarten. Fu una fucilata, una interruzione simultanea del principio di realtà. Eccolo, il ministro della propaganda. È lui. Non se ne è mai andato. È qui intorno, gira ovunque, come un cane che fiuta la preda. Supponiamo, poveri noi, di esserci sbarazzati di questi assassini perché sono organicamente morti. Ma ciò che ci hanno mostrato di noi stessi, quello non scompare. La catastrofe ecologica è qui per ricordarcelo, che i fantasmi non evaporano con un atto di ragione. 

Perché stiamo trasformando l’intera biosfera in un mondo popolato di fantasmi. Gli spettri azzittiti, silenziati, annichiliti di migliaia di specie estinte. Se riusciremo nell’impresa di spazzare via la biodiversità ancora allo stato selvatico, ci rimarranno i ricordi spettrali del Pianeta che fu. Gli animali diventeranno totem impotenti, non potremo più evocarli o riportarli indietro, non possederanno più nessun fascino e nessun potere taumaturgico. Gli animali diventeranno come gli antenati sepolti nei cimiteri indiani in Dakota di cui scrive Louise Eldrich. Irraggiungibili.

Ecco perché penso che Berlino sia la città più importante d’Europa in cui farci un esame di coscienza storico tarato sulla realtà. Ed ecco perché credo che una riflessione onesta sui genocidi potrebbe aiutarci non poco a rimettere in carreggiata un ambientalismo ormai asfittico. Arrivederci al 2020. 

La cultura Han, e non il clima, ha deciso il destino delle megafauna cinese

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Che cosa è successo ai rinoceronti, agli elefanti, agli orsi e alle tigri della Cina orientale mentre si affermavano le dinastie di etnia Han, tra il X e il XVIII secolo? Sono stati spazzati via dalla espansione inarrestabile dalla crescente complessità sociale della raffinatissima cultura cinese. L’elaborazione culturale cinese, e non le fluttuazioni climatiche, è la causa della perdita totale di questi mammiferi nella Cina odierna.

È questa la conclusione a cui sono giunti un team di ricercatori cinesi e danesi in uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS (Long-term effects of cultural filtering on megafauna species distributions across China, by Shuqing N. Teng, Chi Xu, Licheng Teng e Jens.-Chistian Svenning). La ricerca ha preso in esame il destino – la diminuzione progressiva degli habitat – di 5 ordini (taxa) di specie di grandi mammiferi: l’elefante asiatico, i rinoceronti, l’orso nero asiatico, l’orso marrone e le tigri. I trend di popolazione di queste specie sono state ricostruiti attraverso l’analisi delle informazioni topografiche, storiche e geografiche dei distretti amministrativi della Cina lungo l’intero periodo studiato. Questi dati sono poi stati confrontati con quelli provenienti dai censimenti e quindi con gli scenari demografici che si sono via affermati man mano che l’agricoltura trasformava gli habitat e gli ecosistemi. 

“Il nostro studio fornisce evidenze dirette che l’evoluzione culturale, sin dall’antichità, ha superato il cambiamento climatico nello sbozzare gli schemi di diffusione della megafauna su ampia scala”, sostengono gli autori, “confermando la forte e crescente importanza dei processi socio-culturali sulla biosfera”. Se le specie animali sono state indispensabili per la costruzione della civiltà, è altrettanto vero che ne sono state le prime vittime. La cultura esercita cioè sulle specie animali un “effetto filtro (cultural filtering)”: decide della loro presenza, creando le condizioni per la loro estinzione locale, regionale e infine continentale. 

Questo studio conferma la crescente attenzione dell’ecologia per la storia, l’etnografia e l’antropologia. L’attuale condizione del Pianeta, infatti, è il prodotto di processi storici documentati dai sistemi di produzione delle civiltà (agricoltura e commercio) non meno che dalle idee con cui i popoli prendono possesso delle regioni in cui costruiscono la propria idea di impero. Nella Cina orientale, a partire dall’epoca che per noi europei coincide con l’insediamento continentale del potere carolingio, gli Han si differenziano dalle altre etnie cinesi attraverso la scelta di puntare tutto sull’agricoltura estensiva. Dal X secolo, la Cina comincia a trasformare così i propri paesaggi selvaggi in una forma di eredità naturale modellata dalla cultura, e che sarà passata alle generazioni successive in modo irreversibile. 

