Oslo, addio a Ibsen

Aeroporto internazionale di Gardemoer, Oslo, Norvegia, al crepuscolo. E’ il primo di settembre e l’aria fresca del nord agogna il freddo nebbioso dell’autunno. Il boing della flotta Norvegian Air accanto a noi porta impressa sulla coda una gigantografia di Linneo in parrucca settecentesca. La compagnia di bandiera ha dedicato ogni aereo ad un illustre uomo, o donna, di origine scandinava che abbia fatto grandi cose per il suo Paese e per il mondo intero. Il padre della moderna tassonomia nelle scienze naturali è un presagio. Questo non è un settembre come tutti gli altri: con alle nostre spalle l’estate più torrida di sempre per almeno metà del globo terrestre, il cambiamento climatico ci è esploso in faccia, prendendoci a schiaffi con temperature e siccità da far disperare per un futuro vivibile su un Pianeta con temperature medie globali entro questo secolo di + 2,9 gradi Celsius. La Norvegia prospera sulle sue riserve petrolifere. Però è anche il Paese in cui esploratori eccentrici dell’animo umano hanno visto lungo sul peso che l’angoscia ha nella nostra capacità di prendere buone decisioni al momento opportuno, o di rinunciare su tutta la linea per torbida vigliaccheria. Mollare la presa per sopravvivere, come nel film Gravity, quando Sandra Bullock tiene aggrappato a sé George Clooney, in bilico sulla immensità dell’universo, con un nastro di metallo leggero come carta velina, e lui dice a lei, perché sa che in due non possono farcela, sa che lei deve abbandonarlo per avere una chance, “Devi imparare a lasciar andare”. Ma gli esseri umani non cambiano facilmente, rimangono aggrappati alle loro illusioni e fanno marcire le loro nevrosi fino all’esito fatale. Il riscaldamento globale non modifica l’impostazione psicologica che sorregge le nostre economie di mercato, non è mai diventato storia collettiva, sentita nella pancia e nella testa delle persone comuni. Siamo alla fine di qualcosa, a cui però, a differenza di Linneo, non siamo in grado di dare un nome preciso, e rimaniamo paralizzati in attesa di vedere come andrà. 
Il FlytoGet, il treno superveloce che porta dal Gardemoer al centro città, corre per le campagne ondeggianti sotto un velo leggero di oscurità, chilometri di campi di cereali simili a decrepite spugne color ocra punteggiate di buchi e da abitazioni in legno rosso vivo. Contrade che appaiono più placide di quanto probabilmente non siano perché vengo dal sud del continente spazzato da una estate a 40 gradi. Contrade diventate ricche grazie alle risorse petrolifere. L’opulenza è il lato più imbarazzante del cambiamento climatico, il suo vero carburante, talmente radicale da aver prodotto negli esseri umani un nuovo tipo di esilio per cui non serve aver perduto il passaporto. Kierkegaard, che come dice Andrew Graham Dixon era il “naturalista di una società sull’orlo dell’abisso”, ci aveva visto giusto su questo carattere antropocenico con stupefacente anticipo: “Dovunque vi sia un avvenimento, ci sei anche tu. Nella vita ti comporti come nella folla, ti spingi fino nel folto, cerchi, se possibile di essere buttato sopra gli altri, in modo da poter stare sopra, e, una volta lassù, cerchi di accomodarti meglio che puoi; nello stesso modo ti fai portare attraverso la vita. Ma quando la folla è dileguata, quando l’avvenimento è finito, ti trovi di nuovo all’angolo della via a guardare il mondo (…) La facoltà dello spirito che veramente ti manca è la memoria, cioè, non la memoria per questa o quella cosa, per le idee, le facezie o i giochi dialettici, mi guardo bene da affermarlo, ma ti manca la memoria per la tua vita intima, per quello che in essa hai vissuto”. Ai nostri tempi, s’è escogitata una definizione brillante, di mercato, per questo carattere: frequent flyer. Accumulare miglia, punti, Paesi, timbri sul passaporto, emissioni serra (l’aviazione civile è esclusa dall’Accordo di Parigi sul clima) e poi, non sapere più esattamente dove si stia andando, con la sola certezza che un unico luogo in cui stare non basta più per proteggersi dalla propria solitudine. Ma che la solitudine globale stessa può almeno farti diventare uno che ha migliaia di followers su FB. Bruciare carburante fossile per nutrire vite fossili. Ogni nozione di patria è insufficiente, se, come ammise Kierkegaard, “vuoi saziare la fame del dubbio che è in te a prezzo dell’esistenza”. 


