Humanity hotspot: Footprint di Valentina Canavesio

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(Foto: Benilde Terribile)

Quando si parla di popolazione umana, inevitabilmente, si mette sul tavolo una parola (popolazione) che svela in che modo, e con quali conseguenze, la disponibilità di energia fossile abbia cambiato la specie umana negli ultimi due secoli. Tecnologia, agricoltura moderna, farmacologia e chimica ci hanno consentito di imporre al Pianeta una demografia invasiva che rimette in discussione la nostra intera dimensione riproduttiva di specie. Un senso di colpa che finisce per diventare imbarazzante cortocircuito cognitivo, un disagio amaro per ciò che, in fondo, noi tutti siamo, questo è Footprint, il documentario della filmmaker Valentina Canavesio presentato di recente anche in Italia (al Festival Cinemambiente di Torino), un lavoro schietto che affronta la questione della demografia umana (siamo 7 miliardi e potremmo crescere di altri 2 entro il secolo) scavando nella identità femminile di oggi, in Messico, Pakistan, Kenya, Filippine. Il documentario racconta la storia della questione demografica, dagli ’60 (quando a Stanford gli studenti entusiasti delle ricerche di Paul Ehrlich fondavano lo ZPG MOVEMENT) fino alle infatuazioni cattoliche delle moderne Filippine dove l’attivista Carlos Celdran rischia il carcere per aver invocato l’urgenza dell’uso del preservativo. Il maggior pregio del documentario sta nel mostrare fuori da ogni retorica che la sovrappopolazione del Pianeta ci è già sfuggita di mano e che questa condizione demografica ha delle serissime implicazioni antropologiche. Implicazioni che riguardano le condizioni materiali, emotive e psicologiche in cui milioni di persone sono costrette a vivere nelle baraccopoli e nelle periferie suburbane del Pianeta.

 

“Ho cominciato guardando in faccia il tabù della popolazione, che esiste anche tra le organizzazioni ambientaliste, che non ne parlano. Quando affronti questo argomento, è come se stessi toccando le persone in qualcosa di molto personale; aggiungici che, spesso, anche il razzismo entra in discussione”, mi dice Valentina da New York. “La sfida di fare un film come questo è che, come regista, ero costretta a parlare di una situazione che è già adesso oltre il suo punto di rottura, che è già adesso molto critica. E naturalmente riguarda anche così da vicino le ingiustizie sociali, l’accesso alle risorse naturali sulla base della ricchezza sociale”. Il documentario mette infatti in lugubre sinfonia le due impronte ecologiche della nostra epoca, la “carbon obesity” tipica delle nazioni occidentali, e la “carbon starvation” dei paesi più poveri depredati dall’ordine economico mondiale: “Mi sono resa conto che anche parlare del consumismo è un grande tabù. Viviamo in una società obesa, dove comprare roba è ormai una abitudine, e dove l’imperativo del successo personale è predominante: avere sempre di più. In Occidente, è un enorme tabù dire alle persone, non dovresti avere una macchina grande, una grande casa e una potente lavastoviglie”. E infatti, nell’episodio girato a Mexico City una madre di famiglia che può comunque permettersi di comprare da una compagnia cittadina acqua potabile preziosamente custodita in grossi bidoni di plastica (i rubinetti della capitale spesso rimangono a secco) dice, con una sorta di timidezza, che sì, è importante poter lavare i piatti dopo il pranzo. Ma intanto in Europa, come fa notare il ricercatore svedese Hans Rosling in un dei passaggi più rivelatori del documentario, non si sogna più quello che si sognava una volta e questo ha, appunto, una carbon footprint: negli anni ’60 bastava una automobile, oggi tutti vogliono volare low cost.

 

