Kgalagadi, il parco nazionale dove la geografia diventa destino


Che cosa è la wilderness? Questo è uno degli interrogativi più radicali che porterò nel Kgalagadi. Quando si parla di conservazione poca è generalmente l’attenzione per il lessico, e cioè per il backstage di ogni parola utile a descrivere i motivi per cui dovremmo proteggere le specie e i loro habitat. Ma in Antropocene – nel XXI secolo – nessuna parola è innocente: ogni sostantivo e verbo delle nostre lingue europee sopporta il peso della nostra storia. Il linguaggio non è senza colpa, contiene i progetti e i crimini di una civiltà. Al principio degli anni ’50, Martin Heidegger avvertì che “per lo più e troppo spesso ciò che è stato detto noi lo incontriamo solo come il passato di un parlare”. Tutte le domande che contiene la wilderness non appartengono solo al passato, ma anche al nostro presente.
I dati raccolti dal team di ricerca di James Allan della University of Queensland lo hanno confermato: il Kgalagadi è una wilderness. In quanto habitat ancora selvaggio, e parco transfrontaliero con il Kalahari meridionale che sta già in Botswana, il Kgalagadi custodisce ancora due dimensioni in rapida rarefazione, e cioè lo spazio e il tempo. Lo spazio è l’estensione del parco nazionale ( 37mila Kmq) che consente alle specie migratorie, soprattutto gli erbivori, di spostarsi liberamente, e ai grossi predatori di vertice, come i leoni, di andare in dispersione. Il tempo è l’orologio dell’evoluzione, il crono a disposizione degli spazi selvaggi perché l’algoritmo dell’evoluzione (il cocktail di fattori genetici ed ambientali che plasmano l’aspetto e le caratteristiche adattative di una specie) faccia il suo corso. Tempo e spazio sono due fattori interdipendenti e interconnessi, che nelle megalopoli sovraffollate di esseri umani dell’Antropocene tendono a volatilizzarsi sotto gli effetti, psicologicamente massacranti, della concentrazione di persone, cose, macchine e rumori artificiali. Il tempo è dunque geografia. Nella relazione tra il tempo e la geografia degli spazi ancora risparmiati all’agricoltura ed agli insediamenti umani va ricercato il significato della wilderness.

Nei grandi parchi transfrontalieri, come il Kgalagadi, il tempo è geografia, perché è scritto dentro il paesaggio. L’ecosistema è plasmato dallo scorrere del tempo, che trascorrendo nel corso delle ere geologiche diventa habitat e determina aspetto ed ecologia delle faune che vi abitano. Questo discorso è particolarmente rilevante per la storia del leone del Kalahari (Panthera leo leo), che è cioè che rimane, in termini quantitativi, del leone del Capo (Felis leo capensis) estinto già a metà Ottocento, preda ambita e “peste” per gli allevatori Boeri (Afrikaner) del non ancora nato Sudafrica. Il tempo lavora contro il leone nel continente africano, ormai, perché è diventato un tempo esclusivamente umano. Nel suo ultimo secolo di storia il leone africano ha perso il 75% del suo range originario. Sapevamo che cosa questo avrebbe significato sin dai primi anni Duemila, ma soltanto oggi i numeri ufficiali approvati da Panthera suonano per quello che sono, e cioè impietosi: non è collassato soltanto lo spazio, inteso in senso quantitativo, della specie, ma anche parte del suo passato evolutivo, e cioè il patrimonio genetico che nel corso di decine di migliaia di anni ha reso il leone ciò che è oggi. Lo spazio e il tempo sono variabili preziose in ogni area protetta, ormai, e al Kgalagadi con una certa importanza, perché il parco è transfrontialiero. Qui è ancora legittimo parlare della filogeografia del leone africano. Esplorare il concetto di filogeografia (phylogeography), e cioè il modo in cui, nello topografia del continente africano, erano disposte le diverse popolazioni di leoni, e i loro diversi adattamenti, è indispensabile per capire che cosa è la wilderness.

