Spotted lions?

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I grandi cacciatori di inizio Novecento battevano l’Africa con un fiuto selvatico; le grandi savane occidentali e orientali erano per loro teatro di qualcosa che esplodeva davanti agli occhi dei colonizzatori bianchi: l’immensità dello spazio. Alcuni animali furono i protagonisti di una stagione iniqua della storia europea sul continente, una storia di disprezzo e ingiustizia, e però anche di esplorazioni spericolate, acritiche, arroganti, condotte da gente che raccoglieva notizie sugli animali senza le aspettative di un ricercatore, o la tenerezza di un ambientalista. Il leone è forse il più importante. “The roar is one of the most marked characteristics of the lions; and, when heard at night pealing through the forest, is inexpressibly grand – almost, if not quite, the most sublime sound in nature. When several lions are roaring in concert, near the listener, the volume of sound is tremendous, the air vibrating and the ground trembling. Heard amidst the uproar of a tropical night’s storm, when the litghting’s flash rends the sky in twain, leaving pitchy balckness behind, it is truly awe-inspiring”, scrisse F.Vaughan Kirby nel 1899 parlando del leone del Capo di Buona Speranza. Lo reincontreremo più avanti.

Sono pagine come queste che fecero nascere il “mito” del leone per gli Europei, un archetipo che non è ancora svanito e che sostiene l’illusione che i leoni siano ancora abbastanza numerosi da far vibrare le savane nelle notti di tempesta. Non è purtroppo così: la specie sta collassando ad una velocità difficilmente percepibile (il turismo in Tanzania, Kenya, Namibia, Botswana e Sudafrica è potentemente incentrato sulla presenza dei predatori): -43% in termini numerici negli ultimi venti anni, secondo il network Panthera, e soprattutto una perdita di habitat originario del 75%. Oggi, il detto romano “hic sunt leones” non è più un toponimo istintivo, ma un ricordo sfumato. Ma, fino a che punto sfumato? Dai tempi dei circhi imperiali del primo secolo dopo Cristo, sin dentro il regno della regina Vittoria nel Novecento, ad essere cambiato per sempre è solo il numero dei leoni africani o c’è qualche cosa in più?

Il film del 1996 The Ghost and the Darkness racconta la storia di due leoni maschi che attaccarono per mesi gli operai impegnati nella costruzione della Uganda Railway sul fiume Tsavo, in Kenya. Gli animali – stupendi – scelti dalla produzione avevano il tratto generalmente più apprezzato dai non esperti in un grosso maschio, e cioè la criniera: foltissima e marrone intenso. Un errore madornale, perché i maschi, in habitat molto caldi, possono avere criniere ridotte al minimo (erano così quelli del Cameroon e del Senegal rimasti ormai solo una leggenda orale). Ma la criniera è un indicatore fondamentale per numerosi aspetti fisiologici, ambientali e comportamentali della specie, come ha documentato Craig Packer in un quasi ventennale studio tra Serengeti e NgoroNgoro, in Tanzania (Science, VOL 297, 23 August 2002). Ai giorni nostri, nel Kgalagadi, tra Sudafrica e Botswana, le guide turistiche parlano di “leoni dalla criniera nera”, di cui Google riporta ottime fotografie. Il Kgalagadi fa parte di un enorme scacchiere geografico, che si estende su Sudafrica nord occidentale, Botswana e Zimbabwe occidentale ( lo Okavango-Hwange Ecosystem) che rappresenta il secondo bacino numericamente e geneticamente più consistente rimasto alla specie. Che tipo di variabilità fenotipica rimane in questo habitat ancora abbastanza integro da essere ormai insostituibile per il futuro delle grandi faune africane sotto l’equatore? Questa storia comincia proprio dai leoni criniera nera del Kgalagadi. Sono da soli? O i grandi reportage, in genere, sono focalizzati sui parchi nazionali più famosi dove i leoni presentano un colore più dorato, con criniere color cioccolato?

