Fare ostaggi

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La “natura” attuale non è un dato di fatto, bensì un prodotto storicamente determinato.  A partire dal XVIII secolo la tradizione filosofica europea ha plasmato la figura della natura come “orrore meraviglioso” e “estasi infinita” influenzando il modo in cui le società complesse impararono ad osservare gli habitat e gli ecosistemi man mano che i cambiamenti economici indotti dalla Rivoluzione Industriale restringevano lo spazio delle Natura. Crescevano la malinconia e la nostalgia per un mondo che andava scomparendo, e che veniva percepito sempre più spesso in opposizione morale con l’urbanizzazione e la civiltà della macchina.

Ma a partire dagli anni Novanta del secolo scorso – quando la consapevolezza della crisi ecologica esplode – si impone un fattore determinante per le politiche ambientali dei decenni a venire: la valorizzazione economica della natura. Da questo momento la Natura non è più solo Natura, comunque la si voglia intendere, perché, assorbita nel discorso del capitale economico-finanziario, essa diventa un terreno di caccia per interessi commerciali e di business. A questo puno la Natura ha già smesso da tempo di essere la savana africana di Hemingway o la Sierra di Muir. Non è più un paesaggio sconfinato e intatto, ma un mosaico di riserve, aree protette o parchi nazionali – magnifici – che hanno il compito improbo di conservare la diversità biologica contro l’assedio di una umanità senza più confini. Se prendiamo in considerazione il costo dei migliori safari di lusso in Botswana ( nel Makkadikadi Salt Pans, sul delta dell’Okavango e nel Kgalagadi, transfrontaliero con il Sud Africa, ovvero le ultime enormi aree selvagge del continente), è facile rendersi conto di quanto ci avesse visto giusto Thoreau: “Ma verrà forse il giorno in cui questa terra sarà smembrata in parchi per così dire di svago, di cui solo pochi godranno in modo limitato ed esclusivo, in cui i recinti saranno moltiplicati e altre invenzioni respingeranno gli uomini sulla strada pubblica”.

I parchi nazionali non esprimono le esigenze della conservazione: mostrano invece quanto sia difficile per noi tenere un posto per la Natura nel mondo reale. Il design dei grandi parchi, da una prospettiva filosofica, liquida l’eredità ecologica perché confina la wildlife in una dimensione protetta tagliata e cucita sulla misura stessa dei nostri desideri. Nel suo romanzo La casa tonda, la scrittrice americana Louise Eldrich è riuscita a cogliere questa dimensione (come gli spazi densi delle ombre della storia siano ingombri di sensi di colpa e conti aperti ) descrivendo lo stato mentale di un adolescente ojibwe che entra in un cimitero indiano del North Dakota dove sono seppelliti molti dei suoi antenati: “Vissero e morirono troppo in fretta negli anni della creazione della riserva, morirono prima di poter essere registrati e in tale numero che era difficile ricordarli tutti senza sentirsi straziati e senza dire, come faceva mio padre qualche volta leggendo testi di storia locale: E l’uomo bianco fece la comparsa e li schiacciò e li spinse sottoterra. E così, aver paura di entrare nel cimitero di notte voleva dire avere paura non degli amorevoli antenati che vi erano sepolti, ma del colpo basso alla nostra storia che mi stavo preparando ad assorbire. Il vecchio cimitero era pieno delle sue complicazioni”. I parchi nazionali pullulano delle nostre complicazioni. Più che incarnare soluzioni realistiche alla perdita di biodiversità essi costituiscono una esemplificazione del nostro atteggiamento verso le altre specie: confinare, contenere, reprimere, tenere a bada, mantenere sotto controllo. Fare ostaggi.

Georgina Mace ha spiegato su Nature come è cambiata l’idea di conservazione negli ultimi 60 anni. Prima degli anni ’60 la conservazione corrispondeva al modello “nature for itself” ( la natura per se stessa), con un focus specifico sulla wilderness come spazio originario, disabitato e intatto. A partire dagli anni ’70 e poi negli anni ’80, però, l’espandersi delle attività umane e i loro impatti ( distruzione degli habitat, iper-sfruttamento delle risorse, specie invasive) sposta l’attenzione su una visione “nature despite people” (la natura a dispetto delle persone). È in questo periodo che diventano rilevanti nuovi concetti come “minima popolazione vitale” per la sopravvivenza di una specie sui tempi lunghi. Negli anni ’90, grazie all’influenza dell’Earth Summit di Rio del 1992, cresce la consapevolezza che i danni agli ecosistemi hanno una scala globale e che i processi di estinzione sono entrati in una fase di accelerazione. I servizi ecosistemici (nature’s benefits) non sono sostituibili e la gestione degli habitat, si diceva allora, deve seguire un approccio integrato. Ma anche le persone non possono più stare fuori dall’amministrazione delle specie e dei loro habitat. È l’approccio “nature for people” (shared human-nature environment) che considera gli esseri umani una parte non trascurabile della Natura, compresa quella sottoposta al degrado e all’erosione. Tutto molto giusto e corretto. Ma che cosa manca a questa impostazione? Il discorso della conservazione è sempre stato orientato sul trovare un posto per la Natura. Non si è mai discusso quindi sul fatto che la Natura esiste a prescindere da noi, come se la Natura non avesse più, ormai, nessuna consistenza ontologica. Ecco allora che il problema della conservazione, a guardare a fondo, si mostra per quello che è: siamo ancora in grado di pensare la Natura come spazio dove la vita si manifesta ed accade? Siamo ancora capaci di pensarci come esseri viventi che condividono la storia biologica ed evolutiva della Natura? Ernst Juenger aveva chiara questa questione quando scriveva (Oltre la linea): “Ma la libertà non abita nel vuoto, essa dimora piuttosto nel disordinato e nell’indifferenziato, in quei territori che sono sì, organizzabili ma che non appartengono all’organizzazione. Vogliamo chiamarla la ‘terra selvaggia’ (die Wildnis): la terra selvaggia è lo spazio dal quale l’uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere. Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. È il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone”.

