Comunità umane, comunità animali

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Come aveva intuito Jaques Lacan imparare ad ereditare il passato è una condizione preliminare per diventare umani. Non a caso il problema di come porsi nei confronti del passato è centrale in tutti gli ambiti di ricerca che tentano di spiegare cosa è l’Antropocene. Secondo Lacan chi eredita la propria libertà (e quindi un futuro) ha capito cosa significa essere un figlio. Quindi ha accettato di avere una provenienza, una origine, un punto zero che non sono dipesi da lui in alcun modo. Ora, che cosa significa ereditare in termini antropologici?

Prima di tutto, collocarsi all’interno delle reti del vivente, cioè rendersi conto che anche l’essere umano condivide la storia del Pianeta e delle sue faune. Poiché questa storia ha una stupefacente lunghezza temporale (circa quattro miliardi e mezzo di anni), il riconoscimento della nostra appartenenza ai processi evolutivi che hanno plasmato la Terra è di tipo filogenetico. Siamo cioè inseriti in un processo dinamico, in cui la derivazione da chi è venuto prima di noi è scritta nel DNA. I nostri geni ci connettono con vincoli di parentela alle forme di vita che hanno popolato e ancora popolano il Pianeta, dai batteri ai mammiferi. La “soggettivazione dell’eredità”, come la intendeva Lacan, è quindi, nel discorso ambientale, sapere di avere un debito filogenetico con il passato. Il presente è un originale amalgama di materiali che esistevano già. “La storia non è una prerogativa della specie umana – ha scritto Edward O. Wilson in Half Earth – Nel mondo vivente ci sono milioni di storie. Ogni specie è l’erede di un antica linea di discendenza”. Lacan stesso diede una esemplificazione molto suggestiva della condizione di ogni individuo:  “Ciò che è acquisito come Ideale dell’Io è proprio del soggetto come la patria che l’esiliato si porterebbe attaccata alla suola delle scarpe”.

Noi oggi questa derivazione filogenetica la stiamo archiviando. La consideriamo ormai inutile, perché la tecnologia ci permette di alterare e modificare gli ecosistemi a nostro piacimento. Almeno fino a un certo punto. L’uso attuale del presente, in termini di prelievo di risorse naturali, è indiscriminato, indifferente e autoreferenziale. Mentre la dimensione del saccheggio e del logoramento della biosfera peggiorano, svanisce il sentimento di appartenenza filogenetica al Pianeta. La domanda più inquietante dell’Antropocene è, forse, se abbiamo ancora bisogno della Natura (wilderness). Nel suo scritto Oltre la linea Ernst Juenger parlò di questo effetto di riduzione e però anche di potenza: “La sensazione dominante è quella del ridurre e dell’essere ridotto (…) la riduzione può essere spaziale, spirituale, psichica; può riguardare il bello, il buono, il vero, l’econonomia, la salute, la politica – ma in definitiva sarà sempre avvertita come uno svanimento. Ciò non esclude che essa si accompagni in ampi settori a un crescente dispiegamento di potenza e forza di penetrazione”. Noi siamo mai stati così padroni delle cose e degli enti, ma da qualche parte avvertiamo il prezzo che stiamo pagando per la nostra autosufficienza culturale dalla Natura. Il disagio e lo sgomento sono intensi là dove la crisi ecologica è percepita nella sua realtà. Si tratta di un sentimento di estraneità e di minaccia: lo smarrimento dell’esule diseredato, che ha tagliato i ponti con tutto e tutti. Qualche anno prima di Juenger, nei suoi studi sul nichilismo, per descrivere questo stato d’animo collettivo, Martin Heidegger citò il discorso con cui Fedor Dostoevskij commemorò la morte di Puskin nel 1880, a San Pietroburgo. Il nichilista moderno, alla Evgenij Onegin, è “l’uomo che non ha pace e non sa accontentarsi di nulla di ciò che sussiste, che non crede nella terra patria e nelle forze di questa terra patria”. Egli è cioè un uomo sradicato, un cittadino globale diremmo oggi.

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È stato Hegel a mostrare come la radice dell’eticità dipenda dallo stare nella storia: gli esseri umani divengono capaci di futuro attraverso l’avvicendarsi delle fasi storiche. Le azioni umane, eroiche o meno, sono sempre determinate da un passato che ha già in sé le ragioni del proprio futuro. Il modo in cui la nostra specie (Homo sapiens) ha costruito la propria storia è stato condizionato dalla nostra capacità di modificare in modo diversificato gli assetti ecologici che avevamo attorno. Ehrlich e Kremer hanno elaborato i rapporti di forza tra noi e il resto del Pianeta in una equazione molto semplice: I=PAT. Il proliferare degli esseri umani sul Pianeta ( I ) è uguale al prodotto tra la popolazione (P, quanto siamo in grado di riprodurci), il consumo di risorse pro capite (A) e la tecnologia (T). L’impronta umana sugli ecosistemi è una combinazione di più forze: la densità della popolazione umana raccolta in enormi insediamenti chiamati città, la porzione di terre emerse convertite all’agricoltura, la loro accessibilità resa possibile da strade, fiumi o percorsi costieri e, infine, le infrastrutture moderne, come i piloni per la conduzione dell’elettricità. Tutto questo ha sempre avuto come effetto collaterale il declino di intere famiglie di specie

