Paura del caos

IMG_1401

(foto in esposizione nel centro visitatori del Cuc Phuong NP, Vietnam)

I crimini che coinvolgono la wildlife non sono spaventosi solo per l’enormità del danno che provocano. Essi implicano crudeltà, e sono le atrocità subite dagli animali la chiave di lettura antropologica del fenomeno. La Ngo Save Vietnam’s Wildlfe, che ha la propria sede all’interno del parco nazionale Cuc Phuong, recupera, riabilita e restituisce alla foresta i pangolini catturati dai bracconieri. A fine ottobre 2016, la squadra di attivisti e il veterinario della Ngo si sono imbattuti in qualcosa che non avevano mai visto: a 7 pangolini confiscati nel distretto di Ninh Bihn erano state strappate alcune scaglie, la parte del corpo più ricercata nella medicina tradizionale cinese. Dove prima c’erano le scaglie, le foto scattate mostrano il derma ferito e sanguinante.

Gli animali ridotti a diventare wild pet subiscono un confino spaziale, ambientale, psicologico.  Diventano dei gadget, oggetti senza più diritto alla propria integrità fisica; devono rimanere vivi solo per soddisfare la domanda degli acquirenti. La specialista in wildlife trade Jennifer Croes ha condotto ricerche scottanti e dolorose tra i venditori di animali selvatici dei mercati dell’Indonesia. Lei stessa è di origini indonesiane, ed è una donna coraggiosa. Il suo passaporto le ha permesso di entrare in confidenza con molti venditori, di ascoltare le loro storie, di sedersi a bere una tazza di tè davanti alle gabbie in cui decine di pipistrelli della frutta, con le ali ormai spezzate, attendevano sconvolti e mutilati la loro fine. “A Pramurka, Jakarta, tutto quello che vedevo e sentivo era animale. C’erano animali dappertutto. Non ero preparata a ciò di cui sono stata testimone. In media, sopravvivono una settimana in queste condizioni” (Fonte: Jennifer Croes, The pinnacle of evolution? TEDxUBD, 21 October 2014). La Croes, che collabora con TRAFFIC, si è fatta una idea del tipo di problema che dà forma ai processi di estinzione in Indonesia: “Noi percepiamo gli animali come delle commodities. È stato così per millenni, ma ciò che ora è cambiato sono lo scopo e le dimensioni di questo atteggiamento (…) la nostra relazione con la natura è completamente sbilanciata e mette in discussione il nostro pensarci come il vertice dell’evoluzione”. Le stratificazioni culturali che sorreggono tutta la catena di rifornimento di animali vivi ( per 1 che arriva in una gabbia ne sono stati perduti almeno 9) hanno il proprio fondamento nella percezione che le specie selvatiche siano infinite.

Gli animali ingoiati nel traffico di specie selvatiche sono ciò che rimane delle foreste in cui sono nati: moltissimi, infatti, nell’arcipelago indonesiano, vivono in porzioni di foresta assediate dalle piantagioni di palma da olio, o dalla frutta da esportazione, o dal caffè o dal riso. Essi sono cioè diventati un plus valore, quello che rimane ancora da sfruttare (fino alla morte) di ciò che è già stato spazzato via dalla ricerca del profitto. La rarità di specie spinte sull’orlo dell’estinzione aumenta a dismisura il loro prezzo: “I commercianti usano lo status di specie minacciata ( in Red List, NdA) per capitalizzare sulla domanda dei consumatori” (Fonte: J. Croes, Dissertation pagina 45, paragrafo 5.1 Does rarity impact trade dynamics?) I trafficanti di animali selvatici monitorano le pubblicazioni sulle riviste scientifiche. Basta un paper che descriva le caratteristiche di una specie finora poco studiata per inaugurare un nuovo canale occulto di caccia. È successo, ad esempio, alla tartaruga collo di serpente della Isola di Roti (Chelodina mccordi). Questo tipo di plusvalore, dipendente dalla deforestazione, dall’industria alimentare globale, dalla domanda di materie prime organiche dei Paesi avanzati, dalla nuova, sfacciata ricchezza di classi sociali in ascesa, non ha precedenti nella storia dell’avventura umana sul Pianeta se non a ridosso della Rivoluzione energetica fossile dell’Ottocento, quando intere specie vengono impiegate su scala industriale. Il plus valore moderno è fondato sulla distruzione fino all’estinzione di un bene organico, le specie. In un contesto radicalmente avido di energia – sempre più avido di energia – l’estinzione diventa un paradigma di sfruttamento che è in grado di espandersi autonomamente, come il capitale finanziario, e in sinergia con esso. La storia più famosa è quella delle balene, il cui grasso ha nutrito le manifatture ottocentesche per decenni, in un posto d’onore accanto al carbone.

