Cosa dobbiamo aspettarci dal Rebellion Day del 15 aprile?

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(Credits: Extinction Rebellion France on FB)

Il Rebellion Day del prossimo 15 aprile segna l’inizio di una revisione dei presupposti su cui si pretende costruita la nostra Europa. Ne La dialettica dell’Illuminismo, l’opera geniale che già tutto dice sulle cause del collasso della biosfera, Max Horkheimer e Theodor Adorno rileggono la storia di Odisseo e delle Sirene. Odisseo sa che per sconfiggere la minaccia posta contro di lui dal potere arcaico del mito a nulla gli servirà una opposizione frontale. Nessuno può sopravvivere per davvero al canto delle Sirene. Ha bisogno di furbizia: “l’astuzia è sfida divenuta razionale”. 

Infatti, argomentano Horkheimer e Adorno, “Odisseo non tenta di seguire una altra via da quella che passa davanti all’isola delle Sirene. E non tenta neppure di fare assegnamento sul suo sapere superiore e di porgere libero ascolto alle maliarde, nell’illusione che gli basti come scudo la sua libertà”. La soluzione al dilemma – voler ascoltare, cedere alla lusinga del piacere naturale, al richiamo seduttivo della natura contro la cultura – sta nel vizio di forma del contratto mitico: non sta scritto da nessuna parte che non si possa ascoltare le sirene legati all’albero maestro. E quindi “proprio in quanto, tecnicamente illuminato, si fa legare, Odisseo riconosce la strapotenza arcaica del canto. Egli si china al canto del piacere, e lo sventa, così, come la morte (…) l’ascoltatore legato è attirato dalle Sirene come nessun altro. Solo ha disposto le cose in modo che, pur caduto, non cada in loro potere”. 

Nella lettura dei due francofortesi, l’astuzia di Odisseo rappresenta la ragione illuministica. La razionalità capace di mettere in equazione il mondo intero, che però continua a sentire l’irresistibile chiamata di quella natura che ha razionalmente soggiogato. Horkheimer e Adorno vedono cioè nel mito delle Sirene una forma preistorica del modo in cui la ragione che tutti siamo abituati da secoli a venerare ha raggiunto il culmine del suo potere: negando la natura, che però torna sempre come residuo non elaborato, come conto da pagare, come termine non mediato del gioco mai chiuso che è l’esistenza terrena del soggetto pensante, di Homo sapiens insomma. Odisseo si salva la pelle, ma non vuole salvarsi senza aver ascoltato, e non può rinunciare ad ascoltare, e quando la nave finalmente procede oltre egli porta nel cuore il rimpianto malinconico del piacere disatteso. Il nostro rampante “Illuminismo” ha sì plasmato a sua immagine e somiglianza il mondo, ma lo ha anche compromesso al punto da porre a rischio se stesso. La “ragione” di kantiana memoria, ci dicono Horkheimer e Adorno, è il fondamento di una struttura di dominio sociale ed ecologico insieme. Schiavi della razionalità assoluta, perché essere razionali ci avrebbe liberato dai vincoli della natura, siamo rimasti impigliati nelle conseguenze della razionalità. 

La storia di Odisseo e delle Sirene pone insomma, su più piani, la questione della libertà e se non sia o meno il caso di discutere su quanto la razionalità efficientissima della civiltà capitalistica eroda, invece, le libertà fondamentali degli esseri viventi, tutti, animali e persone. Ed è di libertà che parleremo infatti il 15 aprile prossimo durante il Rebellion Day, quando Extinction Rebellion bloccherà Londra per dare inizio ad un cambiamento nell’atteggiamento che siamo soliti riservare alla fine del nostro stesso Pianeta. È una ribellione. Non violenta, ma comunque un atto di ribellione.

Contro cosa, allora, siamo in rivolta il 15 aprile? Prima di tutto, contro l’inerzia, che è ormai una forma sofisticata di consenso programmato. La mostruosa efficienza del sistema produttivo ( e nella produzione vanno incluse anche le industrie del piacere, la pubblicità, l’editoria, lo spettacolo) ha forgiato il carattere e l’indole di noi tutti. Adeguarsi in silenzio sembra essere l’unico modo, a quanto pare, per sopravvivere. Ma la libertà di essere ciò che si desidera, e quindi la libertà di dissentire rispetto ai modelli dominanti, è il nucleo di ogni rivoluzione. Non possiamo aspirare ad un cambiamento se non aspirando alla nostra specifica forma di libertà. Alla nostra voce personale, autonoma. Le condizioni di distruzione della biosfera e dell’atmosfera sono le stesse che ci vogliono atrocemente non-liberi. Scegliere dunque di aderire alla ribellione con Extinction Rebellion significa scegliere la propria libertà. Ancora una volta, è evidente fino a che punto la causa della dignità umana sia una cosa sola con la causa della dignità delle faune e degli ecosistemi. La natura seducente che Odisseo sentiva in sé, e che però, uomo già moderno, doveva tenere a freno per riuscire a tornare a casa. 

Il secondo punto di rivolta sono le diseguaglianze sociali. Extinction Rebellion ha posto sin dall’inizio come strutturale alla propria attività la povertà crescente, la mancanza di un futuro economicamente stabile per chi oggi ha 30 anni, e la rovina dei precari 40enni che hanno pagato sulla propria pelle la rivoluzione globale digitale di epoca clintoniana. Si è liberi non solo quando si può vivere del proprio lavoro, ma anche quando quel lavoro non ti chiede un tributo di sangue, ossia un inquadramento totale, dittatoriale, all’ordine già scritto, già dato per storicamente definitivo. Questo ordine ormai solidificato, come se nulla al di fuori di esso potesse sussistere, è il collasso della biosfera. Libertà e giustizia sociale sono domande politiche la cui radice è quella stessa razionalità assoluta scritta nella logica del profitto che ha mandato a carte quarantotto il sistema climatico terrestre. 

