Mese: luglio 2018

Le Must River, il cuore duro dei pionieri

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Sono le 7 di mattina a Upington, Sudafrica. Oggi partiremo per l’obiettivo della nostra spedizione, il Kgalagadi, il primo parco transfrontaliero in Africa, nato il 12 maggio del 2000, la conservation area più importante di questa porzione di Africa – paragonabile solo al KaZa, il Kavango Zambesi. Quel giorno di maggio di diciotto anni fa, il presidente del Botswana, Festus Mogae, e il presidente del Sudafrica ( si parlava di un accordo dal 1992 ) definirono il Kgalagadi “peace park”, il parco della pace, per via dell’accordo sulla riappropriazione dei diritti di permanenza dei San e dei Mier all’interno del parco dopo un secolo e mezzo di violenze razziali ed espropriazioni coatte. Nel 2000 finiva un’era della protezione degli spazi selvaggi del Sudafrica moderno, un’epoca in cui la totale separazione di territori ricchi di fauna e di flora era un imperativo quasi morale. Nel 2000 cominciò un nuovo pensiero, che lasciava filtrare in ogni documento l’obbligo alla condivisione delle risorse (i migliaia di Rand che entrano con il turismo, i diritti di caccia e di insediamento di fattorie e villaggi) e la partecipazione dei popoli non bianchi all’idea stessa di “parco nazionale”. Il Kgalagadi sarebbe stato un simbolo di riconciliazione, un esperimento dalle potenzialità grandiose, la dimostrazione che un discorso transfrontaliero sulle specie da proteggere poteva essere nelle menti e nei cuori della politica sudafricana, e dei suoi vicini, come il Botswana. Poteva insomma nascere qualcosa di diverso dal Kruger, di più complicato, di più ostico, e di più remoto. Genti e animali stretti in un vincolo giuridico di nuova elaborazione post apartheid e che però rappresentava tutta la questione della conservazione, e non certo solo in Sudafrica. Non c’è destino animale che non sia un destino di uomini. Questo disse Il Kgalagadi sin dal suo primo giorno. 

Non ci sono più di dieci gradi stamattina e infiliamo le nostre giacche a vento di piumino senza esitazione. Nel salone centrale del Le Must manca il riscaldamento: un condizionatore spento ci osserva dalla parete perplesso e intristito, mentre il freddo condensato in umidità appanna la vetrata alla nostra sinistra, da cui vediamo il fiume Orange e i canneti lontani. I rapaci non sono ancora usciti allo scoperto e gli uccelli del giardino sembrano ignari di un pericoloso gatto domestico che alla fine riesce a infilarsi in cucina. La domestica del Le Must è timida e gentile con noi, e accende subito il fuoco a gas sotto le padelle per preparare uova e bacon.

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Anche lei non avrà neppure quaranta anni, e ha addosso quell’aspetto dimesso e desolato delle ragazze di Steer, la sera prima. Il suo pile infeltrito mi sembra una protezione insufficiente contro il freddo che deve aver sopportato per essere lì di primo mattino, apposta per noi. Donne sfinite dalla fatica di un lavoro che non possono amare, dal peso di famiglie esigenti a cui vorrebbero dare molto di più. Bevendo il caffè, do una occhiata in giro. Questo posto ha un arredamento austero e determinato, come il cuore duro dei pionieri olandesi che si spingevano, famiglie a carico, sino al limite del Kalahari.

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Non ricordo più dove ho letto che non tutti i popoli hanno lo spirito dei pionieri ed è indubbiamente così. Chiunque abbia portato fino all’Orange questi piatti rosa Rococò di produzione francese ebbe un coraggio tanto vasto da sentirsi a casa sua contemplando orizzonti ostili e crudeli. Indietro non voleva tornare. Perché indietro non si torna, e perché poteva appartenere ad un altro luogo, migliore per lui dei vezzosi giardini di Versailles, se solo avesse voluto abbastanza con quel volere che non accetta ragioni e impara a sopravvivere dicendo di no.

