A Natale siamo tutti un po’ di destra

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Il panettone rende tradizionalisti. Ostili al progresso. Nostalgici del buon tempo antico ( l’Ottocento) in cui la neve ammantava le città annerite dal carbone. Nelle case, però, un pino vero decorato con candele di cera, arance e bacche rosse riuniva vecchi e bambini attorno al più borghese dei valori umani nell’Europa industriale: la famiglia. Mentre i politici di destra ci ricordano nei talk televisivi del dopo cena che il progresso tecnologico è incompatibile con il pauperismo degli ambientalisti, e che quindi la tassa sulla plastica è una corvée medievale, il marketing natalizio ha cominciato la sua battaglia di stagione. Con armi obsolete: immagini rassicuranti di cavallucci a dondolo, orsetti di pezza, slitte, casette in legno. Non c’è un solo dettaglio del brand Natale che possa essere venduto senza un appello subliminale, romantico e malinconico insieme, ad un’epoca ormai idealizzata, quella che di solito siamo soliti definire con una una massima moralista: “Si stava meglio quando si stava peggio”. Anche un rossetto di Dior o una felpa di Kenzo con il muso a stampa della tigre in via di estinzione funzionano come oggetti del desiderio solo se inseriti in un quadro più grande: il Natale del cuore, dell’affetto e della riconoscenza. 

La verità è che, quando si tratta del Natale, non siamo mai stati moderni, parafrasando il titolo di un famoso saggio di Bruno Latour del 1991. Latour, alle soglie dello Earth Summit di Rio de Janeiro, culla dei successivi negoziati per il clima, osava già dire che gli esseri umani sono capacissimi di tenere insieme la fisica quantistica con la superstizione. Non c’è affatto bisogno di pretendersi “moderni”, in contrapposizione con i meno evoluti dei secoli oscuri e primitivi; la catastrofe ecologica è anzi la dimostrazione che pur godendo del picco assoluto di ingegno tecnologico siamo sempre così ingenui e infantili da pensare di cavarcela senza un Pianeta che ci faccia da casa. Non esiste problema ambientale che non sia questo groviglio di emozioni, testardaggine, effetti collaterali, sottovalutazione dei limiti biologici in nome del progresso.

Ecco, allora, che non riusciamo a gioire delle festività natalizie se non illudendoci di poter ancora albergare nei nostri cuori il calore domestico delle epoche oscure, in cui, certo, solo a Natale c’erano in tavola mandarini e tacchini ripieni, ma quanto era confortante sentire per un sol giorno che bontà e onestà sono sentimenti utili a sopravvivere in questo mondo. Il paradosso è che questo atteggiamento lo condividono anche le persone che Jeff Sparrow, su The Guardian, ha chiamato gli “eco-fascisti”: “coloro che difendono i propri privilegi climatici, e con violenza, contro immigrati, ambientalisti e progressisti”. Insomma, i benpensanti con un ricco conto in banca che non vogliono rinunciare a nessun privilegio (carne, abiti, viaggi in aereo) per salvare tutti gli altri. Costoro, sempre dediti a difendere il progresso quando si tratta di difendere il libero mercato, si schierano contro i progressisti in maglietta Patagonia, che, invece, considerano davvero “progredito” soltanto il pensiero storicamente legittimato dalla crisi climatica. 

Entrambi sognano il Natale che non c’è più, inghiottito dal capitalismo avanzato; solo che gli eco-fascisti non hanno ben chiaro che un mondo a + 4 gradi Celsius di aumento medio delle temperature globali renderà qualunque tipo di Natale, anche il più tradizionale, impossibile, in un contesto di crescenti tensioni sociali e civili. Ma la destra mena vanto di difendere la famiglia, e quindi scegliendo il progresso per non ridurre di un boccone il pasto dei propri figli preferisce condannare alla fame i giovani del 2050. Invece, gli attivisti più o meno dichiarati in maglietta Patagonia forse riusciranno a raccogliere energie spirituali per convincere gli scettici che, per davvero, un Natale tradizionale (con poca roba, per farla breve) era davvero Natale. Il loro obiettivo è cioè titanico: riformulare il progresso togliendogli l’allure del continuo rinnovamento interno. 

C’è un libro sottovalutato che parla del cambiamento climatico ( l’ascesa del carbone, l’affermarsi del carattere capitalista, le conseguenze spirituali del nuovo regime energetico) e che quindi parla del Natale. A Christmas Carrol di Charles Dickens. Dickens inventò il Natale moderno. Ci riuscì perché in una Londra nera di carbone il 25 dicembre era il simbolo della speranza. Quella stessa speranza che poi, diventata capriccio, ci ha condannati alla distruzione del sistema climatico terrestre. Una ruota della fortuna che, al suo ultimo capitolo, rovescia la ricerca della felicità nella lotta contro la catastrofe. L’aveva intuito anche questo un altro pensatore contemporaneo, Alain Finkielkraut, accusato di essere di destra e quindi amatissimo da Il Foglio di Claudio Cerasa, nel suo libro Noi, i moderni, mostrò con dovizia di storie ( russe, tedesche, francesi, inglesi), spostandosi sul fronte ambientalista, quante atrocità abbiamo commesso perché l’orologio della storia ci incoronasse signori del progresso. Per essere progressisti, abbiamo buttato nella pattumiera la nostra umanità. Non è forse questa realtà un incubo da cui cerchiamo di tenerci lontani aggrappandoci al sogno di un Natale all’antica?

I biscotti alla Nutella affossano la COP25 sul clima a Madrid

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Il successo strepitoso dei nuovi biscotti alla Nutella ha sconfessato la COP25 per il clima. Gli ha tolto legittimità con una fragorosa risata, prima ancora dell’inizio dei lavori il prossimo 2 dicembre. Nelle prime tre settimane di lancio del prodotto ne sono state vendute 2 milioni e 600mila confezioni. Una ironia atroce sta dietro questa operazione di marketing alimentare che ha il sostegno di un opinione pubblica assuefatta all’inerzia di pensiero e alla assenza totale di coscienza civile. Per capire cosa sta succedendo, dobbiamo mandare a memoria non gli ultimi dati sulle emissioni serra in continuo aumento pubblicati qualche giorno fa dalla World Meteorological Organization, ma la battuta di Jessica Chastain alias Elizabeth Sloane nell’omonimo film (2016). La Sloane deve corrompere un senatore degli Stati Uniti per ottenere l’affossamento di una tassa sull’olio di palma, provvedimento ecologista molto indigesto. Il senatore sarà accompagnato in Indonesia da una ong, per verificare sul campo quanto opportune siano le piantagioni di palma da olio per la crescita dell’economia indonesiana.  E allora Elizabeth chiede a un collega che lavora sulle abitudini del consumatore medio: per gli americani è più importante il sapone o i biscotti? Entrambi infatti contengono olio di palma e bisogna decidere se chiedere al cittadino modello di rinunciare all’uno o all’altro. Il collega è sbalordito e rimane muto. Commento della Sloane: visto? Nessuna reazione. 

Il cittadino medio è esattamente così. Negli Stati Uniti come in Italia. Ignora che l’olio di palma sia nella saponetta così come se ne frega del fatto che lo contengano i biscotti alla Nutella. Abbiamo deforestato il Borneo e portato all’estinzione l’orango per impiantare piantagioni estensive di palma da olio. Sappiamo da anni che la fame di questo tipo di olio vegetale (già nell’Ottocento la civilissima Europa lo usava per accendere le lampade) ha motivato la deforestazione delle foreste primarie del sud est asiatico. Non solo la gente continua a comprare questi biscotti. Li considera un ingrediente psicologico imprescindibile nella strategia di sopravvivenza quotidiana a delusioni professionali, frustrazioni amorose, tristezze croniche per opportunità irraggiungibili. Non conta nulla neppure che simili preparazioni iper zuccherate conducano dritti a una diagnosi di diabete. Non conta neppure che la tradizione culinaria italiana vanti dolci decisamente più buoni dei biscotti industriali della Ferrero. Non ha voce in capitolo neppure che sul mercato ci siano prodotti decisamente migliori ( anzi, a tal punto migliori della Nutella da funzionare come una illuminazione sulla via di Damasco per chiunque sia abbastanza  temerario e sveglio da provarli), come ad esempio la crema alla nocciole Baratti&Milano. In vendita, ebbene sì, rimarranno indignati i duri e puri, da Eatlaly. Forse è meglio dare due euro a Farinetti che contribuire allo smantellamento industriale della foresta tropicale. Del resto, Business Insider ha raccontato come dietro questi biscotti nemici del buon senso e del Pianeta ci sia una guerra occulta tra Barilla e Ferrero. Barilla ha rinunciato all’olio di palma nel 2016 e adesso ne va fiera, scrivendolo dappertutto. Ferrero no. Barilla ha tentato di imporsi lanciando la crema Pan di Stelle, che molte persone ritengono un inganno al palato. La ragione è che questa spalmabile, appunto, non contiene olio di palma, ma olio di semi di girasole. Altro gusto, altro retrogusto. E allora la faccenda comincia ad acquisire chiarezza.

La verità è che la Nutella è diventata uno status symbol politico, una presa di posizione contro gli avvocati difensori del Pianeta, delle specie a rischio, dei poveri delle baraccopoli, delle aziende per bene che impastano biscotti con olio di oliva e burro. Chi si schiera per la Nutella e i suoi biscotti se ne fotte allegramente del Pianeta in nome di una ideologia sbarazzina, da fast food, disincantata abbastanza da dimenticare che le foreste servono per viverci su questo Pianeta. Gli ambientalisti tradizionali rimangono al palo, troppo bravi ragazzi per dire una parola forte e chiara contro l’antidepressivo dei poveri.

