Bushmeat

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Il bushmeat, o carne del bush, è uno dei più sconcertanti problemi ecologici dell’Antropocene. Possiede un tratto atavico (cacciare per sussistenza), ma si va a incuneare in dinamiche modernissime, tra le fila inquietanti e violente del crimine organizzato globale. Nel 2011 la Convention on Biological Diversity ha dato una definizione univoca di bushmeat: “Carne di animali selvaggi raccolti nei paesi tropicali e sub-tropicali, per cibo o per scopi non alimentari, incluso l’uso medicinale”. Più in generale, si intendono per bushmeat mammiferi terrestri non addomesticati, ma anche uccelli, rettili e anfibi tutti cacciati a scopo alimentare su tre continenti, Africa, Asia e America Latina. Su scala internazionale, il problema comincia a diventare fonte di preoccupazione non prima della fine del secolo scorso. Il World Conservation Congress della IUCN ne parlò ufficialmente nel 2000; ad aprile dello stesso anno si tenne la CITES Bushmeat Conference of the Parties. Il fenomeno è piuttosto diversificato ed è stato a lungo silente anche nelle cronache dei disastri ambientali nei Paesi in via di sviluppo. Oggi però il bushmeat è ormai un fattore riconosciuto di svuotamento delle ultime foreste tropicali del Pianeta, strettamente dipendente dall’economia di nazioni in cui il problema del cibo è una preoccupazione quotidiana per milioni di persone. Per moltissime famiglie in Africa, in Asia e in America Latina il bushmeat è l’unica fonte di proteine animali della dieta,  ma anche un risorsa economica, una “rete di salvataggio” (safety net), perché commerciare carne selvatica – di specie spesso, anche se non sempre, protette – garantisce introiti sicuri in condizioni di generale povertà o insicurezza economica cronica. Il progressivo depauperamento delle foreste tropicali, quindi, ci restituisce una fotografia nitida, dettagliata, dell’intreccio inestricabile di defaunazione e miseria, demografia umana ed estinzione, economia e sviluppo. Ma anche di come la cultura, nelle sue infinite declinazioni all’interno dei gruppi sociali complessi, modella il prelievo di risorse naturali, in un connubio imprevedibile con la produzione materiale di beni economici e di consumo. Descrivere il fenomeno in Africa, rispetto all’America Latina, ma con elementi di analogia rispetto al sud est asiatico, è estremamente complesso. Due tendenze opposte sembrano infatti avere una consistenza storica e sociale. Da un lato il bushmeat è la principale fonte di proteine animali a basso costo delle famiglie meno abbienti, di solito residenti nelle aree rurali periferiche, lontane dai grandi centri abitati (bushmeat as inferior good hypothesis); ma dall’altro lato molte ricerche dimostrano che l’abitudine di mangiare specie selvatiche aumenta con il crescere del benessere economico, nelle città, anche là dove le alternative (pollo, maiale, pesce) sono disponibili a prezzi più competitivi (bushmeat as normal good hypothesis). “La dicotomia presente in queste due ipotesi semplifica al massimo le relazioni complesse e altamente variabili tra economia, geografia, politica e cultura”.