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Fatto sta che poderosi NO ripetuti da queste parti per decenni portarono infine all’espropriazione totale delle terre delle genti indigene, ingiustizia nient’affatto risolta in venti anni di democrazia. La spartizione equa della terra è una questione rovente nel Sudafrica del presidente ANC Cyril Ramaposa. Secondo la BBC, alla fine dell’apartheid nel 1994 il governo dello African National Congress “disse di voler restituire il 30% ai proprietari precedenti entro il 2014”. I proprietari legittimi erano i neri a cui nel 1913, attraverso il Native Land Act, venne impedito di acquistare o affittare terra nel “white South Africa”. Di fatto, solo il 10% della terra adatta a fattorie è stato restituito. E da qui si è ricominciato a discutere su come redistribuire, ossia, in sintesi, su come far fronte ad una domanda di giustizia ancora assetata. 

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Un hamburger da Steer nelle notte insondabile di Upington

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Buio pesto. Il centro di Upington è piombato in un buio nero  pur essendo appena le sette di sera. Credo di non aver mai cercato un posto in cui cenare in una tenebra così fitta. Il freddo s’è fatto pungente, non ci saranno più di dieci gradi. I lampioni sono pochissimi e le strade a tal punto deserte di ogni presenza umana che sembrano vivi i manichini senza testa delle vetrine illuminate in un grosso magazzino di abiti in poliammide a basso costo. Gonne e camicette imitano la moda di Londra e Milano. Anche qui, le ballerine finto Tod’s. I rivenditori di suv lussuosi – Volkswagen, Mercedes – brillano nella notte, testimoni di quanto sia evidentemente importante ad Upington e dintorni poter contare su una macchina di una certa cilindrata. La notte è compatta e insondabile. Non abbiamo molta scelta se non entrare da Steer, in Scoot Street, un fast food sudafricano che promette cibo di ispirazione americana. 

Il locale è vuoto, e ci lavorano solo donne. Avranno una trentina di anni, indossano una divisa di un blu stinto e hanno per noi una certa riservatezza ruvida, con cui non è per niente facile entrare in sintonia. Ma non per via dell’accento inglese anni luce dal Brit Oxford, c’è qualcosa di non accogliente che si sforza di esserlo senza riuscirci. Un televisore acceso diffonde musica rap di cantanti neri sudafricani, ostentatamente allegri, grintosi, decisi a dire la loro al mondo. Ordiniamo un paio di hamburger e mentre aspettiamo entrano alcuni giovani che prendono un gelato alla vaniglia incappucciato da una glassa arancione. Dietro il bancone si intravede la cucina con un grill per gli hamburger e le bistecche e un bidone di latta per l’olio da frittura. Il buio totale dell’esterno penetra nel fast food. 

Questo cibo, penso, non è africano. E’ un cibo globale, conformista, ben adattato, come una specie generalista, standardizzato fino a parlare tutte le lingue. Eppure è buono. La carne del nostro hamburger non proviene da vacche allevate in batteria. Il sapore trattiene il profumo delle erbe del pascolo all’aperto, e oppone resistenza al gusto pastorizzato del cheddar. Le patate sono state fritte pochi minuti prima, e sono croccanti e per nulla unte. C’è qualcosa di biblico in questo hamburger. L’essere umano combatte le sue battaglie, giuste o infami, anche nel cibo che produce, che predilige e che impone ad altri popoli. Qui a Upington si mangia all’americana, all’inglese, così come si parla afrikaans e inglese, ma in fondo, se approfondisci l’antropologia linguistica del North Cape, anche frammenti sperduti delle 23 lingue San che sono quasi completamente estinte dopo i genocidi dell’Ottocento e la legislazione razzista del secolo scorso spuntano tra i cespugli del veld, negli interstizi tra le palme e i muri bianchi delle ville sul fiume, nel tuo cervello che non conosce una parola di questi dialetti perché non ha mai studiato una sola pagina di storia africana in almeno 15 anni di scuola, lassù, in Europa. 

