Brera, 1 dicembre 2017: Francesco Bianchi e il coraggio della verità 


Nel suo celebre corso al College de France, poi diventato un saggio intitolato Il coraggio della verità, Michel Foucault spiegò perché dire ad alta voce come stanno le cose non è pratica etica comune ( si chiaman in greco ” parresia”, che significa avere disposizione interiore e intellettuale a dire la verità ): le persone abbastanza sincere da denunciare il conformismo sociale e i rischi che questo comporta rischiano l’ostracismo, diventano fastidiose, sono un insopportabile acufene nella monotonia di chi preferisce stare in poltrona a veder tutto andare a rotoli. Comportamenti di questo tipo danno il loro colore inquietante alla cronaca ambientale e riguardano ogni ambito della vita sociale. Venerdì scorso 1 dicembre nella sala numero 1 dell’Accademia di Brera a Milano e’ accaduto qualcosa di diverso: una voce di opposizione radicale ma di schietta intelligenza s’e’ levata contro la cosiddetta riforma Franceschini, l’uso commerciale di Brera e la connivenza di quanti – nel corpo docente e nel mondo culturale in generale – stanno a guardare il degrado morale del nostro Paese. 

Il giovane restauratore Francesco Bianchi ha discusso la sua tesi di laurea – e l’installazione artistica che ne ha sostenuto i presupposti teorici, di cui vedete una foto qui sopra – in una aula gremita di studenti e curiosi che da mesi seguivano la sua interrogazione all’amministrazione dell’Accademia, condotta anche all’interno delle audizioni con il corpo docenti e la rappresentanza studentesca : può un luogo di sapere e formazione alla libertà (libertà di ispirazione, di ricerca, di visione e di mondo) diventare un ufficio marketing, che affitta il cortile settecentesco a party privati e i locali di studio a sfilate di moda ? In che cosa consiste la responsabilità di un artista verso il pauroso vuoto di senso sociale e collettivo che oggi si infiltra ovunque vi sia consenso acritico e una confortevole appartenenza alla massa ? Francesco ha costruito un ragionamento su tutto questo partendo dal concetto di lacuna: cosa manca al discorso collettivo, quale mancanza sorregge lo sguardo dell’artista e il coinvolgimento del pubblico, perché il mancante – come direbbe Lacan – può essere una colla di nuova formulazione per entrare in relazione politica e psicologica con il nostro tempo. 

“Ho sviluppato un’installazione site-specific in cui ho sostituito per 5 giorni (dal 1 al 5 novembre) la targa dell’accademia di Brera con una fatta da me. la nuova targa riporta la scritta ‘accademia degli spiriti belgi – liceo conformista’; il riferimento è a uno scritto di Charles Baudelaire intitolato Pauvre Belgique in cui racconta della propria permanenza a Bruxelles. in questo periodo nota il grave conformismo e la poca attenzione degli abitanti della città, incapaci di idee individuali e di uscire da un pensiero di massa” spiega Francesco, “Lo stesso conformismo e la stessa indifferenza sono evidenti in Accademia: agli occhi di chi dovrebbe riconoscersi non solo in un’istituzione riconosciuta a livello mondiale, ma soprattutto in un luogo pregno di storia che continua a vibrare e a vivere nonostante tutto, il palazzo assume il significato etimologico più basico della parola lacuna: la radice europea lak- richiama una superficie concava, adatta a raccogliere. in questo contesto di indifferenza e opportunismo l’accademia non è niente di più di uno spazio da occupare”.

Non a caso Francesco ha saputo costruire un ragionamento ibrido sul fatto artistico come atto di consapevolezza ontologica e personale, partendo dalla domanda sull’essere di Heidegger e approdando alla rivendicazione di una responsabilità storica quotidiana, individuo per individuo, avanzata da Jankelevitch. La lacuna è segnale di allarme, sveglia “al rintocco della mezzanotte”, spazio psicologico prima ancora che intellettuale per pensare il presente e farne qualcosa di nuovo.

Per Francesco la commissione di laurea ha chiesto la menzione di merito. Nell’ovazione che ha fatto seguito alla proclamazione del voto pieno con lode è però risuonata soprattutto una ammirazione rovente per un giovane studioso e artista che ha avuto il coraggio di dire la verità non dall’alto di una cattedra universitaria o di un movimento di opinione favorito da nomi illustri e inviti televisivi, che nulla rischia, ma facendosi forte della propria passione civile. Francesco ha sfidato i potenti di Brera senza volgarità e arroganza ma con la spavalderia che solo la cultura può fornire a chi studia seriamente, vive con rabbia e gioia e vuole un mondo diverso. Una lezione degna del 14 luglio 1789 e che moltissimi ambientalisti impegnati in marchette commerciali dovrebbero imparare .

PS ho conosciuto per caso Francesco Bianchi in biblioteca Braidense lo scorso settembre. Aveva sotto braccio Il trattato del ribelle di Ernst Jünger . 

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