Probabilmente è la stessa scabrosità dell’argomento, in aggiunta ad una consistente difficoltà nella raccolta di dati attendibili sul campo, ad aver ritardato fino ad anni recenti il riconoscimento ufficiale del bushmeat come minaccia di particolare gravità agli habitat e alle popolazioni animali di alcune delle regioni più selvagge – e quindi integre – del Pianeta. I primi dati sistematici sulla correlazione tra “sindrome della foresta vuota” e caccia  risalgono all’inizio degli anni Duemila, con importati studi  di metà degli anni Novanta, provenienti ad esempio dal Bacino del Congo (Congo Basin). Elizabeth Bennet dalla WCS (World Conservation Society), tra i massimi esperti del fenomeno, aveva investigato il pericolo della defaunazione in corso nel sud est asiatico almeno quindici anni fa, quando in pochi ancora parlavano del bushmeat come di un fattore di estinzione, ipotizzando che qualcosa di simile si sarebbe poi reso evidente anche nell’Africa centro-equatoriale. In Africa Occidentale, all’inizio degli anni Duemila, era chiaro che la caccia alle specie selvatiche stava prendendo una direzione molto diversa da quella della tradizionale caccia di sussistenza in un contesto demografico umano con una densità di 2 persone per chilometro quadrato. Nei centri urbani di inizio millennio dei Paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea, dove la popolazione umana cresce dal 2-4% annuo, le reti commerciali sono ben organizzate, e favoriscono il traffico di animali catturati nel bush. Gli animali selvatici, una volta uccisi, entrano in un circuito economico in cui il loro prezzo lievita dalle 17 alle 25 volte man mano che, ad esempio, la carcassa di un cefalofo dai fianchi rossi (Cephalphus rufilatus) si allontana dalle mani del cacciatore. La carne è in parte cucinata sul posto, e poi venduta in un mercato urbano, e può infine arrivare addirittura in un ristorante di Brooklyn, a New York. Le motivazioni che sorreggono la caccia non possono quindi essere analizzate se non “ponendo il problema nel contesto delle altre fonti di reddito familiare e della immediata sussistenza, nonché delle altre opportunità presenti nell’economia e nelle credenze culturali locali”, senza tuttavia dimenticare che il ricorso al bushmeat si pone sempre nello scomodo incrocio tra risorse naturali e cultura umana: “il modo in cui questi schemi di consumo variano dipende largamente da come i gusti delle persone si modificano al variare del reddito”. La caccia, in questo angolo del Pianeta, è ormai una minaccia non secondaria rispetto alla deforestazione.

Non è un caso che le ricerche capaci di mettere a fuoco il problema siano state organizzate sul campo nel sud est asiatico, nell’area indo-burmense. Il sud est asiatico infatti ( soprattutto Laos, Cambogia, Vietnam e Indonesia per via dei solidi legami commerciali con la Cina) è un cantiere aperto per comprendere la traiettoria che il prelievo di animali selvatici assume quando lo sviluppo economico alleva una classe media disposta a pagare prezzi molto elevati per mangiare cibo esotico, in qualche modo tradizionale, di sicuro ormai elitario proprio perché le specie che finiscono nei ristoranti per carte di credito American Express Gold sono ormai quasi del tutto scomparse. Del resto, il solo Vietnam in quaranta anni ( 1960-2000) ha perso 12 specie di grandi vertebrati. Quando il problema della immediata sussistenza alimentare sembra, almeno su scala macroscopica, risolto, il bushmeat diventa qualcosa di altro. Una risorsa del mercato del lusso. Indagini recenti in Cameroon, Guinea equatoriale, Ghana e Nigeria confermano una tendenza di questo tipo anche in Africa, dove, sui grandi numeri, il bushmeat rimane una risorsa alimentare tipica di un contesto di forte povertà.  Una stima affidabile fornita dal CIFOR nel 2011 parla, per l’Amazzonia e il Bacino del Congo, di un prelievo anno di 5 milioni di tonnellate di carne selvatica.  I numeri globali del bushmeat sono sconfortanti. Allargando la mappa geografica, sempre su base annua, nel Sarawak (Malesia, Isola del Borneo) si parla di 23.500 tonnellate, nell’Amazzonia brasiliana di una cifra tra le 67.000 e le 164.000 tonnellate e nell’Africa centrale di un ordine di grandezza tra 1 milione e 3,4 milioni di tonnellate.