Il capitolo più suggestivo del lavoro di Valentina Canavesio è però quello girato nella baraccopoli di Kibera, in Kenya. “È un posto fuori da ogni logica, folle. Eppure, qui ho visto persone così creative. Orgogliose, gente che non mostra semplicemente di essere, è evidente, povera. La madre che prepara i suoi bambini per mandarli a scuola, trovando qualcosa di positivo nella vita di ogni giorno. Ho trovato dignità a Kibera”. Dignità è la parola-guida di un viaggio di racconti semplici, ruvidi, carnali. Una donna sui 35 anni racconta di essere arrivata a Kibera per scelta: il marito era rimasto gravemente ferito in un incidente d’auto e dopo due settimane di ospedale era morto. In quanto donna, la legge le impediva di ereditare i beni del coniuge. Rimasta sola con i 4 figli è giunta qui “to consolate my spirit”, perché il contatto con le altre persone è sempre presente a Kibera, un concentrato di umanità dove si sta anche in 18 in una stanza, un ammasso di baracche che proteggono gli sforzi e la dolcezza di madri che, all’alba, si preoccupano prima di tutto che i figli abbiano i calzini a posto e possano andare a scuola. Perché la scuola può salvare la vita. In Kenya nel 1950 c’erano 6 milioni di persone che oggi sono 46. Le conseguenze di questa densità demografica vanno oltre l’ecologia, e si manifestano, ancora una volta, sulla pelle delle donne giovani. Quando hai 14 anni la sessualità è contagiosa, onnipresente, in un contesto sociale di giovanissimi. La contraccezione poco diffusa, costosa. La voglia di vivere, tantissima. Una ragazza dice a Valentina: “Io non voglio essere ignorante”, riferendosi alla necessità stringente di non avere una gravidanza indesiderata. E’ lei a fornire allo spettatore la prospettiva morale del problema demografico: ci siamo girati dall’altra parte per decenni, facendo finta che la vita fosse sempre comunque vita – come fece il Vaticano con Giovanni Paolo II nel 1994, alla UN Population Conference del Cairo, minacciando di togliere il sostengo economico della Chiesa agli ambulatori e ai presidi medici dell’Africa sub-sahariana se fosse passato l’obbligo di distribuire anticoncezionali – ma la realtà è che una demografia umana inarrestabile non uccide soltanto gli ecosistemi, uccide anche il diritto ad una esistenza decente.

 

Nel documentario della Canavesio è evidente che la pretesa cattolica che sul Pianeta ci sia posto per tutti si è rivelata storicamente falsa. L’estrema concentrazione di esseri umani rende un inferno la vita sulla Terra perché brucia le risorse naturali e perché altera l’assetto psicologico delle persone. Come ogni altra specie, anche noi abbiamo bisogno di un “home range”, uno spazio adeguato a sostenere lo sguardo sull’orizzonte: una baraccopoli riduce questo sguardo sino a fare della coesistenza gomito a gomito una devastante costrizione, una intimità sudata e disperata, da cui bisogna scappare. L’11 luglio scorso è stata una giornata epica per la questione: Londra ospitava la conferenza mondiale dell’alleanza FamilyPlanning2020 ((UK Government, UNFPA – United Nation Population Fund e la Bill & Melinda Gates Foundation), ma usciva anche in anteprima sulla stampa inglese un paper pubblicato sulla PNAS firmato da Paul Erlich, Rodolfo Dirzo e Gerardo Ceballos sul collasso delle faune del Pianeta: “While the biosphere is undergoing mass species extinction, it is also being ravaged by a much more serious and rapid wave of population declines and extinctions. In combination, these assaults are causing a vast reduction of the fauna and flora of the Planet. The resulting biological annihilation obviously will also have serious ecological, economic, and social consequences. Humanity will eventually pay a very high price for the decimation of the only assemblages of life that we know in the universe”, avvertono gli autori. Non esistono dubbi sulle cause di questa catastrofe davanti a cui da decenni si fa spallucce per non offendere nessuno: l’esplosione della demografia umana e l’iper-consumismo dei Paesi più ricchi. Paul Erlich lo ha scritto con franchezza su The Guardian: “Show me a scientist who claims there is no population problem and I’ll show an idiot (…) One should not to bee a scientist to know that human population growth and the accompaning increase in human consumption are the root cause of the sixth mass extinction we’re currently seeing. All you need to know is that every living being is evolved to have a set of habitats requirements”. Mentre succede tutto questo, “214 million women in the developing countries who want family planning still lack access to modern contrapception”, spiega Natalia Kanem Acting Executive Director dello UNFPA.

Uno degli obiettivi del documentario era mostrare che la teologia islamica è molto più aperta di quella cattolica a discutere la pianificazione familiare: in Pakistan (37 milioni di persone nel 1950, 192 nel 2015), un Iman dice davanti alla cinepresa “L’islam è per la qualità, non per la quantità”. Da qui, forse, si può provare a discutere del problema demografico di Homo sapiens.

 

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The poetics of fragments in Andréas Lang : Nigerian Spurensuche at Landing Pages 

Some photographers have the power to far outstrip the borders they initially admit. Andréas  Lang is one of them. Who last winter saw in Berlin his Kamerun und Kongo – eine Spurensuche und Phantom Geographie at Museum of German history (an insight into German colonialism in Congo, Cameroon and CAR) probably will be no surprised by the photo he proposes for Landing Pages. A piece of the yet destroyed Illjo Bar, a Brazilian- styled historic building located near Tinubu Square in Lagos Island, Nigeria ; the remained pieces of it still keep “the blue and green painting from the former interior decoration” Lang explains, “the stones almost look like fragments with forest, lakes and rivers …and one of them (this one) had the likely shape with the borders of Nigeria”.


