Polvere, intemperie e mobili tarlati

“È molto più sconvolgente il fatto che la rovina, l’aggressione implacabile del tempo vengano colte in luoghi minimi e nascosti: là dove si ode il ticchettio dell’oriolo della morte, dove la muffa lentamente si allarga e le tarme rodono i tessuti. La morte penetra nelle stanze borghesi, saggia con le dita il ciarpame delle frange e delle stoffe, stacca dalla parete una fotografia ingiallita per osservarla, si diverte a girare la chiavetta di un carillon di epoca bierdemeier, getta lo sguardo nei salotti impolverati col fare di un cameriere che nel bel mezzo di un’orgia sfrenata prepari con indifferenza il conto.

Nella fine del mondo borghese, alla quale assistiamo da spettatori attivi e passivi, Kubin riconosce i segni della distruzione organica, i cui effetti sono più sottili e più radicali di quelli provocati dagli eventi tecnico-politici in superficie. La sua opera rimarrà pertanto come una di quelle chiavi che, rispetto ai resoconti storici ufficiali, dischiudono spazi più nascosti e più segreti. Essa rappresenta una cronaca le cui fonti sono lo scricchiolio delle impalcature, la crepa nella parete, i fili delle ragnatele. ‘Linee, cerchi, figure :lì dentro c’è tutto. Se solo qualcuno sapesse leggerlo!’, come dice il Woyzeck di Buechner”.

Ernst Juenger, I demoni della polvere, in Foglie e pietre, Adelphi 1997 

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