I leoni di Richard Lyddeker

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È il 1758 quando Linneo trova un posto per il leone nelle scienze naturali, e nella storia umana, coniando il nome di Panthera leo. Ma con buona pace del padre onorario della tassonomia, gli impavidi cacciatori, e i ruvidi esploratori britannici, del secolo successivo, aggiunsero a quel nome il peso delle osservazioni dirette nelle savane orientali bruciate dalla stagione secca, tornando a riferire in patria, nelle sale ombrose dei musei di storia naturale, notizie più variegate su un predatore magnifico, di cui abbiamo scritto il destino in modo impietoso.

Fino a tutti gli anni ’70 del secolo scorso c’erano 24 differenti nomi per Panthera leo. Gli studi genetici sul DNA mitocondriale hanno ridimensionato l’ansia descrittiva di quel periodo, lungo, della storia naturale. Oggi, infatti, si ritiene che solo il leone berbero (estinto) e il leone asiatico (glorificato dai fregi degli Hittiti oggi al British Museum di Londra eppure ridotto a 500 esemplari nel Gir, in India) siano delle sottospecie. In questo palinsesto geografico e genetico vastissimo, la storia dei leoni della provincia britannica del Capo, in Sudafrica, è particolarmente articolata e si incrocia, ancora una volta, con la suggestione impressa nelle menti e nei cuori degli esploratori dai grossi maschi dalla criniera nera. La criniera nera assomiglia a un indizio cruciale in una indagine investigativa. Spunta sempre sulle pagine ispessite e ingiallite dei tomi ottocenteschi in cui è scritta, per sempre, la storia di Panthera leo.

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Per dipanare i fili ingarbugliati di ciò che era ancora possibile vedere in Africa agli inizi del Novecento, bisogna partire dal nome. Il cosiddetto leone del Capo (Felis capensis) venne identificato nel 1830; ma nel 1842 H.Smith parlava di Felis leo melanochaitus o melanochoetus, e ne precisava di nuovo il range nella provincia del Capo di Buona Speranza (Fonte: Southern African Mammals 1758-1951, British Museum Natural History London). Nel 2006, un paper pubblicato su Conservation Genetics (Lost populations and preserving genetic diversity) fissa il nome in Panthera leo melanochaita definizione che circolava comunque nell’Ottocento. Da un punto di vista strettamente genetico, il leone del Capo non è separato dagli altri 20mila leoni africani esistenti. Molti di coloro che avvistavano il leone in quelle province vedevano maschi imponenti con la criniera folta e nera e pensarono che il leone del Capo dovesse essere un leone specifico del Capo con la criniera scurissima. Il capensis era anche melanochaitus.

 

Questa popolazione di leoni viveva nelle pianure interne del Sudafrica e ad occidente del Great Eastern Escarpement (che separa, in longitudine, i distretti occidentali, lungo la linea Capo-Kruger, dalle regioni centro orientali del Paese). Probabilmente questi leoni vennero sterminati tutti entro il 1850. Ma il colonialismo bianco aveva lasciato la sua impronta infame anche sulle faune del Capo, i cui leoni finivano in gabbia per allietare la buona società europea. L’Olanda possedette il Capo fino al 1814 quando gli Inglesi ne ottennero la sovranità definitiva, e la corona importava leoni per i serragli (menagerie) del re o dei dignitari di corte; nello zoo privato dello Stadtholder, Principe William V, ce ne erano diversi, tanto che il noto zoologo Peter Pallas che visitò l’Aja nel periodo 1763-67 poté descriverli a fondo. È molto probabile che anche i leoni dipinti da Rembrandt fossero leoni del Capo, osservati da dietro le sbarre nell’Olanda coloniale. I loro parenti del Maghreb, i leoni berberi, avevano subito una sorte simile, pure loro catturati per morire in uno zoo, e presto portati all’estinzione dalla caccia e dagli svaghi alla moda nelle città fredde e inospitali del Nord. Fu così che dopo circa un secolo (1700-1850) si cominciò a cercare leoni negli habitat più umidi dell’Africa Occidentale, e dell’India. Per tutte queste ragioni, non è escluso che oggi esemplari in cattività in Europa posseggano ancora la linea di discendenza del leone berbero, e di quello del Capo di Buona Speranza.

