Mese: giugno 2016

Mutua Matheka, lo Tsavo e il futuro dello spazio

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( foto: Elisabetta Corra’, Lake Eyasi – Tanzania )

L’Africa ha qualcosa da insegnare? Si chiede Wole Soyinka, lo scrittore nigeriano premio Nobel per la letteratura. La risposta è assolutamente sì, e basta seguire il lavoro fotografico dell’artista keniota Mutua Matheka ( Mutua Matheka Photos ) sullo Tsavo NP per capirlo, fuori da tutti i pregiudizi estetici del turismo da safari. Le foto di Matheka sono un inno allo spazio. Nel parco famoso per i suoi leggendari gruppi di elefanti e di leoni, Matheka fotografa cieli sconfinati, il rosso della terra e la pista su cui corre la sua Land Rover, “una strada che dura per sempre”. Guardando queste foto lo spazio sembra esplodere, per noi occidentali, in tutta la sua presenza. Sembra che davvero ne sia rimasto ancora moltissimo. Sembra che per davvero esista ancora un posto sul Pianeta in cui lo spazio occupi la mente, lo sguardo, l’anima, la vita. Attraverso le foto di Matheka ci accorgiamo che serve spazio per capire lo spazio. Questo, fra tantissime altre cose, può darci l’Africa oggi ponendoci questa domanda: chi lo abita questo spazio ? E come ?

Soyinka ha scritto che quando si entra in una terra sconosciuta, l’ultimo arrivato ha sempre l’opzione di “dissolvere il nuovo territorio in quanto spazio abitato, rendendo invisibili i suoi abitanti”, facendone, dice Soyinka, “una piantagione esotica o un resort turistico”. Nel lavoro di Matheka invece questo non succede perché lo sguardo africano sull’Africa toglie di mezzo la lente di trasfigurazione occidentale, mostrando, molto semplicemente, che anche le zolle di terra dello Tsavo sono magnifiche perché sono organiche, libere, piene di respiro e autodeterminazione. Lo spazio ha un carattere potentemente multidimensionale, è un prisma che raccoglie le nostre rappresentazioni stratificate nel tempo. Lo spazio è una sintesi di geografie non esclusivamente topografiche, ma interiori. Ed è su questo fronte di percezione che si scontrano le diverse idee sul futuro dello spazio in Africa che sono sul tavolo oggi. I diversi termini di cui dispone la lingua inglese per definire lo spazio danno la misura del problema: range, habitat, landscape. Quale idea di spazio è ancora disponibile e realistica sul Pianeta? Il concetto classico di range per una certa specie è ancora funzionale al design della conservazione ?

Le foto di Matheka sono un esempio della distinzione tra beni statici e beni dinamici che Soyinka pone nel proporre una nuova stagione di esplorazioni africane: “Esistono anche beni dinamici : i modi di vedere, di rispondere, di adattarsi, o semplicemente di fare, che variano da popolo a popolo, nonché le strutture dei rapporti umani. Tutto ciò che costituisce potenzialmente oggetto di scambio – non negoziabile, come il legname, il petrolio o l’uranio, ma nondimeno riconoscibile come qualcosa che definisce il valore umano di un popolo – e potrebbe contribuire concretamente alla risoluzione dei problemi di comunità lontane o addirittura alla sopravvivenza del Pianeta”.

( citazioni da : W.Soyinka, Africa, Bompiani Outlook 2015 )

 

Vietnam, Hanoi, il destino del pangolino passa per questo fast food (di lusso)

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Sono ad Hanoi proprio per investigare sul bushmeat, un termine tecnico usato dagli ecologi per indicare la carne di animali non allevati, generalmente cacciati in modo rudimentale nella foresta, quasi sempre appartenenti a specie a rischio più o meno conclamato di estinzione secondo gli standard internazionali della Red List, la griglia di classificazione della IUCN. Il bushmeat è soprattutto il principale «motore» dello svuotamento degli ultimi habitat tropicali del sud est asiatico la cui struttura ecologica mostra sempre più evidenti segni di smagliatura. Si chiama defaunizzazione: in modo lento ma irreversibile scompaiono le popolazioni locali, e poi le specie, dei mammiferi di media e grossa taglia, con il conseguente collasso delle reti trofiche che legano gli erbivori e la vegetazione. Questo tipo di impoverimento è un fattore di alterazione dei processi ecosistemici perché cambia l’assetto di intere comunità di piante, alberi e animali. La defaunizzazione avrà un impatto globale paragonabile allo «sfoltimento» delle famiglie di mammiferi avvenuto nel Pleistocene, quando una combinazione di clima in riscaldamento e caccia indiscriminata cancellò dal Pianeta mammuth, bradipi giganti e tigri dai denti a sciabola”.

Il bushmeat, ovvero quando l’estinzione diventa glamour – LA STAMPA

Vietnam, Hanoi: anche i feti di erbivori a rischio di estinzione nei cocktail afrodisiaci

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Questi animali, mi spiega più tardi Lan, sono conservati in una soluzione alcolica di liquore di riso, ginseng e bacche di goji. Ricchi imprenditori vengono in questo garage attrezzato con una cucina e un lavabo improvvisato sul retro per bere la salamoia vecchia anche di anni e assorbire così le proprietà tonificanti della bestia che ci è immersa”.

Tutta la storia : lastampa.it