Da quel momento, i rinoceronti hanno subito una contrazione territoriale graduale, ma costante, fino a sparire alla metà del XX secolo; l’elefante sopravvive, ma non ad Oriente dell’immensa nazione cinese; gli orsi e le tigri sono riusciti a rimanere stabili fino alle soglie dell’Ottocento, per poi scivolare nell’oscurità perenne dell’estinzione. Il caso della tigre è particolarmente interessante, perché le sottospecie cinesi si sono rivelate molto più sensibili degli altri taxa alle oscillazioni climatiche degli ultimi secoli.  Erano meno numerose durante la cosiddetta Piccola Età Glaciale (1630-1953) e ancora oggi però sopravvivono nelle aree tropicali. È quindi probabile, secondo gli autori, che la tigre sia scomparsa per l’imperversare di una tempesta perfetta di clima e agricoltura. Durante il periodo più freddo le attività umane potrebbero aver rallentano in intensità, a causa delle temperature più rigide. Ma le registrazioni ufficiali degli ultimi 4 secoli di impero cinese (1400-1900) contengono testimonianze di un conflitto crescente, come accade oggi in Africa con il leone. Le tigri aggredivano più spesso i contadini e le autorità erano meglio disposte a ucciderle. 

Per gli autori l’incremento della complessità sociale in Cina fu possibile proprio grazie all’agricoltura, che divenne “il fondamento delle vite dei singoli individui e di tutta la società nel suo complesso”. E non è da sottovalutare il fatto che gli Han dimostrano una maggiore aggressività nell’uso delle risorse naturali rispetto ad altre etnie. 

Questo studio spinge in una direzione che probabilmente nel prossimo decennio acquisterà sempre più peso e attenzione nel dibattito sulla protezione delle specie. Il filtro culturale deve essere inserito nel modello di analisi classico della conservazione. E questo perché la cultura umana è la variabile imprevedibile, in continua evoluzione, che forma l’atteggiamento mentale nei confronti delle faune del Pianeta. E decreta dunque il loro diritto a morire, o sopravvivere: “Un esempio di questa questione è il declino della popolazione della tigre del Sud della Cina (Panthera tigris amoyensis), che è stato accelerato dalle campagne ‘contro le specie nocive’ degli anni ’50, che avevano come obiettivo proprio questa sottospecie. Si può però fare un confronto con un altro esempio, e cioè la forte espansione, negli ultimi decenni, delle specie di grandi mammiferi in tutta Europa dovuta a cambiamenti socio-culturali, inclusi lo sviluppo di politiche di conservazione e della regolamentazione della caccia, l’abbandono delle terre agricole e il supporto dell’opinione pubblica”.

Il cambiamento climatico è un romanzo incompiuto

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Basilea, Svizzera, Europa – Nella considerazione inattuale intitolata Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Nietzsche scrisse che ciò che è vivo, ciò che aspira ad essere vivo e non ridotto ad apatia ed inerzia, deve possedere una atmosfera. Una “misteriosa sfera vaporosa” che nasconde e protegge. Si tratta di una illusione, di un effetto emotivo, Nietzsche lo sapeva, ma sapeva anche che in questa atmosfera si nasconde la forza propulsiva di ogni vita, e cioè il sentimento della sorpresa. Chi è curioso del mondo, si lascia sorprendere dal mondo. Avverte il mistero del mondo, che è una sua illusione, ma che lo incanta e lo spinge ad esplorare la geografia dello spirito e dei continenti.

I contemporanei di Nietzsche pensavano di potersi sbarazzare di queste chiacchiere antiche, così le giudicavano, grazie alla scienza. Per loro, la storia stessa non era altro che una scienza del già accaduto. Nietzsche commiserava questo storicismo e vi opponeva invece la forza chirurgica dell’oblio. Chiudersi in un presente creativo, che non si sente epigono di nessuno. Ancora oggi, l’idea che abbiamo della storia, e cioè del nostro XXI secolo, è decisiva nel fallimento di una azione politica globale sul cambiamento climatico. Anzi, dovremmo ammettere che se ieri a Torino c’erano 17 gradi Celsius, il 25 dicembre, la ragione è che il cambiamento climatico non è mai diventato né storico né storicizzato. Semplicemente, non è mai diventato una narrazione.