Ma la Nutella fa vedere chiaro, forse troppo chiaro, nella narrativa corrente sui cambiamenti climatici. Il partito di giornalisti, industriali e piccoli editori che si apprestano a raccontare la COP25 di Madrid ripetono da sempre che i cambiamenti climatici sono una faccenda energetica, che per trovare soluzioni servono ingegneri e tecnici specializzati. La verità è molto diversa, e sono i biscotti della Ferrero a sbattercela in faccia. Stomachevole, ruvida, sgradita agli ambienti verdi dell’establishment ecologista, che per due decenni ha sostenuto che la catastrofe climatica l’avremmo risolta spostando tutto il settore energetico sulle rinnovabili (decisione da intraprendere, sia chiaro). Ma la catastrofe climatica non viene dal carbone e dal petrolio: per capirla è indispensabile invertire l’ordine causa-effetto del fenomeno. L’umanità occidentale ha virato sul carbone per emanciparsi da una vita bestiale, ossia dalla fatica mostruosa che era strappare alla terra il nutrimento quotidiano con il solo ausilio degli animali da lavoro. La spinta industriale, un evento prodigioso nel suo stesso potenziale distruttivo, ha come motivazione primaria il desiderio (vogliamo dirlo? sacrosanto ) di vivere meglio, in ambienti domestici riscaldati e puliti, con un arrosto in tavola la domenica. Il cambiamento climatico è il prodotto di scarto della catena di montaggio del benessere di massa. 

Ecco perché le persone non cambiano abitudini, ed ecco spiegato perché non si è mai arrivati ad una tassa sul carbonio o sulla plastica degna di questo nome. C’è una disponibilità psicologica ad usare fino alla fine ogni risorsa naturale per fare il proprio comodo, per godere, per sperimentare, per provare il brivido della novità. Ma davvero crediamo che chi compra i biscotti alla Nutella non abbia mai avuto la possibilità di leggere un solo, semplice articolo su deforestazione e olio di palma? Ma soprattutto: siamo così ingenui da pensare che questi clienti della Ferrero non abbiano alcun ruolo nella distruzione del sistema climatico terrestre solo per il fatto che non li producono loro i biscotti, ma chiedono ad altri di sporcarsi le mani? Il coinvolgimento personale nella catastrofe climatica è enorme, anzi, è a tal punto mastodontico che nessuna parte politica accetta di parlarne. Non si possono chiedere sacrifici al consumatore. Non possiamo dire alla gente comune che deve mangiare meno biscotti all’olio di palma, comprare meno vestiti in poliammide al Black Friday, rinunciare a qualche etto di crudo di Parma alla settimana. Se lo diciamo, questa è la Bibbia della politica di ogni partito e fazione, allora dobbiamo ammettere che, per evitare di visitare Venezia con la tuta da sub, ci tocca vivere tutti decisamente peggio di quanto pretendiamo. 

La sfida mai vinta dell’ambientalismo militante non è una semplificazione del linguaggio scientifico e nemmeno l’organizzazione di una lobby verde alternativa alla lobby del petrolio. Non esiste nessun cambiamento nell’azione civile che non sia preceduto da una conversione di coscienza, nell’intimo del proprio pensiero, dei propri sentimenti. Là dove ognuno si fa i fatti suoi con la piena protezione della privacy. E questo angolo di comfort che sono le nostre pretese psicologiche sul Pianeta Terra è dopato dal benessere di massa da secoli. Un secolo fa, Freud ha scoperto che entrambi gli atteggiamenti mentali che dirigono le nostre scelte più ostinate sono mortiferi: il godimento assoluto è in realtà pulsione di morte e il sacrificio a qualunque costo una forma letale di autolesionismo. Tra questi due estremi deve trovare un equilibrio la rivolta morale contro la catastrofe climatica. Perché il difficile è convincere due milioni e passa di italiani a non mangiare più i biscotti alla Nutella. 

PS checché ne dica Ferrero, l’olio di palma sostenibile è un grande inganno. La spinta a produrre in modo più rispettoso dell’ambiente ha spostato il business della palma sulle coste dell’Africa occidentale e nell’Africa centrale, con conseguenze devastanti per le comunità locali denunciate da alcuni attivisti anche a rischio della vita. Per saperne di più questo splendido reportage uscito su ENSIA. 

Roger Hallam non è un antisemita

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(Credits: raccolta fotografica Wannsee Museum, Berlin)

È giusto paragonare la distruzione, politicamente pianificata, del nostro Pianeta (tradotto: non fare nulla per fronteggiare la catastrofe climatica e la sesta estinzione di massa, lasciando che siano le prossime generazioni, morti compresi, a pagare i nostri debiti) con il genocidio dei cittadini europei di religione ebraica durante la Shoah? Roger Hallam lo ha fatto e io non credo che le sue affermazioni siano antisemite. Attorno questo interrogativo morale, dentro le scomodissime pieghe della nostra storia recente e attuale, Hallam, co-fondatore di Extinction Rebellion, si è mosso in una intervista rilasciata dal Galles, dove vive, al settimanale tedesco DIE ZEIT. L’intervista è uscita ieri, 21 novembre, sul numero in edicola (N° 48/2019), un pezzo firmato da Hannah Knuth e intitolato ““Fast eine normale Ereignis”, che tradotto significa “un avvenimento quasi normale”. Le riflessioni di Hallam, che adesso vedremo nel dettaglio, sono state immediatamente bollate, etichettate e spedite in rete come antisemite. Extinction Rebellion UK ha preso le distanze dal suo uomo di punta con un comunicato stampa: “XR UK denuncia senza riserve i commenti odierni del nostro co-fondatore Roger Hallam al magazine tedesco Die Zeit, fatte a titolo personale in relazione al lancio del suo libro. Le persone di origine ebraica e molti altri sono profondamente feriti dai commenti di oggi. Una audizione interna è stata avviata con il team di XR Conflict su come gestire il processo decisionale che affronterà la questione. Siamo per un approccio di riparazione e conservazione, preferibilmente, e tuttavia in alcuni casi l’espulsione è necessaria (…) Esprimiamo la nostra solidarietà ad XR Germany, alle comunità ebraiche e a tutti coloro che sono stati toccati dall’Olocausto, nel passato e ai giorni nostri”. 

Ma che cosa ha detto Roger Hallam? Secondo DIE ZEIT, avrebbe “relativizzato l’Olocausto”, parlando dei genocidi, e sostenendo che non faccia bene ai tedeschi considerare lo sterminio compiuto dai nazisti come un caso isolato: “La dimensione fuori scala di questo trauma può essere paralizzante. Può impedire che si impari qualcosa da quanto accaduto (The extremity of a trauma can create a paralysis in actually learning the lessons from it)”. Hallam ricorda come nei ultimi 500 anni siano accaduti ripetutamente eventi genocidiari: “Per essere onesti, si potrebbe anche dire: un genocidio è un avvenimento quasi normale (a regular event)”. E dunque l’olocausto è per Hallam “”just another fuckery in human history”, soltanto un’altra, disgraziata macchia nella storia dell’umanità. Alle 10.38 del mattino di ieri lo stesso DIE ZEIT ha ripreso ancora la notizia, stavolta pubblicandola in inglese. 

Nell’intervista, Hallam aveva paragonato i fatti europei con i fatti africani occorsi durante il periodo coloniale: “Il fatto è che milioni di persone sono state uccise in circostanze estremamente cruente, con regolarità, nel corso della storia (millions of people have been killed in vicious circumstances on a regular basis throughout history)”, ad esempio in Congo, per mano belga, nel XIX secolo ( chi volesse saperne qualcosa di più, da una voce che nulla ha a che fare con la manipolazione politica, legga Gli anelli di Saturno di W.J.Sebald). 

Ora, che il genocidio sia un evento ripetuto e ripetibile nella storia umana, non è una ipotesi strampalata o tendenziosa di Roger Hallam, ma una riflessione storico-sociologica da parecchi anni. Ricordo il lavoro di Jacques Sémelin, Purificare e distruggere (Einaudi), che indaga lo “schema genocidiario” tra Germania, Rwanda e Yugoslavia, individuando più di un parallelismo tra questi differenti scacchieri geografici. Ecco il frontespizio del volume pubblicato da Einaudi: “Risultato di piú di vent’anni di ricerche e analisi sul tema della violenza, delle sue espressioni estreme, dei suoi usi politici e degli esiti che hanno scandito la storia del XX secolo, questo libro si propone di reperire una logica, per quanto atroce e terribile, nell’inferno dei genocidi”. Leggere lo sterminio programmato degli ebrei europei (e della civiltà yiddish, che il solito stuolo di benpensanti mai cita probabilmente perché ignora lo splendore della cultura yiddish spazzata via per sempre dalla faccia della Terra) come accadimento isolato, metafisico, unico non è neppure la posizione di Zygmunt Bauman, che in Olocausto e Modernità (Il Mulino), opera coraggiosa e controcorrente, che infatti siamo in pochissimi a citare quando si tratta di Nazismo, sostiene che l’Olocausto non sia un fallimento della Modernità, ma un suo prodotto. Bauman dice in questo suo libro qualcosa che non ci piace per nulla sentirci dire, e cioè che siamo fatti, noi Moderni, della stessa materia e matrice da cui vennero fuori i cittadini comuni tedeschi che aderirono al regime e contribuirono così allo sterminio. E io credo che Hallam intendesse proprio qualcosa del genere, arrischiandosi ad affermare che il genocidio è stato uno strumento di espansione  dell’Europa (Americhe, Africa ed Asia), un meccanismo di imposizione della supremazia europea (conferenza di Berlino del 1884), uno strumento di affermazione dell’economia capitalista globale (colonialismo a partire dal 1500). Una posizione intellettuale che personalmente ho spesso difeso qui su Tracking Extinction e che ritengo indispensabile per mettere bene a fuoco il destino ecologico che abbiamo davanti a noi. 

Sono temi e fatti scomodossimi, che incutono in tutti noi vergogna e rabbia ( la rabbia di colui che sa di aver commesso un crimine, ma non è disposto ad assumersi la responsabilità della sua colpa), nonostante proprio in Germania da qualche anno vengano affrontati quanto meno pubblicamente. 

