Lebensraum, Berlino 2017

img_2710

How long is now? Si interroga un volto anonimo, esorbitante, disegnato a graffiti sul rettangolo bianco dell’edificio che fino a qualche anno fa era un rifugio per musicisti ed eccentrici da cultura del sottosuolo, e che ora aspetta di essere demolito, sulla Oranienburgerstrasse, a Berlino. Il bordo sbriciolato del muro, simile a un biscotto raffermo, ha una tonalità sinistra, ma non ostile. Quando sarà abbattuto farà spazio ad un nuovo presente, che durerà per un certo periodo, ricco di una sua illusione di eternità. In qualche modo, questo muro approssimativo parla già della sua estinzione, che in tedesco si dice Aussterben, morire del tutto o morire completamente. Il tocco della inesorabilità accompagna il prefisso aus, ricordando a chiunque pronunci questa parola che, sì, l’estinzione è per sempre. È gennaio a Berlino, e sotto un cielo incombente di neve questa domanda sembra raccogliere tutta l’angoscia di un presente chiamato Antropocene. Berlino è la città europea in cui interi programmi di estinzione sono venuti a galla non solo nella mente di gruppi politici criminali durante il Terzo Reich, ma, attraverso i loro delitti, nella coscienza di sé dell’umanità intera. Se c’è un posto in cui scendere nelle tenebre dell’estinzione, è Berlino.

img_2500

Berlino conosce l’estinzione. L’ha pianificata, attraverso le politiche di sterminio elaborate negli uffici dei ministeri del regime nazista, e l’ha anche subita. A fine aprile del 1945 l’avventura nichilista di Hitler ha ormai svelato la sua intrinseca verità: la Germania è distrutta. Si chiude così una parabola di civiltà europea, e della sua ambizione di grandezza, che, nel bene e nel male, proseguiva dal 1870. Egemonia continentale prussiana, borghesia coloniale in Namibia e Cameroon, la vita urbana come massima manifestazione del genio umano. Ricerca di spazio dappertutto, e in molti sensi. Berlino, dopo il 1945, non sarà mai più Berlino. Theodor Adorno pensava che la società di massa avrebbe finito con l’ingurgitare la cultura come un prodotto di scarto di qualcosa di più a buon mercato, e cioè l’intrattenimento. Berlino ha a tal punto assorbito la propria estinzione da farne una attrazione turistica: gruppi di stranieri affamati di dettagli live sul nazismo hanno appuntamenti prenotati via internet in punti specifici della città, pronti a dedicare quattro ore di cammino ai cosiddetti luoghi della memoria del potere del Terzo Reich, e del suo stato di polizia permanente. Cosa cercano davvero?

img_2492

In fondo alla Oranienburgerstrasse, il bulbo metallico della torre della televisione perde fascino non appena spunta sulla sinistra la cupola verde, moresca, bordata di ottone dorato, della Nuova Sinagoga. Risparmiata al pogrom della Notte dei Cristalli, oggi la sinagoga è sconsacrata, ma ricostruita almeno nella sua intelaiatura architettonica fondamentale. Il sole sta calando, le temperature sono gelide, e i tasselli rotondi del selciato sono lucidi di una umidità marrone mogano, antica, un po’ anni Trenta, come i pavimenti in legno scricchiolante degli appartamenti di lusso in Tucholskystrasse, con i loro ingressi austeri, gli intonachi color crema, i pavimenti in marmo e le scale in pietra. Alcune persone si fermano dinanzi al portone principale, leggono le targhe commemorative dei crimini impliciti nella sopravvivenza dell’edificio. Tutti, la sinagoga e le persone, sembrano impietriti in una sorta di afasia prelinguistica, in cui nessuno sa bene cosa dovrebbe dire, o se è rimasto qualcosa da dire. I residui del passato, i suoi fossili o le sue rovine, vengono prima o poi riassorbiti nella vita vissuta. Accade ovunque ci siano esseri umani, ed è accaduto anche qui. Folate di vento artico ti si infilano sotto il cappuccio del parka, e comprendi che accade perché la vita non passa, si consuma, ed è nel lavorio costante del consumarsi della materia organica, stagione dopo stagione, nascita dopo nascita, che tutto tira dritto. La atroce indifferenza del dopo. La legittima esuberanza dei nuovi.