Al tempo di Nietzsche, lo storicismo era una narrazione, poderosa anche, ed era per questo che Nietzsche la detestava. Lo storicismo non era altro che una venerazione totale per un passato immobile, un oggetto di culto religioso. A forza di adorare i padri, i figli erano diventati degli impostori impotenti come Amleto, che non sa quasi più nemmeno come si chiama di nome e di cognome. Naturalmente Nietzsche aveva la sua personale adorazione per i grandi nomi del passato, ma riteneva anche che la vita potesse continuare a macinare grandezza solo infischiandone del già fatto. 

Qualche decennio più tardi fu un altro tedesco, Walter Benjamin, a spingersi ancora più oltre nella interpretazione della storia e della propria epoca, sgombrando il campo dai dubbi rimasti nel rifugio alpino di Sils Maria. Benjamin comprese che la modernità, il primo Novecento per intenderci, aveva infine imboccato una via opposta a quella ancora battuta nei giorni mortali di Nietzsche. Il Novecento chiudeva i conti con il passato attraverso le sue nuove tecnologie di massa, il cinema e la fotografia. Svaniva l’epoca dell’aura, e cioè del potere intrinseco alle invenzioni artistiche e intellettuali di condensare in modo magnifico le intuizioni più dirompenti dello sguardo umano sul mondo. E sorgeva invece sulla linea dell’orizzonte il tempo dello shock, cioè della sorpresa, della novità, della riproducibilità in serie dell’effetto di stupore improvviso. 

Ma in una epoca dello shock nessun avvenimento può, alla lunga, conservare il proprio significato più autentico. Nessuna disgrazia, nessuna novità, nessun evento bellico o economico può tenere il passo con l’incalzare, alle sue spalle, di qualcosa di ancora più nuovo. La fine dell’aura apre forse le porte alla produzione industriale della modernità antropologica, ma predispone l’umanità a perdere il sentimento della realtà nuda, cruda, atroce, impellente, urgente. La stessa spietata realtà che Nietzsche identificava con la spinta psicologica propulsiva della civiltà. 

Il cambiamento climatico è esattamente quel tipo di realtà nietzschiana che noi non siamo più in grado di considerare reale. 

Già all’inizio degli anni Ottanta, il cambiamento climatico è condannato a smarrirsi come un fiume nel deserto. Ad evaporare nella mente dei più, a sbiadire sino a diventare un vocabolario insulso e pallido di termini quali sostenibilità, riscaldamento globale, emissioni serra, green economy, green new deal. Il cambiamento climatico non è mai maturato e non è mai cresciuto: è ancora oggi ciò che era 40 anni fa, uno sconosciuto, indigesto al sentire comune di una civiltà che pretende lo shock, e non sa cosa farsene dell’aura.

E qui si innesta la ridicolaggine priva di ogni mordente ed efficacia di movimenti come il Fridays for Future ( quante centinaia di giovani hanno deciso di farsi bocciare pur di gridare il loro sdegno contro l’irresponsabilità dei potenti?), delle Sardine (nichilismo è una parola troppo abusata, e insufficiente, per descrivere il nulla del loro presunto manifesto) e della narrazione, quella sì stucchevole ma ben architetta, sorta attorno a Greta Thunberg. Non c’è aura nelle discussioni su questa giovane ragazzina svedese, ma solo il vuoto di idee di movimenti ambientalisti che non hanno il sentimento né del passato né del presente. Sono figli del tempo della replicazione incontrollata di curiosità effimere, di prodotti di consumo, di effetti scenici. Non riuscendo a vedere il proprio tempo, gli ambientalisti smarriscono per strada tutti gli obiettivi dell’ambientalismo. E l’ambientalismo stesso rimane un oggetto senza forma, una narrazione senza plot, un romanzo incompiuto. Uno shock, di cui domani già nessuno si interessa più. 