Extinction Rebellion insiste: bisogna che i governi dicano la verità ai cittadini, su come siamo messi. E cioè ammettano che tutto ciò che ci era stato promesso (il benessere eterno, il progresso, la fine della storia) non si è realizzato. Perché non poteva realizzarsi essendo fondato sulla distruzione del Pianeta, ossia del contesto esistenziale e biologico, insieme, da cui l’umanità dipende. 

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Il Rebellion Day del 15 aprile segna l’inizio del processo all’Acropoli di Atene

 

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Nell’ultimo post ho spiegato per quale motivo un ragionamento fondato sui “valori” possa essere fuorviante nel definire l’importanza degli habitat e delle specie, cioè, in una sola parola, del Pianeta su cui viviamo. Eppure, è innegabile che siamo tutti abituati a pensare per valori e che rivedere questo concetto – capire come ridare al Pianeta il diritto di esistere a prescindere da Homo sapiens – è ormai indispensabile.

Negli anni Novanta è stato introdotto un concetto nuovo nelle politiche di protezione degli ecosistemi : l’offsetting. Si trattava di una idea molto semplice dal punto di vista economico: attribuire valore all’aria, alle emissioni serra, alle foreste, agli habitat motivandone così la protezione, oppure inserendo un parametro ambientale reale in quotazioni di Borsa. Il carbon trade è una di queste opzioni: fare commercio legale, ben organizzato, di anidride carbonica; oppure piantare alberi dall’altra parte del mondo, mentre in patria si producono bottiglie di plastica. In termini molto pratici l’offsetting rispondeva al principio di compensazione: il danno prodotto può essere controbilanciato da azioni sostenibili. Senza entrare nel merito specifico di questi strumenti che, come il REDD+, il meccanismo di protezione delle foreste, hanno talvolta anche ben funzionato, oggi possiamo dire che questa impostazione, con buona pace del Green Marketing, non ha dato i risultati promessi. Non ci ha aiutato a cambiare paradigma, non ha ridotto le emissioni serra (siamo a 412 ppm) e il crollo di vertebrati e invertebrati ci porta già ad un possibilissimo scenario alla Blade Runner 2049. 

Che cosa non funziona nell’offsetting?

Il modo in cui trattiamo la biosfera dipende dalla considerazione che abbiamo degli esseri viventi che la abitano. Quindi prima di tradurre in azione politiche ambientali efficaci, in linea teorica, sarebbe auspicabile interrogarsi su quale concezione dei viventi sorregga queste ipotetiche soluzioni. Come quasi tutto ciò che abbiamo visto sinora, anche il “pagare per la Natura” è una conseguenza del modello di civiltà che ci ha condotti fino a questo punto. L’indagine preliminare, insomma, non dovrebbe riguardare la quantità di emissioni che possono essere quotate in Borsa, ma il fatto che queste stesse emissioni, svincolate dal loro contesto, non ci dicono nulla sulle strutture sociali e culturali che le hanno prodotte. Ogni elemento naturale – un lemure del Madagascar così come la CO2 – è ridotto ad oggetto quando è preso in considerazione sotto la lente di ingrandimento della civiltà a capitalismo avanzato, fondata, è bene ricordarlo, sul nostro passato greco – romano e cristiano. L’oggetto, in quanto pronto all’uso, non importa se con buone o cattive intenzioni, è tale proprio perché c’è un soggetto che lo manipola, lo lavora, lo trasporta altrove per scopi nuovi. Il nostro schema di esperienza del Pianeta è vincolato a questa lettura razionale del mondo: una lettura che pone la ragione trasformatrice e razionale come amministratore di tutti gli oggetti a disposizione.  Per questo Extinction Rebellion dice che bisogna dire la verità, e per questo il movimento si differenzia da tutti quelli che lo hanno preceduto.

In gioco c’è la visione che abbiamo di noi stessi e in definitiva, fa paura ad ammetterlo ma ci tocca farlo, il modo in cui stiamo su questo Pianeta da due millenni. La grande spinta in avanti degli ultimi cinque secoli ha intensificato un processo di espansione che, lo ricorda spesso anche Umberto Galimberti, era in fondo inscritto in noi dai tempi dell’acropoli di Atene. Heidegger provò a pensare su questa struttura culturale intrinseca all’Occidente discutendo, non a caso, del nichilismo europeo: “Quando si caratterizza qualcosa come valore, ciò che è così valutato viene ammesso solo come oggetto della stima umana. Ma ciò che qualcosa è nel suo essere non si esaurisce nella sua oggettività, e ciò tanto meno se l’oggettualità considerata ha il carattere del valore. Ogni valutazione, quando è una valutazione positiva, è una soggettivazione. Essa non lascia essere l’ente, ma lo fa valere solo come oggetto del proprio fare”. 

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La “soggettivazione” non è altro che il modo in cui abbiamo elaborato, secondo forme via via più complesse, l’uso della biosfera. Il suo presupposto, come intuì anche Karl Marx nella sua gigantesca lettura della storia dell’umanità, non è l’adozione di un modello economico industriale al posto di uno agricolo, anzi, questo avviene soltanto in un secondo momento. L’anno zero, per così dire, della soggettivazione del Pianeta (ossia considerare il Pianeta una estensione del soggetto umano) è il nucleo ancora vivo, se pur in crisi mortale, della cultura occidentale che ha posto gli effetti della poliedrica ragione umana come principio ontologico di tutto ciò che esiste. Tutto ciò che esiste, non importa che sia una tigre del Bengala o una foglia fossile, esiste perché è la ragione calcolante a porla. 