Prima di partire avevo letto decine di papers sulla necessità di poter contare su habitat sempre più estesi per proteggere la megafauna rimasta sul nostro Pianeta, in Africa. Tutto vero. Ma adesso, con il buio della notte alle spalle, mentre Davide aggiorna i suoi followers su Instagram, non sono più così sicura della mia documentazione scientifica. Non è abbastanza. Mi occorre anche uno spazio mentale sufficientemente esteso per l’eredità coloniale europea in mezzo alle genti del North Cape. Non sono preparata per questo, nella stagione urlata delle migrazioni che inondano Lampedusa, le coste spagnole e il confine francese prima dell’imbarco per La Manica e l’Inghilterra. Nessuno di noi, a Milano, a Roma, a Berlino, a Parigi, a Bruxelles, è pronto per questo. Ci troviamo negli uffici lugubri di un notaio che ci ha convocati improvvisamente per ricevere una eredità, noi, che pensavamo di non essere più eredi di nulla, liberi dal peso di aver voluto l’Africa a qualunque costo. 

L’infanzia al tramonto sul fiume Orange, Upington

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In questa stagione dell’anno, il sole nella provincia del North Cape, Sudafrica, tramonta in trenta minuti. Si annunzia nel calare repentino della radiazione luminosa e poi conclude la sua storia. Pone la parola fine. Non concede appelli. Incendia il mondo e poi proclama il suo no. Oltre questo, nulla sarà concesso per oggi.

Il tramonto sull’Orange ha il colore del corallo. Un elicottero trascorre nel cielo, verso est, ma il tuono del motore è assorbito dal canto di centinaia di uccelli. C’è qualcosa della propria infanzia nell’attesa che ogni sfumatura arancione e rosa svanisca, inghiottita dalla fine di questo giorno. Il primo libro che ho letto sull’Africa fu Quando vola il falco, di Wilbur Smith (pubblicato in Italia nel 1980). La vicenda si svolgeva nella ex Rhodesia, oggi Zimbabwe, nell’Ottocento. I protagonisti erano pionieri di vario genere, che andassero a caccia di diamanti o del regno perduto di Monomotapa, gente inglese tostissima alla ricerca di qualcosa che ingannevolmente credeva di trovare nella soddisfazione della propria avidità coloniale. I Ballantyne non riuscivano mai davvero a possedere in via definitiva ciò che desideravano. Avevano fame di vita, un tipo di fame che non riuscivano a soddisfare in Europa. Non è poi così diverso lo slancio del tutto ideale con cui moltissimi occidentali sono disposti a pagare migliaia di dollari per visitare ciò che è oggi il territorio della Provincia del Capo e del Botswana. 

Ma nessuno può avere coscienza di quel che accade nella sua epoca fintanto che è in vita. Siamo tutti irretiti in una sorta di inganno esistenziale: dovremmo essere responsabili delle nostre azioni (del degrado ecologico, ad esempio), ma la civiltà in cui siamo nati ha leggi e vincoli troppo cogenti per lasciarci un simile respiro. Ci ha voluti esattamente come siamo, e questo condiziona il nostro senso etico, oltre che la nostra intelligenza. Pensare storicamente sembra ormai un privilegio per intellettuali, non è affatto quel diritto acquisito dal secondo dopoguerra che la propaganda della cultura di massa dichiara essere “un bene collettivo”. Siamo soli dinanzi al declino biologico del Pianeta esattamente come fummo soli, benché colpevoli, durante l’epoca coloniale che, in questo pezzo di Africa, pose le fondamenta dello stato faunistico attuale. 