Per le donne che scrivono di clima ed estinzione il modello da seguire è Nike van Dinther

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Berlino, Germania, Europa continentale – Parliamoci chiaro: qualunque giornalista ambientale di sesso femminile vorrebbe essere una influencer del tipo di Nike van Dinther. Nike parla di moda e di biosfera. È vestita pazzescamente bene. Fattura. Quando apre bocca sul cambiamento climatico la gente ascolta. Diventare ciò che in Germania chiamano “Sinnfluencer”, e cioè persona magnetica da 80 K di follower, come Nike, è l’unico modo per una reporter donna di essere presa sul serio. Ma direi anche qualcosa di più: questa è l’unica strada sensata per parlare di CO2, animali in via di estinzione e foreste vergini. Cioè, non che devi solo pubblicare foto su Instagram, questo no. Ma se vuoi capire come ragionano le persone che si godono la vita e pretendere che loro (non gli ambientalisti, i vegani, i guru, gli attivisti) leggano i tuoi reportage, ti si spalanca davanti una sola opzione: lo stile inconfondibilmente mix up (serio e glamour) di Nike. Le donne che scrivono del Pianeta questo lo sanno, l’hanno capito, l’hanno vissuto: ma non hanno ancora il coraggio di dirlo apertamente.

Pensano che essere vestite così-così rafforzi la loro credibilità. E che l’eleganza screditi la loro professionalità. Risultato: non hanno neppure un centesimo del seguito che ha Nike van Dinther. E non fatturano un accidenti. 

Ci riflettevo qualche giorno fa, quando un collega che si occupa di sport mi parlava di un altro collega, senza immaginare che io lo conoscessi molto bene. Elogiandone i meriti, e a ragione, non si accorgeva che il personaggio in questione è un influencer. Uno di quelli che hanno cavalcato l’onda del successo adottando la tattica del nemico giurato delle politiche ambientali serie e progressiste: il narcisismo dominante. Insomma, non un uomo votato alla purezza dell’etica, ma al più banale sfruttamento dello status quo a proprio vantaggio. Scontato che quando sei un influencer li hai i soldi per 4 voli intercontinentali in un anno: non guadagni mica le cifre che ti pagano gli editori oggi. E noi donne? Mi chiedevo, davanti agli effetti stroboscopici di una carriera che non ha mai ipotizzato di contenere le proprie emissioni serra per il bene comune. Be’, noi donne ci vergogniamo di ammettere che ci piacerebbe tantissimo essere alla moda e non rinunciare alle nostre convinzioni ambientali. Siamo talmente abituate a dover scegliere tra una cosa e l’altra, senza appello, che non riusciamo a dire pubblicamente che il sacrificio auto-inflitto delle limitazioni verdi (niente Dior cosmetics, niente Celine, no Easy Jet at all) ci sta strettissimo. La verità è che, proprio in quanto donne, noi reporter ambientali potremmo diventare competitive solo se ci comportassimo da donne fino in fondo. 

E non sto affatto parlando di favoritismi sessuali. 

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Gli uomini si occupano di cambiamento climatico perché si occupano di economia. Di energia e di trasporti. Per questo il loro punto di vista sulla crisi ecologica emerge più facilmente. I colleghi maschi sono già preparati, grazie al loro pragmatismo, a raccontare esattamente ciò che i lettori e i direttori di testata sono disposti ad ascoltare. Le donne, invece, sollevano il velo di Maja. Sanno guardare le sfumature, gli anfratti dei business plan, le contraddizioni. Le donne sanno quale è la vera natura del cambiamento climatico perché da sempre sono chiamate a dover soddisfare una natura polimorfa. È attraverso il loro cervello e il loro corpo che hanno imparato tutta l’ambiguità del comportamento umano. Non ci saremmo innamorati dei combustibili fossili se non avessimo desiderato stare meglio rispetto alla vita dannata dei proletari della Manchester di metà Ottocento. La voglia di godere della vita è il motore interno della catastrofe climatica. Perché per avere una vita decente, serve tantissima energia. Questo ci ha dato il carbone, e adesso è arrivato il conto. Homo sapiens vuole stare meglio, non peggio, vuole godere se può godere, e il difficile è fargli fare un passo indietro quando può farne uno avanti. Le donne, sia gloria ad Arthur Schopnhauer, questo lo sanno, perché la specie ha affidato a loro l’onore della riproduzione insieme a tutto il canestro di talenti intellettuali che hanno anche gli uomini. 

Per questo siamo credibili davanti a noi stesse quando siamo vestite come Nike e intanto siamo impegnate a scrivere il miglior pezzo del mondo sulle politiche di annientamento delle faune del Pianeta. 