Nel 2016-2017 la spettacolare mostra al DHM sull’Unter der Linden “Deutscher Kolonialismus”, ha raccontato lo sterminio degli Herero, in Namibia; lo Humboldt Forum (il prossimo museo di etnografia e arte africana), per ora ancora cantiere aperto, ha suscitato un dibattito infinito e finalmente fertile sulle azioni e le intenzioni europee in Africa, e non più tardi di questa primavera DER SPIEGEL ha pubblicato uno speciale, Von Herren und Sklaven – wie die Europaer die Welt unterjochten ( Signori e Schiavi – come gli Europei hanno sottomesso il mondo) coerente con tutto questo. In questo volume, compare anche una intervista al professor Juergen Zimmerer, che insegna storia all’Università di Amburgo ed è una autorità rispettata e riconosciuta negli studi sull’Africa, il colonialismo e i genocidi. A Zimmerer è stato chiesto se i tedeschi non soffrano di una “amnesia coloniale”, visto che quasi nessuno sembra ricordare che la Germania, prima del primo conflitto mondiale, era una potenza coloniale: “è stato a lungo così, ma qualcosa sta cominciando a cambiare. Con il colonialismo le cose non vanno come per il nazionalsocialismo, si è sviluppato un atteggiamento a malapena critico (…) A mio parere, la storia coloniale tedesca non finisce nel 1919, ma nel 1945. La politica nazionalsocialista si limitò a cambiare il luogo del colonialismo, perché adesso l’obiettivo si chiamava Europa orientale. Hitler descriveva la Russia come la nostra India”.  E a proposito del genocidio degli Herero in Nambia, Zimmerer ricorda che il generale Lothar von Trotha, l’esecutore materiale della repressione della rivolta e delle uccisioni di massa, “già nel 1897 riteneva che fosse in corso una guerra razziale tra Europei ed Africani, che si sarebbe conclusa con lo sterminio o di una parte o dell’altra. Si trattava evidentemente del concetto di terrore razziale”. 

Se vogliamo attenerci al nostro contesto nazionale, in Italia, posizioni analoghe sui diversi genocidi sono note, dal momento che appartengono ormai al patrimonio storiografico contemporaneo, da anni. Faccio solo un esempio: nella enciclopedia sulla storia della Shoah pubblicata da UTET nel 2005, il primo volume è dedicato alla Crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo e contiene contributi dei più vari e articolati sulle premesse politiche, ideologiche e coloniali che portarono al genocidio ebraico, mostrando come prima degli anni Trenta le nazioni europee avessero già sperimentato comportamenti genocidiari fuori dai nostri confini, lontano dalla nostra zona di comfort, in Africa, ad esempio. Un titolo per tutti: il saggio di Isabel Hul “Cultura militare e ‘soluzioni finali’ nelle colonie: l’esempio della Germania guglielmina”. 

La domanda che dobbiamo porci allora è: per quale motivo Roger Hallam di Extinction Rebellion è stato messo alla gogna? Per quale motivo non è più lecito tentare una valutazione complessiva della nostra storia fuori da categorie religiose, mistiche, mitologiche, e dirci invece, faccia a faccia, chi siamo veramente e con quali intenzioni criminali ci apprestiamo a consegnare alle future generazioni un Pianeta distrutto? Perché dobbiamo vivere questa forma di pudore auto-censurato, una forma di pigra flagellazione della nostra stessa coscienza, sentendoci dire che non ci è consentito coltivare il massimo rispetto per le vittime della Shoah, per ogni singolo uomo, donna e bambino ebreo morto per mano nazista senza però rinunciare a denunciare gli schemi omicidi che stanno dietro l’apatia politica sulle faccende ambientali? Non siamo di fronte, magari, ad un altro caso Handke, accusato di nefandezze mai dette, per la sola colpa di aver scritto idee e pensieri non allineati con le stesse narrative potenti dei giornali potenti, compromessi con la politica fino al collo, che ci stanno portando a un Pianeta a + 4°C, + 5 °C ? 

E diciamo allora una parola anche sul trauma. Tutti noi sappiamo che un trauma prende in ostaggio il futuro. La storica Marianne Hirsch lo chiama “post memory”: la relazione con il passato già accaduto che la generazione successiva all’evento traumatico porta ancora con sé, come fatto personale, ma anche collettivo e culturale, fino al punto che il ricordo, la memoria, formano il presente con una intensità attualizzata, fatta di storie, immagini e comportamenti. La storica britannica Olivette Otele ritiene che una attitudine psico-emotiva di questo tipo coinvolga anche le memorie coloniali e successive alla fine della schiavitù. La psicoanalisi non ci dice forse la stessa cosa, quando prova a far chiarezza sulle sofferenze che non riusciamo ad elaborare? Siamo nel XXI secolo e abbiamo dietro di noi secoli di atrocità: la nostra coscienza contemporanea è fatta di traumi, di proiezioni, di omissioni, di rimozioni. Ammetterlo ci potrebbe aiutare a progettare un futuro diverso, mentre demonizzare questa condizione della mente umana, collettiva, di oggi, del nostro scottante presente, porta solo carburante al motore del vero negazionismo, quello che presuppone di continuare a compiere omicidi di massa con il beneplacito della società di massa. 

Perché è indispensabile (oggi più che mai) leggere Peter Handke

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Quando lo scorso ottobre è stato annunciato il premio Nobel per la letteratura a Peter Handke un coro di polemiche ha in un battere di ciglia offuscato le motivazioni dell’Accademia Svedese per un riconoscimento che va ben oltre la contingenza della critica. Queste motivazioni al conferimento del Nobel ci dicono che Handke ha vinto “per l’efficacia di un lavoro che con semplicità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana”. Che cosa vuol dire che Handke ha camminato nelle periferie della vita umana? 

Fino a questa stagione di un Nobel per la letteratura diventato una guerra di critiche e disgusto (secondo alcuni Handke sarebbe una sorta di raffinatissimo fascista, viste le sue posizioni sulla Serbia e le guerre nei Balcani) non avevo mai letto con attenzione nessuno dei suoi libri. Ma in tempi di rivisitazione della nostra imbarazzata coscienza europea, che appena adesso s’attarda a prendere in considerazione le proprie responsabilità non tedesche in svariate forme di genocidio in giro per il mondo, non fa mai male soffermarsi su di un autore controverso. Da dove cominciare? Un po’ per caso, un po’ alla ricerca della sua voce originale in tedesco, ho ascoltato Handke nel trailer di un film documentario (“Bin im Wald, kann sein, pass Ich mich verspaete” ossia, Se sono nel bosco, è possibile che tardi un po’) che gli è stato dedicato qualche anno fa e che fu presentato al Festival del Cinema di Locarno. 

Un vecchio di 73 anni, magro, dallo sguardo azzurro e vigile, che passeggia nel bosco della sua casa in campagna. Un vecchio che prende appunti con la matita, disegna, raccoglie funghi. Un vecchio elegante, bello, che scrive di piccole cose con la stessa precisione poetica con cui sceglie ogni sostantivo delle sue frasi dense, appiccicate alla morbidezza dei suoi gesti. Questa luminosa semplicità, che proviene da una intelligenza vivissima, m’è subito sembrata una epifania di qualcosa che non esiste più nella nostra Europa, una condizione del nostro spirito continentale di cui Peter Handke è uno degli ultimi, meravigliosi vecchi. Quel modo, insomma, di stare al mondo che una volta si chiamava Bildung in lingua tedesca, e che non era, fino agli ’60 del secolo scorso, niente altro che la ruvida, brutale certezza che i giovani li si tira grandi con la letteratura. Insegnando loro a guardare il mondo, ossia ad allenare la mente sull’osservazione poetica delle cose. E forse dovremmo, giusto appunto, ricordarci che poesia non è solo comporre versi, ma fermarsi sulle piccole pieghe, sulle increspature, sui fruscii, sugli scricchiolii. Handke questo lo fa da sempre, perché ha imparato a farlo, perché lo sa fare come solo un genio può arrivare a farlo, e perché è uno degli ultimi europei che sanno guardare il mondo con lo sguardo di Goethe. Tra il 1832 e il 1833, allo sfiorire della sua vita, Goethe scrisse di se stesso: “Nato per vedere/Chiamato a guardare (Zum Sehen geboren/ Zum Schauen bestellt). Bestellen in tedesco significa che qualcosa, o qualcuno, è formato in modo da stare in una certa posizione. Si è umani, scrisse Goethe per se stesso e per i posteri, quando si dà voce allo sguardo sul mondo, che possiamo guardare perché siamo fatti per accorgerci del mondo, per stupircene. Questo è il modo in cui Peter Handke scrive. Ed è per questo che la sua prosa ha esplorato le periferie dell’anima umana. In periferia la vita è grezza, essenziale, spoglia. 

Oggi il modo alla Handke, diciamo così, è in via di disfacimento, anzi, potremmo dire che è ormai quasi incomprensibile alle nuove generazioni, a cui è stato invece insegnato, sui banchi di scuola, che stare al mondo in modo poetico frega la carriera, e che imparare a leggere è tutto sommato strumentale, non indispensabile. E tuttavia, la penuria di capacità di osservazione degli elementi naturali e umani conduce ad uno stato di miseria divorante: la incapacità attuale, collettiva, di massa, di mettere a fuoco la catastrofe ecologica. 

Chi fa scorrere lo sguardo, silenzioso e in attesa, sul Pianeta, sui boschi, sugli animali, sulle carpe del Danubio nel mercato di Belgrado, si accorge che il Pianeta sta morendo. Si pone domande sul destino delle specie animali. Ha dentro di sé, un individuo del genere, il cosmo, e non la home page di Amazon. 

