Gli anticonformisti ? Assomigliano agli alberi nei boschi 

Perché l’ambientalismo militante non riesce a conquistare l’opinione pubblica ? Il conformismo – adeguarsi ad una forma rinunciando in partenza alle potenzialità dell’errore e della sperimentazione che ogni ribellione comporta – e’ un ostacolo ancora poco indagato nella fenomenologia del consenso sulle politiche ambientali di cui avremmo bisogno. 

Di Francesco Bianchi 

“Il singolo non occupa più nella società il posto che l’albero occupa nel bosco: egli ricorda invece il passeggero di una veloce imbarcazione (…) il passeggero quasi non si accorge di trovarsi in una situazione di minore libertà”. Le parole de Il trattato del ribelle di Ernst Juenger sono oggi quantomai attuali, mentre mode, tendenze e addirittura pensieri sembrano diventati pericolosamente comuni. Di fronte ad una massa informe eppure così determinata, viene spontaneo chiedersi se l’uomo possa ancora agire secondo una volontà individuale e un’intima responsabilità non assoggettate al mondo esterno, quando media, moda e social omologano, globalizzano, conformano.
La metafora del passaggio al bosco ( scegliere una propria individualità definita, come un albero che rimane albero singolo pur appartenendo ad una foresta ) esprime la volontà di un ritorno alla naturalità dell’uomo di fronte al ribaltamento di prospettiva esistenziale che caratterizza il nostro tempo: barattare le possibilità di essere – scaturite per forza di natura dall’individuale libertà di “voler volere” – con il comfort e la felicità dell’avere e dell’apparire. Si preferisce ignorare e seguire piuttosto che sbagliare scegliendo liberamente o dicendo no. Attravero i mass-media la macchina socio-politica propone prototipi ideali di uomini e donne, impone morali, mode, cosa sia lecito e proibito, cosa sia necessario desiderare; nel caos di relazioni che l’uomo contemporaneo si trova a subire, l’individuo cerca il proprio posto per far parte di una realtà sociale e lavorativa che in maniera silenziosa lo conforma al resto della massa. Questa ricerca del proprio posto, che si può tradurre in ricerca di identità, viene vissuta spesso drammaticamente e trova compimento nella falsa liberazione dalla costitutiva lacunosità umana all’interno della rassicurante community (che mantiene intatte le proprietà della massa).
Ma Michel Foucault (nel suo corso Il coraggio della verità ) mette in evidenza il rapporto tra verità e libertà, atteggiamenti che convergono nella formazione di un’etica individuale: “L’obiettivo di questo dire-il-vero è la formazione di un certo modo di essere, di un certo modo di fare, di un certo modo di comportarsi (…) L’obiettivo del dire-il- vero, più che la salvezza della città, è dunque l’ethos dell’individuo.” Non si può essere veri senza essere anche liberi. Non si può agire eticamente nella società senza porsi domande sulla verità. 

L’essere umano si definisce cioe’ nella tensione verso una azione definita dal proprio ethos, e dall’esperienza della libertà. L’uomo etico descritto da Foucault si mette continuamente in gioco fuori dalla massa monolitica e non è mai l’ennesima copia di una moltitudine capace solo di pensieri comuni. Questo atteggiameto ispirato alla libertà (che non può non includere il cambiamento di scelte, posizioni politiche, critica) e’ oggi sostituito con l’ottimizzazione del prodotto, categoria in cui rientra l’uomo stesso. Il conformismo contemporaneo mira cioè ad una progressiva immunizzazione dall’imprevedibilità della vita e degli eventi, fornendo al singolo gli strumenti e le tecniche per annichilirsi, fino a raggiungere uno stato mentale di efficienza immediata. Un esempio è la disponibilità a lavorare in condizioni disumane, ignorando aspetttive economiche e morali in virtù del “meglio di niente”, incentivando un’asta al ribasso di prestazioni spogliate di ogni dignità. 

“C’è pochissima virtù nell’azione di massa degli uomini. (…) come può bastare ad un uomo limitarsi ad ascoltare favorevolmente un’opinione e a goderne?”. Già Henry David Thoreau – La disobbedienza civile – aveva chiara l’idea di una società come sistema di convenienze, per cui l’omologazione è un processo volontario che conforma il pensiero a mantenersi all’interno dei canoni e il più delle volte alla non-scelta che corrisponde spesso ad ignorare o subire l’ingiustizia. L’immagine del bosco ricorda allora l’importanza di una riscoperta della responsabilità individuale e della volontà di definire se stessi come pura potenza rivoluzionaria, disobbediente, negatrice e creatrice.

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