Il 5 marzo del 1900 Spettri di Ibsen venne finalmente rappresentato al Teatro Nazionale. L’opera era scandalosa per l’epoca, perché suscitava troppi sensi di colpa e vergogna, ma la sua eco non è ancora finita in Norvegia. Le onde di rifrazione, però, non sono quelle che ci si potrebbe aspettare, non hanno cioè a che fare con lo sconvolgimento delle convenzioni borghesi. Lo scrittore Dag Solstad si è spinto molto oltre. Nel suo romanzo La notte del professor Andersen un affermato docente di letteratura dell’Università di Oslo, uno specialista della drammaturgia di Ibsen, pensa che il passato sia ormai liquefatto: “C’è qualcosa nel nostro tempo che non ci rende particolarmente interessati a quel che è stato prima di noi, e in ogni caso molto meno di quanto noi pretendiamo. Ha a che fare con la modernità. E deve essere cominciato presto, perché entrambi sapremmo qualcosa dei bisnonni, se i nostri genitori fossero stati interessati a raccontarci di loro”. Il professor Andersen confessa ad un collega che la sua stessa ignoranza per il secolo precedente “mi spaventa molto più del fatto di non avere figli”. 
La nuova angoscia nordica è la stessa che serra in una morsa gli ambientalisti, soprattutto dopo la vittoria di Trump nelle elezioni americane. Per come sono messi gli habitat e gli ecosistemi, non parliamo delle specie animali, la modernità dà prova di non sentirsi legata ad una qualche filogenesi naturale. Ibsen camminava ogni giorno lungo la Karl Johans Gate, aggiustava l’orologio davanti agli edifici dell’Università e poi procedeva verso il caffè dove pranzava con pane e aringhe. Quel percorso oggi, alle otto e mezza di mattina, è squallido e triste. I magazzini Paleet sono ancora chiusi, i camerieri di pub dal raffazonato stile americano spazzano porzioni di moquette rossiccia e consunta, un minimarket con un bancomat per carte Mastercard serve caffé e un assortimento untissimo di noodles, involtini, paste fritte. Il gestore è un immigrato nero dai modi spicci e gentili, che probabilmente non fa nemmeno caso all’anonimo junk food esposto sotto il registratore di cassa che ha sostituito il merluzzo e il nasello pescati nei fiordi. Il sushi giapponese a Oslo è una specie invasiva. Ed è per via di questo anonimato senz’anima – eppure del tutto commestibile – che è quasi impossibile trovare una ragione per la presenza, dietro l’angolo, sulla Universitetsgata, della Galleria Nazionale dove stanno alcune delle opere più grandiose di Edvar Munch. Perché Munch è ancora qui con noi? Ma soprattutto, per diventare adulti adattati al proprio ambiente, ci serve ancora ammirare i suoi quadri? Sul tetto dell’edificio compatto di inizio Novecento quattro arpie pattugliano l’orizzonte, proteggendo tesori di colori e forme, ma impotenti nel contrastare l’avanzare del sentimento di frantumazione del passato di cui parla Solstad. E che effettivamente cammina per le strade di Christiania, come di quelle di ogni metropoli dell’Occidente. 


Ma chi è smarrito sa che è pur esistito un posto che poteva chiamare “casa”. Ho l’impressione che per noi, oggi, ci sia anche questo – una sorta di anelito antico ad una compattezza psicologica che ci regali un posto sul Pianeta – nella pittura di Edvar Munch, soprattutto nelle serie di paesaggi di Skogen (Foresta) che sono esposti nel museo a lui intitolato nel distretto di Toyen, a nord ovest di Oslo. Il cielo è cupo, un dromedario spaesato osserva il traffico nel recinto sterrato di un circo che ha piantato le tende e parcheggiato le roulotte proprio di fronte al Munchmuseet. Oltre la strada, sulla collina del parco di Ola Nar, un gruppo di atleti americani e britannici è chiamato a raccolta da un team coach per una gara di corsa campestre. Il parco confina con un bosco di latifoglie ad alto fusto, mentre il sentiero che lo attraversa apre la vista sui condomini residenziali a quattro piani della Sofienbergata. Case ordinate, senza recinzioni, in attesa dello sbocciare della domenica mattina dopo una settimana di lavoro. Alberi vecchi di decenni stanno immobili nel vento freddo. C’è anche l’attrezzatura per un barbecue all’aperto, alcune sedie di ferro, una bottiglia di accelerante per il fuoco con l’etichetta ammorbidita dalla pioggia. Le nubi scorrono nel cielo, si fa d’improvviso più buio, un giovane uomo con uno chignon sulla nuca, una t-shirt e un paio di bermuda esce dal portone tenendo per mano il suo bambino di un paio d’anni. I rami degli alberi sibilano, c’è un gracidare di cornacchie. Queste case hanno una loro rassicurante, elegante monotonia; dietro i vetri delle finestre senza tende singole lampade abajour spuntano dal nulla, come se fossero post-it della famosa disperazione del Nord. 