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Considerato che da un punto di vista strettamente genetico il leone del Capo non era separato dagli altri 20mila leoni africani esistenti ai giorni nostri, ma sapendo che gli attuali leoni del Sudafrica sono in parte stati reintrodotti, proprio in conseguenza dell’estinzione delle popolazioni locali di Felis capensis tra la metà dell’Ottocento e l’inizio Novecento; nella consapevolezza scientifica che le roccaforti storiche di Panthera leo nel Paese sono oggi solo 3 (il Grande Kruger NP, il Kgalagadi Transfrontier NP e la Greater Mapungubwe Transfrontier Conservation Area) rimane una domanda aperta, e cioè se qualcosa della eredità genetica dei leoni del Capo è effettivamente rimasto nel Sudafrica attuale sul lato del Kgalagadi, dove sopravvive il mito turistico dei “leoni criniera nera”, e sul lato delle game reserves che da questo parco transfrontaliero con il Botswana hanno ricevuto esemplari reintrodotti. Attualmente, non ci sono ricerche sul campo che possano fornire dati a proposito. Ma il vuoto che il commiato del Felis capensis si è lasciato alle spalle è condensato nella geografia frammentata e monca delle popolazioni di leoni “intensively managed” del Sudafrica del XXI secolo.

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Craig Packer ha dimostrato che la criniera nera non è un tratto ereditario. Dipende, invece, da una molteplicità di fattori intrinseci ed estrinseci. E così, possiamo essere sicuri che i maschi criniera nera del Kgalagadi non sono una eccezione. Dove ci porta, allora, la paleo-storia del leone? Di certo, ciò che noi sappiamo e possiamo ricostruire, guardando alla specie nella sua interezza, è che il tracollo della megafauna del Pleistocene e poi, in una sincronia fatale, l’espansione delle popolazioni umane, hanno indotto un collasso del range di Panthera leo in ogni direzione; sappiamo anche che i leoni del Pleistocene appartenevano ad un linea evolutiva diversa rispetto ai leoni attuali (Fonte: Conservation genetics, 2005 – Molecular genetic variation). Già negli studi condotti tra il 1987 e il 1997 è consolidata la consapevolezza che “le popolazioni più periferiche erano state ormai spazzate via in tempi storici”. Le variabili in gioco in questa condizione ecologica ormai riconosciuta sono sostanzialmente due. La prima è la contrazione catastrofica dei range disponibili, la seconda è la adattabilità ecologica di una specie come Panthera leo: un predatore di vertice, capace di adattarsi ad ambienti molto vari (come il giaguaro e la tigre, del resto). Infatti, come ogni specie di grossa taglia, dotata di un homerange molto ampio, anche i leoni mostrano una grande variabilità morfologica. Questo significa che più un predatore si è evoluto per occupare numerosi habitat, più aumenta la variabilità del suo fenotipo in quei tratti che risultano plastici, come appunto la criniera. Fino a soli 100 anni fa i leoni africani apparivano molto diversi perché erano molto numerosi. Il collasso della specie non è stato solo quantitativo, questo lo leggiamo spesso sui giornali, lo diamo per scontato ormai, è stato anche un collasso qualitativo. Le differenze regionali, l’adattamento ambientale e climatico, le caratteristiche intrinseche sono tutti fattori che si combinano tra loro nel produrre, alla fine, la ricchezza evolutiva di una specie, il modo in cui un grosso predatore si è espresso lungo tutta la sua storia millenaria. Basta osservare le mappe con i range perduti per chiedersi se il leone non sia ormai giunto alla fine del percorso che l’evoluzione gli ha assegnato negli ultimi 100mila anni.