E infatti la scrittura di Peter Handke è un programma politico, ossia un modo di vivere intero, in cui c’è coerenza tra atti e intenzioni, tra sentimento dell’esistenza e volontà critica: “Del mio viaggio attraverso la Serbia ho scritto come da sempre scrivo i miei libri, le mie opere letterarie: un narrare lento, interrogante; ogni capoverso tratta e narra un problema, di rappresentazione, di forma, di grammatica – di verosimiglianza estetica; e questo, come da sempre in ciò che scrivo, dalla prima all’ultima parola” (Premessa di Eine winterliche Reise zu den Fluessen Donau, Save, Morawa und Drina oder Gerechtigkeit fuer Serbien). Per gli stessi motivi, mi pare, nel viaggio in Serbia (non ho letto una sola parola fascista in questo capolavoro), sulla Drina, Handke scrive, polemizzando giustamente con il perbenismo sciatto del giornalismo pressapochista: “Il mio lavoro è un altro. Registrare i fatti bruti, e va bene. Per una pace comunque c’è bisogno di una cosa ancora diversa, che non sia da meno dei fatti. Adesso tiri fuori la poetica? Sì, se viene intesa come l’esatto contrario della nebulosità. O, invece di ‘poetica’, diciamo meglio l’elemento unificante, avvolgente – l’impulso alla rimembranza collettiva come unica possibilità di riconciliazione, per la seconda, comune infanzia. E come? Quanto ho annotato qui era destinato, oltre a questo o quel lettore tedesco, anche a questo o quel lettore in Slovenia, Croazia, Serbia, in base all’esperienza che proprio seguendo il tortuoso percorso della registrazione di determinate cose secondarie, comunque molto più efficace che attraverso il martellamento dei fatti principali, si risveglia quel ricordo collettivo, quella seconda infanzia comune. ‘In quel punto del ponte c’è stata per anni una asse traballante’ – ‘Sì, te ne sei accorto anche tu?’ ‘In un punto sotto il matroneo si sentiva l’eco dei passi’ – ‘Sì, te ne sei accorto anche tu?’. Oppure semplicemente deviare dalla prigionia, di noi tutti, nelle chiacchiere della storia e dell’attualità verso un presente incomparabilmente più fecondo: ‘Guarda, adesso nevica. Guarda, lì giocano dei bambini’ (l’arte della deviazione; l’arte come deviazione essenziale). E così là sulla Drina sentii la necessità di far danzare un sasso sull’acqua, lanciandolo  verso la sponda bosniaca (solo che poi non ne trovai neanche uno)”.

Ecco perché a mio parere Peter Handke va letto, e alla svelta. Con la sua prosa Handke protegge le cose e gli elementi, lo spazio e il tempo. Ovunque attorno a noi la profondità delle epoche ormai trascorse, secoli di storie e di atrocità, di missioni impossibili e di una salvezza sempre agognata si intrecciano in un racconto eterno che è il mondo: “Non era nostalgia di casa. Non era quello ad attrarre là. Le bancarelle del latte, anche se ormai da tempo erano fuori servizio, marcite, distrutte o crollate; i fienili, anche se il fieno, quello di tantissimi anni prima, era muffito e guasto; le capanne nei campi, anche se l’ultima delle brocche per il sidro che da sempre vi erano riposte era stata ridotta in cocci dal gelo dell’inverno e nessun topo di campagna avrebbe più cercato di scovare le croste di pane ormai pietrificate o le cotenne di speck trasformate in cuoio: ebbene, tutti quei luoghi tranquilli erano ancora lì, aspettavano qui, in me e accanto a me, e in particolare tutt’intorno a me. Può darsi che la loro esistenza non fosse più così concreta, tangibile e ‘riconoscibile’ come era un tempo, ma forse proprio per questo essa risultava meno vulnerabile alle attuali circostanze – tanto più capace di resistere, perfino di opporre una maggiore resistenza ( tratto da Saggio sul luogo tranquillo, Versuch ueber den Stillen Ort). 

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Animali da copertina

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Ci sono molti modi per privare qualcuno della sua storia. Per convincerlo che si è sempre sbagliato sul proprio conto, e che d’ora in avanti la biografia che gli verrà imposta dovrà essere l’unica fonte attendibile di informazioni sul proprio passato. Si è sempre fatto così, nelle grandi dittature. Sta accadendo anche alle specie animali, sempre più spesso spinte sul confine di un anonimato che porta però inciso il brand di Homo sapiens. Specie che non hanno più diritti sul Pianeta: sono ormai human being reliant, come si dice nelle pubblicazioni scientifiche. Il loro futuro, la loro storia appunto, la possiamo scrivere soltanto noi adesso, perché senza il nostro aiuto (tutela delle aree protette del mondo) non sopravviverebbero all’urto di bracconieri, gente affamata, trafficanti di pelli, ossa e denti, zampe e pellicce, imprenditori della carne da allevamento e via discorrendo. 

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Molti marchi autorevoli ( glamour) di moda lo sanno benissimo già da un po’. Perciò sono orientati a usare immagini di specie animali per interpretare lo stato d’animo della stagione. Un carattere, una mission aziendale, e soprattutto una suggestione psicologica decisamente attuale: cucirsi addosso lo spirito della natura selvaggia, l’anima irriducibile dell’animale non addomesticato. Non è, credo, solo una scelta commerciale, o una scelta di campagne pubblicitarie a grosso impatto. Man mano che gli animali diventano sempre più rari, l’animale domestico prende il sopravvento sull’immaginario collettivo, sintesi accomodante di ogni preoccupazione per le sorti dei non umani. Il cugino selvatico finisce quindi con l’avere un effetto dirompente, quando appare, in una epifania surreale, fra le vetrine dei negozi, sui tram, agli angoli delle metropoli surriscaldate, inquinate e sovraffollate di umani. Sembra davvero di imbattersi in lui in una foresta. Effetti scenici, che la pubblicità sa usare benissimo.

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Escluso dal suo habitat ( serviva a noi), condannato a sparire (non ci serve), l’animale selvatico rinasce come valore estetico assoluto: diventa icona, un attimo prima di essere consegnato all’album dei ricordi delle scienze naturali. Anche fare di una specie il testimonial di un brand ci dice quanto poco importanti siano per noi gli animali, ma ci informa anche sul potere di suggestione degli ultimi animali rimasti sulle nostre coscienze intorpidite. La loro solitudine, perché stanno scomparendo dal Pianeta, è una lontanissima eco del nostro genio artistico, quello di Chauvet per intenderci. Senza di loro, non saremmo mai diventati artisti. Non avremmo mai immaginato di immaginare il mondo. 

(Gorilla occidentale e orso grizzly fotografati rispettivamente sul numero di Novembre di Marie Claire Italia e sulla vetrina del negozio KWAY a Milano; il gorilla compare anche nella seconda vetrina della boutique monomarca, sempre a Milano, Galleria Vittorio Emanuele)

Sulle orme di Von Humboldt sull’Isola dei Musei di Berlino

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In preparazione della spettacolare mostra sui fratelli Alexander e Wilhelm von Humbold al DHM – Deutsches Historisches Museum di Berlino (inaugurazione il prossimo 19 novembre) cresce di intensità nella capitale tedesca il dibattito sul ruolo dei musei nell’Europa che verrà.  Alexander fu un geniale ed avventuroso geografo, tra i messimi esploratori dell’America Latina; suo fratello Wilhelm, invece, scelse la strada degli studi umanistici e si dedicò alla filosofia ed alla linguistica. Due menti affini, poliedriche, che seppero esprimere le due anime profonde dell’Europa tra il XVIII e il XIX secolo, passaggio decisivo nella costruzione della modernità economica e scientifica. Due biografie che, da sole, ci raccontano delle contraddizioni implicite nella spinta espansionistica del vecchio continente, fatta di schiavismo, scoperte botaniche e geologiche, rapacità commerciale e una intuizione raffinatissima sul posto dell’uomo nel cosmo. 

In una epoca di estinzione i musei stanno ritornando ad essere, nonostante la retorica low cost dell’intrattenimento di massa, ciò per cui furono progettati ormai secoli fa: luoghi in cui è possibile, nello sgomento e nella fascinazione, scoprire le cause remote delle attitudini culturali umane che ci hanno condotto al nostro sconvolgente presente di distruzione del Pianeta. Qualunque tipo di museo è coinvolto in questo processo di auto-riconoscimento (le tracce del nostro ingegno, delle nostre conquiste e delle nostre elaborazioni morali sono ovunque), ma un ruolo senza dubbio singolare lo hanno, ormai, le collezioni etnologiche di Berlino, che dicono con sconcertante attualità quanto sia indispensabile ripensare la nostra relazione con il continente africano. La crisi migratoria in corso ci obbliga infatti a chiederci con urgenza chi siano i popoli con cui abbiamo a che fare e per quale motivo sembra che l’unico atteggiamento possibile nei confronti dell’Africa, per buona parte degli Europei, sia di pietistica commiserazione. Per questo la mostra sui fratelli Von Humbold arriva al momento giusto nel posto giusto. 

Al centro di quell’impressionante “acropoli della memoria e del futuro” che è, oggi, l’Isola dei Musei di Berlino. 

L’attitudine all’esplorazione degli Humboldt è alla radice dell’impresa economica moderna, cioè la costruzione di un capitalismo transoceanico in grado di connettere tutti i mercati del globo. Ma è anche il carattere originario dell’esperienza scientifica. La scorsa primavera SCIENCE ha pubblicato un vasto reportage che svela la verità delle nostre collezioni scientifiche: per i primi naturalisti del ‘700 era indispensabile appoggiarsi ai capitani in forza sulla rotta degli schiavi per recuperare piante, animali, ossa, insetti che poi divennero, nelle capitali europee del nebbioso nord, reperti. In maniera non diversa l’etnologia ottocentesca nasce in un clima di curiosità ed esotismo, razzismo e ferrea volontà di studio, ma è proprio la sua ansia descrittiva che ha finito con l’acconsentire alla rapina di oggetti d’arte africana, gli stessi che ora sono custoditi nei principali musei europei. Capolavori rubati, trafugati, sulla cui restituzione si rincorrono oggi pareri discordanti. Felwine Sarr, l’economista e filosofo senegalese incaricato nel 2018 dal presidente francese Emanuelle Macron di stilare, insieme alla storica Bénédicte Savoy, un rapporto speciale sulla questione della restituzione, ha spiegato l’intera questione a DIE ZEIT con una chiarezza encomiabile: “ Si tratta di rifondare una relazione tra Africa ed Europa. La questione della restituzione è soltanto il primo livello di un dibattito non così interessante. La terza parte del nostro Rapporto (ndr, per Emanuelle Macron) è, a onor del vero, la più importante, ma anche la meno discussa. Di solito nessuno la legge. Eppure qui noi abbiamo parlato di nuovi legami etnici e della loro chance di divenire effettivi. Poiché gli oggetti, è questo, sono ormai parte tanto dell’Africa quanto dell’Europa. Sono oggetti rituali, ma sono anche pezzi da museo. Se prendiamo sul serio questa forma di ‘creolizzazione’, allora questi oggetti possono essere interpretati come dei mediatori, degli strumenti, per ricostruire la storia e avvicinare l’una all’altra Africa ed Europa. Soltanto a quel punto saremo in grado di trovare un terreno comune di cooperazione e rispetto”. 