London Rebellion Day 15 aprile, cosa distingue Extinction Rebellion dai movimenti ambientalisti del passato

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A pochi giorni dal Rebellion Day del 15 aprile, ore 11, giorno in cui, a Londra, in Parlament Square, Extinction Rebellion darà il via ad una mobilitazione generale senza precedenti ( e cioè senza una data precisa per la fine delle proteste), considerate le proporzioni che molto probabilmente prenderà l’occupazione di suolo pubblico in punti nevralgici della città e nel pieno del caos Brexit, è utile capire perché, almeno agli osservatori attenti, Extinction Rebellion si distingue da ciò che abbiamo visto finora nell’attivismo internazionale. 

Per rispondere a questa domanda conviene riassumere i tre principi fondamentali che sono alla base del 15 aprile, e che travalicano i confini britannici: l’urgenza della dichiarazione dello stato di emergenza, la necessità di costituire assemblee popolari che vadano oltre la politica così come la conosciamo ormai nelle cosiddette democrazie, e, infine, dire la verità ai cittadini sullo stato reale di atmosfera e biosfera. Extinction Rebellion pone cioè la questione dei valori: a cosa siamo disposti a dare importanza, negando la realtà, in nome di cosa attribuiamo valore ai nostri scopi politici e, quindi, se la verità è un valore nel nostro Occidente a Capitalismo avanzato.

Perché dietro l’inerzia collettiva, il fallimento della politica e in definitiva il menefreghismo che circonda il collasso del Pianeta stanno, che ci piaccia o no, dei valori. Ossia il fatto che le nostre economie, che funzionano attraverso assemblee rappresentative, producono in modo efficiente in funzione di alcuni valori di riferimento, che plasmano anche noi signori e signori. I valori, appunto, di ciò che è cosa buona per il profitto e ciò che invece lo ostacola. I valori che ci vengono propinati ogni sera nei talk dell’ora di cena: la crescita, lo sviluppo, l’innovazione. I valori a cui tocca adeguarsi, altrimenti sei tagliato fuori dal lavoro, dalle professioni, dalla società stessa. 

La questione dei valori riguarda la questione dell’etica. Ma poiché un valore è tale solo in rapporto ad un elemento reale, che esiste, che sia una risorsa naturale inerte, come il petrolio, o una specie animale, non possiamo parlare di valori se non parliamo anche dell’esistenza di ciò a cui diamo valore. Siamo infatti abituati a concedere valore alle cose che per noi sono meritevoli di esistere, di avere un posto nella nostra visione delle cose. Mentre opponiamo indifferenza a ciò della cui esistenza non ci interessa. La questione dell’etica, ormai, riguarda cioè anche la questione dell’ontologia, termine filosofico che potremmo tradurre con “essere al mondo, esistere, respirare”. Questo è un passaggio che Extinction Rebellion pone a mio parere dall’inizio con fortissima convinzione. Non ci sarà una nuova etica finché non ci sarà una nuova ontologia. 

Bisogna mettere in discussione l’ontologia degli ultimi cinque secoli.

Prendiamo come esempio ciò che succede nella conservazione delle specie. Non tutti la pensano nello stesso modo, pur all’interno della stessa comunità scientifica. Fino a non molto tempo fa si discuteva degli strumenti migliori per individuare i trend di popolazione, il rischio di estinzione e quindi per elaborare i progetti più efficaci per proteggere le specie e i loro habitat. Oggi la cosiddetta New Conservation plaude alle regole del mercato e ne invoca il potere salvifico, perché dare “valore economico” agli ecosistemi e a qualunque forma vivente contengano sarebbe l’unico modo per motivarne la protezione; su un altro fronte stanno i convinti assertori del “valore” del Pianeta a prescindere da ogni interesse terzo, in quando ricchezza biologica insostituibile. I neo-conservazionisti tendono a schivare i rischi impliciti nel “per sempre” che l’estinzione presuppone: appoggiandosi alle dinamiche produttive del mercato, si sbarazzano della responsabilità ecologica (che, insegnava Hans Jonas, è diacronica) come di un orpello del passato pre-illuministico. L’efficienza della conservazione deve in fondo assimilarsi ed adeguarsi all’efficienza dei meccanismi di profitto. 

Ma affibbiare ad un ecosistema un valore economico equivale al riconoscimento del suo valore intrinseco? O invece non fa che ripetere un pensiero culturalmente ormai antico di secoli, secondo il quale ciò che esiste vale solo in funzione del valore che gli esseri umani, in quanto soggetti pensanti, attribuiscono loro? La storia europea, lo intuirono infine gli scrittori e i filosofi che vissero tra le due guerre mondiali, e quindi la storia di dominio che è stata imposta al resto del Pianeta ( con i costi umani e ambientali che sopportiamo oggi), è tutta qui: la pratica premeditata di un pensiero sul Pianeta che fosse sostanzialmente questo, pensare il Pianeta come prodotto razionale della ragione umana. Investendolo dunque di un “valore” che si modulava a seconda del gradiente di strumentalità che una specie, un popolo o un habitat offrivano. Per tornare dunque ad un principio di realtà freudianamente degno di questo nome, avverte Extinction Rebellion, occorre avere il coraggio di criticare la nostra concezione di ragione, che pone l’efficienza del sistema al di sopra della nostra stessa sopravvivenza. Siamo nel più razionale dei mondi possibili – la civiltà del calcolo, della tecnologia e della astrofisica signori e signori – che, però, è la più irrazionale delle epoche. Ecco perché il 15 aprile è il giorno della riflessione urlata, rivendicata e spiattellata in faccia a coloro che non vogliono vedere: la ragione ci impone, ormai, di rendersi conto che, come diceva Heidegger, “comprendere concettualmente significa esperire consapevolmente nella sua essenza ciò che si è nominato e quindi riconoscere in quale attimo della storia dell’Occidente noi stiamo”. 

