Profughi wild

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Nel 2016 la Ngo @RaptorIndonesia ha pubblicato su twitter le foto dei rapaci finiti nei mercati di animali selvatici di Jakarta: gufi arruffati, con gli occhi spalancati, svuotati dal terrore, disorientati. Ancora vivi, eppure in qualche modo già morti. Profughi sotto sequestro. Gli animali che vengono assorbiti nei circuiti di profitto del traffico di specie rare assomigliano molto agli esuli umani in fuga che non hanno più un posto da chiamare patria, terrorizzati da una costante sindrome da shock post traumatico. G.W. Sebald, in molte sue pagine, ogni volta che si è imbattuto nella presenza strana, fuori posto, di un animale, è riuscito a percepire questa dislocazione dei non-umani ancora selvatici. I rapaci in gabbia di Jakarta, sconvolti, ammassati nelle gabbie, assomigliano al pesce congelato, decongelato, fritto e poi sventrato con cui Sebald rappresenta l’implosione di una intera comunità divorata dalla crisi economica. Il corpo dell’animale, torturato dai condimenti e dalla cottura più che dalla sua stessa uccisione, giace svuotato di ogni contenuto possibile. L’animale non è quasi più un animale: “Un pesce che per anni doveva essere rimasto sepolto nel congelatore e contro la cui corazza impanata, e a tratti bruciacchiata dalla friggitrice, i rebbi della mia forchetta si storsero. In effetti mi costò una tale fatica penetrare nell’interno di quell’entità la quale, come risultò alla fine, non era fatta d’altro se non del suo duro rivestimento, che al termine dell’operazione il mio piatto offriva uno spettacolo spaventoso. La salsa tartara, che avevo dovuto spremere da una bustina di plastica, aveva assunto un’orribile tinta grigiastra per la mescolanza con il pan grattato color fuliggine, mentre il pesce, o ciò che doveva rappresentarlo, giaceva mezzo distrutto sotto i piselli inglesi verde prato e l’avanzo delle patatine fritte, luccicanti di unto” (G.W.Sebald, Gli anelli di Saturno, Adelphi 2010, pagina 54).

Come per il cambiamento climatico, che sempre più mostra il suo vero volto – un volto sfigurato dalla traiettoria cannibalica dei consumi umani – anche il traffico di animali selvatici parla molto più estesamente di quanto si possa sospettare dei vincoli autodistruttivi che legano la civiltà al suo antico paesaggio interiore.

Il commercio illegale di specie protette è al quarto posto per fatturato delle imprese criminali, dopo il traffico di droga, la contraffazione e il traffico di esseri umani: il giro di dollari americani vale, secondo una stima congiunta dell’UNEP e dell’INTERPOL, 7-23 miliardi all’anno. La caratteristica fondamentale del fenomeno, imprescindibile, in altre parole, per capire il tipo di problema che la comunità internazionale e i singoli Stati fronteggiano, è la estrema plasticità dei “crimini ambientali”, ossia la straordinaria capacità di movimento, organizzazione, pianificazione e duttilità nell’individuare business in potenza (prede, sostanze chimiche tossiche, minerali pregiati) delle reti criminali. Stringendo alleanze strategiche con gruppi terroristi, paramilitari, mafie locali e straniere i trafficanti di specie protette danno corso alla domanda polimorfa del mercato, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, che esprime sempre nuovi “passaggi” a specie non ancora sfruttate o apprezzate per i loro tratti percepiti come “esotici”. La mobilità dei trafficanti è anche geografica, sensibile agli improvvisi giri di vite delle autorità di polizia, ma soprattutto coerente con i vincoli delle giurisdizioni nazionali, e quindi delle singole legislazioni: “I criminali sfruttano la mancanza di un consenso internazionale e la differenza di approccio presi nei diversi Paesi. Ciò che può costituire un crimine in un Paese, non lo è in un altro. Questo, di fatto, rende possibile ai criminali un ‘forum shopping’, e cioè, ad esempio, l’uso di una nazione per compiere il bracconaggio, di una altra per preparare la vendita e infine di un ‘transit country’ per l’esportazione”. La corruzione, poi, è il lubrificante di tutto il sistema.