Nel 2000, il rapporto speciale della World Bank intitolato Hunting of wildlife in Tropical Forests – Implications for biodiversity and Forest Peoples metteva a fuoco il problema ponendo al centro il “prelievo sostenibile” e, quindi, la “sostenibilità della caccia”, in un momento storico in cui non erano ancora disponibili riscontri certi sui processi di estinzione in corso. Ma è il concetto stesso di sostenibilità che, argomentano gli autori, svela l’estrema complessità di misure realistiche per conteggiare e contenere l’emorragia di faune selvatiche nei Tropici. La possibilità che il prelievo di un certo numero di animali stia entro limiti accettabili dipende dalla capacità riproduttiva delle specie cacciate, dalla loro densità all’interno degli habitat e dal ruolo che gli individui ricoprono in specie che formano gruppi sociali coesi e articolati al loro interno, come ad esempio i primati, le scimmie e gli elefanti. I primati vivono in gruppo, e in massa possono essere abbattuti con un fucile; gli uccelli del paradiso, i cracidi e i bucerotidi emettono richiami sonori facilmente riconoscibili; le tartarughe nidificano a centinaia, tutte insieme, e i nidi dei pipistrelli ospitano migliaia di individui. In ognuno di questi casi, una caccia di successo può essere altamente efficiente. A ciò bisogna aggiungere che le foreste tropicali hanno una produzione di biomassa decisamente inferiore alle savane, il che restringe enormemente la capacità di sostenere numerose comunità di cacciatori. Un solo essere umano per ogni chilometro quadrato, è questa, secondo gli studi più accurati, la proporzione sostenibile della caccia nei Tropici. Già al principio del secolo in corso, tuttavia, le condizioni demografiche della fascia tropicale del Pianeta erano fondamentalmente lontane anni luce da un tale limite. Il Rapporto affronta quindi con un certo realismo (che non si è dimostrato fallace negli anni a venire) la necessità di individuare in queste regioni del mondo fonti di proteine alternative . Il ricorso intensivo ai legumi, per quanto auspicabile, non pare  però compatibile con le culture locali, che identificano nella carne significati culturali e non esclusivamente alimentari: “L’approccio più realistico per rifornire di cibo le persone, nell’immediato futuro, è l’allevamento domestico di animali da cortile o di pesce (…) Fintanto che nelle foreste ci saranno animali, la caccia continuerà a soddisfare i gusti alimentari umani, soprattutto perché la carne selvatica appare sostanzialmente disponibile (free)”. La conclusione a cui le raccomandazioni finali del Rapporto conducono riguarda, ancora una volta, il tipo di aree protette necessario in futuro: riserve abbastanza ampie da sostenere le popolazioni di animali di grossa taglia, in una continuità geografica e spaziale (across the landscape) che renda possibile le migrazioni e la dispersione in modo da rifornire le zone di caccia di un costante “flusso” di animali.

Chi caccia animali selvaggi, dal Borneo alla Colombia al Ghana all’Angola alla Repubblica Popolare del Congo, lo fa per mangiare le proprie prede o per mangiare il cibo che potrà finalmente permettersi con i guadagni ricavati dal traffico di genette, tapiri, pecari, scimmie, pangolini. Nella Arabuko-Sokoke-Forest, in Kenya, un cacciatore può guadagnare quasi 300 dollari americani all’anno vendendo carne selvatica: in questo distretto del Kenya il reddito medio annuo è di 38 dollari (le cifre sono dei primi anni Duemila). Nel bacino Amazzonico, l’indotto si aggira attorno ai 175 milioni di dollari annui. Il bushmeat non è calcolato tra le voci che compongo il GDP, ma ha un peso considerevole sulle economie informali dei Tropici.

Il commercio di specie selvatiche “è fondamentalmente un problema doloroso da affrontare perché è intimamente connesso con le sfide dello sviluppo umano come, ad esempio, l’insicurezza alimentare, l’emergente rischio di malattie (le zoonosi) e la conversione d’uso del territorio”. Ovunque, ormai, la insostenibilità del prelievo è aggravata dalla capillarità delle reti di commercio, che possono contare su strade e strumenti di informazione che velocizzano le transizioni e lo spostamento delle prede dalle foreste ai conglomerati urbani. La costruzione di una sola via di transito asfaltata apre le porte al passaggio di manodopera impiegata nell’industria del legname, o dell’estrazione mineraria, che cerca nella foresta le proprie fonti di approvvigionamento, ma ha anche gioco facile nel trovare acquirenti per le prede su cui è riuscita a mettere le mani. Le strade sono un amplificatore di tutte le opportunità che una foresta può offrire: “La vicinanza delle aree di caccia ai mercati e ad altri centri commerciali diminuisce la sostenibilità della domanda di carne. Le persone tendono ad essere più coinvolte nella cash economy, e propendono così a vendere carne selvatica per comprare altri beni”, e cioè zucchero, medicine, libri, televisori, radio. E le rette scolastiche dei propri figli.

