Rifugiati per natura

Nei libri di Sebald tutto sembra sgretolarsi: i suoi personaggi sono dei profughi, degli esuli, dei senza casa che si muovono sulla scena della propria esistenza privi di bussola. Ma tutti hanno un punto in comune: gli elementi naturali – alberi, falene, embrioni, api. Sebald però  non si limita a costruire delle assonanze.La natura compare piuttosto come estinzione interiore. Per questo Austerlitz,Selwyn, Bereyter sono caratteri contemporanei. Come i rifugiati di Sebald, anche noi sembriamo sempre sulle tracce di qualcosa o di qualcuno;il sentimento del progresso, intuisce Sebald, è una peregrinazione tra alberghi deserti, ville in abbandono, stazioni ferroviarie e aeroporti internazionali. Sebald parla della perenne sensazione di un mondo che svanisce. Il vagare, allora, è una figura della modernità, un carattere, un prototipo: il contro canto del sentimento di infatuazione per il cosmopolitismo promesso dai social networks. Per i vagabondi globali il mondo naturale sembra esistere soltanto dopo in funzione di un qualche collasso interiore. Non può più nemmeno essere un rifugio, come in Thoreau, è solo una alternativa alla morte immediata del sentimento della vita. Ecco, allora, l’ex psichiatra che diventa beekeeper, l’ex medico alpinista che diventa giardiniere vegetariano, lo storico dell’architettura che “esplode” visitando il museo di medicina veterinaria di Parigi…il mondo naturale è ciò che l’esule contemporaneo ha già perduto. image

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Gli animali sono oggetti-evento

Osservare in un museo, o su Twitter, il Tilacino, l’Archeopteryx, la megafauna o un qualunque scheletro serve per catturare l’importanza che quegli animali avevano nell’economia del Pianeta? Per arrivare ad una comprensione critica, cioè attiva, pragmatica, dell’estinzione potrebbe essere più utile la contemplazione, nel senso di una forma di ammirazione estatica per il sublime.  Ma come può un setting scientifico suscitare una simile empatia di pancia e cervello? Se lo chiedono tutti coloro che lavorano come curatori nei musei di storia naturale. La risposta potrebbe stare nel fatto che, ormai, gli animali non sono più solo animali neppure nella wilderness. E che tutto questo lo si rintraccia già apertamente sul web. Tutto questo è già evidente. Gli animali sono  nuovi oggetti, che concentrano lo sguardo attonito di chi è ormai estraneo alla natura; gli animali sono cioè oggetti-evento. Epifanie di un mondo in dissoluzione (gli spazi selvaggi), visioni di una spontaneità primigenia (il semplice essere specie), prodigi viventi. Gli animali sono cioè diventati spettacolo e non appartengono più al racconto del Pianeta, quanto piuttosto alla Cultura. Nel senso che per noi, oggi, gli animali si muovono su palcoscenici : le collezioni dei musei di storia naturale, i safari in Africa, le ricostruzioni dei documentari sul Paleocene. È in questo gigantesco spettacolo globale – le migliaia di foto appunto spettacolari caricate su Instagram – che si potrebbe trovare un sublime abbastanza prezioso da generare preoccupazione per i fenomeni di estinzione in corso.

Imparare è inciampare

Questo il tema dominante del libro di Marco Focchi L’inconscio in classe (ed. Orthotes 2016), presentato all’Umanitaria di Milano venerdì 12 febbraio. Focchi, psicoanalista lacaniano con venti anni di esperienza nelle scuole primarie come consulente psicologo, spiega come l’inciampo (che si chiami dislessia, autismo o difficoltà in matematica o nella lettura) sia la essenza vera della comprensione. Se vuoi capire, devi partire da ciò che non hai compreso, da quell’evento/ enigma che spiazza le tue convinzioni e i tuoi assunti, mostrandoti come in fondo il processo della conoscenza comincia proprio là dove la realtà sfugge. Con questo libro Focchi discute l’importanza della discontinuità non solo nel rendimento scolastico dei bambini, ma anche nelle dinamiche di più lungo periodo che conducono alla scelta di una professione e di un proprio posto nella società. Il libro contiene dunque un richiamo giustamente polemico alla psicanalisi come politica, cioè come lettura alternativa alla omogeneizzazione imperante che vede nel protocollo – molto alla Foucalt – il fulcro del successo, la road map per la performance sociale. Focchi dice invece che la scuola, svuotata di autorità in cerca di nuove legittimazioni, è il primo posto in cui imparare a prestare attenzione al carattere unico di ogni individuo, e quindi al potenziale immenso della eterogeneità. image