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(Foto: Extinction Rebellion France via Facebook)

Il Sudafrica ci ripensa: l’allevamento di leoni in cattività va avanti

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Pessime notizie dal Sudafrica per i leoni: lo scorso 18 marzo, con una decisione del tutto inaspettata, il DEA ( Department of Environmental Affairs, cioè il Ministero dell’Ambiente) ha rigettato le raccomandazioni finali per lo smantellamento dell’allevamento in cattività di leoni che erano state presentate all’esecutivo dal Comitato di esperti istituito ad hoc il 21 e 22 agosto del 2018, e accolte dal governo, con un passo storico, il successivo 12 novembre del 2018. Nel comunicato stampa di allora il governo dichiarava infatti di aver “adottato il Report prodotto dall’audizione di due giorni sull’allevamento in cattività dei leoni a scopo di caccia e di commercio di ossa” e di accettarne dunque le linee guida: “la raccomandazione del Comitato, tra altre cose, è che il Dipartimento degli Affari Ambientali (il DEA) dovrebbe, sotto il profilo dell’urgenza, iniziare misure politiche e una revisione dell’allevamento in cattività dei leoni per la caccia e il commercio di ossa, tenendo come obiettivo di porre fine a questa pratica”, si leggeva sempre sulla nota ufficiale. 

Avevo già parlato diffusamente di questa industria indecente di ritorno dal mio viaggio nel Kgalagadi, tra Sudafrica e Botswana. Ora, il Sudafrica fa retromarcia e si torna al punto di partenza. Su gentile concessione del team di attivisti di Blood Lions, pubblico il loro comunicato stampa scritto da Louise De Waal e diffuso nei giorni scorsi via Facebook:

 “Il Dipartimento degli affari Ambientali ( DEA) rigetta il portfolio della risoluzione del Comitato per la chiusura dell’allevamento in cattività di leoni . Il DEA ha proposto che l’allevamento in cattività debba continuare per il tempo necessario a regolamentarlo in modo corretto e per introdurre una legislazione appropriata, nel corso della riunione del Comitato Portfolio per gli Affari Ambientali (Portfolio Committee of Environmental Affairs, PCEA) tenutosi il 12 marzo con all’ordine del giorno la implementazione del precedente rapporto del Comitato sull’allevamento in cattività. 

Questa decisione ignora le risoluzioni precedenti del PCEA seguite alla 2-giorni di colloqui dell’agosto 2018, che includeva anche la risoluzione 9.1, la quale specifica ‘ che il DEA dovrebbe, su procedura di urgenza, tradurre in atto azioni politiche e una revisione legislativa dell’allevamento in cattività per rifornire la caccia su commissione e il commercio di ossa di leoni, con l’obiettivo di porre fine a questa pratica’. La Risoluzione venne di conseguenza adottata dal parlamento, divenendo così una risoluzione parlamentare. Oggi, il Sudafrica mantiene in cattività ancora 9mila-12mila leoni, in approssimativamente 300 strutture con scopi commerciali diversificati, che includono la caccia su commissione, l’accoppiamento e la vendita di ossa. Con un dietro-front scioccante rispetto alla unanime condanna dell’allevamento in cattività espressa durante i Colloqui di agosto da un folto gruppo di esperti di conservazione e di benessere animale, e rafforzata dal sostengo del successivo Rapporto della PCEA, ora il DEA semplicemente ha reiterato le stesse trite giustificazioni di sempre, come se il Colloquio di agosto non avesse mai avuto luogo. 

Durante la riunione di questa settimana, il DEA ha riferito che di 227 strutture di allevamento ispezionate nel Free state, nel Limpopo, nel North West Cape e nello Eastern Cape, quasi il 44% ( cioè 88 fabbriche) non erano conformi con, tra gli altri, i Regolamenti sulle Specie Minacciate e Protette ( Threatened or Protected Species Regulations, TOPS). Nel Free State su 111 strutture, 62 non erano conformi ai TOPS. La maggior parte operavano con i permessi scaduti. E tuttavia tutti i permessi sono stati rinnovati, senza che siano state fornite ragioni per questo rinnovo. 

Inoltre, il DEA ha riferito ( in modo errato) che le attività che includono il vezzeggiamento e le passeggiate con i grandi felini non sono consentite nel Free State e nel Western Cape, e che quindi non erano stati fornite licenze alle strutture che si occupavano di queste attività. Tuttavia, in entrambe le province ci sono molte strutture che invece offrono a migliaia di turisti e volontari simili attività basate sullo sfruttamento. Il comitato è apparso per nulla preoccupato per il fatto che simili attività abbiano luogo senza o in mancanza di un adeguato permesso del North West, nel Limpopo e nel Gauteng. Il DEA ha soltanto 4 ispettori per coprire un intero Paese e ha ammesso che le risorsi per le ispezioni sono insufficienti. Le ispezioni stesse sono semplicemente controlli per verificare la conformità con i TOPS, in collaborazione con le autorità provinciali, e gli ispettori del DEA non hanno ricevuto una formazione per controllare il benessere degli animali.  