Le armi da fuoco fanno il resto, rafforzando “l’efficienza e l’estensione spaziale della caccia”. Chi può permettersi cartucce e fucili investe denaro per migliorare il proprio equipaggiamento e cacciare ancora di più, e ancora meglio. Fucili e trappole con fili di acciaio ( e torce elettriche per farsi luce di notte ) sono stati in grado, negli ultimi venti anni, di modificare l’assetto faunistico dei Tropici. Gli studi più aggiornati, finalmente e per la prima volta, sono riusciti a mettere in correlazione quanto accade nella fascia tropicale, costruendo una articolazione complessa di più fattori di estinzione, e di contrazione della disponibilità alimentare per le popolazioni locali. La caccia indiscriminata produce effetti che si dispongono sullo stesso binario del crollo dei grandi erbivori e, quindi, sui cambiamenti nella struttura degli ecosistemi tropicali. Per chi fa ricerca sul campo è ormai evidente la sovrapposizione di fattori di modificazione ecologica solo apparentemente distinti: le nostre abitudini alimentari, i ritmi di riproduzione dei grandi mammiferi, le tradizioni culturali e la alterazione della funzionalità ecosistemica a causa della scomparsa di specie specializzate nella dispersione dei semi, nella impollinazione delle piante, nella regolazione della crescita della vegetazione.

La crisi del bushmeat è sostanzialmente rivelatoria dalla continua interferenza delle caratteristiche ecologiche di Homo sapiens con il resto del Pianeta. La nostra specie caccia in maniera selettiva, insistendo su particolari tratti fenotipici (le dimensioni delle zanne, o la taglia stessa dell’animale per ragioni di efficienza energetica – ottimizzare la fatica spesa per la cattura – o di prestigio sociale del cacciatore), ma, quando una preda cala troppo di numero e non è più disponibile, noi passiamo ad una altro animale senza troppe esitazioni. In generale, i cacciatori di bushmeat del bacino del Congo e dell’Africa centro-occidentale cacciano una specie finché non diventa rara. A quel punto, il prezzo sale e se si hanno tempo e soldi a sufficienza per l’equipaggiamento si può scommettere su una ricerca lunga e faticosa, ma che garantisce un ritorno economico molto allettante. Se invece tutto questo manca, ci sono altre specie su cui indirizzare la propria attenzione. Di norma, infatti, in aree tropicali ad altissima biodiversità si caccia tutto ciò che si trova proprio perché c’è sempre qualcosa che vale la pena cacciare. La verità che si cela dietro il bushmeat è solo una: “L’incremento demografico umano, il crescente benessere economico delle classi medie, l’accesso a tecnologie di caccia nei Paesi in via di sviluppo e la facilità moderna nel trasportare beni attorno al Pianeta favoriscono la domanda di animali selvaggi come cibo e altri prodotti che semplicemente non può essere soddisfatta dalle attuali popolazioni di animali selvatici”.

Secondo la IUCN sono minacciate di estinzione 1169 delle 4556 specie di mammiferi terrestri ( il 26%). Di queste, 301 subiscono come minaccia primaria la caccia (sono coinvolti 12 degli esistenti 26 ordini di mammiferi). Analizzando il numero complessivo, 301, si scopre che 115 specie sono catalogate in Red List come “vulnerabili”, 114 come “minacciate” e 72 come ormai “criticamente minacciate”. Tra queste, 126 specie di primati, 65 di ungulati, 21 di roditori, 12 di carnivori, 27 di pipistrelli e 26 di marsupiali diprotodonti. Ma è drammatico anche il declino dei pipistrelli, che sono frugivori e granivori (come i lemuri e gli scoiattoli) e quindi impollinatori specializzati abili nel disperdere semi di numerose piante.

La spirale di effetti a cascata connessi al bushmeat, che tendono a rafforzarsi l’uno con l’altro, danneggia sempre di più in modo irreparabile anche i predatori di vertice, che in Africa e in America Latina sono già sotto attacco per il conflitto con l’uomo, i suoi campi coltivati e le sue mandrie di bovini. Le loro prede, continuamente all’erta per via della costante minaccia dei cacciatori, cambiano abitudini, diventano più elusive, o più notturne, e pagano anche il costo indiretto di doversi nascondere compromettendo così il tempo dedicato alla ricerca del cibo; lo “human-mediated-landscape of fear” assomiglia piuttosto ad uno scenario di terrore permanente con significative implicazioni evolutive. I predatori di vertice entrano così in competizione con gli esseri umani su due fronti: quello più aperto, a scontro diretto, delle pallottole e del veleno che fanno seguito ad un vacca sbranata, e quello più insidioso, ma devastante, dell’erosione della disponibilità di prede naturali. Per questo il network Panthera ha definito il bushmeat “the silent killer”, il killer silenzioso, dei leoni africani.

 

 

 

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