img_2502

Qualche ora prima, sull’aereo, osservavo un paio di artropodi morti, ingialliti e rinsecchiti, rimasti intrappolati nell’intercapedine del finestrino. Molto tempo prima, dovevano essersi trovati nel posto sbagliato, in mezzo a materiali plastici che non c’entravano nulla con il loro codice genetico, e che facevano di loro delle creature inevitabilmente antiquate. La FAZ pubblicava quella mattina in prima pagina una notizia dall’impatto almeno pari agli attentati terroristici che hanno tenuto in pugno il Capodanno in Europa, e in Turchia: gli esseri umani hanno raggiunto la quota 7 miliardi e mezzo. L’aggiornamento della demografia umana si sovrappone con i numeri catastrofici, giunti lo scorso autunno, del Planet Index 2016 del WWF, che ci dice in modo non troppo brutale come se la passano i non umani sulla Terra. Nel nostro tempo recente (tra il 1970 e il 2012) le specie di vertebrati sono diminuite del 58%. Avanza la defaunazione, cioè l’assottigliamento numerico delle popolazioni animali, che dipende da una generalizzata e radicale perdita di habitat, necessaria a far posto al crescente numero di esseri umani, e al loro modo di produrre cibo, energia, vestiti. Mentre passavamo dalla Guerra Fredda alla caduta del Muro di Berlino e poi attraverso gli anni Novanta di Bill Clinton e del Protocollo di Kyoto  (1970-2012) le specie terrestri declinavano del 38%, quelle di acqua dolce dell’81% e quelle marine del 36%.

Se lo spazio sul Pianeta è senza dubbio limitato, i nostri piani di espansione territoriale sono invece sconfinati. Nel secolo scorso i tedeschi coniarono una parola per la fame di terre vergini con cui nutrire brame territoriali e culturali fuori scala, e cioè Lebensraum, spazio vitale. L’apertura, manu militari, delle regioni orientali, fin dentro le steppe dell’Unione Sovietica, per lasciare il campo alle fattorie dei coloni centro-europei di origine germanica. E alla generazione di giovani sotto shock, con le facce viola e grigie di un quadro espressionista diventato incubo di massa, dei protagonisti di Unsere Muetter, Unsere Vaeter (ZDF, 2013, trasmesso dalla Rai a gennaio 2014 con il titolo Generation War). La Vernichtungskrieg di Hitler faceva della geografia tra Europa ed Asia una questione di sopravvivenza dell’unico popolo che avesse il diritto di affermare se stesso sulla terra. Oggi Lebensraum è una parola lurida, eppure non ne esiste una migliore per connotare il collasso degli habitat e delle specie che devono cedere il passo dinanzi all’inarrestabile arrivo degli esseri umani. Il futuro della wildlife è una questione di spazio vitale, e solo di questo. Una constatazione che sta ben fissa anche nelle pagine de L’Origine delle specie di Charles Darwin, e che però ci mette, in fin dei conti, nella più imbarazzante delle posizioni. Dovremmo forse ritirarci?

L’artropode giallo raccontando la sua storia racconta pure la nostra: l’estinzione è una condizione dell’umano, così interrelata con i modi in cui la nostra specie ha preso possesso di ogni continente. Forse, lui non lo ha mai scoperto, eppure noi abbiamo amato costruire le plastiche che lo hanno soffocato. Forse, invece, noi lo abbiamo sempre saputo. E, forse, è per questo che abbiamo inventato le collezioni naturalistiche, quei giganteschi archivi di specie animali e vegetali che racchiudono la storia del Pianeta dal punto di vista di Homo sapiens. I trenta milioni di reperti che stanno nel Museum fuer Naturkunde di Berlino, sulla Invalidenstrasse, trattengono il passato estinto, ma rivendicano all’estinzione un posto d’onore nella parabola umana che in Germania ha mostrato i tratti più aberranti dell’umanità. Noi siamo questo, punto. Per tutte queste ragioni, mi pare, il Kaiser Guglielmo II sorrideva in faccia all’obiettivo nella fotografia in bianco e nero che i bookshop della metropolitana vendono ai turisti. Lui sì. Sapeva.