La NSPCSA ( National Council of Societies for the Prevention of Cruelty to Animals, una ONG) è la sola organizzazione mandataria per condurre ispezioni sul benessere degli animali, e ciò nonostante né la NSPCSA né la PCEA ( il Comitato di esperti delle audizioni di agosto 2018, ndr ) hanno potuto ottenere dal DEA una lista completa delle strutture che allevano leoni. Il 25 febbraio 2019 il Ministro ha annunciato la formazione di un Gruppo di lavoro ( High Level Panel) per rivedere le politiche in atto, la legislazione e le pratiche inerenti la gestione, l’allevamento, la caccia, il commercio e il trattamento di elefanti, leoni, leopardi e rinoceronti. Non c’è però stata una consultazione pubblica sui termini di riferimento del Gruppo di Lavoro e i membri invitati a farne parte sono coloro che hanno esperienza nell’utilizzo sostenibile (degli animali, ndr). Stando alle osservazioni di chiusura del PCEA, sembra certo che questo Gruppo riconsidererà le Risoluzioni contenute nel report dei Colloqui del PCEA. 

 

Blood Lions, una organizzazione tra le migliori che lavora per porre fine all’allevamento in cattività dei leoni, alla loro caccia su commissione e all’industria del commercio delle loro ossa in Sudafrica, è molto preoccupata per i risultati della recente riunione. ‘La raccomandazione del DEA di regolare una industria che ha prosperato per oltre 20 anni, sotto una cosiddetta governance, prova che la legislazione è inefficace e anche insufficiente. Le più rilevanti autorità mondiali che si occupano di conservazione e di ricerca scientifica dichiarano che l’industria dell’allevamento non ha nessun valore conservativo e che di fatto viola invece protocolli etici e di benessere animale accettati su scala internazionale’. Blood Lions sollecita dunque il DEA a seguire l’eco che le risoluzioni dei colloqui del PCEA hanno prodotto, che include anche la seguente, vitale dichiarazione, che consiglia al DEA ‘di avviare sotto il profilo dell’urgenza, iniziare misure politiche e una revisione dell’allevamento in cattività dei leoni per la caccia e il commercio di ossa, tenendo come obiettivo di porre fine a questa pratica”. 

Storie di libertà e rivoluzione nelle Langhe raccontate da Fabio Balocco

 

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È appena uscito per Il Babi Editore un libro che, pur non avendo intenti politici, politico lo è parecchio: Lontano da Farinetti – Storie di Langhe e dintorni , scritto e immaginato da Fabio Balocco, intellettuale impegnato da sempre nelle cause ambientali ( e quindi umane) e blogger per Il Fatto Quotidiano. Il libro ricalca la verve costruttiva e polemica di Balocco, che però ha il merito, qui come altrove, di dire le cose per quello che sono: facendo, così, politica nel senso più dignitoso della parola, e cioè dibattito critico sul presente.

Lontano da Farinetti racconta le “altre” Langhe, “lontane dal mondo di Collisioni”, il festival glamour di letteratura che, insieme alla monocoltura della vite e della nocciola, delle case dei ricchi stranieri che qui comprano terreno e sogni cinematografici alla Russell Crowe in Un’ottima annata, ha trasformato la Bassa Langa in un modello, al negativo, di monocoltura, profitto e spersonalizzazione.  Ma per proporre un racconto alternativo a questo Balocco sceglie di intervistare persone che nelle Langhe hanno deciso di vivere una vita nuova, autentica, conforme alle proprie aspirazioni e soprattutto ancorata, saldamente ancorata, a qualcosa di vivo. La terra, appunto. Con le sue asprezze, i suoi animali non addomesticati, il suo orizzonte in trasformazione, e però sempre lì a ricordare che un Pianeta esiste eccome. Queste biografie sono “figure del limite”, come le definisce nell’introduzione Marco Revelli, ma proprio per questo involontari traghettatori dell’attenzione del lettore verso una etica rivoluzionaria non strillata, non esibita e quindi assolutamente pragmatica. 

Il racconto è, quindi, una geografia di vicende personali tutte legate a poderi, cascine, piccole greggi, eredità di nonni e di tempi antichi. Perché molti nelle Langhe ci sono tornati, dopo aver vissuto a Torino, nella civiltà industriale, o aver sperimentato degli altrove che però nulla potevano contro il sentimento di appartenere ad una genealogia di bestie, gioie e memorie. Il pregio del libro di Balocco è di lasciar parlare i suoi protagonisti astenendosi da ogni retorica o lettura utopica: qui non c’è ritorno all’idillio campestre, e invece c’è una riflessione robusta, grezza, sulle conseguenze alienanti della vita contemporanea, che taglia i ponti con tutto ciò che è vitale in nome, da una parte, di uno sterile nomadismo narcisistico, e, dall’altra, di una adesione incondizionata a ciò che altri hanno scelto per noi.

Ferruccio Fresia, un uomo che pianta faggi per ripristinare i boschi di una volta, a tal proposito, riesce a sintetizzare la frattura di civiltà tra il prima e il dopo che stiamo tutti vivendo sulla nostra pelle: “Ho vissuto a Guarene fino al 1958 e quelli sono stati gli anni più belli in assoluto della mia vita, perché ho avuto la fortuna (che può essere letta anche come sfortuna) di vedere il vecchio mondo ancora in funzione”. E questo vecchio mondo ancora funzionante è, semplicemente e in modo tuttavia rivoluzionario, il mondo della dignità della persona e del lavoro: “Tutti dovrebbero vivere di un proprio lavoro che li appassioni”, per dirla con le parole di Vittorio Delpiano, un prete esperto nel restauro dei muretti a secco. La terra coltivata, sembra suggerire Balocco attraverso le sue interviste, è una enorme metafora delle pulsioni fondamentali che l’individuo moderno, mangiato vivo dal capitalismo avanzato, ha preferito dimenticare: questa gente delle Langhe non patisce la condanna al lavoro, la maledizione dell’inquadramento burocratico, urbano, psichico. Ciascuno di loro a suo modo vive dell’idea che si è fatto di se stesso e del mondo, che sono poi due facce della stessa medaglia. 