Craig Packer puntualizza che “gli effetti dell’ambiente sui tratti morfologici possono essere sostanziali, addirittura più decisivi degli effetti genetici e dei vantaggi riproduttivi”. La criniera, in particolare, è un tratto altamente plastico nel leone africano, molto sensibile alle temperature. Soprattutto, continua Packer “subspecies differences in mane characteristics may have a genetic component, but individual males can grow longer manes when moved to cooler habitats”. La criniera nera non è una eccezione: dipende dal livello di testosterone (più è scura, più alta è la quantità di ormone in circolo) e dall’età, ma in un adulto può addirittura variare mensilmente da un mese all’altro. E però non è un tratto ereditario (“we could find no measurable signs of inheritability”). L’importanza delle condizioni ambientali sul fenotipo fa sì che le criniere siano più scure negli habitat più freddi, aspetto che è stato ben documentato nel Serengeti e nel cratere di NgoroNgoro, hot spots contigui in cui però le differenze sono chiaramente osservabili: “The floor of the Crater is surrounded by cool highlands; the Serengeti woodlands are adjacent to the hot, humid Lake Victoria basin”, infatti “NgoroNgoro males have the darkest manes as adults, whereas those born in Serengeti woodlands have the shortest manes”. Per tutti i leoni, conclude Packer, vale che “mane are darker during the cooler months of the year, and males that reach adult size during hotter-than-average years mantained significantly shorter manes throughout their lives”.

 

Noi abbiamo perso gli habitat freddi del leone, che coincidevano sostanzialmente con il Nord Africa, e con la catena montuosa dell’Atlante. Nell’Ottocento, in queste regioni, il leone veniva chiamato il sultano dell’Atlante e anche il monarca dell’Africa. Un raccolta di memorie del 1856 – Gerard, the lion killer (New York, Derby and Jackson 1856, translated by Charles H. Whitehead)  – racconta cosa vide sulle colline di Zerazer e nella valle di Mahouna, attuale Algeria, il cacciatore francese Jules Gérard, che vi trascorse un decennio. La gente del posto, suffragata da testimonianze orali di europei, usava parlare di 3 tipi di leoni: uno nero, uno rossiccio o fulvo e un terzo grigio. Gli Arabi avevano 3 nomi diversi per questi felini (rispettivamente, el aldrea, el asfar, el zarzouri). Le differenze nel manto corrispondevano ad altrettante varianti comportamentali: il leone nero era quello più temuto, perché aveva una testa più possente, e anche le spalle e le zampe erano più robuste. La criniera era ugualmente nera, folta e molto lunga, tanto da scendere fino a terra. Secondo Gérard, questo leone non si spostava – come gli altri – ma rimaneva fino a tre decenni nello stesso posto, un lasso di tempo decisamente fantasioso visto che la vita media di un leone è attorno ai dieci anni. E’ molto probabile che i leoni su cui si intrecciavano immaginazione e mito fossero grossi maschi altamente competitivi come quelli descritti da Packer nel Serengeti. Il naturalista e biogeografo R.Lyddeker (membro della Zoological Society e curatore di paleontologia al Natural History Museum di Londra), nel suo ricchissimo compendio sui big games, le prede più ambite di ogni cacciatore britannico, siamo nel 1908, riassume e uniforma le altre fonti disponibili identificando il leone dalla criniera bruno scuro, foltissima, nel Felis leo barbara, e cioè il leone della terra dei Berberi, il Maghreb appunto. Non si trattava solo di voci, ma di conoscenze condivise. Anche Owen Lechter (Big hunting in North Western Rhodesia, London, John Long limited 1911), che partì dall’Inghilterra per la Rhodesia con il sogno (poi frustrato) di abbattere un maschio adulto, sapeva che, se avesse incontrato un leone nel bush, il felino non avrebbe avuto “such fine black manes as the North African lions”. Infatti, Owen era ben consapevole che “lions grow much finer manes in cold than in hot climates, and this may account for the absence of really  good manes in the majority of the Northeastern Rhodesian animals”.

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Questi esemplari dovevano nondimeno essere abbastanza frequenti da lasciar supporre che appartenessero ad una specie separata, e, d’altro canto, abbastanza maestosi da colpire i cacciatori occidentali che si scambiavano descrizioni omogenee, tanto quanto quelle odierne composte dalle foto dei turisti nelle savane orientali. Per gli inglesi e i francesi di inizio Novecento, il leone algerino era nero.