La collega di Sarr, Bénédicte Savoy, è una delle curatrici della mostra su Humboldt. Di tutto questo non c’è traccia sui giornali italiani, benché il nostro Paese sia dal 2013 al centro del tifone tropicale delle migrazioni dall’Africa all’Europa. Quando si tratta di Africa, la stampa nostrana o insiste su retoriche da sinistra obsoleta (dedita al piagnisteo piuttosto che alla analisi della realtà) o, all’opposto, dà spazio ai deliri razzisti della destra semianalfabeta. Si ottiene così l’obiettivo inconscio di perpetuare gli stereotipi sull’Africa tipici degli anni Settanta e Ottanta (africani poveri, malnutriti, morti di fame, che non potrebbero mai avere qualcosa da dire alla coltissima Europa). Non è un caso che un discorso del genere permei ogni partito politico, come si è visto a ottobre nella Leopolda di Firenze, trampolino per Italia Viva. Matteo Renzi s’è lanciato in una concione sulla necessità di aiutare a casa loro gli Africani, installando però milioni di pannelli solari europei nel deserto del Sahara in modo da ottenere, a casa altrui, la nostra indipendenza energetica. Questa narrativa Renzi la sfrutta anche sulla sua pagina Facebook. Domenica 3 novembre ha postato un articolo di giornale (probabilmente dal Corriere della Sera), di sapore neocoloniale ( Eni, Coldiretti e Bonifiche Ferraresi che investono sull’agricoltura sostenibile in Ghana): “L’unico modo per gestire l’immigrazione è investire in Africa. Farlo come Europei, non lasciarlo fare ai cinesi. Aiutarli a casa loro, si direbbe con uno slogan. Eni, Coldiretti e Bonifiche ferrarei ci stanno provando sul serio. Bravi!”. Quindi il messaggio è chiaro. Essendo incapaci di sviluppare un proprio modello economico post capitalista, i paesi dell’Africa occidentale come il Ghana vanno ricolonizzati seguendo le linee guida (già viste) dell’esportazione dello sviluppo. Tacendo delle voci africane, come Sarr, che rivendicano il diritto dell’Africa di pensare da sola, di riscoprire la propria autonomia di rappresentazione nel XXI secolo. Questo neocolonialismo ignorante e suicida (i cambiamenti climatici imporranno la loro agenda all’Europa, attraverso le genti africane, nonostante le sparate da boy scout cattolico di Matteo Renzi) può essere sconfitto esplorando gli oggetti di un museo. Nel tempo dell’estinzione, delle macerie e della memoria, le tracce dei nostri atteggiamenti culturali più spietati e antichi stanno nei musei, nei libri, nelle opere d’arte. In ciò che abbiamo creato, o rubato, mentre imparavamo a diventare sempre più crudeli, con il Pianeta e i nostri simili. 

Intanto, in attesa della conferenza stampa di inaugurazione della mostra al DHM, è uscito in Germania il libro dello storico storico americano H.Glenn Penny: Sulle orme di Humboldt. La tragica storia della etnologia tedesca”. Glenn si sofferma sulla figura di Adolf Bastian, un ex medico di marina che negli ultimi 25 anni dell’Ottocento fondò le collezioni berlinesi sulla scorta di una idea oggi dismessa di raccolta museale: una iper-collezione, un Museo dei Popoli, e cioè il museo universale dell’umanità tutta. Bastian non credeva quindi che il museo dovesse essere una platea di oggetti esotici in mostra, ma una officina in grado di produrre conoscenza. La sua impostazione, per Glenn, è andata persa a tutto vantaggio della concezione del museo come prodotto preconfezionato senza un largo orizzonte. Di qui la sua opposizione allo Humboldt Forum: “sarà solo una altra collezione senz’anima, con in più un bar per bersi un espresso”. L’alternativa dovrebbe assomigliare alle speranze di Adolf Bastian: fare di questo luogo un posto in cui apprendere la storia delle sue collezioni, con l’aiuto di curatori e studiosi di quei Paesi da cui gli oggetti artistici provengono. Per ora, non è affatto cosa da poco che nella fredda Berlino di inizio inverno le quasi perdute foreste tropicali dell’Africa centrale ed Occidentale abbiano una voce, che rincorre le nostre voci, che cercano la sua. 

Forse in Botswana le origini di Homo sapiens (e della libertà)

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Il 28 ottobre è uscito su Nature ( “Human origins in a southern African palaeo-wetland and first migrations”) uno studio paleonantropologico estremamente suggestivo: la culla geografica di tutti gli esseri umani moderni sarebbe in Botswana, in una area oggi collocabile tra il delta del fiume Okavango e le regioni aridissime dei Makgadikgadi Salt Pans, al centro del deserto del Kalahari. Homo sapiens così come lo conosciamo, la specie, cioè, in grado di colonizzare e dominare tutto il Pianeta, non sarebbe nata nell’Africa Orientale, ma in Botswana. I nostri progenitori sarebbero dunque una piccola comunità di cacciatori raccoglitori di 200mila anni fa geneticamente affini ai Khoisan, o boscimani, che in poche migliaia ancora abitano il Botswana centrale e meridionale. Questo studio, che ha immediatamente suscitato dibattito e non sempre consenso tra gli esperti, non si basa sulla comparazione di reperti fossili, ma sulla analisi del mitogenoma, ossia del dna mitocondriale di 1217 individui appartenenti a diversi gruppi etnici africani. 

Il dibattito sul tassello numero uno del puzzle evolutivo umano attraversa una fase particolarmente fertile di ipotesi. E incrocia la discussione sul futuro del Pianeta, aggiungendo elementi di peso filosofico alla ricostruzione della nostra identità primaria, che è poi quella di specie. Questo è il motivo principale per cui vale la pena parlarne senza indugi, salvaguardando tutta la complessità dell’argomento. 

Nel suo articolo su Scientific American sulle novità dal Botswana, Richard Conniff ha ricordato un secondo studio, pubblicato sempre su Nature ( il 10 settembre scorso: “Deciphering African late middle Pleistocene hominin diversity and the origin of our species”). Gli autori avvertono che “le origini di Homo sapiens rimangono oggetto di controversia. L’estensione dello schema geografico della diversità morfologica fra gli ominidi africani nel periodo centrale del tardo Pleistocene è in parte sconosciuta, fatto che preclude una definizione precisa dei limiti di variabilità dei primi Homo sapiens e della interpretazione dei fossili presi uno per uno”. Sappiamo cioè ancora molto poco non solo dei primi Sapiens, ma dei contesti geografici in cui si sono evoluti e se tra le singole popolazioni ci fossero delle differenze. Il processo evolutivo che ha condotto a noi, questo pare chiaro, fu complesso ed esistettero, nel contesto africano, linee di derivazione diverse: non tutte contribuirono a dare origine ad Homo sapiens. “Sulla base dei fossili disponibili, Homo sapiens sembra essere nato dalla confluenza di popolazioni-fonte dell’Africa meridionale e orientale, mentre i fossili nordafricani potrebbero rappresentare una popolazione che confluì per ibridazione nei Neandertal durante la fase mediana del tardo Pleistocene”. In generale, la cornice teorica sulla questione dell’origine dei Sapiens è stata profondamente modificata, si legge in questo studio, non solo dalle ultime scoperte, ma anche da diverse tecniche analitiche, compresa la paleo-genetica. Secondo l’ipotesi che colloca in Botswana la culla della nostra specie, ci furono due grandi migrazioni, entrambe collegate ad alterazioni climatiche, che spinsero i Sapiens verso altre regioni del continente: la prima, 130mila anni fa, verso nord-est, in una fase più umida; e la seconda, attorno ai 110mila anni fa, verso il sud ovest. I fossili rimangono però indizi fondamentali nella ricostruzione di un passato cruciale per tutto il Pianeta ed è sulla non sufficiente considerazione dei resti fossili (e della loro provenienza), a tutto vantaggio delle evidenze genetiche, che, ad esempio Ian Tattersall – raggiunto via email – esprime i suoi dubbi sulla rilevanza complessiva dell’ipotesi Botswana. Dice Tattersall: “Ritengo molto probabile che gli esseri umani moderni siano i discendenti di una piccola popolazione ancestrale collocata in Africa. Il Botswana potrebbe andare bene, come molti altri luoghi. Ma a questa distanza nel tempo, e sapendo che le popolazioni umane tendono a spostarsi e a mischiarsi, è inverosimile che quanto è registrato nel dna mitocondriale potrà decidere in via definitiva questo interrogativo”. 

