Storia Naturale della Distruzione

Si può scrivere una storia naturale della distruzione? Si chiese lo scrittore tedesco W.G.Sebald in alcune lezioni aperte al pubblico che tenne a Zurigo nel 1997 sulla distruzione totale delle città tedesche durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Amburgo, Francoforte, Wuepperthal, Wuerzburg e non solo Dresda furono ridotte a cumuli di detriti da migliai di tonnellate di ordigni incendiari che provocarono incendi alto fino a otto chilometri in atmosfera, macerie popolate da migliaia di ratti, mosche, larve. Sebald cerca di mettere a fuoco come la catastrofe totale sfugga alla letteratura ufficiale perché “lo stadio documentaristico riguarda materiali non valutabili con i criteri dell’estetica tradizionale”. L’estetica della distruzione, allora, tende a “mitizzare una realtà che nella sua forma bruta di sottrae a qualsiasi descrizione”. Finora, la storia naturale è stata al polo opposto dell’idea di annientamento sistematico e senza ritorno, perché la descrizione delle forme di vita che popolano il pianeta ha motivato dall’interno la ricerca scientifica, la collezione dei reperti, la tassonomia, l’allestimento dei musei. Ma l’estinzione sta modificando questa impostazione di pensiero che risale all’Ottocento. La perdita irreversibile, la memoria, gli antenati sono entrati in scena come dimensioni totalmente nuove della storia naturale attuale, che chiamiamo Antropocene. “Nel moto accelerato della catastrofe – scrive Sebald, citando un altro scrittore, Alexander Kluge – il tempo normale e la metabolizzazione del tempo non corrono alla stessa velocità”. Kluge chiama storia nuova questa condizione di emergenza presente eppure sublimata.image

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