Il tipo di animali che viene risucchiata in questa spirale è altamente diversificato, ma garantisce sempre introiti spettacolari, e rapidi. Secondo l’UNEP e l’INTERPOL, un solo vascello che caccia illegalmente il toothfish arriva a “fatturare” 200-300 milioni di dollari; è in pieno boom il traffico della tridacnia gigante (Tridacna gigas); nel 2012, in Senegal, è stata confiscato un container con leonesse, zebre e cervidi impagliati; in Togo, nel 2014,  la polizia internazionale ha fermato diversi container contenenti 3815 chili di avorio, 55 di pangolini e 266 di tronchi interi di tek. Dei 35 milioni di animali catturati e commercializzati nel sud est asiatico nei primi anni Duemila almeno 16 milioni erano cavallucci di mare; le salamandre di questa regione (6 distinte specie) finite nei negozi di pets degli Stati Uniti sono state probabilmente oltre 7000 tra il 2005 e il 2014. Probabilmente 220-450 leopardi delle nevi (Panthera uncia) sono uccisi ogni anno dai bracconieri per la pelliccia, e dai pastori. Mangiati e venduti come animali da compagnia, gli scimpanzé sono estinti in Gambia, Burkina Faso, Benin e Togo. Ma il dramma dei primati è in ascesa. Ogni anno 3000 grandi scimmie – i nostri parenti più diretti nel regno animale – sono uccise o catturate per finire i loro giorni in cattività: di queste, il 70% sono oranghi. È sufficientemente chiaro agli addetti ai lavori che il traffico di specie selvatiche ha la sua radice più profonda e scandalosa nella miseria. Quando l’unica opzione disponibile è l’animale che incroci nel bush, o essere arruolato come schiavo in una miniera d’oro illegale del Kivu, in Repubblica Democratica del Congo, finire nella filiera lunghissima e oscura del bracconaggio e dei trafficanti di animali è una condizione dell’esistenza quotidiana. In contesti di povertà estrema, dove la corruzione governativa comprime le comunità umane e i villaggi dentro la gabbia della sussistenza quotidiana, le ragioni della protezione della natura franano. Impietosamente. “Il supporto locale alla conservazione non necessariamente fa seguito a programmi ritagliati sulle comunità – spiega il Rapporto UNEP / INTERPOL – Gli impatti positivi di questi programmi sono spesso inficiati dalla costante scarsità di terra coltivabile, dalla densità abitativa umana, e dalle ineguaglianze tanto quanto dall’aumento delle incursioni degli animali selvatici nei campi e dal passaggio illegale delle mandrie”. Il caso del Serengeti, che non è certo la regione africana più colpita né dalla crisi del bushmeat, è emblematico. Un bracconiere ha un reddito annuo di 425 dollari, un piccolo imprenditore di 118, un agricoltore guadagna 79 dollari e un allevatore di bestiame 61.

