Zarafa, Selinda Reserve

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Alain Finkielkraut (A.Finkielkraut, Cos’è la Francia? Spirali 2007) ha discusso ampiamente del problema della fine dell’ammirazione per il passato, e della sua aura ispiratrice per le nuove generazioni, in un ciclo di conferenze radiofoniche trasmesse qualche anno fa da una emittente francese. Il punto di partenza della sua indagine era lo scollamento evidente tra i modelli classici della Repubblica, modelli civici e politici, e il tessuto sociale disoccupato, di origine musulmana, o semplicemente di classe operaia francese di nascita, che non trova più ragione alcuna né in Racine né in Hugo né in De Gaulle. Gli ospiti di Finkielkraut intessono, puntata dopo puntata, un dialogo sconcertante su come misconoscere l’eredità abbia ormai innescato un processo di disidratazione del pensiero critico e del principio di realtà. I punti di intersezione con i tratti culturali della crisi ecologica sono altrettanto stupefacenti.

Lo storico Pierre Nora descrive l’eclissi dell’eredità così: “C’è una sorta di solidarietà tra passato e avvenire. Gli schemi di intelligibilità del passato erano funzione della prescienza o del presentimento che si aveva dell’avvenire. Potevano quindi essere gli schemi della restaurazione, quelli del progresso o quelli della rivoluzione. Questi tre schemi di intelligibilità del passato sono diventati tutti ampiamente caduchi”.  È d’accordo il semiologo Paul Thibaud: “Oggi l’avvenire è ciò che difendiamo contro il passato. Il paradosso del nostro tempo è che faccia a faccia con il passato c’è un certo rifiuto del debito”. E Pierre Nora: “Si può parlare di una crisi della filiazione. Abbiamo la sensazione di essere brutalmente tagliati fuori e separati dal passato. Forse non c’è mai stata una rottura simile nella storia dell’umanità, salvo al momento del Rinascimento o della fine dell’Antichità. Un tempo sapevamo di chi eravamo figli, mentre oggi siamo figli di tutto e di nessuno”.

Pierre Nora si sofferma poi sul fatto che la memoria non è il semplice ricordo, ma “disputa simbolica e valorizzazione di simboli”. Finkielkraut aggiunge: “Credo si potrebbe tornare ancora una volta a Renan per chiarire ulteriormente la distinzione tra nazione storica e nazione memoriale. Eredità e progetto nel contempo, la prima associa la presenza del passato (avere fatto grandi cose insieme) alla preoccupazione dell’avvenire (volerne fare ancora). La seconda disattiva l’eredità rendendo il passato al passato e ostentandolo come puro spettacolo”.

Spettacolo contrapposto ad eredità, dunque. Biodiversity on stage. La messa in scena della biodiversità è un punto di frattura fondamentale nella crisi che stiamo vivendo, di importanza decisiva perché coinvolge non solo i governi e i gruppi di interesse, ma le persone in carne ed ossa che pagano migliaia di dollari per visitare le aree selvagge dell’Africa e del Nord America. Lo spettacolo congela la wildlife nel presente, rompendo i legami con il contesto ecologico in cui sopravvivono i big games. Negli ultimi anni l’industria del safari in Africa ha costruito sui social networks una gigantesca rappresentazione della wildlife come intrattenimento dal vivo, antropizzato e fantasmagorico. Si tratta di una questione di traduzione simbolica che ci mostra come il consumismo abbia eroso la nostra possibilità di fare esperienza della realtà. Questa immagine della wildlife come spettacolo nasconde infatti un aspetto di distorsione e cioè l’occultamento della bellezza reale, organica delle specie animali. Nel discorso corrente le faune africane sono belle in quanto magnifiche, possenti, maestose ed eleganti. Gli elefanti e i grandi felini rendono al meglio questa “pretesa di bellezza” che soddisfa l’industria del turismo e che impone, ad esempio, di prestare pochissima attenzione ai licaoni o alle genette o al gatto dorato africano o al kudu.

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Ma la vita selvaggia non è bella in quanto perfetta, come già Charles Darwin aveva compreso. Le specie selvagge, al contrario, sono belle in quanto segnate dalla vita stessa: dalla fatica, dal movimento incessante, dal pericolo, dal rischio, dalla caccia finita male, dalla lotta per la sopravvivenza, dal sole e dalla pioggia. La bellezza come spettacolo nega lo splendore dell’eredità, che è ruga, cicatrice, segno indelebile. Vita consumata che avanza perché é nell’avanzare il senso del tempo e dello spazio. Un esempio di questo tipo di bellezza si trova in un video girato a Zarafa, nella Selinda Reserve, in Botswana, da Great Plains Conservation il 10 giugno 2016 e postato su Instagram. Alcuni leoni subadulti camminano a passo lento nel caldo del giorno pieno. I leoni, gialli come l’erba del bush bruciata dalla stagione secca, procedono lungo una linea appena intuibile, sotto un cielo turchese, verso qualcosa che esiste anche se non si vede. Questo obiettivo onnipresente benché non rintracciabile con una fotocamera Nikon, il messaggio genetico della vita, è la bellezza reale del leone e delle faune africane. Non è un obiettivo comprabile o contabilizzabile. Questi leoni sono irriducibili a noi. Sono cioè nella realtà a prescindere da noi e quindi illuminano la nostra pretesa perversa di pensarci auto-prodotti, auto-referenziali, auto-determinati senza nessun legame con l’Altro. Questo è il sintomo in Antropocene: una voce repressa, concussa, che tuttavia continua a battere alla porta. L’impronta dei leoni di Zarafa rappresenta una condizione aspra, dura, non domesticabile, la cifra realistica dell’esistenza.

L’eredità è il sostrato di questa bellezza. Mette in sequenza cronologica gli eventi, le circostanze e le idee. Finkielkraut: “Contro l’invenzione dell’uomo, bisogna, sulla scorta di Hans Jonas, difendere ostinatamente l’idea che l’uomo è da scoprire e che il passato ci deve aiutare. Non si tratta dunque di essere nietzschiani, ma di essere presenti all’appuntamento e di non sbagliarsi di battaglia”. L’essere presenti all’appuntamento corrisponde ad un atteggiamento di responsabilità verso quanto sta accadendo, e quindi di acuta osservazione. È il Pianeta stesso a porci una domanda di responsabilità che proviene sia dal passato che dal presente.

Ma l’eredità non ha niente a che vedere con la ripetizione o l’emulazione pedissequa e neppure con l’illusione di poter tornare ad uno stato di natura in cui non sarà più difficile convivere con i puma delle Rockie Mountains o i leoni dello Tsavo. L’eredità è infatti consapevolezza della storia e della coscienza e come tale è un fattore attivo e non passivo di trasformazione dello status quo. L’eredità è prendere le misure sulle distanze che ci stanno alle spalle per poi disegnare un nuovo presente come luogo del possibile. Fare esperienza dell’eredità, allora, è fare esperienza del Pianeta come ricerca di significanti, non di gadget. In questa prospettiva, tanto i fossili quanto gli animali viventi sono testimoni e tracce di un ecosistema decisamente più grande dove la storia naturale si incrocia con la storia della Cultura. In definitiva, l’eredità è come la rugiada del mattino su un vecchio mopani, in Africa. Appartiene già al passato della notte precedente, ma serve per sopportare il caldo rovente di un nuovo giorno appena cominciato.  

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