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E’ importante capirlo, questo. Un buon testo pubblicato a Cambridge nel 1991 (di David S.G. Thomas e Paul A. Shaw) sull’ecosistema del Kalahari non può prescindere dal dire: “La riduzione della wildlife che accompagnò l’arrivo degli europei non fu unica nel Kalahari, ma un tratto specifico della espansione europea in tutto il subcontinente. Già nel 1657 nel Capo gli Olandesi cercarono di stabilire delle restrizioni per la caccia agli elefanti, ai rinoceronti e agli ippopotami davanti ai loro numeri in declino”. Nell’Ottocento il Kalahari era un importante crocevia per la raccolta e il commercio di prodotti animali preziosi, destinati alle ricche elites borghesi del Nord Europa: avorio, pellicce (dei gatti maculati), denti di ippopotamo e piume di struzzo. Le rotte commerciali seguivano le piste nel deserto datate all’Età del Ferro, su cui era più semplice individuare gli animali e seguirli secondo le stagioni. Ma anche gli animali allevati, primariamente le vacche, ebbero il loro ruolo in questa appropriazione della terra che portava con sé lo sfruttamento biopolitico delle risorse. Nel periodo tra ‘800 e ‘900 gli allevatori scavarono pozze d’acqua nella valle del fiume Nossob, nel Kgalagadi allora ancora non protetto, per abbeverare le mandrie. I pans lungo il Nossob si desertificarono e questo inaridimento potrebbe essere tra le cause del fatto che le zebre abbandonarono l’area per non farvi mai più ritorno. 

E’ così che lasciamo l’infanzia. Essa rimane dietro di noi, sfumando i propri contorni sino a diventare irriconoscibile al pensiero conscio. Ma ogni infanzia è una traccia. Quelle zebre che non ci sono più hanno posto condizioni all’ecosistema attraverso la loro assenza. I semi gettati in noi da bambini sono gli unici a germogliare, sono premesse, anticipazioni, profezie che attendono la pioggia. La defaunazione del Kalahari assomiglia a una infanzia violenta, che pur sottoposta allo scandaglio di anni di psicoanalisi, dà una sua forma, soltanto sua, al presente. Questo penso dinanzi al tramonto sull’Orange, tentando di rammentare la storia di Robyn Ballantyne, innamorata di un trafficante di schiavi, la trama lontanissima di un racconto africano qui a Le Must, dove probabilmente domani mattina una donna nera ci servirà una perfetta colazione britannica. Adesso l’Africa è per noi Europei un altro avamposto, dove pretendiamo di dare lezioni su cosa è la natura secondo parametri astratti bianchi.  Sostanziali, indispensabili, ma elaborati nelle terre del Nord. Sì, i semi gettati in noi da bambini sono costretti a germogliare, perché sono i primi semi di un terreno vergine. Tutto ciò che avviene per la prima volta ha questa forza germinativa unica, irripetibile. Davide ha scattato numerose foto delle aquile che volteggiano sopra il canneto. Decidiamo di andare a mangiare qualcosa, ora che le tenebre avvolgono Upington. 

Legami forti come tendini di Springbok

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Don’t play to the gallery and never work for other people. C’è David Bowie nei miei pensieri quando la Duster scivola lungo il pendio di Budler Street. La spedizione al Kgalagadi Transfrontier è stata una scelta controcorrente, che ha reso difficile trovare finanziatori a cui spiegare motivazioni che apparivano più scientifiche che turistiche. E sia, era proprio quello a cui aspiravo. I leoni in un habitat di loro proprietà, non in mano a concessioni estere trapiantate dentro la retorica a buon prezzo della protezione delle specie. Il parco è remoto, semi sconosciuto in Italia, ed evanescente negli assessment celebri sul futuro del leone africano. Fintanto che non arrivano milioni di dollari di finanziamento per studi decennali, nessun hot spot ha diritto ad esistere nell’immaginario collettivo del mondo ricco e bianco. Il Kgalagadi non ha mai avuto il privilegio del Serengeti, e di un patrono illustre come George Schaller. Eppure, qui è immensa, ancora all’opera con la sua crudeltà, la forza dei conflitti che hanno formato il mondo contemporaneo, e la nostra relazione coloniale, post-coloniale, migratoria con l’Africa della provincia del Capo. Upington, Sudafrica: la storia del leone del Capo, la storia dei criniera nera del Kalahari non è una storia in lingua inglese, con accento britannico. E’ una storia europea. 