Quando osserviamo le grandezze temporali in gioco nelle linee di discendenza che hanno prodotto prima le scimmie antropomorfe del Miocene, poi le australopitecine, quindi Homo erectus e poi, in qualche luogo e per qualche motivo, Homo sapiens, la immensità del tempo geologico ed evolutivo ci sommerge. Quasi trenta milioni di anni per giungere agli ultimi diecimila in cui è cambiata letteralmente ogni cosa. Eppure, è proprio in questa enorme distanza spazio-tempo che possiamo provare a comprendere quanto casuale e imprevista sia stata la nostra comparsa, in mezzo a specie che ci assomigliavano, ma che non erano “umani” nel senso che attribuiamo a questa parola. La sensazione quasi istintiva di potere che proviamo oggi quando contempliamo gli altri animali è solo un prodotto secondario della nostra evoluzione. Molto più semplicemente, se ci guardiamo alle spalle, possiamo ricostruire occasioni adattative e soluzioni anatomiche che, come negli esperimenti condotti in un grande laboratorio, hanno infine tentato la sorte con Homo sapiens. L’incertezza scientifica, la sostanziosa mancanza di fossili, che grava sui passaggi cruciali di questa storia evolutiva, può anche rappresentare un vuoto fondamentale della nostra coscienza. Ci sono molte lacune nella nostra identità, non sappiamo tutto di noi e quindi siamo costretti a fare i conti con dubbi morali sempre più enigmatici sul posto che occupiamo sul Pianeta e sulle scelte che compiamo.  Siamo coinvolti nel nostro stesso buio, in una tenebra che è emozionante, e che però dà anche le vertigini. Abbiamo imparato ad essere radicalmente liberi, ma non sappiamo con precisione da dove ci venga questa passione per la libertà. 

Quello che, invece, sappiamo è che le indagini paleontologiche sulle origini umane ci pongono faccia a faccia con gli antenati. Specie estinte che stanno sulla nostra linea di derivazione, padri fondatori, generazioni di pionieri (come i pittori della grotta di Chauvet di 36mila anni fa): tutti soggetti, ossia protagonisti, di un passato che non smette di dare forma al nostro presente attraverso i vincoli biologici della nostra identità più profonda. Dal punto di vista morale dunque, oltre che scientifico, non esiste discorso sul futuro che non sia anche un discorso sul passato. 

Il pensiero africano contemporaneo ci può essere di grande aiuto per inquadrare correttamente il ruolo della evoluzione nella definizione delle nostre attuali responsabilità, perché in molti pensatori africani è ancora vivo un problema teoretico che in Europa consideriamo (a torto) superato, ossia il problema di dove mettere il passato, di come dargli valore senza rinnegare il futuro. L’economista e filosofo senegalese Felwine Sarr esplora spesso questi argomenti e anzi li pone al centro del movimento di rinnovamento della coscienza collettiva africana. Come è facilmente intuibile, l’analisi della condizione culturale e psicologica delle nazioni africane è segnata dalla frattura coloniale. Ma Sarr ragiona in realtà su di un aspetto della questione del passato che coinvolge tutti noi uomini e donne del XXI secolo su di un piano di responsabilità storica sottovalutato in Europa. Qualunque passato umano è ormai costellato di delitti e atrocità, in ogni continente. Proprio per questo, sostiene Sarr, “la condizione della vera crescita e della creatività si deve ancorare al diventare più antichi e anche più nuovi. Su questo rapporto il lavoro di memoria, di storia, di riconciliazione con le multiple fonti della propria identità ma anche recupero e riordino è imperioso”. 

È un discorso africano, è vero, che però, seguendo la sollecitazione di Wole Soynka a chiedersi che cosa l’Africa possa fare per il mondo oggi, può avere una sua coerenza anche per noi e mostrarci una strada. Un discorso sugli antenati ( paleo-antropologico e genetico) è indispensabile, se vogliamo provare a costruire un discorso nuovo sul Pianeta, i suoi animali, i suoi habitat e il suo futuro. È, per citare ancora Soynka, “self apprehension”: capire se stessi appropriandosi di se stessi. In un prisma temporale. 

Avvertenza: per tutti gli interessantissimi dubbi sulla ipotesi Botswana Richard Conniff mi ha consigliato di leggere questa analisi uscita su The Atlantic. 

 

Dobbiamo tutti diventare degli storici

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Un esercizio utile per capire quanto siamo dentro il nostro tempo, quanto cioè comprendiamo l’epoca in cui ci è capitato di stare su questo Pianeta, e fino a che punto ce ne sentiamo o meno protagonisti, è rivedere i film che ci hanno entusiasmato, e di cui conosciamo ogni dettaglio. I cult movie di cui sappiamo già la trama, in altre parole, sul cui intreccio abbiamo già letto di tutto, e che però, alla faccia dell’ormai impossibile effetto sorpresa, continuano ad inchiodarci alla poltrona davanti alla televisione. Questo è il caso, ad esempio di Titanic, il capolavoro (forse) di James Cameron, oggi uomo della National Geographic Society grazie alla sua impresa nella Fossa delle Marianne del 2012. Quando rivediamo per la centesima volta ( come ieri sera) un cult movie che conosciamo a memoria ci accorgiamo, immancabilmente, di qualche sfumatura che avevamo ignorato o sottovalutato. Qualcosa di nuovo fa breccia e pensiamo che il capolavoro stia tutto lì, nel fatto cioè che una sceneggiatura sia così ben calibrata da sprigionare nuovi significati nel corso del tempo. Ma le cose stanno in un modo completamente diverso.

I Greci non andavano a teatro per sapere come sarebbe finita la saga degli Atridi o se un certo eroe avrebbe pagato con la vita l’offesa recata agli Dei, e la loro invidia. Ci andavano perché la rilettura del testo fondamentale di un mito (la tragedia così come la interpretava un certo poeta) riservava loro una esperienza originale del reale e delle sue contraddizioni. Non è cioè la storia in se stessa che si modifica, ma il modo in cui noi (o i Greci) la osserviamo. Quando il presente già visto ci dice una parola mai ascoltata prima ciò avviene perché la nostra coscienza storica ha preso ad analizzare il reale con nuove categorie. Dentro di noi la capacità di comprendere le cose è mutata, si è ampliata, o si è contratta, si è rattrappita sulla noia o invece si è aperta all’impensato. 

È il richiamo del reale che modifica lo sguardo sulle cose del mondo. 

Ecco perché essere dei soggetti storici consapevoli della nostra epoca – una epoca di estinzione – significa aderire al principio di realtà, ossia ad un bisogno coraggioso di rispondere ai dati di fatto del presente, e non ad illusioni, proiezioni, vane speranze. Non possiamo essere presenti a noi stessi se non siamo presenti all’epoca in cui viviamo: non ci è dato essere individui capaci di progetti, cittadini informati e persone consapevoli al di fuori di una considerazione complessiva di questo XXI secolo, della crisi delle economie fondate sui combustibili fossili, del prezzo che la biosfera ha pagato per il nostro comfort di massa. La nostra singola, autonoma, preziosa esistenza è il punto di partenza di uno sguardo sul mondo davvero storico. 

Negli anni Venti del secolo scorso il pensiero europeo provò a ripensare attorno al problema dell’esistenza ( e cioè sostanzialmente il problema dell’essere qui, sul Pianeta) anche i problemi, ancora più insondabili e tragici, del buio sempre incombente sulla coscienza umana. Il sentimento, cioè, che l’essere umano sia in fondo così solo, mortale e fragile da non poter riscattare l’esistenza in un progetto coerente con l’essere del mondo. Eppure, si diceva, ci deve pur essere una via per cui un uomo può trovarsi in coerente sintonia con il resto delle cose viventi. Oggi queste domande sono più aperte che mai. La catastrofe ecologica intorno a noi dà forma alle nostre vite ( vi siete accorti di quanto costa un chilo di farina di castagne in questi giorni?), anche nel senso che il collasso della Terra, trovandoci vigili e pronti a comprendere, a esplorare, a sperimentare, nella nostra piccola vita quotidiana, ci impone il peso della Storia. Di una esistenza che sappia di se stessa e della propria epoca. 

Cos’è l’estinzione? Solitudine

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È troppo poco sostenere che l’estinzione sia soltanto la perdita irreversibile del patrimonio biologico del nostro Pianeta. Troppo poco, perché la parola stessa, patrimonio, rimanda a qualcosa di ben più intimo dei freddi dati statistici. Estinguere significa prima di tutto perdita assoluta, trovare il nulla là dove, invece, si sospettava di poter recuperare un senso. Gli esseri umani sembrano trovarsi particolarmente a proprio agio nella scoperta del potere immenso dell’oblio e della collera impotente della nostalgia. Per gli umani la consapevolezza di ciò che non potrà mai più tornare è una ispirazione. Tantissime volte è bastato questo per scrivere capolavori della letteratura, per osare indagini sulla arcaicità delle emozioni fondamentali prodotte nel nostro cervello, e dipingere quadri che riproducono in modo stupefacente la realtà vista da noi. Possiamo senz’altro dire che una consistente porzione della percezione orgogliosa che abbiamo della nostra specie dipenda da questa tendenza a far tesoro della perdita, trasformandola in un anelito pressoché infinito al sublime. Siamo così innamorati della forza creatrice del sentimento della perdita che ne ignoriamo quasi sempre gli effetti collaterali. Ma una perdita è definitiva. Ed è per questo che se abbiamo fatto di tutto per separarci da qualcosa o da qualcuno, dalle foreste ad esempio, o dalle tigri siberiane, non avremo solo il criticabile diritto di tessere orazioni funebri ed elogi della bellezza scomparsa; ci ritroveremo, soprattutto, immersi fino al collo in una nuova dimensione storica ed esistenziale che stava nelle premesse implicite della possibilità della perdita. L’estinzione è esattamente questo: una inedita epoca storica, in cui, ormai, la coscienza della perdita permea ogni angolo della nostra esperienza del mondo, lasciandoci soli con sentimenti che mai avremmo immaginato di provare nei confronti della nostra famiglia tassonomica. L’estinzione è dappertutto. È un colore, una nebbia sottile che non si dirada mai completamente, una atmosfera di inquietudine e senso di colpa, che assomiglia molto ai sentimenti esistenzialisti che coinvolsero la società europea all’indomani dell’armistizio della Prima Guerra Mondiale. Quando scoprimmo, in altre parole, in che cosa consisteva esattamente il nostro essere moderni. 