Tra Ottocento e Novecento, in mancanza di riscontri genetici, gli errori di classificazione si susseguivano proprio sulla scorta delle osservazioni dirette. Le controversie tassonomiche abbondavano tra gli zoologi che si occupavano di felini, non erano affatto rare, e questo perché le differenze regionali, finanche quelle della colorazione del manto, inducevano talvolta a credere di essere di fronte a specie e non a varianti locali. La difficoltà di capire correttamente quale fosse lo home range del leone africano come specie, a prescindere dalle popolazioni locali, sarebbe stata superata solo con l’analisi genetica. Le macchie sono il tipo più comune di “connotato ornamentale” nella famiglia dei felini, ma il fatto che compaiono spesso in associazione con le striature ricorda che tutte le macchie attuali (le rosette del leopardo, le rosette che circondano una macchia nera nel giaguaro, le macchie aperte a nuvola del leopardo nebuloso e infine quelle evanescenti del leone africano) sono una variante di un prototipo ancestrale che si è poi evoluto lungo una filogenesi di spettacolare bellezza e diversità. Una filogenesi che i britannici al tempo della regina Vittoria definivano cosmopolitan.

Lo stesso Neuman, che aveva collaborato ad altri compendi a più autori su grandi mammiferi africani grazie alla sua specializzazione sui felini, a quanto scritto in un articolo uscito nel 1900 sui Zoologische Jahrbuecher di Jena, riteneva, sbagliando, che il leone masaico (Massai-Loewe, in tedesco) fosse una forma distinta rispetto al leone somalo (Somali-Loewe).  Un compendio del 1899 – cui contribuirono i migliori in campo in quel momento storico, tra cui il Lyddeker, il Kirby e lo stesso Neuman, e cacciatori come Selous  – edito da Arnold  A.J. Major e H.A.. Bryden ( Great and small games of Africa; an account of the distribution, habitats and natural history of the sporting manuals with personal hunting experience, London Rowland Limited 1899) raccoglie in una sintesi favorevolmente aperta a domande ancora inesplorate le conoscenze sui leoni africani date per attendibili al principio del nuovo secolo, un secolo che si sarebbe rivelato per loro fatale: “Non ci sono due pelli esattamente identiche nella forma. I leoni in genere sono più scuri delle leonesse, ma queste ultime trattengono sulla parte bassa delle zampe i segni distintivi (bars) e le macchie (spots) dell’età infantile dichiarando così la loro discendenza  da un antenato con una colorazione meno uniforme ( a less uniformrly – coloured ancestor). Qualche volta si incontrano anche  leoni senza un solo accenno di criniera; ma quando la criniera è presente, essa varia moltissimo in spessore e colore a seconda dell’individuo”. Il fotografo Deon de Villiers, che lavora in Botswana con Wilderness Safaris, è riuscito a scattare, nella Qorokwe Concession, una fotografia ad una leonessa che mostra, nelle zampe posteriori, esattamente questo tratto fenotipico, delle striature longitudinali sulle zampe posteriori.

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(Credits: Deon de Villiers)

Del resto, il Kirby, in questo stesso volume, aveva documentato pure una rarissima presenza di macchie sugli arti posteriori degli esemplari adulti: “i piccoli presentano striature trasversali e macchie fitte sugli arti. Questi specifici connotati vanno perduti con l’età adulta, e soltanto poche macchie rimangono nella parte bassa delle zampe negli individui maturi” (“litter are barred with transverse stripes and thickly spotted on the limbs. These marks are lost as they grow older, only a very few spots being retained on the lower limbs of adults”). A fine Ottocento si riteneva che il leone venisse da antenati striati proprio perché nei cuccioli queste striature erano ancora visibili.

