Francesco Bianchi e il coraggio della verità sull’Accademia di Brera 


Nel suo celebre corso al College de France, poi diventato un saggio intitolato Il coraggio della verità, Michel Foucault spiegò perché dire ad alta voce come stanno le cose non è pratica etica comune ( si chiaman in greco ” parresia”, che significa avere disposizione interiore e intellettuale a dire la verità ): le persone abbastanza sincere da denunciare il conformismo sociale e i rischi che questo comporta rischiano l’ostracismo, diventano fastidiose, sono un insopportabile acufene nella monotonia di chi preferisce stare in poltrona a veder tutto andare a rotoli. Comportamenti di questo tipo danno il loro colore inquietante alla cronaca ambientale e riguardano ogni ambito della vita sociale. Venerdì scorso 1 dicembre nella sala numero 1 dell’Accademia di Brera a Milano e’ accaduto qualcosa di diverso: una voce di opposizione radicale ma di schietta intelligenza s’e’ levata contro la cosiddetta riforma Franceschini, l’uso commerciale di Brera e la connivenza di quanti – nel corpo docente e nel mondo culturale in generale – stanno a guardare il degrado morale del nostro Paese. 
Il giovane restauratore Francesco Bianchi ha discusso la sua tesi di laurea – e l’installazione artistica che ne ha sostenuto i presupposti teorici, di cui vedete una foto qui sopra – in una aula gremita di studenti e curiosi che da mesi seguivano la sua interrogazione all’amministrazione dell’Accademia, condotta anche all’interno delle audizioni con il corpo docenti e la rappresentanza studentesca : può un luogo di sapere e formazione alla libertà (libertà di ispirazione, di ricerca, di visione e di mondo) diventare un ufficio marketing, che affitta il cortile settecentesco a party privati e i locali di studio a sfilate di moda ? In che cosa consiste la responsabilità di un artista verso il pauroso vuoto di senso sociale e collettivo che oggi si infiltra ovunque vi sia consenso acritico e una confortevole appartenenza alla massa ? Francesco ha costruito un ragionamento su tutto questo partendo dal concetto di lacuna: cosa manca al discorso collettivo, quale mancanza sorregge lo sguardo dell’artista e il coinvolgimento del pubblico, perché il mancante – come direbbe Lacan – può essere una colla di nuova formulazione per entrare in relazione politica e psicologica con il nostro tempo. 

“Ho sviluppato un’installazione site-specific in cui ho sostituito per 5 giorni (dal 1 al 5 novembre) la targa dell’accademia di Brera con una fatta da me. la nuova targa riporta la scritta ‘accademia degli spiriti belgi – liceo conformista’; il riferimento è a uno scritto di Charles Baudelaire intitolato Pauvre Belgique in cui racconta della propria permanenza a Bruxelles. in questo periodo nota il grave conformismo e la poca attenzione degli abitanti della città, incapaci di idee individuali e di uscire da un pensiero di massa” spiega Francesco, “Lo stesso conformismo e la stessa indifferenza sono evidenti in Accademia: agli occhi di chi dovrebbe riconoscersi non solo in un’istituzione riconosciuta a livello mondiale, ma soprattutto in un luogo pregno di storia che continua a vibrare e a vivere nonostante tutto, il palazzo assume il significato etimologico più basico della parola lacuna: la radice europea lak- richiama una superficie concava, adatta a raccogliere. in questo contesto di indifferenza e opportunismo l’accademia non è niente di più di uno spazio da occupare”.

Non a caso Francesco ha saputo costruire un ragionamento ibrido sul fatto artistico come atto di consapevolezza ontologica e personale, partendo dalla domanda sull’essere di Heidegger e approdando alla rivendicazione di una responsabilità storica quotidiana, individuo per individuo, avanzata da Jankelevitch. La lacuna è segnale di allarme, sveglia “al rintocco della mezzanotte”, spazio psicologico prima ancora che intellettuale per pensare il presente e farne qualcosa di nuovo.

Per Francesco la commissione di laurea ha chiesto la menzione di merito. Nell’ovazione che ha fatto seguito alla proclamazione del voto pieno con lode è però risuonata soprattutto una ammirazione rovente per un giovane studioso e artista che ha avuto il coraggio di dire la verità non dall’alto di una cattedra universitaria o di un movimento di opinione favorito da nomi illustri e inviti televisivi, che nulla rischia, ma facendosi forte della propria passione civile. Francesco ha sfidato i potenti di Brera senza volgarità e arroganza ma con la spavalderia che solo la cultura può fornire a chi studia seriamente, vive con rabbia e gioia e vuole un mondo diverso. Una lezione degna del 14 luglio 1789 e che moltissimi ambientalisti impegnati in marchette commerciali dovrebbero imparare .
PS ho conosciuto per caso Francesco Bianchi in biblioteca Braidense lo scorso settembre. Aveva sotto braccio Il trattato del ribelle di Ernst Jünger . 