I Romantici, però, possedevano pur qualche idea che non dovremmo considerare un fossile inutile. La wilderness come costruzione culturale (“the full continuum or a natural landscape that is also cultural”, scrive William Cronon) nasce dopo la Rivoluzione Industriale. Prima della macchina a vapore, la Natura romantica offriva il vantaggio di pensare il Pianeta come il Tutto, cioè come il “contenitore ontologico” della nostra esperienza della natura, il Da-sein stesso direbbe Heidegger. L’essere umano che contemplava un paesaggio alpino non si era auto-escluso dal Tutto, ma ne condivideva i presupposti. Il sublime era quindi una esperienza della realtà. Per questo i filosofi romantici, come ad esempio Schelling, parlavano di “anima del mondo” (Weltseele) intendendo con “anima” le ragioni ultime della vita che accomunavano uomini, piante e animali: il sublime era contenuto nella natura in quanto “vincolo”, legame di appartenenza. Oggi siamo in una epoca che funziona secondo paradigmi completamente diversi: all’esperienza si è sostituito il gadget. Il gadget ha trasformato la natura in turismo e profitto, enfatizzando al massimo lo spettacolo e facendo del sublime un post su Facebook. Ma se tutto è un gadget, non rimane niente da elaborare e quindi da ereditare perché il gadget è per definizione un oggetto ludico confinato nel presente. Il gadget produce consumo, non esperienza.

La gravità delle condizioni presenti ( negli ultimi 40 anni abbiamo perso la metà dei vertebrati terrestri) spinge quindi ad un ripensamento radicale non solo della Natura, ma del posto che oggi ha questa natura nel definire il nostro essere Homo sapiens. Al centro del discorso ambientalista non c’è più, quindi, soltanto la definizione di wilderness, ma anche una concezione in divenire dell’eredità, cioè dell’intreccio tra l’identità costitutiva, storica, evolutiva degli esseri umani e il modo in cui le civiltà complesse stanno modificando per sempre le condizioni della vita sul Pianeta.

C’è un certo accordo ormai attorno al fatto che le aree protette, pur giocando un ruolo molto importante nella tenuta delle biodiversità su scala globale non siano sufficienti sui tempi lunghi per garantire la sopravvivenza di moltissime specie. Il tasso attuale di estinzione è di 100 volte superiore al normale “eclissarsi” delle specie nel tempo profondo. Ma altri dati sono forse ancora più significativi. L’85% delle riserve protette ha ormai perduto le foreste circostanti, che funzionano come “buffer zones” (zone cuscinetto) rispetto a fattori di distruzione molto diversificati, che vanno dal bracconaggio, al taglio illegale, all’espansione dei terreni agricoli. Ormai, si parla perciò dell’urgenza di “elaborare un nuovo modo di pensare attorno alla gestione del nostro paesaggio rurale e peri-urbano”. Rispetto a soli trenta anni fa nelle aree protette è diminuito anche il numero di alberi a lunga crescita, e stiamo parlando di un trend ubiquo. Nel solo continente africano sono in costruzione o a progetto 33 “massive development corridors”, cioè unità di infrastrutture per implementare la mobilità delle merci e delle persone tra l’interno e gli snodi commerciali sulla costa: almeno una grande strada, e qualche volta anche un oleodotto o una linea elettrica. Si calcola che questi corridoi di infrastrutture passeranno attraverso 400 aree protette e potrebbero impattare seriamente su almeno 2000 aree selvagge.

 D’altro canto i servizi ecosistemici calcolati e definiti come capitale economico rinnovabile non corrispondono al “valore intrinseco” di specie e habitat, quanto piuttosto ad un gradiente di sfruttamento a scopo di profitto. Al contrario, l’attribuzione di un valore economico a piante ed animali rafforza i problemi che le società avanzate dimostrano nel considerare legittima la co-presenza e la co-esistenza con ecosistemi abitati da altri esseri viventi. Secondo una ricerca del gruppo di ricerca WildCru presso la Oxford University, quasi nessuno dei sostenitori via Facebook della causa di Cecil the Lion era a conoscenza della condizione delle savane africane, e del fatto che Panthera leo è in estinzione. Ma cosa proteggere allora, e perché?

 

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