Secondo stime del 2004, in Africa i sistemi a savana coprono 13,5 milioni di chilometri quadrati, ma soltanto il 25% (ossia 3,4 milioni di Kmq) è adatto ai leoni. Nell’Africa subsahariana, dove sono concentrate le ultime popolazioni numericamente consistenti, nel 1960 abitavano 229 milioni di persone, che nel 2050 saranno 863 milioni. Sono cifre che da sole dovrebbero indurre una riflessione sulla “geografia reale” del leone (Fonte: Size of savannah Africa: a Lion’s (Panthera leo) view, Biodiversity Conservation (2013) 22:17-35). Oggi, al principio del XXI secolo, dedurre dalla realtà al suolo una mappa di cosa è stato il leone, non è semplice, ma cruciale per il futuro: “Comprendere i processi filo-geografici che coinvolgono le specie in pericolo è determinante per interpretare la loro storia evolutiva e progettare strategie di conservazione. I leoni forniscono una opportunità-chiave per esplorare queste processi; e tuttavia, una mancanza di diversità genetica e la scarsità di campioni adeguati ha fino ad ora impedito questa investigazione (…) Scopriamo che i leoni sub-sahariani costituiscono la base dei leoni moderni (Ndr, la base genetica), perché supportano un modello unico di evoluzione del leone moderno (Ndr, con un unico focus geografico di espansione della specie), equivalente al modello più recente dell’evoluzione umana dall’Africa”(Fonte: The origin, current diversity and future conservation of the modern lion (Panthera Leo), Wildlife Conservation Unit di Oxford, Proc.R.Soc. B (2006) 273, 2119-2125 ). Tra gli autori dello studio da cui è tratto questo passaggio c’è Noboyuki Yamaguchi, tra i massimi esperti della genetica di popolazione del leone. Ma che cosa significa studiare la differenziazione geografica (filo-geografia, dal latino phylum, specie, razza ) del leone? La storia della specie, ricostruita tanto sulle fonti storiche quanto sul materiale genetico – che comprende anche campioni raccolti nei reperti dei musei di storia naturale di Africa ed Europa – ci mostra dove siamo nella parabola di questa stessa specie: cosa è già perduto per sempre, quanto è rimasto e infine quali possibilità ha di sopravvivere ciò che è rimasto. Dal confronto parallelo con le testimonianze storiche (diari, taccuini, compendi tassonomici) e con le rilevazioni genetiche possiamo mettere a fuoco la verità sullo status dei leoni e il posto che le popolazioni odierne hanno nel quadro economico del turismo come strategia di conservazione.

Karl Jaspers sosteneva che l’uomo contemporaneo è Bodenlos, non ha più una terra che lo ospiti, nonostante abbia conquistato tutto il Pianeta. Homo sapiens ha infatti trasformato lo spazio in una risorsa, mettendo in secondo piano, cioè al di fuori da schemi di sfruttamento orientati al profitto, lo spazio come fonte (source), una dimensione culturale che è stata ricordata dagli attivisti Lakota di Standing Rock. Anche per Heidegger l’uomo della seconda metà del Novecento è heimatlos, privo di una patria, un concetto che Umberto Galimberti intende come condizione esistenziale di colui che non trova più “corrispondenza e riscontro” nel mondo. Gli habitat abitati dalle altre specie sono lo spazio perduto alla civiltà e quindi lo spazio da cui Homo sapiens si è consapevolmente tirato fuori: sono contesto ecologico, ma anche contesto esistenziale, territori in cui gli esseri umani pensano la propria civiltà in termini di prelievo di risorse e non più di co-appartenenza al Pianeta. Se anzi vogliamo andare fino in fondo nel sondare che cosa significa lo spazio come risorsa, ci troviamo in un ragionamento nuovo: lo spazio è una questione esistenziale per Homo sapiens, pensare al Pianeta come spazio riguarda il modo in cui abbiamo disegnato la nostra idea di esistenza lungo almeno gli ultimi due millenni di storia umana.