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Il commercio è la maggiore minaccia alle splendide specie di uccelli tropicali dell’Indonesia, e in particolare di Sumatra, del Kalimantan, di Giava e di Bali. Le cause che stanno dietro a questo traffico incrociano le convenzioni sociali e le tradizioni culturali del Paese: “Gli aspetti sociali del possesso domestico di uccelli, in particolare a Giava, sono la chiave per capire questo commercio. C’è un detto giavanese, che recita ‘Un uomo è un vero uomo se possiede una casa, una moglie, un cavallo, un pugnale, e un uccello’”. Ci sono poi ragioni che hanno a che fare con l’estetica (la bellezza del piumaggio variopinto), le capacità canore (le gare di canto tra proprietari di uccelli sono popolari nell’arcipelago), le virtù apotropaiche nel tenere lontani gli spiriti malvagi e la cattiva fortuna, i simboli del successo (chi ha una gabbietta con un uccelletto è considerata una persona con un hobby salutare, che sa bilanciare lavoro e svago), e infine le mode importate. I film della saga di Harry Potter hanno innescato una cattura catastrofica di gufi della Sunda (Otus lempiji). Tre giorni di indagini nei principali mercati di Jakarta sono stati sufficienti per la squadra di esperti di TRAFFIC per compilare una stima di 19.036 uccelli per 206 specie. Oltre 4000 appartenevano a 57 specie endemiche della Grande Sunda, della Piccola Sunda, del Sulawesi e di Maluku. In questi posti, dove gli uccelli sono stipati e ammassati spesso in gabbie buie, sporche e troppo strette, con cibo inadeguato, il “ricambio” è molto rapido. La metà dei domino (Lonchura punctulata) muore entro 24 ore dalla cattura.

La situazione dell’Indonesia è molto grave perché ci sono ancora incertezze tassonomiche su molte specie. Le mode corrono rapide pure nei mercati di animali esotici di Jakarta : se un buyer scopre un tratto fenotipico, o una nota musicale nuova, in uccelli già in gabbia, gli affari su quella specifica specie si mettono in moto immediatamente. La condizione di almeno 13 di queste specie si sta deteriorando rapidamente. Della colomba argentina, Columba argentina rimangono solo 50 esemplari; l’aquila di Giava (Nisaetus bartelsi) dal piumaggio rosso ruggine,  che è anche l’animale simbolo dell’Indonesia, un maestoso rapace ha una popolazione di forse 300-500 aquile adulte; il bucero dall’elmo (Rhinoplax vigil), che ha una conformazione cheratinica sopra la testa chiamata “avorio rosso” per i prezzi favolosi a cui viene venduta illegalmente in Cina per sculture e monili;  il cacatua della cresta gialla (Cacatua sulphurea); il lorichetto dal petto scarlatto (Trichoglossus forsteni), individuato e descritto come specie nel 2015; la gazza verde di Giava (Cissa talassina) scoperta nel 2013; il Myna dalle ali nere (Acridotheres melanopterus); il bulbul testapaglia, Pycnonotus zeylanicus, l’occhialino di Giava  dal piumaggio giallo zafferano, Zosterops flavus, la garrula rufifronte, Garrulax rufifrons, la garrula di Sumatra, Garrulax bicolor, e il passero di Giava, Lonchura oryzivora ).

In questi posti, i mammiferi condividono il destino degli uccelli. Questi mercati sono serragli del terzo millennio, campi di sterminio psicologico per animali che sono strappati ai loro habitat e che, ridotti a oggetti viventi da intrattenimento, parleranno, d’ora in poi e per sempre, una lingua che non sarà mai più la loro. L’elenco dei mammiferi ridotti a diventare dei gadget – quasi tutti pressoché sconosciuti al grande pubblico occidentale – è impressionante. Vale la pena di cercare la loro fotografia su Google Pictures, perché sono animali bellissimi che in televisione non ci vanno mai: la tupaia comune (Tupaia glis), il gatto leopardo (Prionailurus bengalensis), il petauro dello zucchero (Petaurus breviceps), le genette ( Paradoxurus hermaphroditus e Arctogalidia trivirgata), il loris (Nycticebus javanicus e Nycticebus coucang), il tasso furetto di Giava (Melogale orientalis), la mangusta (Herpestes brachyurus), lo scoiattolo delle banane (Callosciurus notatus) e la lontra asiatica (Aonyx cinereus). Altri continuano ad aggiungersi, purtroppo, a questa lista: il geco del Tocai ( Gecko gecko), essicato, viene esportato a milioni in Cina, perché si ritiene possa servire a curare l’HIV/AIDS. Anche lo slow Loris – ritenuto altrimenti dotato di poteri magici di tipo apotropaico – può benissimo entrare, essicato intero, nei preparati della medicina tradizionale cinese.

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