Tracking Extinction Legacy

Tracking Extinction Legacy è un nuovo modo di scrivere di estinzione. Un tipo di giornalismo ambientale che usa la filologia per investigare la crisi della biodiversità. Si tratta di esplorare non soltanto la relazione tra gli esseri umani e le altre specie, ma anche i legami archetipici tra noi e le altre specie. E inaugurare perciò un nuovo linguaggio del reporting, in cui la parola poetica ha gli stessi privilegi del paper scientifico. Per capire come siamo arrivati fin qui tutte le fonti disponibili hanno eguale dignità e consistenza: letteratura, geografia, arte, paleontologia, biologia evolutiva. Tracking Extinction Legacy è perciò una sfida, classica e quindi iper moderna : in che modo il pensiero che abbiamo sulle altre specie e sugli animali condiziona le politiche di conservazione della biosfera? Seguendo Badiou, che cosa abbiamo imparato a pensare degli animali che precedentemente non era stato pensato? E che cosa abbiamo messo in pratica di mai-pensato-prima? In che modo il pensiero ereditato è stato trasmesso o tradito nel pensiero attuale sulle altre specie ?image

Industria ed Estinzione

La filologa inglese Melanie Challenger (On Extinction, Bloomsbury 2012) ha colto nelle parole di Kluge e Sebald lo spessore temporale dell’estinzione come nuova dimensione post industriale e post bellica: “knowledge of extinctions for ever altered the perception of natural history. Before industrialisation, people expected to inherit their parent’s world; after its onset, people came to anticipate a different future from that of their forbears, an ideology that the concept of extinction aided. One of the defining changes brought about by industrial technology of the war years was that people took extinction of life forms and ways of life, of landscapes and cultures, as the norm rather than the exception”. image

Storia Naturale della Distruzione

Si può scrivere una storia naturale della distruzione? Si chiese lo scrittore tedesco W.G.Sebald in alcune lezioni aperte al pubblico che tenne a Zurigo nel 1997 sulla distruzione totale delle città tedesche durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Amburgo, Francoforte, Wuepperthal, Wuerzburg e non solo Dresda furono ridotte a cumuli di detriti da migliai di tonnellate di ordigni incendiari che provocarono incendi alto fino a otto chilometri in atmosfera, macerie popolate da migliaia di ratti, mosche, larve. Sebald cerca di mettere a fuoco come la catastrofe totale sfugga alla letteratura ufficiale perché “lo stadio documentaristico riguarda materiali non valutabili con i criteri dell’estetica tradizionale”. L’estetica della distruzione, allora, tende a “mitizzare una realtà che nella sua forma bruta di sottrae a qualsiasi descrizione”. Finora, la storia naturale è stata al polo opposto dell’idea di annientamento sistematico e senza ritorno, perché la descrizione delle forme di vita che popolano il pianeta ha motivato dall’interno la ricerca scientifica, la collezione dei reperti, la tassonomia, l’allestimento dei musei. Ma l’estinzione sta modificando questa impostazione di pensiero che risale all’Ottocento. La perdita irreversibile, la memoria, gli antenati sono entrati in scena come dimensioni totalmente nuove della storia naturale attuale, che chiamiamo Antropocene. “Nel moto accelerato della catastrofe – scrive Sebald, citando un altro scrittore, Alexander Kluge – il tempo normale e la metabolizzazione del tempo non corrono alla stessa velocità”. Kluge chiama storia nuova questa condizione di emergenza presente eppure sublimata.image