Del resto, non si sceglie mai su cosa scrivere scortati dalla sola sentinella del nostro presente. Nel primo pomeriggio Upington è soffusa dal colore giallo avvolgente del veld, una promessa cromatica del fatto che il Kalahari dista da qui solo duecento chilometri. E con il Kalahari il tempo remoto in cui il Sudafrica divenne per me l’unico sinonimo possibile di Africa. 

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Passeremo la notte al Le Must River, una villa in stile francese, ma dalla atmosfera inconfondibilmente afrikaner, con servizio di bed & breakfast. La padrona di casa, una cinquantenne molto cortese con un pesante kajal nero attorno agli occhi e una frangia biondo platino anni ’80, ci accompagna in una piccola dependance. Numerosi uccelli si posano senza sosta sugli alberi del giardino, latifoglie sfibrate dalla stagione secca, in attesa, anche loro, che i tempi siano di nuovo maturi per qualcosa di nuovo. Dietro l’edificio principale, che custodisce un arredamento coloniale di cuoio e legno, il giardino declina verso il fiume Orange. Un’oasi fluviale a canneto, su cui volteggiano, in lontananza, le aquile. Il connubio resistente, come una corda fatta dei tendini di un animale selvatico, tra l’insediamento umano e l’esplosione della natura selvatica accade davanti ai nostri occhi e ci dice, senza più fraintendimenti, che siamo in Sudafrica. Perché solo qui un tale connubio è possibile in queste declinazioni di noto e ignoto, di stridente e ormai legittimo. Dipende dal fatto che siamo Europei. Solo una manciata di minuti per mettere a fuoco, per sentire questa sensazione. Non potremo mai fare a meno di essere europei, qualunque cosa incontreremo al Kgalagadi. Perché ogni elemento di questo posto, per un verso, lo hanno plasmato i nostri antenati Europei a partire dal XVII secolo. E ora, come Europei, siamo qui per prendere appunti e scattare foto, sulla consapevolezza dei nostri eccessi e dei nostri errori che chiamiamo “conservazione della natura”.  Scrisse Chinua Achebe: “Non c’è storia che non sia vera, il mondo è infinito, e quello che è bene per un popolo è male per altri”. 

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Upington, Sudafrica: terra San, dove si parla afrikaans

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Dopo quattro interminabili ore al Tambo di Johannesburg, e una tazza di tè verde, atterriamo a Upington. Abbiamo davanti una notte di riposo prima di partire per il Kgalagadi transfrontier park. Il nostro aereo, un Airlink affusolato come un Concorde, plana sulla contea di Orange morbido come l’ora meridiana in cui l’Africa mi accoglie di nuovo, a distanza di otto anni dal nostro primo incontro. La regione sotto di noi è ondulata, rossa come argilla bagnata di un campo da tennis, percorsa dalle vene nervose di ruscelli essiccati dalla stagione invernale che le danno le sembianze di un organismo vivente. I motori Rolls-Royce dell’aereo accompagnano l’atterraggio in un lungo, meditato sospiro. Siamo a Upington, Sudafrica, terra San, distretto Afrikaner, nervo ancora scoperto del lento processo di riconciliazione nazionale dopo la fine dell’apartheid nel 1991. 