Gli esseri umani, infatti, hanno cominciato a trovarsi coinvolti in attività che alteravano la distribuzione di vasti gruppi di specie attraverso la maggior parte dei taxa sin dal tardo Pleistocene. Le tipologie di queste alterazioni sono molteplici: “estinzioni, estirpazioni, cambiamenti radicali nella composizione, nella diversità e nella struttura comunitaria delle specie”. L’abilità umana di plasmare la biodiversità globale non è affatto una conseguenza della civiltà contemporanea: “La traiettoria evolutiva di Homo sapiens ha segnato una crescita esponenziale nello scopo e nell’impatto delle attività di costruzione di nicchia che sono culminate in cambiamenti sostanziali impressi agli ecosistemi planetari”. Lo studio dei micro-fossili e del paleo DNA rivelano “uno schema di lungo periodo, antropocenico, capace di plasmare la distribuzione delle specie su tutti i continenti maggiori e le isole”. La conseguenza più macroscopica di questo schema di espansione di Homo sapiens è che, in queste stesse cornici geografiche, pochi habitat possono essere considerati davvero intatti. Come ha ammesso Erle Ellis, “La maggior parte dei paesaggi attuali sono palinsesti messi insieme da ripetuti episodi di attività umane nel corso di interi millenni” L’estinzione è stato l’impatto più decisivo tra tutte le conseguenze di cui gli esseri umani, moltiplicandosi, hanno lasciato traccia nel mondo contemporaneo. Oggi sappiamo che l’abbondanza, la composizione, la struttura di comunità, la ricchezza e la diversità genetica delle specie sono, almeno in parte, il risultato dello schema eco-evolutivo scritto nei geni di Homo sapiens, cioè la tendenza umana a costruire un ambiente adatto alle proprie necessità. L’estinzione è una conseguenza di queste caratteristiche ecologiche, ma, al tempo stesso, è un paradigma di colonizzazione e di espansione della nostra specie. Homo sapiens riesce a modificare lo status delle specie animali, cioè a introdurre, spostare e riformulare la posizione evolutiva e il ruolo ecologico di alcuni gruppi di specie. È un lavoro in cui abbiamo messo a frutto una impressionante creatività. Mentre colonizzavamo il Pianeta, molte specie venute a stretto contatto con noi hanno semplicemente smesso di essere selvagge. Sono diventate domestiche, invasive, commensali ( come i fiori di campo che da diecimila anni costeggiano, erbicidi permettendo, le colture di cereali ) e anche patogene. E siamo stati capaci di tutto questo anche grazie alla plasticità alimentare: “Diversi assemblage archeologici in Africa, Europa e Asia del sud documentato l’apparizione, nel tardo Pleistocene, di prede piccole, veloci e difficili da prendere, come pesci, uccelli, conigli, roditori e scimmie, un fatto che mostra gli impatti antropogenici sulla disponibilità di risorse. Altri studi, in parallelo, permettono di ricostruire una diminuzione nella taglia di numerose specie: patelle e tartarughe indicano un iper-sfruttamento”.

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Il punto più importante di queste ricostruzioni paleo-ecologiche è che i cambiamenti sostanziali impressi alle faune e alla loro distribuzione hanno alimentato una crescita esponenziale della demografia umana. Vale a dire che, in termini più semplici, senza una alterazione profonda dell’assetto dei biomi e dei biota della Terra la nostra specie non avrebbe potuto superare la sua stessa capacità di carico. In gioco ci sono due ordini di grandezza inversamente proporzionali. Se lo schema eco-evolutivo della costruzione di nicchia ci restituisce una fotografia del modo in cui stiamo su questo Pianeta, allora la questione predominante nella conservazione non è soltanto cosa proteggere e cosa mantenere, ma, in modo più complesso, come contenere la nostra espressione culturale ed ecologica per lasciare spazio alle altre specie. È questo lo scenario che latita pericolosamente nel dibattito sul futuro, perché pone un interrogativo più radicale rispetto a qualunque altra domanda: è sufficiente progettare aree protette oppure non dovremmo rileggere l’intero nostro atteggiamento verso la biosfera, e soprattutto le nostre aspirazioni demografiche? Non avremmo forse bisogno, grazie ad una migliore conoscenza della nostra carta di identità, di chiederci fino a che punto siamo disposti ad accettare che anche altri condividano con noi questo Pianeta? Siamo pronti ad abbandonare l’ideologia per entrare nella realtà?