Foto di insieme a San Benedetto
(Fabio Balocco con i protagonisti del libro)

Per questo su tutte le figure straordinarie del libro spicca Leonardo Marengo, un giovane uomo che faceva il toilettatore professionista di cani e animali domestici a Grinzane Cavour, e che ora vive in una cascina sulle rive del Belbo. “Ho avuto la fortuna o, meglio, ho ricevuto un dono meraviglioso da parte della vita ed è quello di aver avuto la possibilità di imparare tantissime cose dagli animali, ai quali oggi devo tutto: si può dire che mi hanno insegnato a vivere. Ho passato tutta la vita a stretto contatto con loro, ho studiato da sempre il loro comportamento, il modo di comunicare e di interagire con me e con i loro simili, ho scoperto dei valori quali il rispetto, la lealtà, l’uguaglianza, la fiducia, la condivisione, la leggerezza e molto molto altro, ma soprattutto ho incontrato l’Amore, quello vero, incondizionato, sincero, privo di giudizio e di condizionamento”, racconta Leonardo a Fabio Balocco, provando a mettere in sequenza autobiografica una “oceanica voglia di libertà”, radicata però nella terra, nella prima alba del giorno che nasce. Una vita senza telefono, senza amicizie inutili e di facciata, una vita con il coraggio della solitudine, che è amore per la coerenza e per la schiettezza. Proprio la forza interiore di Leonardo Marengo riesce a focalizzare i tanti temi impliciti del libro su uno che più di tutti vale la nostra crisi sociale ed economica: il diritto alla casa. Oggi s’è soffocati tra affitti esorbitanti e impieghi sottopagati, che mai renderanno possibile, per moltissimi di noi, l’acquisto di una casa propria. Ma una casa su cui si possa dir senza infingimenti, è mia, è un luogo dell’anima. E quindi mattone di dignità e di voglia, concreta, di impegnarsi per un mondo migliore. Dalle Langhe degli amici di Fabio Balocco proviene dunque anche un monito a recuperare il principio di realtà sull’onnipotenza del principio di piacere: “Io sono ottimista, non fosse altro – ammette Beppe Marasso – per lo spirito di sopravvivenza che ti dovrebbe far pensare che non si può continuare su questa strada”. Quella della crescita, delle grandi opere e dell’annichilimento della biodiversità, per intenderci. 

Scoperta in Kenya, a Nakwai, una nuova specie di scimmia del primo Miocene lontana cugina degli Ominidi

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(La mandibola della specie di scimmia del Vecchio Mondo, Alophia, recentemente scoperta sovrapposta ad una seconda fotografia del sito fossile dove gli scienziati stanno scavando adesso. Il fossile è datato 22 milioni di anni fa e misura 3.7 cm di lunghezza. I denti e l’osso si sono spezzati durante il processo di fossilizzazione).

 

E’ stata scoperta a Nakwai, in Kenya (una località tra Nairobi e Marsabit, nel nord del Paese) parte della mandibola di una nuova specie di proto-scimmia datata a 22 milioni di anni fa, nel primo Miocene, che getta nuova luce sull’origine e l’evoluzione delle antiche scimmie della super famiglia dei cercopitecidi. La ricerca che dà conto della scoperta è uscita sulla PNAS lo scorso 13 marzo .

La nuova specie battezzata dai ricercatori Alophia metios presenta i primi tratti degli sviluppi morfologici associati con l’evoluzione della dentizione dei cercopitecidi: “la scimmia di Nakwai rivela che la iniziale radiazione delle antiche scimmie fu in un primo tempo caratterizzata da una riorganizzazione della struttura morfologica fondamentale dei molari”. La mandibola di Alophia possiede infatti degli adattamenti evolutivi nei molari compatibili con una dieta frugivora e fornisce solide evidenze all’ipotesi che la capacità di queste scimmie primitive di mangiare foglie comparve solo successivamente, a Miocene avanzato. 

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(modello della mandibola in 3D ad alta definizione, CT Scan)

Il ritrovamento ha una importanza notevole nella ricostruzione della radiazioni evolutiva dei cercopitecidi, ma anche delle promise fasi dell’albero genealogico umano e dei primati, e si inserisce quindi in quell’ambito di scoperte che gettano sempre più luce sugli antenati della nostra stessa famiglia. I cercopitecidi infatti cominciarono a separarsi dalle grandi scimmie antropomorfe, ossia i primati, circa 30 milioni di anni fa ed ebbero uno straordinario successo evolutivo che arriva sino al presente, con le 130 famiglie di cercopitechi attualmente viventi. L’espansione geografica di queste scimmie e la varietà di habitat che occupano ha eguali solo nel nostro genere, gli Ominidi. Tutti i cercopitechi viventi si distinguono grazie ad una particolare conformazione dentale, la cosiddetta bilofondontia, ossia la presenza di due creste che si incrociano sulla superficie dei molari. Le creste consentono di masticare diversi tipi di cibo (frutta, foglie, semi duri, radici) e quindi di adattarsi a una varietà di habitat. La bilofondontia offre un “apparato dentale” molto flessibile, che si è evoluto specializzandosi in modo da riuscire a spezzare, triturare e masticare cibi dalle proprietà meccaniche differenti. 

