Amazzonia: festival food (o bushmeat?)

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Un censimento del prelievo complessivo di carne selvatica (bushmeat) nell’intera regione amazzonica restituisce questo quadro tassonomico: 200 specie di mammiferi, 750 di uccelli (di cui 530 trafficate come animali da compagnia), 60 di rettili e almeno 5 di anfibi. Queste cifre si riferiscono sia al consumo domestico che alla vendita diretta di animali. Le specie di mammiferi più cacciate sono il Mazama (un gruppo di cervidi), il tayassu pecari, il tajacu pecari, il tapiro (Tapirus terrestris), che è tuttavia una preda di grossa taglia perché adulto pesa attorno ai  200 chili ed è protetto. Sia il tapiro che il pecari sono frugivori e contribuiscono quindi a disperdere i semi di moltissimi alberi. Nella regione di Jivaro (tra Perù ed Ecuador) il consumo annuo pro capite è probabilmente attorno ai 100 Kg; a Cuiba, in Colombia, forse il doppio (i dati disponibili risalgono alla fine degli anni Novanta). Un ambito di studi in espansione cerca sta cercando di comprendere la correlazione tra il collasso dei mammiferi di media e grossa taglia, compresi i primati della famiglia degli Atelini (ad esempio le scimmie del genere Ateles e Lagothrix), la capacità di stoccaggio di anidride carbonica di questa enorme area del Pianeta (oltre 460 miliardi di tonnellate di carbonio, il 55% del “carbon stock” della Terra) e le future modificazioni nella struttura della copertura arborea della regione che rappresenta il 15% della fotosintesi globale. Infatti, l’ 80-96% delle specie di piante a fusto legnoso in Amazzonia si riproducono attraverso l’ingestione, da parte dei vertebrati, dei loro frutti a polpa fresca. Si ritiene che l’erosione della diversità biologica dell’Amazzonia indotta dalla caccia superi, per impatto, gli effetti combinati di deforestazione, taglio di legname e uso del fuoco per aprire pascoli.

Quanto ai numeri complessivi, cioè al numero totale di animali catturati, Kent Redford aveva calcolato sulla sola Amazzonia brasiliana una sbalorditiva cifra di 14 milioni di mammiferi, che probabilmente, aggiungendo uccelli e rettili, salivano sino a 19 milioni. Stiamo parlando di conti datati agli Ottanta che danno comunque una idea di quanto enorme sia da decenni il prelievo sulle faune selvatiche.

Una ricerca molto vasta e approfondita, durata 6 mesi, condotta per il CIFOR nel 2014 in una regione su cui si incontrano i confini di tre Stati, il Brasile, il Perù e la Colombia svela dettagli molto interessanti per capire il quadro generale in America Latina. I trend globali dei grandi mammiferi meglio definiscono la prospettiva su quanto sta avvenendo anche nel bacino amazzonico. Fino ad ora, infatti, si supponeva che il consumo di carne selvatica in questa regione fosse limitato rispetto all’Africa centro-occidentale, un fenomeno marginale, o in via di sparizione. Gli autori hanno invece speso 6 mesi sul campo, conquistandosi la fiducia di cacciatori, trafficanti e famiglie del posto, per capire da dentro che quale sia qui il significato della carne selvatica, e quale, di conseguenza, il volume di affari messo in movimento. Lo scenario costruito su moltissime interviste e conversazioni è molto più variegato di quanto ci si potrebbe aspettare, e complica non poco il dilemma della protezione delle specie coinvolte nella sussistenza umana nel bacino Amazzonico. Intanto, c’è differenza tra le aree rurali e i centri urbani. Oggi, la maggior parte degli abitanti del bacino amazzonico vivono infatti in città (circa 21 milioni di persone, il 63% della popolazione dell’intera regione secondo l’UNEP). Nelle città, il bushmeat è cucinato solo dal 3% delle famiglie: il pesce da allevamento, il pollo, le uova e la carne in scatola stanno prendendo il sopravvento in una dieta che va facendosi “moderna”, ricca di zuccheri, additivi e sale. Si sono però canali commerciali molto lucrativi e ben organizzati che riforniscono i ristoranti delle città di questo tipo di carne, ancora apprezzata nonostante tutto. Secondo le stime dei ricercatori, in questa zona transfrontaliera vengono vendute 473 tonnellate di carne selvatica ogni anno. La caccia, comunque, rimane una attività lucrativa proprio per i cacciatori: vale 1 milione di dollari americani l’anno, l’equivalente di 248 salari medi da 12 mensilità in Colombia. Negli insediamenti rurali, invece, il bushmeat ha ancora un ruolo specifico nelle abitudine culturali ed alimentari. Come “festival food”, cibo della festa, il bushmeat è il denominatore comune tra villaggi rurali e città.

