Upington, Sudafrica: terra San, dove si parla afrikaans

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Dopo quattro interminabili ore al Tambo di Johannesburg, e una tazza di tè verde, atterriamo a Upington. Abbiamo davanti una notte di riposo prima di partire per il Kgalagadi transfrontier park. Il nostro aereo, un Airlink affusolato come un Concorde, plana sulla contea di Orange morbido come l’ora meridiana in cui l’Africa mi accoglie di nuovo, a distanza di otto anni dal nostro primo incontro. La regione sotto di noi è ondulata, rossa come argilla bagnata di un campo da tennis, percorsa dalle vene nervose di ruscelli essiccati dalla stagione invernale che le danno le sembianze di un organismo vivente. I motori Rolls-Royce dell’aereo accompagnano l’atterraggio in un lungo, meditato sospiro. Siamo a Upington, Sudafrica, terra San, distretto Afrikaner, nervo ancora scoperto del lento processo di riconciliazione nazionale dopo la fine dell’apartheid nel 1991. 

L’aeroporto è lindo, ordinatissimo, atto politico e dichiarazione di provate qualità amministrative: una gigantografia di un gruppo di Boscimani annunzia le intenzioni del governo centrale qui, dove la lingua ufficiale è l’afrikaans (il dialetto olandese che ancora oggi si contende con l’inglese la legittimità di lingua nazionale nelle scuole dell’obbligo), ma lo sconfinato veld che si estende verso nord ovest, in direzione del confine con la Namibia e del Kgalagadi, fu per millenni nazione San. Il ritratto di questa gente piazzato al centro del salone principale è quasi surreale: ogni ricordo, ogni memoria, soprattutto quando di mezzo ci sono genocidi e stermini programmati, suona sempre un po’ come un imbarazzo di Stato, un pudore che non vuole stare al suo posto. Noi Europei sappiamo bene quanto la memoria di Stato non sia sufficiente per recuperare alla coscienza, ad una responsabilità storica, gli atti brutali del passato. Il male commesso rimane sempre una sostanza vischiosa, appiccicosa, che tutti proviamo a inghiottire per decenni, a volte per secoli, senza accorgerci che non esiste presente senza il passato di cui vorremmo sbarazzarci con una nuova, impossibile etica. Questi San sorridenti, dignitosi, riescono a rammentarmi l’opposto degli intenti della fotografia, e cioè le conseguenze spaventose, a partire dall’inizio dell’Ottocento, dell’arrivo dei coloni bianchi ( i trekker boeri) e delle genti Bantu, come i Matabele. Come spesso è accaduto, l’estinzione di un popolo coincise con l’estinzione di specie animali. 

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Mentre i San scomparivano dallo Stato libero di Orange, dal Transvaal, dal Kalahari – dove siamo diretti io e Davide – veniva spazzato via anche il leone del Capo. Al Tambo avevo dato un’occhiata alle pubblicazioni nazionali in un bookshop che vende soprattutto riviste di caccia da trofeo e manuali semplificati sulla megafauna dei parchi sudafricani. Nessuno tenta di nascondere il fatto che il Paese fa affari con gli animali in molti modi, compreso l’allevamento di leoni da massacrare per sport, smembrare e rivendere a pezzi sul mercato cinese. Si avvicina il centenario della nascita di Nelson Mandela (18 luglio 1918) e a scaffale trovo anche una biografia di Steven Biko, l’attivista colto e brillante che rivendicava per il suo Paese un sistema politico originale, non ispirato solo alle teorie politiche di derivazione europea, come il socialismo-comunismo. Su Biko venne girato nel 1987 Grido di libertà, un film intenso con Denzel Washington, film che la televisione italiana non ripropone da almeno da 25 anni. Biko in Europa è stato sostanzialmente dimenticato, ma per quanti, come me, vissero da ragazzi le fasi finali dell’Apartheid ascoltando Peter Gabriel e i Simple Minds, Biko è ancora oggi uno di quegli eroi dotati di un innata capacità poetica. 

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Mentre aspettiamo la nostra valigia sul nastro bagagli degli arrivi, un paio di Chesna rollano sulla pista di atterraggio. L’erba del veld è gialla e ruvida, l’aria fresca e azzurra. Prendiamo a noleggio la nostra Duster al banco della Bidvest e ci immettiamo sulla lunga arteria cittadina che attraversa gli Sports grounds di Upington e si immette sulla Borcherd. Un allevamento di cavalli da Polo riposa sotto il sole, in attesa del tramonto; ville intonacate di bianco, a un solo piano, con qualche pianta grassa sul patio smorzano a contrasto il colore rosso ferro della terra sabbiosa. Superiamo lo svincolo con Xo Wey e svoltiamo per scendere lungo il fiume Orange, verso la Budler Street. 

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