img_2575

La Schwarzer Weg è deserta, come lo Invalidenpark. Non sono ancora le nove, il cielo è sbattuto da folate di vento artico. Vortica attorno la percezione, allucinata, che non possa che esserci un inverno permanente e solido, a Berlino. Sul rivestimento in gomma sintetica del parco giochi rimangono ancora i bussolotti scoppiati dei fuochi del Capodanno, tacciono gli appartamenti di lusso a ridosso del Ministero dell’Economia e dell’Energia. Una tipica casa prussiana si nasconde dietro i cespugli di bacche rosse sulla Habersaathstrasse, e accanto a lei spunta una ciminiera fumante. Il potere fossile, quello cioè che abbiamo dedotto dai giacimenti di carbone e petrolio negli ultimi 150 anni, è stato il tassello finale nella conquista del Pianeta. Le collezioni naturalistiche nascono in Europa proprio in coincidenza temporale con il sorgere della Rivoluzione Industriale. Una relazione intima, dissoluta, congiunge la capacità di espansione di Homo sapiens e l’arguzia scientifica con cui egli comincia a collezionare esemplari di milioni di specie, che presto avranno il proprio Lebensraum solo nei musei.

img_2509

Al Nord, spesso lo sconforto dell’uomo si fa filosofia. Per Hegel, anche le cose brutte avevano una ragione, per quanto astuta e dissimulata. Questa consapevolezza della sfiga e della violenza, che la gente del sud avverte sempre nei grandi pensatori nordici, è invece un dialogo con se stessi e con lo stato delle cose, e cioè l’onnipresente gelo che sempre si accompagna, nelle faccende umane, alla scoperta della propria potenza. Qualunque supremazia ha come effetto collaterale la compressione dello spazio lasciato agli altri: i nemici, gli sconfitti, i dissidenti. A partire da Linneo, la tassonomia impone alle scienze naturali non solo l’obbligo della catalogazione, ma anche una nuova concezione dello spazio tra una specie e l’altra. La distribuzione delle specie in gruppi e famiglie anticipa soltanto l’ordinamento per derivazione che con Darwin organizza l’albero della vita secondo criteri reali, ma disegnati per la prima volta dall’uomo. Questo significa che, da un certo punto in avanti, le specie non hanno più soltanto il proprio habitat, posseggono anche una collocazione evolutiva disegnata sulle intuizioni scientifiche. Nelle collezioni naturalistiche questa nuova categoria di spazio, che non esisteva in Natura prima che l’uomo la estrapolasse dello stato delle cose, è particolarmente evidente. La caratteristica più importante di ogni museo di storia naturale è che le specie sono costrette a stare tutte insieme. Non è concesso spazio tra una specie e l’altra, se non quello artificioso delle vetrine e dei saloni. Mentre all’esterno gli animali appaiono – come nelle fotografie di Steven Gnam – nelle collezioni essi sono ammassati, costretti alla convivenza. Questi posti ci dicono in che modo abbiamo imparato a trattare la Natura: umzuhandeln, diceva Heidegger, avere a portata di mano gli animali, le piante, gli ecosistemi. Ma soprattutto ribadire che lo spazio che possiamo loro concedere sarà, d’ora in poi, deciso da noi. Estinto il tempo fuori del tempo in cui Uroghompus eximius e Stenophlebia amphitrite volavano in un mondo ancora puro di ogni sorta di coscienza che fosse in grado di pensare il Pianeta.

img_2521

Il gabinetto delle specie marine conservate in soluzione alcolica è in penombra, e sigillato in una grande stanza cui si accede attraverso una porta automatica. La temperatura è sotto i venti gradi. Fa di nuovo freddo. Decine di pesci, murene, squali giacciono sospesi nel liquido giallo che li protegge dal tempo come un amnios del terzo millennio. La forma dei vasi che li contengono li costringe a rimanere in posizione verticale. Ti aspetti qualcosa da loro, in fondo. Non sono imbottiti di paglia o ovatta o poliammide. Sono integri, i tessuti intatti e le viscere ancora al loro posto. Soltanto gli occhi tradiscono la morte, l’atto chirurgico del prelievo dai mari e dagli oceani. Un piccolo squalo martello galleggia nella propria morte con una sorta di agilità. Mi guarda attonito, congelato in una qualche dimensione lontanissima di cui non sospettava l’esistenza. Come tutto il resto nelle collezioni naturalistiche, ha finito col parlare un linguaggio completamente diverso dal suo, diluito nel sentimento di ingiustizia che ti prende alla gola davanti agli animali impagliati che dovrebbero testimoniare la stupefacente biodiversità del Pianeta. Queste specie hanno dovuto morire per poter diventare conoscenza accessibile agli esseri umani. Il sapere scientifico è cresciuto  sui reperti, i fossili, e la cattura negli spazi selvaggi. Zebre, tigri, giaguari, leoni sono protagonisti di un racconto robusto e dettagliato, che però prescinde totalmente dalla loro volontà. Perché nessuna specie sa di avere una storia.