Wolfram Eilenberger (Il tempo degli stregoni) ha ricostruito in modo estremamente lucido e preciso quel passaggio storico, mostrando che lo sconvolgimento della Grande Guerra aveva preso possesso in pianta stabile delle menti più illuminate degli anni ’20, le quali erano alle prese, tanto nel campo della logica quanto in quello della filosofia, con domande brutali sulla coesistenza ontologica, negli esseri umani, di un vuoto autodistruttivo e di una inarrestabile fame di affermazione storica. Perché gli umani continuano a rimanere aggrappati al desiderio di conquista, di costruzione di imperi, di espansione economica, se dentro di loro alberga un abisso esistenziale fatto dello stesso materiale disperato, insano ed esplosivo di cui sono fatti i peggiori istinti bellici? Come si può rimanere umani quanto l’esistenza, è chiaro, è un essere per la morte, o, nel migliore dei casi, un non senso inscritto nelle stesse impressionanti strutture del linguaggio? Quando l’esistenza stessa diventa un problema, allora l’essere umano è costretto ad interrogarsi sulla tenuta complessiva del suo mondo. Oggi viviamo qualcosa di assolutamente analogo. L’estinzione, aggravata dalla catastrofe climatica, ci interroga sulla ragionevolezza delle società avanzate del XXI secolo, e sulla coerenza biologica del nostro posto su un Pianeta che abbiamo in buona parte distrutto. 

Scrive a questo proposito Ian Tattersal, il grande paleoantropologo americano del Natural History Museum di New York: “Quando gli esseri umani moderni hanno raggiunto l’Europa, i Neandertal hanno ceduto il passo. Quando si sono spinti nell’Asia meridionale è stato Homo erectus a sparire, anche se in una fase altrettanto recente proliferava nel suo ultimo avamposto insulare dell’Asia sudorientale. Lo stesso è accaduto, un po’ di tempo dopo, nel caso degli sfortunati Hobbit di Flores e probabilmente anche in varie località dell’Africa poco studiate, dove altri ominidi erano riusciti a sopravvivere ai rigori dello stadio MIS 4 ( ndr, una delle fasi più fredde del Pleistocene). C’era davvero qualcosa di speciale nei nuovi invasori. Fin dall’inizio dell’evoluzione umana il mondo ha ospitato diverse specie di ominidi nello stesso tempo, e talvolta molte di esse coabitavano nel medesimo ambiente. Ma quando i nostri antenati hanno abbandonato l’Africa il mondo è diventato rapidamente una monocoltura ‘umana’. Questo particolare ci insegna qualcosa di importante su noi stessi: non soltanto siamo incapaci di tollerare la competizione, ma possediamo anche mezzi incomparabili per esprimere e imporre tale intolleranza. È una riflessione da tenere bene a mente, visto che continuiamo a perseguire con violenza i nostri più stretti parenti, con il rischio di portarli all’estinzione”. 

La monocoltura umana è il Pianeta del nostro presente, abitato da quasi 8 miliardi di persone, con 1 milione di specie in estinzione e i grandi mammiferi confinati in habitat sotto assedio. Che significato ha questa condizione storica? Io credo che il nucleo più autentico dell’estinzione sia la solitudine. Non solo perché estinguendo tutte le altre specie animali e vegetali non rimarrà nessun altro essere vivente con cui condividere l’esperienza del Pianeta; completamente soli, finiremo con il guardarci allo specchio con un sentimento di sgomento e di alienazione, e vedremo in noi stessi una tautologia autoreplicante.  Questo tipo di solitudine è già tra noi, ne possiamo udire gli scricchiolii. 

Non è dunque l’orrore a dominare il nostro sentimento della fine della natura, come sembra suggerire anche il lungo excursus Appetite for Extinction pubblicato dal magazine on line (italianissimo) NOT (not.neroeditions.com) e scritto da Tommaso Guariento. Il ragionamento dell’autore parte da una recensione dell’acclamata serie HBO sull’incidente nucleare di Chernobyl. Moltissime persone che ignorano cosa sia l’IPCC hanno invece seguito questa storia televisiva sovietica con un entusiasmo che mai metterebbero nell’informarsi sulla estinzione di massa ormai alle porte. Infatti, spiega Guariento, “anche senza spingere troppo sulla sovrainterpretazione, è abbastanza chiaro che questa serie funziona come una specie di monito verso la catastrofe climatica che stiamo vivendo. In particolare, la contrapposizione fra volontà di verità del discorso scientifico e volontà di potere della prassi politica torna, in forma mutata, nell’epoca dell’Antropocene”. Facendo riferimento a numerosi studi ( ad esempio del prestigioso Breakthrough Institute) l’autore sostiene la tesi che Homo sapiens sia, per ragioni cognitive inscritte nella nostra stessa evoluzione, incapace di immaginare la propria fine, ma che proprio per questo la rappresentazione dell’apocalisse della natura “continua ad affascinarci e a catturare le nostre limitate riserve di attenzione”. D’altronde, “ormai è troppo tardi per pensare razionalmente a un futuro che preservi le stesse forme di vita del nostro presente”. Per Guariento, dunque, la fiction apocalittica ha un suo ruolo ben preciso nella strategia psicologica con cui le persone comuni tentano di scendere a patti con il disastro ambientale: “da un lato, mentre il clima globale sembra essere uscito dai suoi cardini, le finzioni apocalittiche come Chernobyl consumano la nostra attenzione, che potrebbe essere rivolta alla ricerca immediata di soluzioni collettive. Dall’altro, all’interno delle finzioni noi incontriamo l’aspetto orrido del Reale, e, come sostiene Matteo Meschiari, ci esercitiamo per futura sopravvivenza in un mondo devastato e inospitale”. 

Questa interpretazione, fondata sulla rielaborazione del grande tema spettacolare della “fine del mondo”, è a mio parere molto riduttiva. L’estinzione è una condizione dannatamente concreta, non solo perché già adesso negli ecosistemi risparmiati all’agricoltura le popolazioni animali sono sempre più rarefatte, ma soprattutto perché noi viviamo in una epoca di estinzione. E questo significa che l’intera nostra vita quotidiana, il nostro pensiero su noi stessi e il mondo, sono plasmati dal declino della vita biologica. Siamo nella storia del XXI secolo esattamente come siamo nella storia dell’estinzione. Non possiamo tirarci fuori dall’obbligo di appartenente a questa epoca, che ci impone una responsabilità prima di tutto esistenziale. A dispetto dell’individualismo tipico degli stili di vita contemporanei, ognuno di noi è figlio dell’Antropocene. Può fregarsene, non poterci fare nulla, ma la sua esistenza emotiva e spirituale è condizionata dal tempo dell’estinzione. E cioè, in parole da bar, dalla perdita, dall’abbandono e dalla solitudine. Ciascuna di queste condizioni la imponiamo alle faune del Pianeta e imponendola agli animali e alle piante la imponiamo anche a noi stessi. 

Per tutte queste ragioni, se vogliamo rispondere alla domanda, ma, allora, che cosa è l’estinzione, dobbiamo metterci in cammino. La ricerca di una risposta a questa domanda assomiglia ad una pista incerta, e spesso interrotta, in una foresta, o nel caos urbano di una megalopoli, che ancora protegge, qua e là, qualche edificio storico ormai allestito a museo, soffocato nei particolati, abbandonato a se stesso. Su questa pista ci sono frammenti, fossili, reperti, quadri, archivi, elementi sparsi in attesa di qualcuno che sappia dare loro un nome. Il racconto dell’estinzione non può che procedere per frammenti, perché viviamo in una epoca di rovine, ma proprio per questo è in qualunque esperienza umana (artistica, letteraria, tecnologica, poetica, scientifica) che possiamo identificare le tracce del presente in disfacimento. 

 

XR è ora nel pieno della sua maturità

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(Credits: Extinction Rebellion London FB)

Nella settimana del 15 ottobre 30mila persone hanno manifestato sotto la pioggia, per le strade di Londra, con Extinction Rebellion. Una gigantesca azione di disobbedienza civile che in tutto il mondo, riferisce XR nel comunicato stampa conclusivo di venerdì scorso, è costato l’arresto a 3mila civili. Nel nostro Paese, questi fatti non sono stati considerati una notizia ad esempio dal Tg La7 di Enrico Mentana, ma neppure da Lili Gruber e da Barbara Palombelli, le signore in Armani dei talk dell’ora di cena. Un vuoto democratico spaventoso e indecente. Ma procediamo per gradi. Dopo i due momenti topici del 30 ottobre 2018 e del 15 aprile 2019 questa terza azione di disobbedienza civile di massa ha dato inizio ad un atteggiamento mentale completamente nuovo nell’ambientalismo. E non solo in quello militante, attivo ( non tutti hanno potuto lasciato il lavoro per dormire in tenda a Vauxhall o a Trafalgar Square), ma sopratutto, e qui sta la vera novità, nell’ambientalismo spirituale di tutti coloro che sanno che non abbiamo più alternative se non innescare una rivolta civile. 

“Tempi difficili attendono la Gran Bretagna e il mondo. Tutti adesso ci troviamo di fronte ad una scelta, se unirci od optare per la divisione. Hanno manifestato in strada i nonni, donne che hanno allattato i loro figli davanti alla sede di Google, gruppi da tutto il Paese hanno occupato luoghi nell’intero quartiere di Westminster”. La intensità della partecipazione della società civile inglese è stata straordinaria: il movimento ha dimostrato, enorme lezione per l’Italia, la maturità dell’ambientalismo inglese, fatto di gente comune, motivata, seria, e non di cavalieri solitari in cerca di un pubblico o di uffici marketing personalizzati. Molti ragazzi in sedia a rotelle hanno partecipato alle manifestazioni, mostrando quanto grande sia ciò che ognuno di noi può fare con il poco che possiede.