The fact is that this piece of the Nigerian past represents at best the poetics of fragments Lang is used to put in his African portraits. The green fragment unveils the hottest issue of our age – the Anthropocene and its grim side effect, the ecological crisis – that is legacy/inheritance pattern. The question the fragment arises is : what must we conserve of the past and why should we do it ? It’s a worldwide question, a global question. It seems that especially Europe struggles to provide an answer ; it is due to the simple evidence that European countries are rooted in inheritance as a matrix of meaning. But the conflict between past and present –    Andréas Lang reveals – is more acute in post colonial Africa where capitalism is rampant (despite of the emerging market for renewable energies ) and progress is at risk to be only an imported idea.

Somewhere where power beats, someone decided to destroy such an important building (Ilojo Bar recalls a terrible page of the history book, but, just the same, protected part of the identity of the Yoruba people) and from outside it is pointless. But considering the surrounding glass buildings all around, well, the observer can recognize a sort of fracture. This is the rift in the expected continuity between past and present, awareness and modernity, identity and consume. Fragments are not only fragments : they testify for the collapse of the past merging into the anonymous use of resources, human beings and time we call progress. The key to understand this Stimmung is the small, green piece of wall. What is really this fragment ? A specimen ? A fossil ? A testimony ?


These days ( Anthropocene ) the difference between fossils and living objects is totally collapsed. Many reasons are possible, but the main one is the extinct sense of time and space. The Brit philosopher Timothy Morton ( famous for his book Dark Ecology ) talks about hyperobjects to describe the ecological realities we are engaged in (climate change, for instance, and extinction as well). But it is not enough. Fragments are the very periphery of our time: and fragments, well, are fossils, relics, specimens, all the stuff survive the brutal cleanining led by economic power. But  Andréas Lang reached something deeper by saying these fragments look like maps with green forests and blue lake. Fossils (and devastated fragments of the past, too) are a strong metaphor for wilderness, reduced to patches of the ancient greatness. The increasing dismiss of the past affects the increasing abandonment of Nature. We forget the past because we forget Nature.

Yet, the green fragment contains also a deep sense of history, a sort of Sensucht. Michel Foucault assumed that to be historic are not only the objects but also the mindset (Weltanschauung) they drive. Contemporary fragments tell us our own history and the relevancy we are willing to give to landscape and time.

Credits for photos: Lagos – a story of dissapearance” © Andréas Lang, Lagos/Nigeria 2017

LANDING PAGES Andere Wege der photographischen Narration

 

Sylvia_Henrich,_Ruf der Su¦êdsee (copy & paste)_,from ÔÇ×Samoa SuiteÔÇ£,2006,Piezo Pigment Print,variable dimension

(Photo: Sylvia Henrich)

LANDING PAGES
Andere Wege der photographischen Narration

Flatform, Claudio Gobbi, Sylvia Henrich, Andréas Lang, Søren Lose, Marco Poloni and Noah Stolz, Norbert Wiesneth
curated by Eleonora Farina, Claudio Gobbi and Norbert Wiesneth

The group exhibition “LANDING PAGES – Andere Wege der photographischen Narration” presents international artists with new conceptual approaches to place and narrative. Most artists shown here start from biographical threads in their search for materials and traces that extend beyond the very experience of place: archive images, texts, films, interviews and objects that generate narrative strands which condense into complex, multi-perspectival assemblages. These, in turn, become individual world images (Individuelle Weltbilder).
“LANDING PAGES” is an ongoing exhibition format that seeks to highlight current approaches to photography. Through seven artistic positions, the exhibition presents the practice of a generation of artists who use the photographic medium to reflect on reality by reformulating narrative, scaling down the subjective gaze of the author as well as questioning the vision and the concept of seriality. These artists, born in the 60s and 70s, distance themselves from the mere depiction of the facts in order to build more complex scenarios. Together with the photographic camera they use a variety of media and sources, such as film and video recordings, texts and found images. In a similar way to screenwriters, they generate processes and construct fictions. These narratives are key moments of their artistic research based on news reports or historical and geographical data, that are interpreted obliquely. In a historical moment in which social responsibility is necessary but actually also inspirational, the artist is faced with the challenge of reframing contemporaneity from a geo-political and socio-anthropological perspective.

Claudio_Gobbi,_Ural Studies #1_,2011,Archival Pigment Print,95x64cm,edition 5+2AP,Courtesy_Studio Guenzani,Milan

(Photo: Claudio Gobbi)

The exhibition “LANDING PAGES – Andere Wege der photographischen Narration” is a collaboration between the association Peninsula e.V. (curators Eleonora Farina and Claudio Gobbi) and Projektraum | PhotoWerk Berlin (curator Norbert Wiesneth) and is hosted by the Kommunale Galerie Berlin: Hohenzollerndamm 176, 10713 Berlin.

July 14th – August 27th 2017
Opening: July 13th 2017 | 7 pm

S+©ren_Lose,_Ruin Solitude_ from _Pictures from Paradies_,2010,ink-jet print on Hahnemu¦êhle Baryta paper,64x75cm,edition 3+2AP,Courtesy_+ÿregaard Museum, Hellerup

(Photo: Soren Lose)