img_2533

I felidi sono una delle famiglie di mammiferi che patisce le conseguenze più devastanti dell’impronta ecologica umana. Un ocelotto impagliato nel 1819, senza un occhio, fissa il nulla dentro una vetrina in cui un suo simile più recente volge la testa verso un alcione di Smirne (Alcedo smyrnensis) raccolto da Georges Cuvier, il padre del concetto di estinzione biologica, attorno al 1800 a Pondicherry, in India. Poco prima di Natale, la PNAS ha pubblicato il censimento dei ghepardi (Acinonyx jubatus), rivelando ciò che tutti già sapevano, e cioè che i rimanenti 7100 ghepardi del Pianeta sono inesorabilmente incamminati verso l’estinzione. Il ghepardo è ormai una “protection-reliant species”, cioè una specie che senza l’aiuto dell’uomo non può più reggere la competizione con gli altri predatori, l’attacco del bracconaggio, e l’erosione del suo habitat. Molti felini cominciarono a diminuire drasticamente perché le loro pellicce divennero beni di consumo. Soprattutto, il commercio di maculati si è dimostrato particolarmente efficace nell’innescare i processi di defaunazione in virtù della sua capacità intrinseca di amplificare i propri effetti.

Come già osservava Kent Redford nel suo celebre lavoro “The empty forest” (1992), il commercio non solo coinvolge diverse specie selvatiche, ma passa da un gruppo ad un altro al cambiare del mercato e in base alle fluttuazioni di disponibilità inevitabili quando il prelievo è massiccio. Il giaguaro (Panthera onca) prese a diventare cappotto a fine Ottocento, ma al giro di boa degli anni ’60 ne sono rimasti abbastanza pochi da indurre i cacciatori a spostarsi su gatti più piccoli: il Leopardus wiedii (margay), il Leopardus tigrinus (gatto tigre) e naturalmente il Leopardus pardalis (ocelotto). La sopravvivenza dei predatori di vertice come i grandi gatti dipende da un principio negoziabile, e cioè lo spazio. Ma mentre discute quanto territorio destinare agli altri, Homo sapiens esprime anche un’altra delle sue stupefacenti virtù di cui ha dato prova nei confronti della Natura.

La capacità di imporre il silenzio, di fare il silenzio, di trasformare la vita biologica in una superba afonia. Splendidamente tassidermizzati, un Bubo nipalensis (gufo del Nepal) e una Harpia harpyia (la più grande aquila del continente sud americano) ascoltano il dolce chiacchiericcio dei bambini che sono venuti a visitare il Museo con i nonni per le vacanze di Natale. Questo silenzio ha la stessa matrice dello shock della popolazione civile tedesca alla fine di maggio del 1945. Improvvisamente risvegliato a se stesso, l’essere umano non ha concetti o rappresentazioni da opporre al proprio stesso operato. Ammutolito dalla distruzione, in mezzo alla polvere di Berlino quest’uomo non si riconosce più. Ma è la sua ombra a stordirlo, non certo una carenza di consapevolezza. Quasi sempre, Homo sapiens sa bene quello che fa, ma continua a farlo.