Si sta insomma facendo strada la sensazione sgradevole che il soggetto della conoscenza fissato da Cartesio ( un soggetto dotato di efficaci apparati di calcolo ) non sia più sufficiente non solo per spiegarci il mondo così come lo abbiamo plasmato, ma anche per tirarci fuori dai guai. Non si tratta più, in altre parole, di pretendere che la capacità di presa tecnica sulla realtà basti per cogliere la dimensione degli avvenimenti, in una “fusione” totale tra dato numerico e interpretazione. Lo scioglimento ormai irreversibile della piattaforma continentale dell’Antartico occidentale (svelata dalla Nasa a maggio del 2014) tanto quanto la defaunazione delle foreste tropicali e dei sistemi a savana riposizionano, per forza di cose, l’intero discorso sulla biosfera in una prospettiva storica.

Lo scorso 27 luglio (2016) una quarantina tra i migliori ecologi del mondo ( tra cui Rodolfo Dirzo di Stanford, John Vucetich della School of Forest and Environmental Science alla Michigan Tech, e William Ripple della Oregon State University ) hanno pubblicato sul magazine Bio Science un appello per “salvare dall’oblio la megafauna rimasta”. I grandi mammiferi, erbivori e carnivori, stanno scomparendo, fagocitati in processi di estinzione che, sostenuti da una economia di mercato spietata e indifferente, hanno ormai quasi eroso il margine di tempo utile per soluzioni efficaci. Sono ormai listati come “minacciati” in Red List il 59% delle specie di grandi carnivori ( i predatori con una massa corporea uguale o superiore ai 15 chili, come i leoni, i giaguari e le tigri ) e il 60% dei grossi erbivori (con una massa corporea uguale o superiore ai 100 chili, come i rinocerontidi nel sud est asiatico e in Indonesia, il semi-sconosciuto Equus africanus, l’asino selvatico africano, e l’orice dalla scimitarra del Chad). La misura del disastro in corso è talmente fuori proporzione da essere difficilmente comprensibilie. Secondo la FAO (i dati sono del 2014), ci sono sul Pianeta 3,9 miliardi di ruminanti da allevamento contro 8,5 milioni di ruminanti selvaggi appartenenti a 51 delle 74 specie di “mega-erbivori”. Una differenza di oltre 400 ordini di grandezza. Quello che serve, avvertono gli autori, sono “strategie di conservazione tagliate su interi paesaggi (landscape-scale) e un cambiamento nelle politiche di salvaguardia (…) Non dobbiamo entrare come se nulla fosse in questo futuro impoverito”.

È su questo punto specifico che torna in campo il significato autentico dell’etica così come lo concepiva Hegel. Si può convivere solo dove c’è un “collante” tra i diversi gruppi sociali che devono trovare un compromesso per stare insieme. Nessun collante di questo tipo è possibile se non attribuendo a tutti una eguale dignità e legittimità. Ma anche questo, in fondo, non è sufficiente. Serve un passo ulteriore. Il riconoscere che si ha un passato in comune, un insieme di vincoli ineliminabili che fanno da strato di sedimenti per il vivere insieme. Se guardiamo alla biosfera, il collante è la nostra appartenenza filogenetica alla storia delle forme di vita che stanno sul Pianeta oggi. La derivazione da antenati comuni sussiste sempre a prescindere dall’essere umano, nel senso che esiste anche se non ci prestiamo attenzione. Però questa derivazione ci determina storicamente: dovrebbe anche spingerci a riconoscere il sostrato comune che ci lega alle faune.

Certo, l’appartenenza filogenetica ci parla anche del nostro limite. Nonostante la tecnologia abbia emancipato parte della vita moderna dalla Natura, non possiamo ancora pensare l’essere umano come un alieno. Poiché apparteniamo al Pianeta, l’eclissi della Natura tocca gli aspetti più reconditi della nostra coscienza, e della nostra Cultura. Questo tipo di limite non è però lo schema proposto nel corso degli ultimi decenni dal Club di Roma, dai rapporti annuali del World Watch Institute e dallo Earth Summit di Rio di Janeiro. Il limite definisce piuttosto l’azione di Homo sapiens all’interno della storia del nostro Pianeta e quindi ci accomuna a tutte le altre specie. Il fatto che oggi si supponga di poter fare a meno della Natura corrisponde a ciò che Massimo Recalcati, seguendo Lacan, definisce “volontà di ricominciamento”. Si tratta di una “spinta a ricominciare da zero, a riscrivere le nostre origini sullo sfondo della riduzione del soggetto a un terreno vergine dove scolpire il proprio mandato come assoluto”.

In termini ecologici, questo significa che la civiltà contemporanea, che è una civiltà sostanzialmente tecnica e tecnologica, vive la convinzione di poter ridurre la Natura a materiale da lavoro (l’espressione è di Heidegger). Isolata da un qualunque pensiero di appartenenza comune ad una storia comune (l’evoluzione), la Natura non è che un terreno da saccheggiare e sfruttare, o, nel migliore dei casi, un parco dei divertimenti. La nostra epoca deve cioè fare i conti con le conseguenze sistemiche del proprio modo di intendere l’essere umano: il progredire della tecnica, e di tutti i suoi strumenti, non solo ci ha isolati dalla Natura, ma ha spossessato la Natura della sua consistenza ontologica. Dove ci ha portati tutto questo?

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