Quanto alla criniera nera, però, è pur vero che compariva un po’ dappertutto in Africa, forse più frequentemente di oggi. La sua presenza è registrata dai taccuini dei cacciatori anche in Rhodesia (rara, ma possibile), in Africa centrale e nella Colonia del Capo, dove era “enormously long, thick and black” (Lyddeker). Anche il leone del Capo si riteneva fosse una specie a parte (tra Ottocento e Novecento la classificazione tassonomica tendeva a privilegiare le differenze di fenotipo arrivando a classificare tutti i leoni africani in specie separate su base regionale), il Felis leo capensis, cacciato fino all’estinzione alle soglie del XX secolo. L’estirpazione del leone dal Capo è una storia cruenta, che ci dice come, sempre e ovunque, le premesse della conservazione siano state scritte nel passato, e che nessuna politica ambientale attuale è una carta intonsa e limpida. L’esperienza che gli esseri umani hanno consumato con gli animali è inesorabilmente storica. Scrive Lyddeker con una nota di amarezza: “The steady march of civilisation in South Africa has considerably limited the range of the lion; and as the vast herds of game upon which it depend for food have been swept away, it has been forced to retire into remoter regions. From much of the South Africa of Gordon Cumming it has vanished completely; while many parts of Mashona-Matabililand and the Transvaal will never again resound with its mighty voice. A few lions linger in Zuzuland, Swaziland, Amatongaland and the Libombo range; and they are still numerous in the wilder parts of Rhodesia, Ngamiland (NB, attuale Botswana, Okavango Delta, Moremi Game Reserve), Khamaland, along the Limpopo river, and in the Matamiri bush”. Ancora oggi, in alcune delle regioni elencate qui, la rimozione delle prede naturali del leone è un fattore di stress sempre più grave per la specie. Il bushmeat è il silent killer del leone africano secondo il network Panthera, e un recente studio fondato su una raccolta dati approfondita è appena uscito su Biological Conservation proprio sul delta dell’Okavango ( Illegal bushmeat hunters compete with predators and threaten wild herbivore populations in a global tourism hotspot, Biological Conservation 210 (2017) 233-242). Ciò che rimane della  “leggenda” dei leoni criniera nera è, forse, oggi, ristretta al Kgalagadi in avvistamenti abbastanza numerosi da diffondere sul web, e nei circuiti degli eco-safari, la voce della loro presenza (tswalu.com ad esempio). Certo, per ora mancano studi genetici in grado di dire di più su un tratto – la criniera nera – che è comunque inscritta nel fenotipo della specie.

Il capitolo sul leone di Ronald Nowak, un “classico” sui mammiferi, (Mammals of the World, The John Hopkins Press 1999) è basato sulla straordinaria mole di osservazioni raccolte nel Serengeti da George Schaller negli anni Settanta del secolo scorso. Trenta anni fa le variazioni di colore nel manto erano ancora evidenti: “The coloration varies widely, from light buff and silvery gray to yellowish red and dark ochraceous brown. The male’s mane is usually yellow, brown or reddish brown in yiunger animals, but tends to darken with age and may be entirley black”. Quel che sappiamo, grazie anche alla serie di dati analizzati da Craig Packer, è che il binomio temperatura/colore criniera ha un potenziale  notevolissimo nel determinare l’aspetto di un leone, e che il cambiamento climatico nei prossimi decenni ne testerà tutto il peso. In altre parole, in un futuro ormai imminente, anche questa condizione (oltre alla frantumazione degli habitat, al bracconaggio, al bushmeat) modificherà i leoni africani. Lo studio di Packer porta ad una conclusione che chiama in causa i cambiamenti ambientali che i sistemi a savana subiranno nei prossimi decenni: “Altough we could find no heritability in darkness, mate choice for dark manes might confer indirect genetic benefits as well as direct fitness effects. Heat appears to be the dominant ecological factor shaping the lion’s mane (…) Long term climate forecasts predict an increase of 1.3 °C to 4.6 °C in the region by the year 2080; thus manes are likely to become shorter and lighter in these populations”. Lungo una sequenza consequenziale sottilissima, eppure inderogabile, il petrolio e il carbone riusciranno infine a influire anche sull’aspetto del più grande felino africano.