img_2548

Alle nove e mezza di mattina la stazione ferroviaria di Wannsee è quasi deserta. Il treno si è fermato puntuale, dopo essere scivolato attraverso chilometri di boschi secchi e spogli. Elias Canetti scrisse che il popolo tedesco ha la sua radice naturale nelle foreste del Nord, perché i pini e gli abeti stanno allineati l’uno accanto all’altro come i soldati di un battaglione. L’attitudine all’obbedienza fu uno degli ingredienti, di certo il più comodo per i vincitori da giudicare post eventum, del lento progredire della catastrofe morale che condusse qui a Wannsee, dove in una sobria ed elegante villa sul lago, il 20 gennaio del 1942, un gruppo di alti ufficiali ed amministratori del Reich e delle SS vennero convocati da Reinhardt Heydrich per pianificare l’omicidio di tutti gli ebrei d’Europa. L’autista dell’autobus numero 128 che costeggia il lago non è ben sicuro della fermata, perché non è certo che questa “villa della conferenza” abbia un posto nel tragitto che percorre ogni giorno. Non ci ha mai prestato attenzione, probabilmente. Ma una sofisticata donna di mezza età che assomiglia a Lauren Bacall mi dice di rimanere comoda, perché devo scendere a capolinea.

img_2607

Lo spettacolo permanente garantito dai social media ci ha disabituati alla reale dimensione delle apocalissi politiche e sociali, che non avvengono mai in una esplosione epifanica, ma hanno piuttosto un andamento sintomatico per anni. Difficile immaginare un luogo più normale di Wannsee per rendersi conto di come il genocidio crebbe in ogni interstizio della vita civile tedesca piano piano, fino al giorno in cui il passo degli stivali di Heydrich risuonò su questo viale d’ingresso. Comincia a nevicare e il vento deforma i poster plastificati appesi lungo il cancello della villa che raccontano di come questa località balneare ospitasse negli anni Trenta una folta comunità di facoltose famiglie, anche ebraiche: Oppenheim, Langenscheidt, Springer, Fassbender, Lieberman, Baumgarten. Wannsee era un bel posto per riposare, leggere buoni libri, osservare i propri bambini giocare sul prato. Molto del materiale informativo disponibile è anche in ebraico, e numerose note in ivrit si susseguono con ansia e determinazione sul quaderno dove i visitatori lasciano le loro impressioni. Siamo ancora vivi, ripetono queste voci dal lontano Israele, rivendicando il diritto che ai loro padri venne strappato. Ma anche la loro voce contemporanea si affievolisce, fino a scomparire, nel dedalo di stanze del museo che è oggi la villa. E cambia corpo, e diventa un vetro opaco, nebbioso, bordato di infissi in legno bianco sporco, dietro il quale i volti di giovani, donne, adolescenti sono in attesa che una Einsatzgruppe organizzi la loro fucilazione.

img_2641

Un lungo tavolo scuro conduce lo sguardo verso l’esterno, sugli alberi del parco. La finestra fa respirare, via di fuga a buon mercato in mezzo alla constatazione di atti di una violenza assoluta, e tuttavia di una semplicità operativa che mozza il fiato e impedisce ogni tentativo di prendere appunti. La capacità organizzativa di una burocrazia moderna, ecco che cosa Heydrich riunì attorno al tavolo oggi scomparso su cui si fecero delle proporzioni, si tenne conto di certi rapporti quantitativi, si presero le misure. Reinhard Heydrich fu il demonio di questa semplicità.

img_2646

Fuori, le case a mattoni rossi in stile teutonico sembrano ferme agli anni ’30. Un Kindergarten spunta dal nulla, con la sua palizzata rustica e indolore, di legno eroso dalle intemperie invernali. Un complesso di caseggiati quadrati in disuso, di fronte, con le finestre intatte ma buie come occhi senza pupille, è perso nel bosco, inglobato nel consumarsi del tempo, sperduto, ormai fuori posto, come lo sguardo attonito del baffuto autista di autobus che non sa chi sia Reinhard Heydrich, che era figlio di musicisti e un giorno deve pur essere stato un bambino. Sono i bambini  a fare spazio tutto attorno a questi luoghi della memoria, scavando una trincea tra il passato e noi, un solco nella terra che sempre di più isola gli antenati da noi, da un qualunque “e poi”, e però ce lo rende anche vicino. I bambini donano al tempo presente questa distanza incolmabile senza il cui vuoto non potremmo riconoscere gli antenati, e neppure le vittime. Sono i bambini a darci il permesso di dare un nome a chi non esiste più.