Ma è la nave vichinga del Viking Ship Museum a Bigdoy ad avere qualcosa da dire sull’impronta ecologica umana, e su queste abajour. Il vascello di Gokstad, costruito nel IX secolo del Medioevo cristiano, appartiene per davvero a quella dimensione dell’umano che Juenger chiamava “epoca eroica”, pensando non tanto al valore delle imprese compiute, ma alla capacità di tollerare il dolore implicito nell’azione. Uno shop di gadget e paccottiglia made in China invade per intero l’atrio del museo, che è diventato un tempio pagano dell’ammirazione hollywoodiana per i Vichinghi. Il profilo crudele e chirurgico della chiglia in legno, sul cui bordo si snoda una iconografia popolata di animali, e non di déi gelosi e solitari, rinnova l’interrogativo di Solstad: a che diavolo serve, per noi, per le nostre vite occidentali, preservare una bellezza del genere? Simile ad un gigantesco animale artificiale, fatto per l’oceano e dell’oceano, questa nave, oggi, la si capisce solo aprendo una sedia da campeggio e mettendosi a guardare un breve documentario proiettato sulle pareti e il soffitto del Museo. 


E’ una epica, una saga: la nave, carica di guerrieri, salpa verso l’ignoto. Nei lontani califfati arabi vende schiavi cristiani in cambio di argento, e probabilmente grossi felini selvatici che potrebbero essere ghepardi o leopardi, fonte di ispirazione per gli arredi funebri dei capi più carismatici. Tra la gente presente scorre la stessa curiosità elettrizzata, sexy, che ha fatto il successo della serie Vikings. Tutti si sentono addosso il passo baldanzoso del guerriero che esce di scena dopo aver saccheggiato un monastero scozzese e che inevitabilmente, mi pare, tende però a confondersi per noi con Conon McGregor. Ma questo è spettacolo, non storia. Questo è Netflix una gelida sera di inverno in una opulenta città dell’Europa continentale, con una pizza congelata nel forno, non il modo in cui eravamo prima. E che ci ha portati a ciò che siamo adesso. Mi viene in mente la signora Alving negli Spettri di Ibsen, secondo atto: “Qualcosa di quegli spettri. Quando ho sentito Regine e Osvald là dentro è stato come vedere degli spettri davanti a me. Ma io credo quasi che noi tutti siamo spettri, pastore Manders. Non è solo ciò che abbiamo ereditato da padre e madre, che ritorna in noi. E’ ogni specie di vecchie, morte opinioni e ogni genere di vecchie, morte credenze e cose simili. Esse non vivono in noi; ma intanto sussistono e non riusciamo a sbarazzarcene. Basta prendere un giornale e leggerlo, ed è come se gli spettri strisciassero tra le righe. Devono esistere spettri per tutto il paese. Devono essere fitti come la rena, mi sembra. E per questo abbiamo tutti così pietosamente paura della luce”. L’acqua infine inghiotte la nave, che diventa una costellazione. Fine del divertimento. Estinti anche gli spettri. Esilio con in mano un biglietto aereo. Colonna sonora: Fade away di Susanne Sudfor. 

“Il nostro rapporto con il passato è segnato da una profonda indifferenza, anche se diciamo il contrario, anche se siamo sinceri quando sosteniamo – dice il professor Andersen – che si tratta di valori inalienabili, ma a cui siamo legati solo dal senso del dovere (…) non è l’opera di Ibsen che rappresentiamo, è la sua fama”. Ma il peggio deve ancora venire per Andersen: “A volte, dopo aver letto e studiato Spettri, per esempio, mi capita di pensare: ma come, era tutto qui? (…) Non mi scuote, non mi sconvolge. Non nel modo in cui sconvolse il pubblico quando fu rappresentato la prima volta, come un evento contemporaneo. Non è sopravvissuto in me con l’autentica forza sconvolgente che aveva un tempo, perciò come posso compiere il mio dovere sociale, che è di trasmettere questo dramma alle nuove generazioni?”. Scavando nel dubbio, Andersen arriva a intuire che nel suo nichilismo è la radice stessa della drammaturgia occidentale, il teatro greco, ad essersi essiccata: “Solo cent’anni ci separano dal quel turbamento, che per tutta la storia dell’umanità (dal V secolo a.C.) è stato una condizione essenziale per una vita ricca di significato, e non siamo più capaci di afferrarlo. Così vicini, e tuttavia esclusi. È finita. Siamo esclusi da una delle possibilità più originali, più sostanziali della natura umana, documentata per almeno 2500 anni? Se questo è vero, vuol dire che sta nascendo una nuova tipologia umana e io, che lo voglia o no, ne sono un rappresentante, e anche i miei studenti, e nemmeno lo sanno”. A questo punto è Solstad ad arrivare alle più logiche conclusioni: “Pensò allo scintillio dei loro occhi quando, partendo da Ibsen, li aveva portati indietro nella storia fino alla mitica Grecia, individuando connessioni. E dopo aver fatto notare loro quel ‘turbamento’ si erano messi a confrontare Spettri, il dramma di Ibsen del 1880, con una tragedia di Sofocle, per vedere in che modo potesse rivelarsi (…) Il professor Andersen provava compassione per i suoi studenti e si chiedeva se non fosse arrivato il momento di farsi avanti e dichiarare apertamente i suoi sospetti: che l’individuo intellettuale, riflettente e letterato era fuori dal gioco”. Non è forse lo stesso tipo di ironia che il nostro secolo rivendica contro le pretese ambientaliste di lasciare sul Pianeta un posto per le specie selvatiche? Non è forse l’eredità di cui sta parlando Andersen dello stesso tipo difeso dal fronte ecologista – il patrimonio letterario della civiltà umana, la filogenesi e l’evoluzione delle forme di vita ? Sì. Eccome.


