Oxford, Cecil Summit : il destino del leone è irreversibile ?

Si è tenuto ieri 7 settembre alla Blavatnik School Of Governement il public event inaugurale di uno workshop  dedicato al futuro del leone – Cecil Summit – organizzato dal WildCru di Oxford, il gruppo di ricerca che seguiva Cecil da anni nel parco nazionale Hwange, nello Zimbabwe. Il summit raccoglie fino al 9 settembre 30 esperti di ogni disciplina ( economisti, ecologi, filosofi, biologi) impegnati a discutere il passaggio di livello indispensabile nelle politiche di conservazione del leone africano. A sostenere l’iniziativa con forte convinzione c’è Panthera, il network internazionale con base a New York che annovera alcuni tra i migliori progetti sul campo per la protezione dei grandi felini del pianeta. Al public event partecipavano due personalità di primissimo livello negli studi sui leoni e cioè, appunto, Luke Hunter presidente di Panthera  e Craig Packer della Minnesota University, probabilmente l’uomo che oggi meglio conosce il leone e il Serengeti.

La domanda attorno a cui ruotava l’incontro pubblico era sostanzialmente questa: considerato che oggi abita solo l’8% del suo range originario, il destino del leone è ormai irreversibile ? L’enorme espansione mediatica della storia di Cecil ha segnato probabilmente un momento cruciale nella esposizione mediatica del leone, che non è però sufficiente a garantirne la sopravvivenza come specie. Il workshop ha perciò focalizzato l’attenzione del pubblico su alcuni punti fondamentali, su cui neppure gli esperti hanno risposte univoche, ma che ci inchiodano alla devastante realtà che il tempo sta scadendo : solo un secolo fa i leoni africani erano 200mila, oggi sono 20mila.

David Macdonald, presidente e fondatore del WildCru, ha insistito sulla responsabilità che tutti hanno in questo frangente storico di cambiare le strategie di conservazione del leone. L’obiettivo è accrescere le nostre conoscenze sulle popolazioni rimaste ( estremamente frammentate ) per capire i trend demografici. I dati raccolti da Panthera nel centro, nel sud e nell’ovest del continente confermano che il bushmeat, la caccia di carne selvatica a scopo alimentare ad opera delle comunità locali, rappresenta una crisi distruttiva e permanente ovunque, con una particolare gravità e incidenza nel bacino dello Zambesi. Zambia e Angola, come documentato da recenti ricerche di Steve Boyes per la Society ( National Geographic ) e Vincent Nijman, esperto di wildlife trade della University Of Liverpool, sono al centro di questo fenomeno che non impatta più solo sui primati dell’Africa occidentale e dell’Albertine Rift, ma anche sui leoni. Semplicemente, ci sono sempre meno prede.

In Africa le aree protette con più di 1000 leoni sono solo 6, almeno 16 quelle in cui, secondo Luke Hunter, si potrebbe estendere la protezione giuridica in modo da ampliare lo spazio disponibile per la specie e soddisfare quella che a suo dire è ancora una notevole capacità di carico degli ecosistemi africani. Un milione almeno di chilometri quadrati potrebbero servire per questo scopo. Su questo ragionamento si è innestata però la riflessione straordinariamente pragmatica di Craig Packer che da trenta anni studia i leoni del Serengeti, un sostenitore delle aree cintate (fenced). Packer ha ricordato senza tanti complimenti che servono miliardi di dollari per proteggere i leoni nei sistemi a savana e “probabilmente per sempre “. Lo spazio costa moltissimo in un continente afflitto dalla povertà che sta dando in concessione terre fino a pochi anni fa considerate marginali a ispezioni minerarie di verio genere, un continente in cerca di un riscatto sociale che non possiamo ignorare. I leoni però sono anche la condizione primaria per il funzionamento essenziale degli ecosistemi africani: senza di loro collasserà l’intero habitat.

Non si possono quindi ignorare due questioni fondamentali. La prima è la demografia umana : secondo le nazioni unite entro il secolo ci saranno in Africa 4 miliardi in più di persone. La seconda : il sistema di aiuti uscito come visone di economia e conservazione sostenibile  dal summit di Rio del 1992 è superato perché inefficace. Le comunità locali chiedono un maggiore coinvolgimento lamentando ancora la cosiddetta ideologia della conservazione che privilegia gli animali a scapito degli esseri umani. Ma la comunità internazionale deve prendersi, tutta, l’onore della sopravvivenza di questa specie: bisogna investire insieme, finanziare insieme, cioè in modo partecipato e moralmente condiviso.

Rory Stewart, ministro per lo sviluppo internazionale del governo May, personaggio carismatico, ha insistito sul valore simbolico, culturale del leone:”siamo fortunati ad averlo” ha detto aggiungendo che la portentosa bellezza della specie motiva i finanziatori e dovrebbe convincerci che in gioco c’è in fondo anche una parte di noi stessi.

Se c’è una lezione che Cecil ha impartito è che il leone africano non è più un affare coloniale, in qualche modo. Non appartiene più al design dell’Africa della Blixen. Ma non è neppure solo affare africano. Il leone è “un nostro patrimonio comune”  e come tale va protetto.

 

 

 

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