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(la mandibola di Alophia)

Alophia si colloca in una epoca intermedia rispetto ai fossili finora studiati dell’Uganda e della Tanzania, rispettivamente datati a 19 e 25 milioni di anni fa: “Questo nuovo primate di Nakwai è un membro di una variegata, ma primitiva fauna di mammiferi africani”. Kappelman, antropologo e geologo della University of Texas ad Austin, co-autore dello studio, spiega: “Gli animali che condividevano lo stesso ambiente di Alophia erano parte di una radiazione di forme che si evolse per decine e decine di milioni di anni su una isola-continente isolata, la Afro-Arabia. I già grandi comprendevano una notevole varietà di antichi elefanti e c’era anche l’Arsinoterio, un animale che assomigliava ad un rinoceronte visto di lato, ma che aveva due corni sul muso. C’erano anche mammiferi dell’ordine degli Hyracoidei, di ogni forma e taglia. Questi animali sono chiamati Afroteri, perché si evolsero su di un continente isolato; fu soltanto più tardi, quando l’Afro-Arabia si saldò con l’Eurasia, che gli animali che oggi consideriamo tipicamente africani – l’antilope, i leoni, le iene, i rinoceronti, le zebre – entrarono nel continente e presero ad evolversi  nella fauna che conosciamo. Molti Afroteri, ad esempio l’Arsinoterio, si estinsero, ma non siamo in grado di dire se ciò avvenne per competizione con le nuove forme viventi o a seguito di cambiamenti climatici”. 

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( Gli scienziati raccolgono campioni roccia per datare i sedimenti di Nakwai, Kenya, dove è stata scoperta la antica scimmia del Vecchio Mondo chiamata Alophia)

I denti di Alophia presentano delle somiglianze con quelli dei Victoriapitecidi, una famiglia estinta di scimmie primitive presenti nella regione al principio del Miocene che erano ancora sprovviste della doppia cresta sui molari superiori e inferiori. “Gli studi di genetica molecolare sulle grandi scimmie moderne e sulle scimmie più piccole mostrano che si sono separate l’una dall’altra circa 30 milioni di anni fa. Le evidenze fossili di entrambi i gruppi per i successivi 12 milioni di anni sono piuttosto sparse – spiega Kappelman – e includono una manciata di reperti. Dal momento che le scimmie fossili a partire da 18 milioni di anni fa e anche più giovani, e tutte le moderne scimmie del Vecchio Mondo hanno la bilofondontia, molti scienziati hanno ipotizzato che la bilofondontia potrebbe risalire alle primissime scimmie. Se fosse così, l’origine di questo tratto specifico e della sua correlazione con l’inclusione delle foglie nell’alimentazione  potrebbe spiegare perché le grandi scimmie e le scimmie più piccole si separarono, con i grandi primati specializzati su una dieta con frutta e le scimmie su una dieta con foglie. E tuttavia, Alophia non aveva la bilofondontia e probabilmente mangiava frutta e noci. La bilofondontia dovette evolversi successivamente. Abbiamo riscritto una storia che sembrava semplice e forse la abbiamo anche riformulata”. 

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(Le rocce sedimentarie esposte all’erosione sulle colline di Nakwai, dove sono sono stati scoperti i resti di Alophia. Sulla sinistra, al centro, il team di ricercatori)

Una storia che ci riguarda da vicino. I cercopitecidi hanno infatti un lontanissimo antenato in comune con gli ominidi. Kappelman: “Un modo di pensare ad Alophia è che essa sia un lontano cugino degli ominidi. Ragioniamo per analogia: gli scimpanzé e gli umani hanno un antenato comune che si colloca in qualche momento tra i 6 e gli 8 milioni di anni fa e quindi noi possiamo pensare a questi due gruppi come a due cugini. In maniera simile, circa 22 milioni di anni fa Alophia si è separata dall’antenato che aveva in comune con gli ominidi da 8 milioni di anni, ed è diventata un cugino degli ominidi, e di conseguenza, per estensione, di noi, oggi”. 

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(I ricercatori in cerca di fossili a Nakwai)

 

 

 

Con lo Strike for Climate finisce la socialdemocrazia del Novecento

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Anche a Milano la giornata di oggi, 15 marzo, è stata la giornata dello sciopero mondiale degli studenti che segna, è probabile, il tramonto definitivo del modo in cui s’è fatta politica ambientale negli ultimi 25 anni. In una mattinata tersa e molto calda, in Piazza Cairoli, ragazzi e ragazze, e non poche scolaresche delle elementari, hanno mandato in soffitta il negoziato lungo due decenni della Convenzione delle Nazioni Unite per i Cambiamenti Climatici, noto come COP, che nulla o poco più ha prodotto di storicamente rilevante, se non alimentare l’illusione che la tradizionale struttura politica delle democrazie parlamentari fosse adeguata a rispondere ad un problema di civiltà chiamato riscaldamento globale. 

Fridays for future, tuttavia, sembra aver ormai scritto il destino soprattutto della sinistra europea, paralizzata nell’affrontare la crisi climatica a causa di un conflitto d’interessi mortale con i grandi capitali economici. L’aria che si respira è certo di un conflitto generazionale molto acceso, come ha scritto DIE ZEIT, ma anche di una voce che pretende una riformulazione della politica stessa. Nelle motivazioni di questo movimento, la richiesta di ascolto e partecipazione è così forte da mettere in discussione ciò che, dal secondo dopo guerra in avanti, abbiamo conosciuto come socialdemocrazia. Il cambiamento necessario ad affrontare il collasso del Pianeta dipende cioè da una nuova concezione della relazione fondamentale tra i cittadini  e lo Stato e tra lo Stato e l’economia. La scuola non poteva che essere al centro di questo passaggio, perché è a scuola che si impara a condividere il proprio sé con il resto del Pianeta vivente. 

