Sull’ereditare

 

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Nella sua notevole ed impressionante descrizione del quadro di Paul Klee, Walter Benjamin vide nell’ Angelus Novus la pressione della storia nel suo stesso accadere. Ma per Benjamin l’Angelo è anche qualcosa di più misterioso. Se il progresso è, in definitiva, un risvegliarsi continuo e senza limiti governato dalla sola legge della storia ( procedere oltre in cerca di un tempo migliore o semplicemente altro ), il progresso è però anche un angelo le cui ali finiscono in polvere. L’Angelus tende a disintegrarsi su se stesso. Le contraddizioni dell’idea che Benjamin aveva del progresso ci conducono dentro l’Antropocene. L’Età dell’Uomo sembra distruggere il modo in cui l’Angelus poteva guardare al passato nella misura in cui quello sguardo gli consentiva di costruire il futuro.

La continuità fertile tra il passato e il futuro, che aveva dominato il Rinascimento e il Romanticismo, cambia tono con l’avvento della Modernità. L’idea di progresso mette in scacco quella figura fondamentale per il pensiero occidentale che era stata l’eredità. Potremmo sintetizzare il significato di questa figura così: l’eredità è la consapevolezza di un debito che lega una società al suo passato. Questo legame si è oggi affievolito sino ad un punto di rottura: l’umanità si percepisce ormai svincolata dal debito strutturante che la civiltà ha imposto, nel corso dei processi storici, al suo stesso accadere. È la inebriante certezza che gli strepitosi strumenti tecnologici a nostra disposizione possano emanciparci, in via definitiva, dai vincoli ecologici cui gli uomini sono sempre stati sottomessi.

Ma chi siamo veramente, e perché negli ultimi 50 anni siamo stati in grado di superare la capacità di carico del Pianeta? Da qualche tempo ormai gli ecologi lavorano a definire questo impatto muovendosi lungo una linea di ragionamento che sta spostando la riflessione ambientale da un moralismo classico ad una considerazione più pragmatica delle azioni di Homo sapiens a partire già dal Pleistocene. Dati recenti sempre più accurati consentono cioè di inquadrare l’eredità della nostra specie rispetto alle faune presenti e passate, ma anche di leggere la storia della civiltà futura come un insieme di domande a intensa caratura morale. Sapremo lasciare una eredità alle prossime generazioni? E che cosa significa essere responsabili di questa eredità?

Da una parte sta la nostra derivazione da un passato, il nostro essere specie e le scelte che dobbiamo affrontare in quell’ambito di amministrazione della natura che chiamiamo conservazione; dall’altro lato sta però il nostro rifiuto, sostenuto da una fiducia illimitata nella tecnosfera, del processo di filiazione che da un prima ci ha portati – consequenzialmente – a un adesso. Il fatto che il nostro essere eredi sia culturalmente disattivato nasconde un problema ancora più pervasivo, e cioè la fantasia di incastonare la vita delle culture umane in un presente astorico, innamorato di se stesso, che non presta più attenzione alle conseguenze delle proprie azioni perché il concetto stesso di conseguenza appare troppo evanescente rispetto ai meccanismi di esperienza della realtà filtrati dal potere del consumismo globale.  L’eredità si presenta dunque come una frattura della continuità storica ed ecologica.

In che cosa consista, da un punto di vista ambientale, la storia nel contesto biologico lo aveva già intuito Charles Darwin. L’evoluzione non è un semplice accadere della speciazione, ma un processo continuo e inarrestabile (almeno finora) che dà senso alla vita terrestre perché ne motiva le cause tracciandone anche i confini. Nell’Origine, discutendo della variabilità dei caratteri e sostituendo quindi l’ipotesi dei “nuclei di creazione” con quella di eredità filogenetica, Charles Darwin pose il concetto di antenato al centro della ricostruzione scientifica del passato. Questo significa che, per Darwin, è la discendenza a fondare le ragioni della presenza dell’uomo sul Pianeta, del pari di tutte le altre specie. Nel riconoscere alla discendenza la chiave di comprensione della radiazione evolutiva, Darwin realizza un fondamentale scarto rispetto alle concezioni allora correnti delle faune, strettamente dipendenti dalla religione: le specie fanno parte di una intelaiatura complessa, dotata di spessore temporale, ed è questo loro essere nel tempo che ne spiega la collocazione ecologica le une rispetto alle altre e infine rispetto all’uomo stesso. La teoria darwiniana insiste, attraverso il concetto di antenato e di predecessore, sul carattere relazionale della vita biologica.