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Queste testimonianze convergono tutte sul volume che Richard Lyddeker, il quale conosceva il lavoro di Kirby e vi faceva sempre riferimento nelle sue descrizioni, curò venti anni più tardi (The game animals of Africa) e di cui abbiamo già parlato. La convinzione che nelle leonesse adulte persistessero le macchie risaliva infatti ad un periodo ancora posteriore, se è vero che nel 1896 lo Handbook of Carnivora – con la sezione dei felini curata proprio da Richard Lyddeker – riferiva: “Faint spots sometimes observable  on the flanks and under parts of the adult, especially in the lioness”. Qualche anno dopo, Lyddeker, ragionando secondo criteri tassonomici, avrebbe ascritto questa particolarità al Felis leo masaica, cioè alle popolazioni dell’Africa orientale tedesca che comprendeva anche la Tanzania, e ovviamente l’odierno Serengeti. Lyddeker fornisce dunque nel 1908 una fotografia scattata ad un esemplare in cattività, allo Zoologischer Garten di Berlino. L’allora direttore dello Zoo, Ludwig Beck, che scattò la fotografia, aveva ricevuto un maschio il 2 luglio del 1896, mentre questa femmina era arrivata a Berlino il 3 agosto 1905. Entrambi gli animali erano stati registrati sul giornale interno del giardino come Uncia leo massaica Neuman. Ancora il Neuman dunque, su cui Lyddeker sapeva di poter contare.

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Major e Bryden (che aveva una vasta esperienza in Botwsana) erano comunque consapevoli che il panorama ecologico del leone africano era quanto mai vario, al punto che le generalizzazioni potevano falsare la comprensione dei tratti caratteristici della specie, che si esprimevano anche sul piano etologico: “I singoli leoni di un singolo distretto geografico differiscono grandemente nel temperamento; i leoni del dottor Livingstone e le bestie misteriose (uncanny beasts) di Jules Gérard sono creature completamente differenti”.

Nella seconda metà dell’Ottocento i grossi maschi competitivi con criniere scure e folte erano più numerosi di quanto non siano oggi, forse per ragioni micro-climatiche o magari anche per una migliore fittness delle popolazioni nel complesso. C’erano più leoni e meno persone, radicalmente meno persone di quante ce ne siano oggi, e quindi i leoni stavano meglio. L’assottigliamento della diversità genetica causato dalla restrizione degli habitat e poi il progressivo isolamento geografico delle popolazioni hanno portato il leone nella condizione che gli studi più aggiornati sulla defaunazione mostrano in modo chiarissimo: prima viene una perdita irreversibile a livello delle popolazioni, poi arriva l’estinzione. La storia registrata negli archivi, quindi, riscrive parte del dibattito odierno sulle riserve come unica chance per il futuro del leone in Africa. Il Sudafrica ha già molto da dire in proposito, essendo l’unica nazione africana ad avere tre categorie di leoni, e quindi tre ipotesi sul loro futuro: quelli selvaggi, quelli delle riserve (sotto stretto controllo riproduttivo) e quelli allevati per essere massacrati dai cacciatori di trofei occidentali (cunned lions). Ed è infatti la storia passata e contemporanea del Sudafrica che ci dice che se anche le riserve arginano adesso l’emorragia di una specie ben poco hanno a che vedere con la distribuzione geografica e la diversità genetica di un predatore capace di adattamenti su scala continentale. C’è pur stata un’epoca in cui l’esploratore italiano Vittorio Zammarano diceva della regione somala dei fiumi Ueli-Scebeli ciò che adesso possiamo dire solo del Botswana: “Non credevo, a dire il vero, che esistessero in Somalia dei leoni abituati, come le tigri in India, a passare le loro giornate negli acquitrini”.

 

La paleo-storia del leone africano è inscritta nelle nostre esperienze umane, insieme ai fori e ai solchi lasciati dai proiettili dei cacciatori, e poi anche alle stoppie dei campi di mais che hanno preso il posto delle savane. Ha scritto Jorge Louis Borges: “Un uomo si propose il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”. Noi ci siamo ormai incamminati in quel labirinto insieme al leone, ma procediamo ad occhi bendati e troppo sicuri del nostro senso dell’orientamento.