Nelle aree frontaliere di Perù, Colombia e Brasile i ricercatori del CIFOR hanno scattato anche numerose fotografie, che rendono bene l’assoluta dignità e la calorosa semplicità delle cucine e delle mense domestiche i cui le donne del posto cucinano il bushmeat.   Dalle note sul campo è risultato che le specie più mangiate erano il paca ( Cuniculis paca, foto scattata a Caballococha, in Perù, con riso, fagioli e patate), il cervo rosso (Mazama americana, cucinato con il mais in una foto scattata a Letizia, in Colombia), il tapiro (Tapirus terrestris) e l’armadillo (foto scattata a Tabatinga, Brasile). Ma sui menù ci sono anche la tartaruga palustre a macchie gialle (Podocnemis unifilis), l’hocco caruncolato (una specie di uccello, Crax globulosa) e la scimmia lanosa ( Lahothrix lagotricha). Le rotte commerciali compongono un “triangolo”. La prima rotta corre lungo il Javavi River e il Rio delle Amazzoni, collegando le cittadine di Benjamin Constant, Tabatinga e Leticia; la seconda segue i villaggi peruviani sul fiume Atacuari e poi il Rio delle Amazzoni fino a Caballococha; e infine due rotte minori, nella regione dei laghi Tarapoto fino a Puerto Narino. In tutti questi luoghi sono stati contati 34 rivenditori all’ingrosso, 18 ristoranti informali e 28 informali che servivano pietanze a base di carne selvatica, tutti posti accessibili anche ai turisti. In Colombia e  in Perù il bushmeat è anche uno street food ( in Brasile è vietato) e con una media di 3 dollari americani chiunque può mangiare stufato di paca, pecari e cervo.

In definitiva, la transizione alimentare da una economia in cui si provvede a procacciarsi direttamente le risorse alimentari ad una economia di mercato in cui il cibo è venduto confezionato, non ha cancellato il ricorso alla carne selvatica come istituzione culturale, oltre che fonte di sussistenza: “L’originalità dei risultati che abbiamo raggiunto getta luce sul ruolo continuativo che il cibo tradizionale può avere, anche nelle culture indigene moderne profondamente trasformate (…) Come nel caso di molte piante selvatiche, la carne selvatica è parte della intangibile eredità culturale delle popolazioni locali e può essere riferita anche alla identità culturale”. Di conseguenza, osservano gli autori, “il cibo da conforto (comfort food), come è il bushmeat, viene percepito in una associazione positiva tra l’alimento e il benessere. Le preferenze alimentari e le abitudini si formano in grande misura durante l’infanzia e poi persistono nel corso della vita di un individuo, aiutando a mantenere   i ricordi e a rafforzare i legami con le proprie origini, il proprio territorio e tutte le risorse disponibili in questi ambiti”. La ricerca mostra bene che il ricorso al bushmeat – e purtroppo la minaccia che esso rappresenta per gli habitat amazzonici – affonda le proprie radici nell’integrità culturale di interi popoli: “Il bushmeat condiviso dalla comunità funziona in una logica generalizzata di reciprocità e costituisce una ‘assicurazione’ o rete di salvataggio. Su questa base, l’organizzazione della condivisione può essere interpretata come un meccanismo (coping mechanism) per fronteggiare iniquità sui tempi brevi nella disponibilità di risorse”.

 

 

 

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