MUSE: la lectio magistralis del Tilacino

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Il MUSE di Trento ha inaugurato il 16 luglio scorso una mostra completamente dedicata all’estinzione come paradigma ecologico ed evolutivo. È la prima volta che un museo di storia naturale in Italia offre al pubblico una riflessione espositiva completa sulla attuale perdita di biodiversità e sulle “fratture” improvvise, ma ricorrenti, di cui la vita sul Pianeta ha fatto esperienza ben prima che Homo sapiens comparisse nell’Afar, in Etiopia, centomila anni fa. Nel 2012 Telmo Pievani aveva ricostruito l’emergere del concetto di estinzione nella storia naturale degli ultimi due secoli ( La fine del mondo, Il Mulino ) ma finora i grandi musei italiani non avevano ancora fatto nulla per raccontare dove sta andando a finire la biodiversità terrestre e perché.

La mostra, come spiega il paleontolo Massimo Bernardi curatore della mostra e studioso dell’estinzione di fine Permiano, segna il punto di incontro tra le scienze che si occupano di registrare le tracce delle faune che ci hanno preceduti, o che sono scomparse al nostro passaggio ( come i mammut e le tigri marsupiali ), e le scienze sociali. Questo significa che il MUSE presenta una lettura completa delle estinzioni del passato ( le famigerate big five ) e di quelle in corso mostrando come l’estinzione non sia solo fenomeno inscritto nella normale parabola biologica delle specie ( ogni specie compare, muta e poi si eclissa nel tempo profondo), ma sia anche pattern culturale. Cosa significa ? Significa che l’estinzione, a partire dal Pleistocene, si presenta come un effetto collaterale della capacità di Homo sapiens di espandersi in nuovi habitat, di diventare costruttore di nicchia inventando inediti strumenti e tecniche, e in definitiva non solo di impattare in modo non lineare sugli ecosistemi ma di elaborare usi delle faune che vanno ben oltre l’uso alimentare. Di qui un percorso espositivo che riesce a tenere insieme la scomparsa del Moa gigante della Nuova Zelanda e l’orso etrusco, una specie di plantigrade che Georges Cuvier scopri’  nelle vicinanze di Firenze. Il fatto stesso che Homo sapiens sappia mettere in scena se stesso e la sua relazione con ciò che lo circonda parla del modo privilegiato, e potentemente ambiguo, con cui sappiamo coesistere con gli animali. Siamo l’unica “story telling species ” proprio perché raccontando storie abbiamo modificato gli equilibri chimici e fisici del Pianeta e interferito con le linee evolutive di molte famiglie animali. Ma la mostra indica anche una seconda lettura di queste doti e cioè che raccontando storie gli uomini riescono a trovare soluzioni creative a problemi di scottante attualità. La nostra epica ci permette cioè di non dimenticare il passato, neppure quello preistorico, e di porlo in dialettica con i giorni presenti.

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I musei di storia naturale in Italia sono in affanno per una cronica mancanza di attenzione da parte delle istituzioni. Per questo lo sforzo progettuale del MUSE – che vanta una costante attività di ricerca sui Monti Udzwunga, in Tanzania – ha una importanza particolare : stavolta si tratta di accendere l’attenzione del pubblico non specializzato sul collasso della biodiversità terrestre che gode, almeno in Italia, di una rilevanza sui media ancora minore rispetto al cambiamento climatico. Le questioni tradotte in reperti, fossili e video installazioni riassumono la posta in gioco. L’accelerazione con cui le specie scompaiono dal pianeta ha già modificato la biosfera e dinanzi a noi abbiamo già fenomeni come : la omogeneizzazione dei biota (riconosciuta una quindicina di anni fa, si veda PNAS vol 98 no. 10 David Woodruff 5471-5476), la sopravvivenza differenziale delle specie generaliste rispetto alle specie di nicchia, il futuro della speciazione ( la speciazione  nei grandi vertebrati è sostanzialmente finita ), il dibattito sulla gestione “genetica” dei biota e dei biomi ( di cui sono esempi la de-Extinction, l’amministrazione delle Game Reserves in Sud Africa, in conflitto con gli orsi nello stesso Trentino Alto Adige, l’aumento dei grizzly nello Yellowstone e la ipotesi di culling, solo per dare qualche indicazione di stretta attualità ) il futuro degli spazi selvaggi rimasti in un mondo in cui la densità della popolazione umana è di 30 volte superiore rispetto a quella “ecologicamente prevista” per un mammifero della nostra taglia.

Il MUSE pone sostanzialmente  domande aperte su cosa debba essere la conservazione oggi, che non dovrebbe  certo limitarsi a fare una donazione per la tigre o a guidare una auto elettrica. Perché “l’albero della vita” in cui anche noi siamo inseriti è abbastanza complesso da interagire con la nostra percezione estetico – emotiva del pianeta: ” tutti sappiamo che in un bosco primario ci si sente molto meglio che in un pioppeto piantato ai margini di una autostrada – dice Massimo Bernardi – e forse non possiamo neppure dare ragione a E.O.Wilson che sostiene noi si debba lasciare il cinquanta per cento del Pianeta alle altre specie. Nella metà rimanente dovremmo continuare a fare ciò che vogliamo ?”. La conservazione allora dovrebbe probabilmente puntare a mantenere la diversità filogenetica degli ecosistemi perché il gioco della vita – quel filo irriconoscibile ma robustissimo che ci lega ai cianobatteri e poi al bradipo gigante al mammut e infine al leone – possa continuare a lavorare.

Come scrisse David Woodruff il principio guida dovrebbe allora essere, per la comunità umana nel suo insieme : ” arm the scientists, alert the public and do anything to buy time”

 

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