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Ringraziamenti: Wilderness Safaris, Enrico Muzio del Museo di Storia Naturale di Milano per il generoso e puntuale aiuto nella ricerca bibliografica e a tutto lo staff della Biblioteca del Museo

 

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Lagos, a story of disappearance by Andréas Lang – a conversation

 

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Lagos, a story of disappearance by Andréas Lang is a journey to the ultimate consequences of human enterprise on Earth. At a first glance, the vanishing, colonial past of Lagos is made of the clues slave trade left in city architecture; but afterward it becomes evident that its memory is wrapped into the daily life struggle of people. This happens in more than an aspect the sophisticated view of Andréas Lang discovered with a subtle and unconscious exploration of meanings. Where history meets the present Andréas unveils the very face of brutal exploitation, a sort of extinction – the total loss of historical identity – that is also a psychological exile.

Indeed, Andréas’ sensibility in telling Nigeria’s heritage, and arguably colonial legacy, reminds me of a pass of Beloved the masterpiece by Toni Morrison. In a rough translation it sounds so: places are always there. If a house burns, it disappeares, but the place – the image of the place – persists, and not only in memory but also in the world. What we can remember, Toni Morrison says, is an image swaying in our brain, and in front of our eyes. Colonialism is a footprint, just the same of carbon dioxide in the atmosphere or defaunation in the tropical forests all around Nigeria.  And if you’re brave enough to face the demons of the past, you realize that footprint is a restless vestige which takes future hostage. But Lagos Disappearance explores the footprint and shows how time and oblivion are real forces; time, indeed, is a power that shapes, or disintegrates, our human capability to cope with, to react. No one better than Friedrich Hoelderlin might give the meaning of it: “Doch, uns ist gegeben auf keiner Staette zu ruhn. Es schwinden, es fallen die leidenden Menschen, blindings von einer Stunde zur andern. Wie Wasser von Klippe zu Klippe geworfen, Jahr lang ins Ungewisse hinab”.  Being geworfen is the current status of humanity in Anthropocene’s new colonialist age marked by the anonymity of exploitation. So, this is a conversation about Lagos, and us.

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Andréas – It shows all the layers in Lagos. It looks like a mountain (the city landscape). It has an aestethic beauty for me. The story of the past and the story of the present, the sense of deception along with the ambulatory trait of African cities: the stones, the trash, some bowls and trees; and then, in the corner, you see the colonial building dated back to British times with its charachteristic peach color wall. Trash is always present in Africa. These pieces of civilization all around immediately connected with pollution and destruction. They’re very visible in Africa both in the urban and in the rural landscape. Even in natural enviroments wherever there’s a human settlement you immediately realize that something different is going on; you can detect the effects of civilization through plastic bags. Plastic shopping bags are free and if you buy only a banana, sellers give you one. Usually, people have no consciousness of environmental implications because survival on a daily base is a so imminent driving force. So, plastic is a part of urban and rural landscape.

Elisabetta: In some ways, plastic, too, is a foreign thing, an imported one, a colonial object now widespread. Plastic is a capitalistic object. You always pull the observers to think about the real nature of objects taken for granted. Objects are not always the same. Some of them are only Plunder, others are Altware, said G.W.Sebald who thought that Gottfried Keller described the golden age of a time when human relationships were not yet regulated by money.

Heinrich der Gruene, Sebald reports, was used to spend time in a dark lobby full of any kind of trash: zwecklose, veraltete, wunderliche Dinge. These objects tell the story of Capitalism, Sebald declaires: while capital runs all the time, “diese Dinge gehoeren der Daemmerung, sie sind ausserhalb des wirtschaftlichen Handels und darum sind sie nicht mehr Kommerz-Ware. Sie sind für die Ewigkeit geeignet.”  Maybe, we should ask ourselves which category is appropriate for plastic.