 img_2657

Succede la stessa cosa alle specie in via di estinzione, sostiene Joshua Schuster. Solo quando sono perdute, allora acquistano un nome. E se “amore è amore di un nome”, come diceva Lacan, e se noi umani eravamo, centomila anni fa, l’unica specie che non aveva un nome ma poteva darne uno a tutte le altre, è questa la ricostruzione di Elizabeth Kolbert nella sua esplorazione sull’estinzione, allora i nomi delle vittime, degli scomparsi, dei perduti per sempre, dei soli per l’eternità (perché non ebbero nessuno accanto che li prese per mano dicendo, non lascerò che ti portino via), sono il nostro unico sigillo, la nostra unica presa – pur così debole – su quanto è già stato. Conosciamo e custodiamo e proteggiamo, nei musei, dentro i nostri neuroni, i loro nomi, perché sono estinti. L’uso dell’estinzione, lo ha intuito Guido Chelazzi, è da molto tempo uno strumento di appropriazione della terra, degli uomini e delle faune inscritto nella nostra “impronta originale”. Che ne siamo stati capaci su scala industriale tra il 1939 e il 1945 non dovrebbe sorprenderci, se non fosse per l’enormità, resasi evidente nei fatti del Reich, del Male come processo implicito nella matrice storica umana. Sì, esiste. Sì, avviene. Sì, all’inizio nessuno osa dargli il suo vero nome.

img_2609

 

C’è stato un momento nella storia europea in cui, nonostante la formidabile spinta in avanti della produzione industriale borghese, lo spazio era una esperienza collettiva. Eduard Gaertner colse questo tratto epocale, senza sapere che fosse in via di disfacimento, in un paio di tele a olio che oggi sono alla National Galerie, di fronte alla cupola del Bode Museum. Die neue Wache in Berlin (1833) e ancor di più Unter den Linden (1852) sono l’esemplificazione di quanto lo spazio sia indispensabile per accorgersi di ciò che sta attorno. Gli elementi architettonici appaiono in una solitudine sfumata sul giallo, mentre coppie ignare della propria epoca passeggiano godendo di un privilegio che oggi non immaginiamo neppure più. Una insospettabile angoscia sfugge da questi due quadri a causa della serenità stessa in cui le persone che vi si muovono danno l’impressione di sostare. La fame di spazio creava lo spazio delle loro passeggiate: gli architetti disegnavano grandi viali, lunghi e arieggiati, simboli inconfondibili della potenza della nazione prussiana, e dell’Europa. E mentre queste persone si illudevano di avere abbastanza spazio per poter coltivare un qualche sogno di gioia personale (dando corso alla rivoluzione politica di Saint Just), era lo spazio del mondo (le sue foreste, le sue faune, le sue genti non europee) a morire. L’onnivoria territoriale prussiana voleva più Lebensraum, e se lo prese con la forza. In Africa.

img_2667

Una tempesta di neve si abbatte sul Museum der deutschen Geschichte, il museo della storia tedesca sull’Unter den Linden. Molti berlinesi si sono rifugiati nella caffetteria. Torte viennesi al cioccolato, crostate di mele, caffè bollente mitigano il gelo implacabile del primo pomeriggio. È in corso una mostra sul colonialismo in Africa che ripercorre, per la prima volta in modo sistematico, una pagina del periodo guglielmino di solito messa sotto chiave, e invece fondamentale per comprendere come un certo schema di sfruttamento – fino alla morte – delle popolazioni non europee (gli Herero della Nambia, ad esempio) sia fermentato per decenni prima di prendere il potere al crollo della Repubblica di Weimar. In Africa, a fine Ottocento, erano tedeschi il Togo, il Cameroon, la Namibia, la Tanzania, il Rwanda e il Burundi. A Grande Guerra conclusa, il giornalista Willi Muenzberg, sul numero inaugurale della rivista “Die Arbeiter – Illustrierte Zeitung aller Laender” (1927), definiva le imprese di Von Throtta nel deserto namibiano “una guerra di sterminio”. Anche le autorità britanniche, che nel 1918 avevano assunto il controllo della regione, denunciarono le atrocità commesse dai tedeschi in una inchiesta che fece clamore, il Blue Book. Che cosa effettivamente i coloni e i militari tedeschi fecero alla popolazione civile lo dimostrano le decine di fotografie della esposizione, che mostrano corpi emaciati di prigionieri che stanno morendo di fame (pursued by Germans to near extinction, sintetizza una t-shirt, opera d’arte contemporanea sul genocidio namibiano). Ma al volgere del secolo la linea di demarcazione tra bianchi e neri non era solo una politica razziale, bensì una forma mentale che aiutava a mettere ordine nelle intenzioni dei padroni: “Colonialism demanded clarity. Scientists classified humans according to races and tribes. By endeavouring to set and implement a clear line between rulers and the ruled, the colonizers continually reasserted their own identity”. Per poter dominare, e farti spazio, devi sapere chi sei. E poi, ancora una volta, tirare dritto.