L’aeroporto è lindo, ordinatissimo, atto politico e dichiarazione di provate qualità amministrative: una gigantografia di un gruppo di Boscimani annunzia le intenzioni del governo centrale qui, dove la lingua ufficiale è l’afrikaans (il dialetto olandese che ancora oggi si contende con l’inglese la legittimità di lingua nazionale nelle scuole dell’obbligo), ma lo sconfinato veld che si estende verso nord ovest, in direzione del confine con la Namibia e del Kgalagadi, fu per millenni nazione San. Il ritratto di questa gente piazzato al centro del salone principale è quasi surreale: ogni ricordo, ogni memoria, soprattutto quando di mezzo ci sono genocidi e stermini programmati, suona sempre un po’ come un imbarazzo di Stato, un pudore che non vuole stare al suo posto. Noi Europei sappiamo bene quanto la memoria di Stato non sia sufficiente per recuperare alla coscienza, ad una responsabilità storica, gli atti brutali del passato. Il male commesso rimane sempre una sostanza vischiosa, appiccicosa, che tutti proviamo a inghiottire per decenni, a volte per secoli, senza accorgerci che non esiste presente senza il passato di cui vorremmo sbarazzarci con una nuova, impossibile etica. Questi San sorridenti, dignitosi, riescono a rammentarmi l’opposto degli intenti della fotografia, e cioè le conseguenze spaventose, a partire dall’inizio dell’Ottocento, dell’arrivo dei coloni bianchi ( i trekker boeri) e delle genti Bantu, come i Matabele. Come spesso è accaduto, l’estinzione di un popolo coincise con l’estinzione di specie animali. 

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Mentre i San scomparivano dallo Stato libero di Orange, dal Transvaal, dal Kalahari – dove siamo diretti io e Davide – veniva spazzato via anche il leone del Capo. Al Tambo avevo dato un’occhiata alle pubblicazioni nazionali in un bookshop che vende soprattutto riviste di caccia da trofeo e manuali semplificati sulla megafauna dei parchi sudafricani. Nessuno tenta di nascondere il fatto che il Paese fa affari con gli animali in molti modi, compreso l’allevamento di leoni da massacrare per sport, smembrare e rivendere a pezzi sul mercato cinese. Si avvicina il centenario della nascita di Nelson Mandela (18 luglio 1918) e a scaffale trovo anche una biografia di Steven Biko, l’attivista colto e brillante che rivendicava per il suo Paese un sistema politico originale, non ispirato solo alle teorie politiche di derivazione europea, come il socialismo-comunismo. Su Biko venne girato nel 1987 Grido di libertà, un film intenso con Denzel Washington, film che la televisione italiana non ripropone da almeno da 25 anni. Biko in Europa è stato sostanzialmente dimenticato, ma per quanti, come me, vissero da ragazzi le fasi finali dell’Apartheid ascoltando Peter Gabriel e i Simple Minds, Biko è ancora oggi uno di quegli eroi dotati di un innata capacità poetica. 

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Mentre aspettiamo la nostra valigia sul nastro bagagli degli arrivi, un paio di Chesna rollano sulla pista di atterraggio. L’erba del veld è gialla e ruvida, l’aria fresca e azzurra. Prendiamo a noleggio la nostra Duster al banco della Bidvest e ci immettiamo sulla lunga arteria cittadina che attraversa gli Sports grounds di Upington e si immette sulla Borcherd. Un allevamento di cavalli da Polo riposa sotto il sole, in attesa del tramonto; ville intonacate di bianco, a un solo piano, con qualche pianta grassa sul patio smorzano a contrasto il colore rosso ferro della terra sabbiosa. Superiamo lo svincolo con Xo Wey e svoltiamo per scendere lungo il fiume Orange, verso la Budler Street. 

Il dittatore solitario

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Sabato prossimo, il 7 luglio, Tracking Extinction sarà di nuovo in movimento. Partiamo per il Sudafrica, per raggiungere il Kgalagadi national park. Obiettivo sul campo: raccontare l’habitat desertico – Kalahari duneveld bioregion, ossia la bioregione del Kalahari meridionale coperta dal veld, un prato erboso ruvido e super resistente alle lunghe siccità – del leone africano. Perché dopo l’Asia (Thailandia, Vietnam), Berlino e Oslo abbiamo deciso di passare all’Africa meridionale? 