Andréas : Lagos is booming, it’s one of the few booming places in Africa. You can see an emerging bourgeoise, super luxury cars and even fastfoods along with boxes to keep hamburgers. In general people are very nice, very communicative and open. I met excellent people and made new friends, also with artists and photographers. It was also thanks to them that I got a deeper insight of whats going on in Lagos. If you consider the reactions of people to illegal demolitions – I found a video on youtube which I use in the exhibition – the locals present were really upset; they perfectly understood the scale of destruction and its intrinsic violence against the integrity of the community.

 

Elisabetta: There’s open yards all around and all the time…Archeological sites, new foundations, hard to identify what’s really lays above and under. But there’s also abandoned homes and buildings, lost clothes and the pointless plastic bags. Even books. I see not only a language of disappereance but also a permanent Aufloesung that has to do with the contemporary difficult to hold, keep and protect the past. In the sense you discovered in Lagos, it is also a consequence of Colonialism. Yet, the omnipresent garbage looks like the offal of time. I think time is a permanent hypothesis in your photos. The ongoing feeling of emptiness and disintegration, and its undisturbed ran we call progress. Walter Benjiamin identified history in Paul Klee’s Angelus Novus: the angel is a flying demon, with the face turned to the ruins of past; but beyond his shoulders, the wind of progress is so strong that he cannot close his wings. The progress, in Benjamin’s view, is this frightened Angelus who cannot resist the future but, at the same time, contemplates a complete destruction. The balance of history is totally unbalanced.

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Andréas: I dont really know what the original purpose of that building was, but to me there is something very Western in its appearance. I felt, it went along with my research: here, you have the past (maybe, glory and wealthy bourgeoise) but now it’s all gone. And with the handcarts in the front, loaded with petrol canisters, it becomes a very African scenario.

Elisabetta: Personally, I find this photo simply magnificent. There’s so much affliction….The building is sumptuous but it seems lonely. It’s obviously ancient, but I think it contains a sort of purity. At the same time, the entire building talks of the beauty of scars: it recalls that beauty tolerates scars. For me, it is a very impressive example of your “archeological narrative” just because the building is partially eroded by the past. Ancient ruins – Greek or Roman, especially for Europeans – dominate archeological celebration. But here you captured the living soul of modern archeology that is the troublesome coexistence of fragments and living objects.

Andréas: I think that what’s going on in the digital era is the loss of beauty. I have the impression that all these virtual parallels create a detachment from the real world in the sense of the estetics of the real world.

Elisabetta: I agree. And I do believe that is a relevant problem, too, in our awareness of the ecological decline we now face. Consider animal representation in social media and tourism industry (very expensive eco-safari as well): animals are depicted as iconic items, not as species. Their wildness is beauty on sale. Stephanie Rutherford assumes that defined “visual grammars” of wild nature is actually a form of government. Many part of conservation narrative is also so colonialist, so white. And it counts on a totally human point of view – an assessment of nature, not a way to stay in.

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Andréas: On top of the right building, you can see a fresco depicting the Yoruba people, the native people who were sent to Brazil and suffered from colonial slave trade. This fresco is a reminiscent of their culture when they decided to put it on a bulding in colonial style. In Nigeria, usually heritage is split among family members, so many times there are heritage problems, unresolved. Many buldings can survive in a limbo state, and this adds to the illegal demolition under way and corruption as well. The red gate with the big H has a very particular estetic. In Africa there’re so less visible traces of African history, not of the local folklore, but of the history. And now there’re the developers who sweep away what remains of the past.

Elisabetta: Last week eminent ecologists talked about the annihilation of biodiversity: we face a mass extinction era that is a sort of turning-life-into-nothing. What you say about Lagos is that the other side of planned and business-designed destruction is always the loss of past. When destruction becomes a chapter in the plot of history, history itself seems to implode. The present time is a battlefield where economic interests devour the possibility of past as a framework to write in your identity. I do believe that biological extinction shares this aspect of our reality (Dasein, you know) with the empowering power of economics on our life.