Se leggo Adorno con un paio di jeans da venti euro, non rappresento niente e nessuno se non un masochismo riduzionista. Passerò il resto della mia carriera a guadagnare venti euro a pezzo. Se invece cammino alla Brandeburger Tor con un golf di Celine comprato su Yoox dopo mesi di appostamento pre saldi mi sento abbastanza donna e abbastanza padrona della mia epoca per inviare una email da Berlino a quel tale direttore che non ha mai pubblicato un reportage dal Kreuzberg sulla malinconia del mondo estinto. 

Non è mancanza di coerenza. È realismo. È fame. È vita. È normalità. E qui chiudo il mio climax sul significato ipermoderno di Umanismo, un climax cominciato proprio a Berlino lo scorso febbraio. 

Acqua potabile e leoni, le due priorità dell’Africa nel 2020

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Burkina Faso, Africa occidentale – Le premesse delle crisi umanitarie ed ecologiche  del 2020 sono già visibili nelle regioni al confine del Sahel, sotto il deserto del Sahara. A meno di due settimane dalla fine di questo 2019 lo ISS ( Institute for Security Studies, finanziato anche dalla Unione Europea) disegna una mappa chiara della disintegrazione della coesione sociale in numerose azioni africane sotto l’onda d’urto dei cambiamenti climatici. “L’Africa meridionale e il continente nella sua interezza devono aspettarsi eventi climatici estremi come il ciclone Idai e il ciclone Kenneth, più frequenti e più intensi. Stiamo soltanto ora cominciando a capire che cosa questo significa per le migrazioni di massa (in Sudafrica, le ripetute e violente esplosioni di xenofobia sono un segnale allarmante); la capacità di produrre energia (la siccità ha lasciato la diga di Kariba al minimo storico, compromettendo la generazione di energia dello Zimbabwe e dello Zambia, con conseguenti tagli diffusi alla distribuzione); la politica (è solo una coincidenza che il partito di governo della Namibia abbia sofferto la perdita più significativa di voti nel mezzo di una siccità?); e la salute (ambienti più caldi aumenteranno il rischio di malaria?)”. Questo il quadro generale secondo Jason Allison di ISS. 

Ma non è tutta questione di CO2. È finalmente arrivato il momento di pagare il conto della demografia umana. 

Lo stress idrico sarà una delle ipoteche aperte sulla stabilità politica dell’Africa occidentale. Il WRI (World Resource Institute) ha disegnato una mappa (We Predicted Where Violent Conflicts Will Occur in 2020. Water Is Often a Factor) delle tensioni già evidenti per l’acceso all’acqua dolce che consenta di prevedere dove, nei mesi a venire, sono più probabili scontri armati. L’alterazione dei pattern climatici stagionali si è saldata con un incremento demografico che è diventato una miccia accesa nel focolaio di tensioni etniche sempre latenti in Mali. Ecco cosa dice il Rapporto: “La popolazione del Mali è cresciuta molto rapidamente. A Bamako, la capitale, la densità demografica è triplicata negli ultimi 20 anni (…) La competizione crescente per le risorse naturali peggiora le rivalità etniche e contribuisce a far aumentare la violenza tra agricoltori e pastori”. Sulla mappa dei prossimi 12 mesi l’acqua è un punto di domanda politico anche in Burkina, Niger, Ghana, Benin, Nigeria, Costa d’Avorio. 

In pochi hanno il coraggio di ammettere, negli organismi che presiedono la governance mondiale, che la demografia è già oggi una minaccia alla sicurezza. La Planetary Securuty Initiative ( un think tank citato dal WRI) ha denunciato la pericolosità della situazione del Mali con una schiettezza: “Una devastante esplosione di violenza a Moptu ha calamitato l’attenzione sulle divisioni etniche e la radicalizzazione. Tuttavia il ruolo della pressione sulle risorse naturali è la causa prima del conflitto e il punto di partenza per soluzioni che continuano ad essere trascurate (…) Come documentato da un briefing del 2017 del Planetary Security Initiative la crescita della popolazione e il cambiamento climatico hanno giocato un ruolo sostanziale nel preparare un terreno fertile per i conflitti in Mali. Nelle parole di un accademico: man mano che la demografia cresce, diminuisce il bush”. 