Ma XR ha anche indicato una strada per i ragionamenti che ci attendono negli anni a venire. È giunto infatti il momento di instaurare parallelismi e paragoni molto scomodi e indigesti al perbenismo di comodo. Per quanto mi riguarda, ho parlato più volte delle somiglianze tra la burocrazia del consenso durante il periodo nazista e la attuale ignavia di massa (in Italia siamo all’anno zero) nei confronti del collasso del Pianeta. Due giorni fa sul profilo FB di XR London è stata caricata una fotografia storica, in bianco e nero, di un gruppo di indiani del Madras, India, ridotti a scheletri dalla fame. Si tratta della Grande Carestia del 1876-78, che coinvolse buona parte dell’India meridionale e fece 5 milioni e mezzo di morti. L’altopiano del Deccan fu colpito, in quegli anni, da una terribile siccità, ma le scelte politiche con cui le Autorità Coloniali Britanniche gestirono l’emergenza furono decisive per aumentare a dismisura le vittime. Lord Lytton, il viceré, approvò una massiccia esportazione di grano (320mila tonnellate) verso l’Inghilterra. In sintesi il poco cibo disponibile venne esportato. I fatti rientrano in quei piani di sfruttamento coloniale delle risorse indiane che il socio-antropologo Mike Davies ha definito “olocausti tardo-vittoriani”. 

L’opinione pubblica deve essere messa di fronte a questa verità: il cambiamento degli schemi climatici su cui abbiamo regolato la nostra capacità di produrre cibo, una volta alterati, compromettono la tenuta dei nostri sistemi alimentari (food chain). I grandi giornali, e spesso anche i piccoli giornali, tendono a ridimensionare il paragone con epoche storiche che consideriamo raccapriccianti per la loro violenza intrinseca e che pretendiamo ormai “superate” da una attitudine moderna al progresso. Sono letture manipolatorie della realtà odierna, tutelate in Italia dall’Ordine dei Giornalisti, che hanno lo scopo di ridimensionare la percezione storica della crisi ecologica, isolandola nel tempo e nello spazio, ascrivendola alla emotività sovra eccitata degli ambientalisti di professione, e sminuendone quindi la portata.

Gli esempi di questa complicità non mancano. Lo scorso 18 ottobre, Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo di Massimo Fini (“Si muore di suicidi e denatalità”), che a sua volta riprendeva un contributo uscito sul Corriere della Sera e firmato da Antonio Scurati: in entrambi si sosteneva l’insostenibile, ovvero la necessità di rimediare al crollo demografico occidentale, interpretato come una sciagura. Fini, purtroppo, non è nuovo a sparate del genere, visto che di recente, sempre sul Fatto, è uscito un suo editoriale delirante a favore dell’alimentazione carnivora (il 27 agosto: “L’estremismo della carne”). Sovrappopolazione e impossibilità di continuare ad abitare ancora a lungo su un Pianeta vivibile ingozzandosi di proteine animali non sono opinioni, sono dati di fatto scientifici. Questo modo di argomentare lo stato attuale del Pianeta, e sopratutto la necessità di tassare imballaggi di plastica, bistecche, junk food per provare, invece, a spostare soldi dalle industrie più distruttive a modelli produttivi innovativi, non è innocuo. Continua ad instillare nell’opinione pubblica il pregiudizio che tutto sommato le cose non sono così gravi, che prima o poi verrà fuori un piano B, e che la situazione climatica è abbastanza sotto controllo da motivare, questo sì in modo sostenibile, fiumi di riflessioni egocentriche. XR ha piantonato l’ingresso della BBC per chiedere una svolta ( basta invitare negazionisti, e preoccuparsi di verificare da chi sono sovvenzionati i Think Tank per cui lavorano gli esperti intervistati): consiglio di ascoltare il loro podcast ( su Apple Podcast o Spotify) del 13 ottobre intitolato “BBC tell the truth”. L’audio contiene anche una efficacissima, e impressionante, fiction dei messaggi di emergenza che la radio britannica dovrà presto trasmettere, se non riusciremo a innescare un cambio di passo storico sul collasso ecologico. In guerra, la radio serve per organizzare le evacuazioni, dare istruzioni sulle scorte di cibo, allertare i quartieri a rischio per le infiltrazioni di bande di terroristi e gente armata in cerca di acqua potabile. Ricordiamo che la BBC, al netto delle sue reticenze, è una eccellenza mondiale nell’informazione planetaria. Exemplum a maiore.

È chiaro che portare la protesta ad un livello critico come quello a cui abbiamo assistito negli ultimi dieci giorni suscita anche rabbia, indignazione, stupore, antipatia. La posizione di XR, diffusa sempre con il comunicato stampa di venerdì scorso, è esemplare: “Qualunque sia il vostro punto di vista, la ribellione ha suscitato conversazioni che non c’erano mai state. Eppure, questo autunno di rivolta è stato molto diverso da Aprile, dalla prima sollevazione. La risposta del Governo e delle Autorità (ndr, prima del 15 ottobre sono state sequestrate molte attrezzature e cucine da campo) ha significato che certi aspetti di impatto visivo, anche la gioia della ribellione, non erano più possibili. La confisca delle attrezzature per persone disabili ha reso poi il loro accesso decisamente più difficile. Moltissime conferenze già pianificate non hanno potuto aver luogo e moltissimi relatori non hanno potuto parlare, ed è stato tutto molto più complicato per centinaia di artisti che volevano intervenire. L’escalation negli ordini restrittivi della Polizia ha impedito la presenza di coloro che si trovavano nelle situazioni più vulnerabili. Non avrebbe potuto esserci la gioia di stare insieme che c’è stata ad Aprile. Eppure, grazie alla sincerità di cuore e alla creatività di tanta gente siamo stati in grado di adattarci, con successo, e di creare qualcosa di nuovo. Questa ribellione è stata diversa anche a ragione della maggiore varietà di persone e di aggregazioni sociali che hanno partecipato”. 

Una accesa polemica ha fatto seguito ad una aggressione avvenuta a Canning Town, Shadwell and Stratford, il 17 ottobre: un attivista non autorizzato da XR, ma che aveva espresso la sua adesione al movimento, è salito sul tetto di un vagone della metropolitana, a quell’ora della mattina affollatissima di pendolari che, per ragioni di reddito, non hanno altri mezzi per raggiungere il posto di lavoro, che non avrebbe pagato loro le ore di ritardo spese ad aspettare una risoluzione pacifica della manifestazione. Il dimostrante è stato aggredito e trascinato a forza giù dal tetto, rischiando il peggio. L’episodio ha dimostrato la fragilità assoluta di tutti noi, e in particolare modo delle fasce più deboli e peggio retribuite, dinanzi alla crisi ecologica. Per chi ha un pessimo impiego mal pagato ( non importa se in un ufficio o in un fast food) i blocchi sulle strade significano comprensibilmente disagio, rabbia e ingiustizia; ridotti a spettri dei protagonisti della democrazia che fu, ce la prendiamo però con un innocente. I veri colpevoli non sono gli ambientalisti, che, anzi, in Inghilterra – come in Francia e in Germania – sono gli unici a parlare delle ricadute sociali, sempre più inique, della distruzione del Pianeta. Responsabili sono invece le élite al potere, che da quasi 30 anni ormai promettono di farsi carico di un sistema economico insostenibile mentre, in separate stanze, firmano politiche accondiscendenti nei confronti dei big polluters. Il punto sulla faccenda di Canning Town, purtroppo, è che lo stesso organigramma produttivo che ci ha condotti al punto in cui siamo ha anche svuotato le società civili del diritto ad una vita migliore attraverso la protesta, l’azione sindacale, lo sciopero pacifico e continuativo. Siamo divenuti schiavi silenziosi, a cui non resta che obbedire per mangiare un tozzo di pane o perdere il lavoro come inutili Don Chisciotte di un mondo perfetto nella sua violenza istituzionalizzata. 

La posizione di XR su Canning Town ha un enorme rilevanza etica: “Come abbiamo visto l’altro ieri (ndr, il 17 ottobre) a Canning Town, Shadwell and Stratford, è chiaro che abbiamo bisogno di imparare ancora molto su come colmare questo divario. Non sempre ci riusciamo. Siamo consapevoli che, in questo viaggio, commetteremo e commentiamo degli errori. Come chiunque altro, siamo tutti esseri umani imperfetti che sono semplicemente parte di un sistema che distrugge il Pianeta così come distrugge chiunque altro. Sappiamo di fare cose che ogni giorno causano disordine nelle vita quotidiana della gente, ma lo facciamo per rendere tangibile la minaccia esistenziale che incombe su tutti noi, e questa gente ha ragione ad essere arrabbiata con noi. Ma molti di noi sono terrorizzati dinanzi al futuro che attende il Pianeta che amiamo. Non tutti sono con noi su questa questione della emergenza climatica ed ecologica e spesso sono le stesse voci marginalizzate ed escluse dalla società a non abbracciare Extinction Rebellion. Molti sono già talmente preoccupati dal ritirare avanti che il nostro messaggio sembra loro irrilevante. Non possono concepire di rischiare di farsi arrestare e di perdere due settimane di lavoro. È quindi arrivato il momento di fare uno sforzo concertato per ascoltarli. A prescindere dal fatto che decidano o meno di venire con noi. Per noi è importante che la gente trovi il proprio ruolo e la proprio voce in ciò che verrà, in un gruppo organizzato o in qualunque modo vada bene per loro. Questa emergenza non è separata dalla vita di ogni giorno, ci sono già persone che stanno morendo dall’altra parte del mondo (….) Agli abitanti di Londra dichiamo questo: ci dispiace di avervi causato disagio. Lo avevamo previsto, proprio perché abbiamo paura per ciò che amiamo. Per molti di noi Londra è la nostra casa, e ci teniamo quanto voi”. 

Se c’è una cosa che la settimana del 15 ottobre ha dimostrato è fino a che punto il collasso del Pianeta coinvolga ogni aspetto della quotidianità. Questo pone due problemi apertissimi: il primo, quale prezzo dovremmo pagare, in termini sociali, per spingere i governi ad agire in modo adeguato, e, secondo, se davvero l’attuale schema di civiltà possa essere riformato.