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Mutua Matheka, lo Tsavo e il futuro dello spazio

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( foto: Elisabetta Corra’, Lake Eyasi – Tanzania )

L’Africa ha qualcosa da insegnare? Si chiede Wole Soyinka, lo scrittore nigeriano premio Nobel per la letteratura. La risposta è assolutamente sì, e basta seguire il lavoro fotografico dell’artista keniota Mutua Matheka ( Mutua Matheka Photos ) sullo Tsavo NP per capirlo, fuori da tutti i pregiudizi estetici del turismo da safari. Le foto di Matheka sono un inno allo spazio. Nel parco famoso per i suoi leggendari gruppi di elefanti e di leoni, Matheka fotografa cieli sconfinati, il rosso della terra e la pista su cui corre la sua Land Rover, “una strada che dura per sempre”. Guardando queste foto lo spazio sembra esplodere, per noi occidentali, in tutta la sua presenza. Sembra che davvero ne sia rimasto ancora moltissimo. Sembra che per davvero esista ancora un posto sul Pianeta in cui lo spazio occupi la mente, lo sguardo, l’anima, la vita. Attraverso le foto di Matheka ci accorgiamo che serve spazio per capire lo spazio. Questo, fra tantissime altre cose, può darci l’Africa oggi ponendoci questa domanda: chi lo abita questo spazio ? E come ?

Soyinka ha scritto che quando si entra in una terra sconosciuta, l’ultimo arrivato ha sempre l’opzione di “dissolvere il nuovo territorio in quanto spazio abitato, rendendo invisibili i suoi abitanti”, facendone, dice Soyinka, “una piantagione esotica o un resort turistico”. Nel lavoro di Matheka invece questo non succede perché lo sguardo africano sull’Africa toglie di mezzo la lente di trasfigurazione occidentale, mostrando, molto semplicemente, che anche le zolle di terra dello Tsavo sono magnifiche perché sono organiche, libere, piene di respiro e autodeterminazione. Lo spazio ha un carattere potentemente multidimensionale, è un prisma che raccoglie le nostre rappresentazioni stratificate nel tempo. Lo spazio è una sintesi di geografie non esclusivamente topografiche, ma interiori. Ed è su questo fronte di percezione che si scontrano le diverse idee sul futuro dello spazio in Africa che sono sul tavolo oggi. I diversi termini di cui dispone la lingua inglese per definire lo spazio danno la misura del problema: range, habitat, landscape. Quale idea di spazio è ancora disponibile e realistica sul Pianeta? Il concetto classico di range per una certa specie è ancora funzionale al design della conservazione ?

Le foto di Matheka sono un esempio della distinzione tra beni statici e beni dinamici che Soyinka pone nel proporre una nuova stagione di esplorazioni africane: “Esistono anche beni dinamici : i modi di vedere, di rispondere, di adattarsi, o semplicemente di fare, che variano da popolo a popolo, nonché le strutture dei rapporti umani. Tutto ciò che costituisce potenzialmente oggetto di scambio – non negoziabile, come il legname, il petrolio o l’uranio, ma nondimeno riconoscibile come qualcosa che definisce il valore umano di un popolo – e potrebbe contribuire concretamente alla risoluzione dei problemi di comunità lontane o addirittura alla sopravvivenza del Pianeta”.

( citazioni da : W.Soyinka, Africa, Bompiani Outlook 2015 )

 