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Kgalagadi, l’ultima Africa davvero selvaggia 

( mappa di inizio Novecento – il Kgalgagadi National Park è qui chiamato ancora Kalahari Gemsbok National Park ) 

Un team di ricercatori della University of Queensland, Australia ( School of Earth and Environmental Sciences ) ha progettato, e pubblicato su Nature , una mappa aggiornata delle ultime, splendide aree selvagge del Pianeta (“last of the wild”), avvertendo che c’è “un urgente bisogno di rendersi conto che questi posti non sono sostituibili” nel sistema biologico che chiamano Terra. James Allan, che figura tra gli autori, conferma che il Kgalagadi national park (Sudafrica/Botswana) ha un posto d’onore in questa lista per quanto riguarda la wilderness africana:
“Il Kgalagadi e’ incluso nella nostra mappa Last Of the Wild, insieme al delta dell’Okavango in Botswana. Sulla base del nostro studio, direi certamente ch questo tipo di aree ha la struttura di mega riserve – sono ciò gli ultimi grandi territori completamente wild che supportano le grandi faune africane – e dovrebbe essere fatto ogni sforzo per mantenerle libere da attività industriali e dall’uso umano su larga scala. Naturalmente ciò per il Kgalagadi esclude i boscimani e la loro del tutto unica biocultura. Un altro punto molto importante e’ la qualità di una area protetta : il Kgalagadi ha una impronta umana molto bassa ed è perciò titolato ad essere definito wilderness molto meglio di altre aree pur protette”. 
Negli ultimi venti anni abbiamo perso 1/10 di tutte le zone wild del globo, e cioè circa 3,3 milioni di Kmq. Ciò che lo studio di Allan e dei colleghi sottolinea è anche il significato eco-culturale della wilderness, aprendo, come di recente succede sempre più spesso, a considerazioni filosofiche su quanto sta accadendo agli spazi non colonizzati dall’uomo e alle loro faune non domesticate: “Molti servizi ecosistemici derivano dai territori che possiamo definire wilderness e sono un risultato diretto della loro estensione geografica, che permette loro di funzionare come sistemi auto-organizzati”. E’ la wilderness che “supporta gli ultimi, intatti gruppi di popolazioni di faune di grandi dimensioni, specie con uno home range ampio e che migrano: è per questo che i territori wild sono gli ultimi posti sulla Terra dove gli scienziati possono studiare la biodiversità e i processi naturali indipendentemente dalla moderna società umana”. In parole più semplici, è solo nella wilderness che possiamo farci una idea completa dei meccanismi basici della vita sul nostro Pianeta. Ed è solo qui che esistono ancora culture umane – come i San del Kgalagadi – che vivono secondo “profondi legami bioculturali” con gli ecosistemi, una alternativa radicale al modello occidentale che ha preso il sopravvento a partire dal XVI secolo dell’era moderna.  

Per questo, usando una compilazione aggiornata della pressione umana sull’ambiente, il team di Allan ha proposto una rivisitazione delle aree attualmente protette con lo scopo di includere più wilderness nei processi decisionali della World Heritage Convention, la convenzione delle Nazioni Unite che designa gli habitat naturali più rilevanti della Terra. Un discorso che vale anche per gli oceani e la loro “ocean wilderness“. 

Purtroppo moltissima attenzione su giornali e social media è focalizzata soltanto sui parchi  nazionali mentre “a dispetto del valore ambientale, ecologico e bio-culturale ben documentato delle aree wilderness, queste stesse aree non sono state considerate come una priorità della conservazione e ancora manca un riconoscimento esplicito e sistematico della loro importanza in forti accordi multilaterali sull’ambiente come ad esempio la Convention on Biological Diversity o la World Heritage Convention”. La proposta del paper è di rafforzare l’importanza della wilderness nel discorso complessivo sulla biodiversità del Pianeta (in termini sia quantitativi che qualitativi) e quindi il ruolo che gli spazi ancora intatti rispetto alle attività umane ad alto impatto hanno nel definire i luoghi “di assoluto valore universale” (oustanding universal value, nel lessico UNESCO). Perché non è affatto scontato che un tratto di savana o di foresta tropicale sia wild, anche se è giuridicamente protetto. Mentre il Kgalagadi soddisfa appieno questi criteri :

“Non tutte le aree protette pur essendo protette sono in condizioni abbastanza buone o sufficientemente estese per avere ancora le funzioni ecologiche naturali di una wilderness. Credo che i mega parchi come il Kgalagadi – conclude Allan – siano importanti per l’Africa, proprio per i grandi mammiferi che li abitano. Ma bisogna stare attenti a usare la parola ‘primordiale’ per spiegare che cosa vuol dire wilderness. Ha un significato soggettivo e a molti non piace. Meglio dire ‘ecologicamente intatto’ o ‘in buone condizioni ecologiche’. Wilderness vuol dire sostanzialmente un habitat privo di disturbo umano“.
  