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Andrea Merico, docente di inglese all’ITAS Natta di Cimiano, che è qui con i suoi studenti, mi ha detto: “Tutto ciò che facciamo ha una ricaduta politica, ed è questo che dovremmo passare ai ragazzi. Quando sento i colleghi più anziani dir loro, non sanno quello che fanno, mi sembra di sentire mia nonna. Ma mi viene sempre in mente anche Bob Dylan, non criticare ciò che neppure comprendi. Purtroppo, si pensa di non poter imparare nulla dalle nuove generazioni. E da Kyoto in poi ( ndr: il Protocollo di Kyoto) i governi se ne sono fregati del clima e paradossalmente qualche risposta è arrivata dall’economia. Io credo che oggi la rivoluzione armata del Novecento sia fuori gioco, ma che sia indispensabile parlare di rivoluzione prima di tutto come cambiamento interiore, etico. I ragazzi una coscienza l’hanno, sono gli adulti a mancare all’appello. In nome del politically correct nella scuola viene svalutato ogni pensiero critico nella didattica, ma in passato il conflitto con gli insegnanti serviva proprio a questo”. 

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Intanto, decine di persone salgono sul monumento a Giuseppe Garibaldi con cartelli NO TAV. Ci sono altri slogan sull’economia: “State fottendo con il nostro futuro” e “Chi non salta è un industriale”, insieme ad una messa in ridicolo di Trump “Make this world Great again”.  Eppure, si ha davvero l’impressione che la Terra oggi, ovunque nel mondo, sia tornata ad esistere. La folla sprigiona una energia che non cerca lo scontro, ma pretende l’inizio di una nuova epoca: come è giusto che sia per una gioventù cresciuta con presupposti antropologici anni luce da quelli dei padri, destinati purtroppo ad essere ricordati come campioni di ignavia e di inerzia. 

Un gruppo di ragazzi del liceo classico Berchet, penultimo anno: “Noi in classe non parliamo mai del clima e del Pianeta, i nostri insegnanti hanno in media 60 anni, figurarsi se l’argomento viene fuori nelle lezioni di greco e latino. Anche se poi nel De rerum natura di Lucrezio qualche accenno al presente c’è…Ci sarebbe piaciuto vedere qui più adulti. Questo movimento acquisterà forza perché non ci sono fazioni attorno ad una questione del genere, non ci si può girare altrove e fare finta di niente. Uno dei pochi pregi del liceo classico è che la cultura umanistica favorisce tantissimo lo sviluppo di un pensiero critico”. 

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La voglia, l’intenzione, la volontà di pensare con categorie dedotte dallo studio e dalla propria esperienza civile e politica, e non dal marketing o dalla pubblicità, è il grande capitale umano perduto nel tempo, lunghissimo e fallimentare, che ormai ci separa dallo Earth Summit di Rio nel 1992. E dai più anziani che invece sono qui perché sono pronti a lasciare il testimone. Un sessantacinquenne con gli occhi turchesi, una giacca giallo canarino e capelli bianchi da saggio stoico, è qui con i suoi due figli. Fa il panettiere a Luino. Gli chiedo se la politica del Novecento ci può ancora aiutare: “La socialdemocrazia non è adeguata a risolvere la crisi climatica. Siamo nell’angolo ormai, è il momento di tirare fuori le unghie. Ci siamo dimenticati che la libertà la si conquista tutti i giorni. È ora di criticare il progresso, che noi, quando ero giovane, credevamo fosse un processo infinito”. 

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Mentre ci spostiamo verso via Broletto, un giovane studente dell’Accademia di Brera, di Lucca, vestito con un poncio di lana multicolore, mi racconta della performance di un giovane comico che ha qualcosa da dire sulla follia dei nostri tempi, e del lavoro. Perché il lavoro che ammazza il Pianeta fotte anche la vita delle persone: “Franco B è uno che si esibisce in performance dal vivo, facendosi prendere il sangue fino a svenire. E poi quando si riprende dice: chi è più estremo, io, o chi si sveglia alle 5 della mattina, guida per 2 ore in tangenziale, arriva in ufficio e lavora per 12 ore con un contratto sottopagato, torna a casa sfinito e si addormenta, senza aver scelto nulla di questa vita?”. 

Davanti a Palazzo Marino, riprendo il discorso sulla socialdemocrazia con Pippo Civati, ex PD, fondatore di Possibile e ora anche di una casa editrice, People: “Questo è l’appuntamento più importante dell’anno dal punto di vista politico. È partito tutto nel modo più spontaneo, da questa ragazzina svedese. La socialdemocrazia ha avuto in questi decenni grandi limiti nel comprendere il problema ambientale penalizzando così il lavoro. Il governo attuale non è dunque diverso dal governo precedente. Questo movimento può essere o una profezia di catastrofe o, all’opposto, una profezia di liberazione. Perché è chiaro che bisogna dare brutte notizie alle gente, se si parla di come stanno le cose con l’ambiente. Come dico sempre io, bisogna tenere insieme la fine del mondo con la fine del mese”. 

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E cioè le dure ragioni costitutive del patto sociale: il principio di realtà e i diritti sostanziali ad una dignitosa sopravvivenza. Ma nessuna politica che dimentichi uno di questi due aspetti del vivere insieme può sperare di non doversi scontrare, prima o poi, proprio con quei fatti che ha provato a negare. Fridays for Future, oggi, anche a Milano, è stato questo: la realtà esiste, ed è ora di ricominciare a rifletterci.