Gay Bradshaw, culling e bear bile farming

L’industria della bile in Asia è conosciuta e condannata da una intensa campagna di denuncia sostenuta da Animals Asia, la NGO che da anni si batte con coraggio per salvare gli orsi tibetani e gli orsi della luna finiti nel circuito di lager che riforniscono di bile la medicina tradizionale cinese. Ma quale è il significato culturale di questo sfruttamento biopolitico degli orsi nel sud est asiatico ? Oggi La Stampa ( L’industria della crudeltà : il Tam Dao Sanctuary ) pubblica le storie che ho raccolto in Vietnam attorno ad un commercio che ci dice molto, forse troppo, su cosa sono oggi gli animali in Antropocene. È Gay Bradshaw, la eco-psicologa americana che ha condotto ricerche pionieristiche sulle conseguenze psichiche del bracconaggio e del culling sugli elefanti africani, a centrare il problema : l’industria biopolitica si è affermata in una monolcultura umana, l’oceano di megalopoli e campi coltivati che ha ridotto le altre specie a rifugiati nel loro stesso territorio. Gli orsi tibetani – la specie nel suo complesso – ha subito un trauma storico che ha ormai preso in ostaggio il futuro e che come tutti i traumi di questo tipo funziona in modo cumulativo. Il lavoro eccezionale del team di Animals Asia mostra che la giustizia ecologica è prima di tutto il riconoscimento del diritto ad esistere delle altre specie, che, come scrisse 50 anni fa Henry Beston, non sono oggetti, risorse o trastulli ma vere e proprie nazioni. #trackingextinction

Humans had shaped species distributions since the Late Pleistocene, PNAS study confirms

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Humans had begun to engage in activities that has led to the alterations in the distributions of a vast array of species across most, if not all, taxonomic groups by the Late Pleistocene, a new study published today on PNAS confirms ( PNAS, Special Feature: Perspective, 7 June 2016 vol 113 no 23). It’s important to note that “changes to biodiversity included extinctions, extirpations and shifts in species composition, diversity and communities  structure”. Authors explain how the human ability to reshape global biodiversity is not a result of contemporary civilization : “the evolutionary trajectory of Homo sapiens has seen an exponential increase in the scope and impact of human niche constructing activities that have culminated in fundamental changes to planetary ecosystems”. The authors’ insight into microfossils and ancient DNA reveals “a pattern of significant long-term, anthropogenic shaping of species distributions on all of the Earth’s major occupied continents and islands (…) Few, if any, regions can be characterised as pristine. Extinction has been the starkest of these anthropogenic impact, but widespread changes to species abundance, composition, community structure, richness, and genetic diversity as a result of human niche construction are also increasingly demonstrable and of equally lasting impact”.

In settling the Planet, a lot of species stopped being only wild and became domesticated, invasive, commensal and pathogenic. “Diverse archeological assemblages from Africa, Europe and South Asia document the Late Pleistocene appearance of small, quick and difficult-to-catch game, such as fish, birds, rabbits, rodents and monkeys, that may signal anthropogenic impacts to resource availability. Other studies document decreases in the size of certain species as limpets and tortoise that may also reflect resource overexploitation”. We can see the same pattern in the current hunting for bushmeat in Angola ( find more at: UNEP : Angola, bushmeat trade threats eco-tourism ) and South East Asia. One of the main traits of Homo sapiens is the trophic plasticity related to cultural schemes.

But this study remarks also the importance of enormous urbanised settlements that have been creating interrelated networks of trade, economies, social interactions on a global scale. Cities are hot spots of the niche construction ability because they elaborate mindsets that indirectly affect ecosystems and species diversity. And defaunation too is an expression of it. “Defaunation is another enduring legacy of ancient human activities. The emergence of socially stratified urban societies in the Near East and Egypt, for instance, was linked to the extirpation of a number of wild animal species (…) Equus hemionus, Gazella subgutturosa, Alcelaphus buselaphus, Orix leucorix, Struthio camelus were all extirpated largely from ungulat mass kills. Ancient urbanisation contributed to a major reduction in large-bodied mammal species in Egypt, from 37 in Late Pleistocene/Early Holocene to only 8 today”.

One of the main point of the study is the striking link between present-day patterns and past-days patterns, that means we must think extinction processes historically and over time. “Most landscapes are palimsests shaped by repeated episodes of human activity over multiple millennia “( E.Ellis et al. quoted from 2013, Used planet: a global history, Proc Natl Acad Sci USA 110 (20): 7978-7985). The second remarkable point is that the speed of the process – it worked by pauses and accelerations – is both culturally and ecologically determined. But the third point crucial to our understanding of the problem – maybe the most relevant point – is that the dramatic change in species distribution across the globe has been the key factor to sustain an even bigger human population.

So, after two thousand years of evolution, can we still imagine a place for animals ? And is the common  concept of species still relevant to us ?