Corpo e anima, la wilderness è il luogo dell’eros 


Può succedere che l’intimità dei corpi cominci dove il corpo si addormenta, soggiogato dalla dimensione oscura e pretenziosa a cui non è possibile dire di no, che la si chiami inconscio, come Freud, o anche anima. Un uomo e una donna sono colleghi di lavoro: Endre dirige il mattatoio dove Maria e’ la nuova addetta al controllo qualità delle carni macellate. Una indagine della polizia su un furto di farmaci veterinari obbliga Endre a disporre una consulenza psicologica per tutti i dipendenti, compreso se stesso. È così che lui e Maria  scoprono di sognare la stessa cosa : sono una coppia di cervi, maschio e femmina, che ogni notte si incontrano nel bosco. 


Questo è l’incipit del film del regista ungherese Ildiko’ Enyedi che ha vinto l’Orso d’Oro all’ultimo festival del cinema di Berlino e che è nelle sale italiane dal 4 gennaio: Corpo e anima. Una storia di sogni, animali e amore, che si dipana oltre gli stereotipi comuni su cosa è normale, giusto e appropriato e diviene, dopo 116 minuti di soggiogante carnalità emotiva, un inno al coraggio. Un film erotico che spinge la vicenda verso un interrogativo originale e che fa di Corpo e anima una riflessione sul posto che gli animali selvaggi hanno ancora dentro di noi. Questa domanda è se per caso il posto degli animali (la wilderness) non sia anche, per noi esseri umani, il posto dell’amore.
In questo film infatti gli animali compaiono in diversi contesti, e con differenti ruoli, in una stratificazione di significati. I bovini condotti al mattatoio (è tutto vero e non è per vegetariani, perché il regista ha girato uccisioni reali ), i cervi che brucano sul terreno gelato di una foresta del nord Europa, una pantera di peluche. Morte, nutrimento, fame, onanismo, voyeurismo, gioco e poi anche sole che sorge ogni mattina con il ritmo semplice di meccanismi biologici antichi di milioni di anni. Silenzio, paura di un no dopo un appuntamento di cui vorresti il seguito, sangue sulle piastrelle bianche dove è finita la vita di un bovino e sangue nelle vene di una giovane donna che ascolta la prima canzone romantica della sua vita perché adesso sa cosa è una canzone d’amore. Mentre l’empatia per gli animali da carne scivola via, perché in fondo un lavoro di questi tempi è sempre un lavoro a Budapest, gli animali dei sogni prendono il sopravvento nel tentativo faticosissimo di Maria di desiderare il proprio desiderio per Endre. Ma la storia non è condizionata da un ricorso stucchevole alla psicoanalisi e ci dice invece che la psiche è estremamente concreta, perché è dove siamo noi stessi, con tutte le nostre deformità e imperfezioni,  che comincia l’eros. Un territorio sconfinato dove i cervi non solo dicono ciò che questo uomo e questa donna vogliono, ma anche perché lo vogliono. In Corpo e anima e’ chiaro che l’amore è qualcosa di molto primitivo ed è per questo che non possiamo farne a meno.  


Rispetto alle antropologie contemporanee del cinema recente, popolato di soggetti narcisisticamente tossici come Miss Sloane,  questo film mette in scena caratteri ancora capaci di correre il rischio di una intimità emotiva. Il che equivale a varcare il confine del proprio home range per avventurarsi in un territorio sconosciuto quanto una foresta: “Gli animali gravitano attorno ai luoghi oscuri in noi (…) sono fessure attraverso cui facciamo cambiare posizione alla natura coscienza”, scrive Neil Russack.  È questo che il film mostra con una delicatezza estrema : il nostro io più intimo è spazio, è wilderness, è una geografia. Tutti ne possediamo uno, proprio come gli animali che hanno uno habitat, ma non ci è dato entrarci da soli. Noi umani abbiamo bisogno che qualcuno venga a prenderci e ci porti lì dove il nostro desiderio si è evoluto insieme alla nostra  intelligenza.  In questo territorio il corpo è l’anima perché, come comprese Jung, il corpo produce pensiero . 

Sentiamo parlare in ogni modo e in molte forme dei motivi per cui dovremmo conservare gli ultimi spazi selvaggi del pianeta. Ma è probabile che una ragione molto valida sia che le specie animali e i loro habitat possono davvero reintrodurci nel regno della possibilità, dell’impensato, dell’assoluto.  Cioè il regno di Eros.  

( Credits: Movie Inspired )