I cambiamenti epocali che hanno sorretto questa svolta antropologica non sono stati privi di conseguenze neppure per gli esseri umani. Anche di questo si trovano frammenti di intuizioni nelle peregrinazioni di W.G.Sebald. Il lato oscuro di ciò che ci piaceva chiamare progresso germina proprio a ridosso dell’esplosione delle potenzialità finanziarie del capitale. Scrive Sebald in Che cosa m’attristi, dir non saprei – Breve omaggio a Moerike, (Soggiorno in una casa di campagna, Adelphi 2012): “Non è concepibile ordine migliore. E tuttavia su entrambi i poli di questa pace all’apparenza eterna, incombe la paura del caos quale esito di un tempo che corre sempre più in fretta (…) mentre all’orizzonte già si delineano gli orrori dell’industrializzazione, le turbolenze prodotte dall’accumulazione del capitale e le manovre accentratrici  di un nuovo, bronzeo potere dello Stato” (pagina 69); “In una epoca già dominata dalla smania della ferrovia, dalle speculazioni di borsa, da avventurosi giochi finanziari e da una generale tendenza ad espandersi. La paciosa provincia Bierdermeier aveva i tratti di una realtà di sogno che si volgeva contro quello sviluppo, un sogno simile ad un paravento istoriato, eretto dinanzi ad un mondo che andava cambiando dalle fondamenta per aprirsi in ogni direzione (…) gli ordini di grandezza del mondo mutavano rapidamente: il console texano si costruiva una villa in mezzo ai vigneti di Stoccarda (…) pensare in grande: questo bisognava apprendere, mentre il lavoro en mianiature veniva messo da parte a favore di un monumentalismo smanioso di esibirsi (pagina 71)”.

Nel solo XX secolo sono state macellati 3 milioni di balene. Dotata di meno fascino epico, ma ugualmente eloquente è la parabola della tartaruga di fiume del Rio delle Amazzoni (Podocnemic expansa). Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento le sue uova diedero inizio ad una industria: oltre ad essere apprezzate in gastronomia, esse contenevano abbastanza lipidi da essere trasformate in olio per illuminazione. Per lo sfruttamento della Podocnemis venne addirittura approntata una legislazione ad hoc nel mosaico coloniale di potenze straniere che andavano colonizzando il bacino amazzonico. Nel 1719, vennero prelevate dai nidi 24 milioni di uova. Sin verso il 1870 – quindi in una epoca che cronologicamente si sovrappone all’età d’oro della caccia alle balene – ogni anno uscivano dall’Amazzonia 48 milioni di uova di tartaruga di fiume.

In una terza coincidenza temporale dai tratti profetici, questi decenni centrali del diciannovesimo secolo sono anche quelli in cui il bisonte viene spazzato via dalle Grandi Pianure americane, non solo per liquidare il “problema indiano” una volta per sempre, ma anche per poter insediare nel territorio dei “nomadi selvaggi” l’agricoltura estensiva. Durante la guerra del Red River, in Texas (1874-75) il colonnello Nelson A.Miles si profuse in una riflessione complessiva sul significato economico dell’estinzione del bisonte: “Sterminare gli animali potrebbe sembrare una crudele e inutilmente dispendiosa stravaganza. Ma il bufalo, come l’Indiano, si è trovato in mezzo alla costruzione della civiltà, e sulla strada del progresso, e il decreto è stato emesso: devono cedere il passo. Lo stesso territorio, che un quarto di secolo fa sosteneva vaste mandrie di animali di grossa taglia, è ora coperto di animali domestici che forniscono cibo a milioni di persone nelle nazioni civilizzate” (Fonte: Smits D. David, The Frontier Army and the Destruction of the Buffalo: 1865-1883, on Wester Historical Quarterly Autumn 1994). Intanto, nel 1871 una conceria della Pennsylvania aveva sviluppato un processo chimico per trasformare la pelle del bisonte in pellame da usare nelle cinghie di trasmissione dei macchinari industriali (J.Schuster, Photographing the last animals, (2013) – testo completo della conferenza tenuta nel corso del convegno Thinking Extinction Symposium 2013). L’economia diede un contributo sostanziale a costruire una intelaiatura di sfruttamento biopolitico attorno alla pianificata estinzione di una intera specie.

 

L’uso delle faune per scopi economici risponde ad un motore interno alle dinamiche economiche che producono ricchezza (legale o illegale). I commercianti intervistati da Jennifer Croes si sono accorti che nel corso dei decenni (alcuni vendono uccelli tropicali da 35 anni) il numero di animali si è ridotto, in qualche caso drasticamente. Ma queste preoccupazioni legittime, e fondate sull’osservazione diretta, non intaccano lo stato generale delle cose. Lo sfruttamento contemporaneo della wildlife sembra in altre parole sconfinare in ciò che Massimo Recalcati definisce la dimensione moderna del godimento. I crimini ambientali non esprimono quindi soltanto le ragioni dell’economia capitalistica avanzata, ma, più autenticamente, un carattere intrinseco all’essere umano, in senso antropologico. Nessun traffico di risorse naturali può sostenersi senza il continuo rifornimento della propria merce, e cioè gli animali e le piante. Ma questi beni vitali, che hanno perduto il loro statuto vivente per diventare beni di consumo, sono rinnovabili solo fino ad un certo punto.