 

Andréas: People in Lagos are quite awake and seem very comfortable with trade and finance. I had the opportunity to visit stock exchange in Lagos, to film and take photographs. Its been quite an experience. There are many extremes in this megacity, great misery in contrast with big finance at work. There are two forces – poverty and business – and which one of them will prevail? They seem to work together in shaping the future of the nation, but it is definately shaky ground to look at Africa from a European perspective. Pasolini maybe realized something similar when he filmed his Notes towards an African Orestes and then abandoned his planned project where he wanted to place the greek tragedy Orestes in Africa.

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Andréas: It’s totally new colonialist. In Jean-Pierre Bekolo’s terms – colonialism is a virus and a disease that is still affecting Africa, but, more seriously, the body infected cannot be separated by the invader and vice versa. Polo is quite a symbolical remains of the British Empire and actually the British imported it in 19th century from their colony India and then exported it into the rest of their colonies. This Polo tournament was attended by wealthy Nigerians and western business men living in Lagos. The players were international, from Britain, Lebanon, Nigeria etc. I wanted to show the “backstage” of the tournament, where the social reality comes in, including the white horse. What really is Polo in an African country.

Elisabetta: I was thinking you described a white horse as a symbol of foreign and invasive entertainment. Maybe we might talk about “colonial animals”.

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Andréas: It is a sport stadium built by the government, especially for parades and national celebrations. Again something strange is going on here, they remind of the Napoleonic eagle and also eagles are typically european emblems. African dictators, like Bokassa for example, were using those same symbols of power.

Elisabetta: Another example of animal representation for the sake of a psychological invasion. Nigeria has a lot of species of raptors, but here on the roof top eagles are definitely European. I feel ambiguity in these eagles. In the Western imagination, eagles and hawks announce glory, but they can be also a symbol of the perils it implies or even a prophecy of ruin. I especially love the way Russian poet Aleksandr Blok, singing the plight of his country, questions the imminent future: till when does the kite fly? till when does the mother cry? Species become increasingly rare all around us and I perceive them, in your photos, as testimonies of our mistakes. Like the woody lion in your Eingang zur Chefferie.

ILPONTEDI NON RITORNO

Andréas : Not far from Lagos is the village of Badagry, it used to be a Portuguese port and slave trade center. It is the landing bridge on a small island with the so-called “the point of no return”, across from Badagry. The immanent cruelty of slave trade becomes quite tangible in these places and the people suffered unspeakable conditions on the slaveships. Those who survived the passage to the New World would never return to their homeland. For me, slavery has a likely cruelty and horror as the Holocaust did.

Elisabetta: I think you have been able to show that humanity cannot be really virgin and we constantly come across point of no returns, I mean crossing points; they tell us of the impossibility of a sort of human innocence. In your narrative Bilder, to me, you seem to ask about the meaning of life and for the place we should give to the past. A possibile answer I find, again, in Hoelderlin’s Hyperion perspective. Life is tracking. Tracking something we cannot properly grasp or see, but that is constantly with us.

CIMITERO

In Hoelderlin’s words: “Ich ziehe durch die Vergangenheit, wie ein Aehrenleser über die Stoppelaecker, wenn der Herr des Landes geerntet hat; da liest man jeden Strohhalm auf (…) Wie ein heulender Nordwind, faehrt die Gegenwart über die Blueten unsers Geistes und versengt sie im Entstehen”.

Aknowledgement: Andréas Lang’s project  came about in collaboration with Goethe Institute Lagos.

Credits for all photos: © Andréas Lang, Lagos/Nigeria 2017 – all rights reserved , no part of these images may be reproduced, stored or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical photo copying, or other-wise, without prior permission in writing from the copyright owner.