Perché a Bangkok, Hanoi ed Ho Chi Min la cosa più dirompente che abbiamo visto è stata la densità demografica umana. Il Pianeta porta il peso di 7,5 miliardi di persone, una condizione che impone costi energetici insostenibili sui tempi lunghi. Ma non si tratta solo di questo: i nostri numeri esorbitanti ci hanno posti in una situazione esistenziale estrema, di cui ci accorgiamo a stento nelle aree urbane dove viviamo confinando il pensiero allo schermo dell’Iphone. Stiamo rimanendo soli su questo Pianeta: soli pur in mezzo a migliaia di nostri simili. Ma è proprio questa la nostra particolare solitudine contemporanea: aver scelto di vivere senza gli altri – le specie animali non domesticate – e quindi senza il Pianeta stesso. Camminando ogni giorno lungo la Hang Bac di Hanoi, visitando il mercato del pesce al Ben Than Market di Ho Chi Min, era questo il denso fumo da cui non era possibile sfuggire, più coatto del caldo tropicale: l’esilio imposto alle altre specie, e il sentimento di compiacimento perverso che sembriamo ricavarne. Cosa è l’estinzione? L’estinzione è una infinita solitudine. Presto potrebbe finire anche l’Antropocene, scrive E.O.Wilson, a vantaggio dell’Eremocene: “L’età della solitudine, e cioè, di fatto, un’epoca cupa abitata solo da noi esseri umani e dalle nostre piante selezionate e dai nostri animali addomesticati; e una distesa di campi coltivati ovunque nel mondo fin dove può spingersi lo sguardo”. Sempre più, Homo sapiens prende i tratti di un dittatore solitario. 

Nel Kgalagadi lo spazio esiste ancora e un orizzonte compare all’alba ogni mattina, al sorgere del sole. Al Kgalagadi stanno 100 leoni che sono il simbolo di questi scenari. Il leone ha perso in un solo secolo il 75% del suo home range, che vuol dire un numero straordinario di habitat diversi per vegetazione, clima, prede, reti trofiche. Il leone africano attuale è qualcosa di più della storia di Cecil, il grande maschio abbattuto dal dentista americano in Zimbabwe nel 2015, perché è qualcosa di meno: una capitolo ormai molto ridotto della diversità genetica della specie di inizio Novecento. Ma ciò che un tempo fu è ancora visibile al Kgalagadi. 

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Perciò, mi è parso un presagio fausto che qui a Milano sia stata inaugurata proprio in questi giorni la mostra pubblica del progetto Ark di Joel Sartore, nel parco di CityLife. Andate a vederla. Ascoltate il silenzio che emana. L’icona milanese di Ark è il ritratto del leone berbero, una sottospecie di leone ormai estinta: il leone dalla criniera autenticamente nera che viveva sull’altopiano dell’Atlante, nel Maghreb nordafricano. Spazzato via, insieme alla sua storia millenaria. A lui pensavano i Romani quando dell’Africa dicevano: hic sunt leones. Guardandolo negli occhi, mentre una giovane mamma faceva mettere in posa i bambini accanto al suo muso fiero, ho rammentato quanto i leoni siano dentro di noi. Non fuori. Proprio dentro. Nei neuroni, nell’area di Wernicke e anche nei sogni. L’archeologo Julien Monney che scavò nella grotta di Chauvet e fu tra i primi a vedere le pitture vecchie di 36mila anni in cui i primi Europei dipinsero interi branchi di leoni europei, disse al regista Werner Herzog che dopo la sua prima visita nella grotta i leoni cominciarono a fargli visita di notte. Non era più solo nelle ore che precedono l’alba e segnano il confine tra la ragione strumentale e il pensiero creativo. Attraversava i suoi labirinti più intimi in compagnia di un gruppo di leoni. Questo è il significato di Tracking Extinction: rintracciare le tracce che uniscono noi al Pianeta.