E senza il bush, o la savana, o le praterie di erbe ad alto fusto, sparisce anche l’acqua: “Se vuoi continuare ad immettere acqua nell’agricoltura, devi mantenere il paesaggio che produce la pioggia”, ha detto Kaddu Sebunya del comitato direttivo della African Wildlife Foudation. Un concetto di basilare fisiologia ecologica che purtroppo anche milioni di Europei ignorano. In Africa, paesaggio significa però una cosa sola: leoni. 

Senza i leoni, gli ecosistemi africani collasseranno: un processo che è già in corso. Mai come in questo passaggio storico la specie simbolo del continente ci dice che nessuna strategia geopolitica sarà efficace nei prossimi decenni senza tenere in conto la variabile della biodiversità. E la stessa Africa non può fare a meno di confrontarsi con il problema dell’estinzione del leone. Questa è la conclusione a cui è giunto un rapporto speciale, The Lion Economy, redatto dal Lion Recovery Fund di Peter Lindsey e quindi sovvenzionato dalla Leonardo di Caprio Foundation. 

“La conservazione del leone non è solo una questione che coinvolge coloro che lavorano nella conservazione, bensì chiunque abbia interesse in un futuro sostenibile e vitale per l’Africa. Le popolazioni di leoni stanno crollando e sono già scomparse da molti Paesi. Nel tentavo di costruire intere economie e di portare fuori della povertà molte persone, i governi sono riluttanti a spendere più soldi per la conservazione, perché ci vedono uno spreco a svantaggio di esigenze più pressanti. Ma questi stessi governi ignorano i seri problemi ambientali che fronteggia il continente. L’Africa sta già sperimentando la perdita di servizi ecosistemici; e, cosa ancora peggiore, la maggior parte dei Paesi sono poco resilienti nei confronti del cambiamento climatico”. 

I leoni sono predatori di vertice e quindi è dalla loro presenza che dipende la salute dell’ecosistema: i processi chimici che garantiscono ai nutrienti di passare dagli animali alle piante, e infine all’uomo; la disponibilità di acqua potabile, la riduzione del rischio di disastri come le alluvioni, grazie alla stabilizzazione del clima, lo stoccaggio di carbonio nelle piante e una copertura vegetazionale integra. The Lion Economy descrive molto bene la attuale condizione dei leoni e delle persone sul continente. Gli uni dipendono dalle altre. Perché questa relazione possa produrre futuro per entrambi il leone deve tornare ad occupare i progetti, i sogni, le visioni dei decenni che verranno. 

Kaddu Kiwe Sebunya, Chief Executive Officer, African Wildlife Foundation: “I leoni non sopravviveranno al XXI secolo soltanto con la buona volontà. E non sopravviveranno neppure rimanendo il centro nevralgico delle vacanze per visitatori stranieri di alto livello sociale, o fungendo da trofeo per la caccia. La sopravvivenza del leone dipende dall’Africa stessa. Questo significa concentrarsi sul grande valore culturale che i leoni hanno nella società africana per costruire consenso attorno alla importanza della loro persistenza allo stato selvatico. Detto pragmaticamente, dipende dalla gente, dai governi e dall’industria riconoscere che la preoccupazione attorno alla sopravvivenza del leone non è una rievocazione di un passato romantico, ma il simbolo di un intero comparto di altri valori che rischiano di scomparire per sempre insieme ai leoni”.

Se l’Africa del 2030 sarà edificata soltanto sulle aspirazioni di sviluppo socio-economico, ed è questa la traiettoria imboccata, il patrimonio unico dei paesaggi africani sarà perduto, insieme a ciò che resta di civiltà antiche che hanno condiviso se stesse con questo felino straordinario.  Le proposte del think tank che sostiene “the lion economy” è di potenziare il finanziamento della conservazione dei paesaggi ancora selvaggi introducendo dei meccanismi di pagamento dei servizi ecosistemici. È un approccio che assomiglia molto a quello del REDD+ e del carbon market, entrambi rivelatisi finora insufficienti per disinnescare una economia in continua espansione. Ma alle soglie del 2020 le informazioni sulla insofferenza sociale di molti Paesi africani sembrano indicare che è arrivato il momento di considerare l’identità e la coscienza africane come elementi imprescindibili delle economie di domani. Il prossimo decennio, in poche e semplici parole, dovrebbe essere anche un decennio di ispirazione e di valori, non solo di un modello ibrido di profitto ricalcato sull’Occidente.