Jaspers definiva ciò che ci sta attorno, il nostro ambiente e il nostro essere sul Pianeta, con la parola Umgreifende, che in tedesco significa “ciò che raccoglie attorno”. Anche la coscienza umana è Umgreifende: “L’Umgreifende che noi siamo (das Umgreifende das wir selbst sind) dischiuso a quell’Umgreifende che è l’essere stesso (das Umgreifende das Sein selbst ist)”, spiega Umberto Galimberti. Per Jaspers, l’essere umano si trova in un ambiente che accoglie ed avvolge, ma anche che si mostra (che esiste) a prescindere da ogni progetto di utilizzo. Ogni uomo è dunque immerso in uno spazio che è orizzonte, paesaggio, geografia. Una consapevolezza piena e appagante dell’esistenza non può dunque accadere in mancanza del sentimento di appartenenza spaziale ad un luogo (Ort) che definisce la posizione dell’essere umano rispetto alla vita, intesa come evento biologico e psichico. Anche nel pensiero di Heidegger la riflessione sull’alienazione moderna della civiltà umana è legata ad un linguaggio spaziale. Lo scenario costante da cui la storia prende avvio è per Heidegger la verità dell’essere: la storia umana su questo Pianeta è Geschichte, ossia ciò che è “mandato” (dal verbo schiken, mandare, da cui anche Schiksal e Geschickt, destino ) e quindi “venuto ad essere”, non soltanto perché è accaduto, ma anche perché è stato possibile. Per Heidegger c’è, in altre parole, non solo l’evidenza di ciò che è già accaduto, ma anche la possibilità che dall’orizzonte amplissimo della vita qualcosa possa accadere (es gibt, la forma impersonale per dire “c’è” che letteralmente però suona “si dà”). La imprevedibilità dell’accadere, di ogni accadimento biologico, si fonde così con la comprensione filosofica della nostra realtà, nel senso che la storia del nostro Pianeta non è solo storia della specie Homo sapiens, ma soprattutto storia della evoluzione delle specie in sincrono con le trasformazioni geologiche del Pianeta stesso. L’evoluzione come fondamento primo dell’evento biologico è la verità dell’essere, è es gibt. E sappiamo bene, da Darwin in avanti, come l’evento biologico su larga scala dipenda dal caso e cioè dalla non deterministica contingenza della mutazione (das Verborgene, in termini heideggeriani, ciò che in quanto ancora non accaduto potrebbe anche non accadere e sussiste come possibilità). Rispetto ad Homo sapiens, il Pianeta è nella posizione eterna del es gibt. Per questo motivo, la verità dell’essere (e cioè della vita) è per Heidegger soprattutto rischio:

“Ogni ente è arrischiato. L’essere è il puro semplice rischio. Esso arrischia noi: gli uomini. Arrischia i viventi. L’ente è, in quanto è di volta in volta affidato al rischio. Ma l’ente rimane rischiato nell’essere, cioè in un rischio. Di conseguenza l’ente è esso stesso arrischiante, cioè rimesso al rischio. L’ente è in quanto va nel rischio in cui è lasciato andare. L’essere dell’ente è il rischio” (dal saggio Perché i poeti? Del 1946).

Ma è nella wilderness – le porzioni di Pianeta non ancora soggiogate alle attività umane dove sopravvivono le megafaune, come appunto il Kgalagadi – che il rischio della vita si dà, è cioè ancora intatto nella possibilità del suo accadere secondo processi evolutivi non pianificati dalla civiltà antropocenica. La wilderness è quindi spazio per la vita animale e vegetale (physis, come la chiamavano i Greci, termine che Heidegger problematizza interrogandone di nuovo i significati perduti) e spazio per il pensiero umano, cioè per un pensiero originario, esistenziale e libero dalle logiche produttive della civiltà tecnologica. Il rischio è infatti sempre libertà e per questo anche Jaspers può affermare che l’esistenza è tale solo in quanto “esistenza possibile (moegliche Existenz).

Ciò che si osserva in un parco nazionale, in una area protetta, sotto il sole aspro della savana, è la wilderness come physis, cioè come accadere biologico (dal greco phuo, nascere, venire alla luce, sbocciare). Da questo punto di vista, una area protetta, dalla caratteristiche eccezionali (wild) come il Kgalagadi non dovrebbe essere considerata speciale, perché contiene e mostra invece le condizioni basiche, anche da un punto di vista culturale, della vita sul Pianeta. Il fatto che invece consideriamo gli habitat selvaggi qualcosa di straordinario dipende dalla alienazione contemporanea dall’evento biologico; in Antropocene, la civiltà umana privilegia la megalopoli e attribuisce ai confini, ossia alla espansione illimitata delle proprie attività in opposizione alle foreste, alle comunità animali ed agli ecosistemi ancora integri, un sentimento di sicurezza e di dominio, costringendosi però a limitare la propria esperienza esistenziale dell’esserci sul Pianeta (Dasein). Scrive Umberto Galimberti: “Rompendo ogni confine Homo sapiens ha fondato la polis, ma fondando la polis è divenuto apolis, solitario, senza frontiere”.

Continua

 

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