L’infanzia al tramonto sul fiume Orange, Upington

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In questa stagione dell’anno, il sole nella provincia del North Cape, Sudafrica, tramonta in trenta minuti. Si annunzia nel calare repentino della radiazione luminosa e poi conclude la sua storia. Pone la parola fine. Non concede appelli. Incendia il mondo e poi proclama il suo no. Oltre questo, nulla sarà concesso per oggi.

Il tramonto sull’Orange ha il colore del corallo. Un elicottero trascorre nel cielo, verso est, ma il tuono del motore è assorbito dal canto di centinaia di uccelli. C’è qualcosa della propria infanzia nell’attesa che ogni sfumatura arancione e rosa svanisca, inghiottita dalla fine di questo giorno. Il primo libro che ho letto sull’Africa fu Quando vola il falco, di Wilbur Smith (pubblicato in Italia nel 1980). La vicenda si svolgeva nella ex Rhodesia, oggi Zimbabwe, nell’Ottocento. I protagonisti erano pionieri di vario genere, che andassero a caccia di diamanti o del regno perduto di Monomotapa, gente inglese tostissima alla ricerca di qualcosa che ingannevolmente credeva di trovare nella soddisfazione della propria avidità coloniale. I Ballantyne non riuscivano mai davvero a possedere in via definitiva ciò che desideravano. Avevano fame di vita, un tipo di fame che non riuscivano a soddisfare in Europa. Non è poi così diverso lo slancio del tutto ideale con cui moltissimi occidentali sono disposti a pagare migliaia di dollari per visitare ciò che è oggi il territorio della Provincia del Capo e del Botswana. 

Ma nessuno può avere coscienza di quel che accade nella sua epoca fintanto che è in vita. Siamo tutti irretiti in una sorta di inganno esistenziale: dovremmo essere responsabili delle nostre azioni (del degrado ecologico, ad esempio), ma la civiltà in cui siamo nati ha leggi e vincoli troppo cogenti per lasciarci un simile respiro. Ci ha voluti esattamente come siamo, e questo condiziona il nostro senso etico, oltre che la nostra intelligenza. Pensare storicamente sembra ormai un privilegio per intellettuali, non è affatto quel diritto acquisito dal secondo dopoguerra che la propaganda della cultura di massa dichiara essere “un bene collettivo”. Siamo soli dinanzi al declino biologico del Pianeta esattamente come fummo soli, benché colpevoli, durante l’epoca coloniale che, in questo pezzo di Africa, pose le fondamenta dello stato faunistico attuale. 

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E’ importante capirlo, questo. Un buon testo pubblicato a Cambridge nel 1991 (di David S.G. Thomas e Paul A. Shaw) sull’ecosistema del Kalahari non può prescindere dal dire: “La riduzione della wildlife che accompagnò l’arrivo degli europei non fu unica nel Kalahari, ma un tratto specifico della espansione europea in tutto il subcontinente. Già nel 1657 nel Capo gli Olandesi cercarono di stabilire delle restrizioni per la caccia agli elefanti, ai rinoceronti e agli ippopotami davanti ai loro numeri in declino”. Nell’Ottocento il Kalahari era un importante crocevia per la raccolta e il commercio di prodotti animali preziosi, destinati alle ricche elites borghesi del Nord Europa: avorio, pellicce (dei gatti maculati), denti di ippopotamo e piume di struzzo. Le rotte commerciali seguivano le piste nel deserto datate all’Età del Ferro, su cui era più semplice individuare gli animali e seguirli secondo le stagioni. Ma anche gli animali allevati, primariamente le vacche, ebbero il loro ruolo in questa appropriazione della terra che portava con sé lo sfruttamento biopolitico delle risorse. Nel periodo tra ‘800 e ‘900 gli allevatori scavarono pozze d’acqua nella valle del fiume Nossob, nel Kgalagadi allora ancora non protetto, per abbeverare le mandrie. I pans lungo il Nossob si desertificarono e questo inaridimento potrebbe essere tra le cause del fatto che le zebre abbandonarono l’area per non farvi mai più ritorno. 

E’ così che lasciamo l’infanzia. Essa rimane dietro di noi, sfumando i propri contorni sino a diventare irriconoscibile al pensiero conscio. Ma ogni infanzia è una traccia. Quelle zebre che non ci sono più hanno posto condizioni all’ecosistema attraverso la loro assenza. I semi gettati in noi da bambini sono gli unici a germogliare, sono premesse, anticipazioni, profezie che attendono la pioggia. La defaunazione del Kalahari assomiglia a una infanzia violenta, che pur sottoposta allo scandaglio di anni di psicoanalisi, dà una sua forma, soltanto sua, al presente. Questo penso dinanzi al tramonto sull’Orange, tentando di rammentare la storia di Robyn Ballantyne, innamorata di un trafficante di schiavi, la trama lontanissima di un racconto africano qui a Le Must, dove probabilmente domani mattina una donna nera ci servirà una perfetta colazione britannica. Adesso l’Africa è per noi Europei un altro avamposto, dove pretendiamo di dare lezioni su cosa è la natura secondo parametri astratti bianchi.  Sostanziali, indispensabili, ma elaborati nelle terre del Nord. Sì, i semi gettati in noi da bambini sono costretti a germogliare, perché sono i primi semi di un terreno vergine. Tutto ciò che avviene per la prima volta ha questa forza germinativa unica, irripetibile. Davide ha scattato numerose foto delle aquile che volteggiano sopra il canneto. Decidiamo di andare a mangiare qualcosa, ora che le tenebre avvolgono Upington. 

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