È questa continuità che non riusciamo più ad afferrare, annientata nelle smorfie dei turisti che si scattano un selfie davanti all’Urlo di Munch, alla Galleria Nazionale. Ma per Munch, la vita era un vecchio che contempla un albero fiorito sulle cui radici siedono due fanciulle con lo sguardo rivolto verso l’alto. Le sue foreste, le numerose forme in cui dipinse gli alberi dal 1904 al 1929 (chiome simili a nuvole, robusti rami decorati da foglie ovoidali, tronchi sprofondati nell’erba alta e rigogliosa, oppure carichi di pomi rosso corallo, e coni compatti e morbidi) raccontano gli alberi della sua epoca. Seguendo un destino analogo a quello degli animali domestici, anche gli alberi sono cambiati in Antropocene. Delle floride foreste di Munch, che inghiottono spontaneamente gli esseri umani, siamo ora ad una ipotesi di alberi, penso camminando per le vie strette di Gamlebyen, l’antica Oslo, sotto le cui fondamenta stanno abbazie medievali e chissà quanto altro. Nei nostri giardini decidiamo noi che cosa debba svettare in altezza, anche gli alberi, come i cani e i gatti li vogliamo a modo nostro, e mozziamo loro i rami più alti e ingombranti, perché fanno ombra sulle migliaia di automobili delle nostre città. Munch non conosceva l’angoscia di perderli, gli alberi, gli uomini e le donne delle sue tele ci sprofondavano dentro, non c’era paura di non avere mai più il profilo di una foresta primaria sul bordo dell’orizzonte, ma solo alberi piantumati, domesticati, selezionati. Nella serie Skogen, le macchie di colore accanto agli alberi erano come orsi giganti, capaci di proteggere teneramente anche l’anima difficile di Munch. Elm forest in Winter. E noi invece scattiamo selfie.

Eppure, c’è tutto un movimento in corso a Oslo, che punta alla sintesi tra passato, presente e futuro, che sbatte contro gli edifici storici giallo zafferano, azzurro e rosso in ristrutturazione a Gamlebyen. Il clima architettonico è austero, come una poesia russa recitata ad alta voce per scongiurare il freddo e la solitudine; ma l’effetto di contrasto con i grattacieli del Bar Code sulla Dronning Eufemias Gate assolutamente spettacolare. Tre epoche storiche condensate in un solo sguardo. Il tempo che ritrova una sua unità di misura stabile, concreta, affidabile. 


Gli orti urbani dei bambini delle scuole elementari, con striminzite zucchine piantate in cassette di compensato di legno, e i colossi scintillanti dei gruppi finanziari globali, dove chi ha i soldi veri, e chi ha un lavoro di successo (leggi: stipendi indifferenti all’impatto ecologico di attività oltre oceano) gode tutto quello che il nostro tempo può concedere di godere ai mortali. Lo specchio di acqua del Ladergarden, e un gruppo di anitre arruffate, la riduzione in formato skyline del fiordo di tre secoli fa. Un pub chiuso sulla Oslogate, un edificio turchese amareggiato dallo scorrere delle generazioni, e da una quantità di amori finiti che sono passati per questa strada in cui c’è anche un asilo frequentato da bambini musulmani figli di genitori nati nel Corno d’Africa. La nave, nonostante tutto, può solcare di nuovo l’oceano. 

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