Ma che cosa ne è, allora, degli animali? Nelle sue ricerche sul significato del corpo nella cultura contemporanea, Michela Marzano (M.Marzano, La filosofia del corpo, Il Melangolo 2010) ha definito il corpo un “luogo di complessità”, cioè un luogo di possibile riconoscimento o misconoscimento della dignità del vivente. Il corpo, argomenta Marzano, possiede una sua integrità non solo di per sé stesso, ma anche nella misura in cui interagisce con altri corpi, si muove, è trattato, osservato, tenuto in considerazione, oppure usato, consumato, venduto, goduto da altri. La dignità corporea dipende dunque dal modo in cui il soggetto fisico entra in relazione con il contesto che gli sta attorno, e declina quando quel contesto fa del corpo un oggetto di commercio. Il corpo è quindi, per Michela Marzano, sostanzialmente, un “corpo-soggetto” in opposizione radicale alle concezioni del “corpo-macchina” o del “corpo-materia”. Oggi gli animali sono “corpi-oggetto”; anche il loro, di corpo, ha perso la propria connessione vitale, organica, con il diritto all’esistenza. L’animale è gadget, pupazzo addomesticato, plus valore, materia prima. Il suo stesso corpo produce divertimento, intrattenimento o quattrino perché il corpo è materia.

C’è un cortocircuito, è evidente, tra questa assunzione di realtà (tigri, giaguari, pangolini non saranno eterni, così come non lo saranno il legno di rosa e il tek) e la persistenza di forme di utilizzo orientate ad una sorta di banchetto sontuoso, che soprattutto non teme il domani. È il celebre esempio dei batteri che saturano un barattolo sigillato, replicandosi a dismisura, un esempio riproposto da Alan Wiseman per provare a rendere visivamente la questione demografica del Pianeta: quando raggiungeranno la soglia del non ritorno? La bottiglia, finora, ci è parsa illimitata. Infatti, non stiamo semplicemente usando le risorse naturali del Pianeta, è questo che il traffico di animali ci racconta, ne stiamo godendo: “Il concetto di godimento ci introduce in una antropologia – dice Massimo Recalcati – che contempla l’eccesso come dimensione ontologica della pulsione” ossia una “accumulazione addittiva e sregolata del godimento in eccesso” decisamente oltre “la riduzione pragmatica del principio dell’Utile”. Se da un lato la struttura economica contemporanea mostra un carattere proteiforme sbalorditivo, che è in grado di fare profitto ovunque vi sia “materia da lavoro”, come aveva intuito Heidegger, dall’altra la condizione attuale della civiltà sembra non riuscire a uscire a mettere a fuoco i limiti evidenti dell’atmosfera e della biosfera. Ma questa stessa miopia non ha più nulla a che spartire con una generica mancanza di “educazione ambientale” o di “consapevolezza politica”; è un passaggio obbligato, invece, nel dispiegamento di un programma antropologico di antica derivazione.

Gli uccelli tropicali di Jakarta, gettati via appena morti come scarti biologici; 7000 “tiger farms” in Cina, Laos, Vietnam dove le tigri sono allevate per essere fatte a pezzi e rivendute; i leopardi bastonati a morte nei villaggi indiani, per la sola colpa di non avere più un habitat; la pesca illegale del merluzzo australe (il Chilean Sea Bass, o toothfish, un predatore della famiglia del merluzzo) in Patagonia, sono esempi di una sorta di “orgia dissipativa”, come la definiva Georges Bataille, una vera e propria figura di civiltà in cui siamo dentro tutti, che fa economia sulla   esagerazione. Dice a questo proposito Recalcati: “Quest’altra economia si fonda piuttosto sull’eccesso, sulla distruzione, sulla dilapidazione improduttiva, sul bisogno, come scrive Bataille stesso, di una perdita smisurata, di un ‘sinistro annullamento”. Non c’è nessuna utilità nel far fuori le risorse naturali che non garantiranno più la nostra sopravvivenza domani. Ma la cifra del presente sembra essere proprio questa produzione improduttiva, dove “l’accento viene posto sulla perdita che deve essere la più grande possibile affinché l’attività acquisti il suo senso” . E allora si capisce benissimo che più la perdita è alta, più, in altre parole l’animale è o diventa raro, più vale la pena trovarlo e usarlo. Ma le conseguenze ancora buie e silenziose di questo programma sono un caos per ora appena percettibile sull’orizzonte psichico del nostro essere Homo sapiens.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...