Perciò Telmo Pievani ha parlato di “contingenza”, un intreccio di caso fortuito, vincoli ecologici e circostanze epocali – come ad esempio l’impatto di un grosso meteorite sul nostro Pianeta, o, in anni decisamente più recenti, l’accesso alla produzione netta primaria fossile per alimentare la Rivoluzione Industriale – che detta il ritmo della vita biologica sbozzando i contorni e l’aspetto della flora e della fauna. Da un punto di vista strettamente evolutivo, dunque, l’eredità consiste nel patrimonio genetico che “fluisce” attraverso le generazioni e che rende possibile alle specie di prosperare e di mutare. Oggi questo contesto evolutivo è messo a rischio da processi di estinzione che gli esperti identificano come sesta estinzione di massa, una emorragia di biodiversità che delinea, su tempi non troppo lunghi, un collasso delle reti trofiche degli ecosistemi. Il quadro genetico-evolutivo in cui la vita esiste sul Pianeta da tempi per noi immemorabili è ora messo in scacco dalle conseguenze non lineari dei progetti, delle idee e della fantasia di una sola specie, Homo sapiens. La nostra Cultura sfida sfacciatamente la nostra appartenenza alla Natura come eredi di processi evolutivi lunghi e complessi che riguardano non solo la famiglia dei Mammiferi (a cui apparteniamo per nascita), ma anche la nostra relazione di specie con tutti gli altri esseri viventi del Pianeta.

Riconoscere il luogo, il territorio, la lingua da cui si è nati significa costruire e stringere legami significanti. Questi legami danno valore a ciò che siamo perché spiegano perché siamo fatti in un certo modo: il vincolo con il passato dà rilevanza agli esseri viventi perché riconosce nella vita una continuità, e non un accidente autonomo. L’eredità funziona cioè come un racconto. Come ha detto il giornalista americano Paul Salopek : “Tutti camminiamo attraverso la geografia del tempo. Il tempo si accumula profondamente in ogni valle. Si muove a gran velocità come un torrente lungo certe strade. Sono sorpreso che noi tutti assorbiamo questo incantesimo del tempo come fosse una routine, come una cosa scontata”.

La matrice del tempo trasforma gli animali, le piante, le rocce, i sedimenti in sequenze, come sanno bene paleontologia e paleo-archeologia. Fuori di questa dimensione del vivente – che la stessa Origine illumina –  le altre specie non possono che sopravvivere come gadget a disposizione degli usi che gli esseri umani sono disposti a riservare loro. Ed è questo rischio, il rischio molto concreto di limitare la presenza animale ad un gadget (nella accezione di Jacques Lacan) un pericolo parallelo a quello dell’estinzione. Si tratta però di un rischio culturale, a cui cioè va incontro la nostra Cultura, che mostra bene quanto l’eclissi della biodiversità sia anche idea e non solo processo ecologico.

L’eredità è dunque declinabile come filogenesi, appartenenza, vincolo, relazione di specie, racconto, memoria. Ma la civiltà dei consumi insiste dismette il passato a favore di una autonomia assoluta. La protagonista di un recente spot pubblicitario di una compagnia telefonica leader del settore, in cerca dell’ultimo modello di smarthphone, si muove in un museo di storia naturale fra gli scheletri di rettili marini del Giurassico e con un sorriso smagliante dichiara “che il passato è già passato”. L’ignoranza palese della sceneggiatura di questo spot, che dimentica che tutto il DNA attualmente in circolazione sul Pianeta è lo stesso di quattro miliardi di anni fa, mostra il disprezzo dell’epoca presente per la paleo-derivazione da ciò che ci ha preceduti.  Del resto, le società complesse attuali non sanno che farsene del passato, comprese quelle dei Paesi in via di rapido sviluppo. In Vietnam, il progetto di avviare ad Hanoi un museo di storia naturale che cataloghi la ricchezza faunistica del Paese prima che scompaia per sempre riflette lo sforzo, probabilmente anacronistico nel senso nietzschiano del termine, di inserire il patrimonio biologico nell’idea di nazione. Uno sforzo che è, letteralmente, una corsa contro il tempo. L’eredità non è un argomento di dibattito sui mezzi di informazione. Relegata ad essere, appunto, oggetto da museo, non ha un posto nella riflessione politica e sociale. Il pensiero largamente dominante è “straordinariamente aperto alle differenze, ma definitivamente chiuso alle aporie”, mentre purtroppo sono proprio le aporie a dirci in che direzione stiamo andando rispetto alle premesse ecologiche ed ambientali da cui tutti dipendiamo.

 

 

 

 

 

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