 img_2703

Il colonialismo non ha solo distrutto il tessuto sociale ed economico delle nazioni africane invase e aggredite. Il colonialismo si è lasciato alle spalle un alone di sconfitta, di perdita, di irrecuperabilità che il fotografo tedesco Andreas Lang è riuscito a fotografare catturando i fantasmi di un passato remoto che ancora aleggiano in Cameron, Congo e Repubblica Centrale Africana. Le sue foto non è chiaro di quale estinzione parlino, eppure senza dubbio raccontano – nelle assenze che ingombrano le inquadrature – la fine definitiva di qualcosa, e di qualcuno. Uomini, animali, villaggi, civiltà. La special exhibition dello straordinario lavoro di Andreas – Kamerun und Kongo. Eine Spurensuche un Phantom Geographie – sta nella parte nuova del Museo e completa il percorso di nauseante dolore e senso di colpa che i curatori hanno dedicato al colonialismo tedesco. Il tratto di un fiume nebbioso in bianco e nero, una strada spoglia che conduce ad un ospedale che l’occhio non riesce a raggiungere, alcuni edifici abbandonati ad Akonolinga prendono per mano lo spettatore e lo portano sussurrando nel centro del sottosuolo psichico che ha motivato la barbarie coloniale. Nessun volto umano, dicono le foto di Andreas, può rimanere indenne dinanzi a ciò di cui noi siamo capaci. E allora uno stupore immobile, o una disperata inerzia, sono appiccicati sulle facce dei suoi ritratti: una guardia in Cameroon, uno studente, sempre in Cameroon, con una t-shirt a righe e in mano una padella per la raccolta della sabbia da costruzione lungo il corso del fiume, in piedi davanti ad un contesto senza libri, edifici, compagni di classe. E soprattutto, la solitudine assoluta di un militare davanti a ciò che resta di una caserma nella Repubblica Centro Africana. Ci sono anche gli animali, alla fine, in questo inferno dei ricordi in cui non si riesce più a distinguere il nome di chi ti tiene in ostaggio, di chi si è preso tutto per poi scomparire anche lui. In ognuno dei Paesi in cui Andreas ha viaggiato il leone è estinto. Eppure, un leone in legno piantona l’ingresso di una Chefferie, in Cameroon. E una montagna di ossa di grossi erbivori – Slaughterhouse – rompe la monotonia della vegetazione. Il Cameron, insieme alle altre nazioni del Congo Basin, è una delle regioni africane dove la caccia di sussistenza (la cosiddetta bushmeat crisis) è oggi il principale fattore di defaunazione delle specie tropicali. In questo vuoto troviamo infine noi stessi.

img_2701

 Ma è davvero tutto qui? Se l’estinzione è per sempre, non rimangono che le parole dei posteri e le tracce degli antenati? Non possiamo scegliere nulla se non i fossili e i reperti? All’ingresso della villa di Wannsee sono disponibili opuscoli sulla guerra di sterminio di Hitler estremamente accurati dal punto di vista storiografico. La Polonia, che per il regime, come scrisse Ian Kershaw. era una “discarica razziale”, la Russia, dove le Einsatzgruppen fucilarono centinaia di migliaia di persone. E le steppe russe, e le loro popolazioni condannate a morire di fame. Su uno di questi libretti sta una fotografia, molto sfuocata, che ritrae una donna, Marija Makarowa Rytschankowa, il 19 marzo 1944. Marija tiene per mano i suoi bambini, Ivan, che ha sei anni, Fenja di 2 e Anja di 4. Sono stati appena liberati dal lager di Osaritischi, nella Russia Bianca. I bambini sono avvolti in coperte, Marija tiene in braccio la piccola Fenja, Ivan sorride. Anche la sua di esistenza a un certo punto ha preso una di quelle strade anonime che si inoltrano nella foresta – Andreas Lang le ha rintracciate – e che portano verso tenebre di quasi impossibile decifrazione.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...