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Nel manuale ufficiale della IUCN sui carnivori del Pianeta ( Handbook of the mammals of the world, 1.Carnivores, Lynx Edicion 2009, In Association with IUCN) si legge: “The coat patterns of juvenile lions chealrly show that this species also has rosettes (…) The basic function of coat pattern is clearly that of camouflage, and the differences between species can in most cases be explained in terms of habitat differences”. Chiunque abbia avuto l’opportunità di vedere da vicino un leone in un parco nazionale africano sa di cosa si sta parlando: evanescenti, le macchie dei giovani sub-adulti rimandano all’antenato comune  di tutti i felini,e allo schema primitivo del manto, che era maculato. Leopardi, ocelotti e giaguari portano ancora il testimone di questo paleo-capitolo dei loro legami genetici. Ma qui c’è anche dell’altro, perché gli autori si riferiscono a delle differenze ambientali che modellano il “camouflage” dei leoni. I cacciatori e gli esploratori del secolo scorso – le stesse fonti che ci hanno accompagnato nella scoperta dei leoni criniera nera del Nord Africa e del Serengeti – riferiscono notizie sbalorditive.

Nel 1914, Rowland Ward (Records of Big Games”, London, Rowland Ward Limited 1914, The Jungle, 167 Piccadilly) nota che “The East African lions (Felis masaica) is distinguished by the persistence in the adult, especially the female, of the chocolate spots of the cubs”. Anche Lyddeker riporta le stesse notizie, sottolineando che è soprattutto la femmina che ha la parte interna delle zampe posteriori “with large chocolate spots; and the lion is also spotted in much the same manner”. L’Africa orientale sotto dominio tedesco in quel periodo corrispondeva al Burundi, al Rwanda e alla Tanzania. Forse qualcosa di simile era stato scritto sui diari di viaggio anche in Abissinia e Somalia, se Lyddeker si può permettere di aggiungere che i leoni di queste regioni sono grigio-giallognoli, hanno grandi orecchie e una lunga coda e “often more or less spotted”.

Craig Packer, rispondendo via mail a questo interrogativo, se fosse davvero possibile che esistessero leoni maculati in Africa, non ritiene che queste notizie facciano riferimento ad un tipo di leone drammaticamente diverso da quelli che vivono oggi nei medesimi habitat: “Young lions have spots and these spots usually remain visible until they are about 2 years of age – but a few older animals retain their spots, especially on their flanks”. Philippe Bouché, un esperto di genetica della specie che fa ricerca nella W-Arli-Penjabi, l’area protetta transfrontaliera tra Burkina Faso e Niger in cui persiste l’ultima popolazione di leoni occidentali, conferma che “adult West African Lions, like any other lion don’t have spots. Maybe the author confound it with a leopard or a young lion”. Bouché aggiunge che il DNA ha rivelato che i leoni occidentali sono più strettamente imparentati con i leoni asiatici (di cui rimangono circa 600 in India) che con quelli dell’Africa sud-orientale. La mappa si infittisce, e perde forse chiarezza. I frammenti e le tracce del secolo scorso rendono opaca la realtà odierna, perché lasciano intuire un passato in qualche modo più variegato e ricco del nostro presente. Oggi il leone è minacciato, assediato, le sue popolazioni frammentate (Fences divide lion conservationists, by Traci Watson, 322 NATURE, vol 503, 21 November 2013). Ma la formula IUCN “a rischio di estinzione” (che non è ancora ufficiale per il leone) disseminata sui media di tutto il mondo non riesce più a descrivere la storia di una specie fino a 100 anni fa strepitosamente diversificata e capace di adattamenti ambientali eclettici che sono oggi un pallido ricordo. La chiude, la mette invece sotto chiave, nei confini pur indispensabili della tassonomia, che non possono però possedere più il sapore acre e aromatico delle colline blu di Muchiga, in Zimbabwe. Per quanto imprecise, frettolose o talvolta scorrette le note di un taccuino o di un vecchio diario – come una opera di letteratura di valore mediocre unica sopravvissuta al rogo di una immensa biblioteca antica – sono fotogrammi che danno la misura del tempo concesso ad una specie.

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(le foto di archivio sono state scattate al Museo di Storia Naturale di Milano)

 

 

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