Kalahari Red Dune Route

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Attraversiamo il distretto industriale di Upington percorrendo  la Swartmodder, per infilarci sulla Route 360 e proseguire dritto lungo i 200 chilometri di “zona cuscinetto” tra gli insediamenti umani e il Kgalagadi. Un cartello stradale indica la direzione del parco, verso Askham. E’ un annuncio, un urlo che arriva dalla fine di questi duecento chilometri, dalla sabbia sdrucciolevole del Kalahari, come se volesse scuotere la nostra epoca, che ci sta cucita addosso, dalle sue fondamenta. Le buffle zone sono territori di confine in cui il paesaggio umano, e cioè le coltivazioni, le mandrie e le greggi, cedono lentamente il passo agli habitat selvatici. In certi contesti, ad esempio in Uganda, spostandosi verso il Queen Elizabeth, ci sono solo “farmlands and exotic trees”, come racconta il Lion Recovery Fund, il gruppo non governativo più avanzato nell’analisi del futuro del leone con cui collabora anche la Leonardo Di Caprio Fundation. Il Queen Elizabeth è una benedizione, ma questo non rende l’assedio meno perverso. Nella Tanzania del nord il passaggio di testimone tra Antropocene africano ed ecosistema è brutale: campi di mais e villaggi impoveriti accompagnano lo sguardo di chi, venendo dal Lake Manyara, sale verso il Rift, per entrare a NgoroNgoro e scivolare poi nella piana erbosa del Serengeti. Lo stacco è netto, la cicatrice tra i due lembi della realtà spessa e non più negoziabile. Una delle due parti ha già perso. Per sempre. 

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E’ così che la teoria della separazione della wilderness invocata dai Britannici del Capo a inizio Novecento come principio cardine della salvaguardia faunistica non è del tutto superata. La parola parco implica confini e del resto sono proprio le buffle zone a ribadire che i confini di un parco, ancora oggi, dividono noi da loro. Il contesto umano dal contesto animale non addomesticato. I parchi non sono luoghi di riconciliazione o di compromesso, sono decisioni già consolidate a cui adattarsi. Il Trattato di Versailles della conservazione è scritto. I duecento chilometri della Route 360 sono però una altra cosa. Appartengono al Kalahari, ce ne accorgiamo quando l’asfalto scorre sotto le ruote della Duster come se fosse una unica, nuova dimensione del Pianeta Terra, aggrappata ad un cielo a grumi di nuvole blu e grigie profondo quanto l’irrequietezza perenne della nostra specie, di noi uomini. A Nonieput questo cielo concede a qualunque cosa respiri sotto di lui una pioggia caduca e fuggevole, a grosse gocce simili a biglie. Uno sciacallo giace morto sull’asfalto, dopo aver tentato di attraversare, il primo della sua famiglia di canidi furbi e incredibilmente adattabili a presentarsi a noi, e un cartello avvisa che i rapaci si aggirano con occhio scaltro sopra i cespugli. Siamo già nel Kalahari, ci siamo già dentro in questo inverno 2018 dell’Africa del sud, sulle sabbie rosse disidratate che corrono dietro i finestrini. 

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Qui le persone sopravvivono allevando pecore e capre. Qualche gregge pascola sulla sabbia l’erba che ha il colore dell’oro, del turchese marino e della salvia. Le bestie appartengono a insediamenti umani modesti e minuscoli. A Norokeipan si raccoglie il sale in una salina bianchissima, scorticata. Poco più avanti, dopo un lodge abbandonato, incontriamo un pastore a cavallo. Siamo al miglio 163: colline di sabbia rossa riempiono i trencentosessanta gradi di orizzonte che sta tra noi, dentro la Duster, e il possente mondo esterno. Poi ecco che, improvvisamente, alla nostra destra, compare il profilo marrone di un enorme pan, il tipico lago secco salato del Kalahari, una distesa piatta e infida – sotto la crosta dura potrebbe esserci fango ancora umido – a forma circolare, che assomiglia ad una isola, il modulo geometrico primordiale del Kalahari meridionale e centrale. 

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Siamo al Goerapan, una conca pianeggiante soffusa di giallo, uno spazio autonomo nella grandezza dello spazio che lo contiene. Ecco perché qui si forma nel cervello una percezione diretta, verosimile degli animali selvatici. Si riesce ad immaginarli muoversi nello spazio, la profondità della danza di dune che si espandono fin dentro il Kalahari è anch’essa un movimento che diventa uno con lo spostarsi e il camminare degli animali, mentre ogni specie della terra e del cielo prosegue per il suo viaggio incastonata nello spazio e lo spazio, per conto suo, dà ritmo, consistenza e significato al frullare delle ali o all’incedere degli zoccoli. Il pensiero è geografia. Andare, mettersi sulle tracce di questi animali, e raggiungere la grandezza dello spazio là in fondo, dove le dune rosse sconfiggono la misura della distanza e sono, imperturbabili, soltanto Pianeta Terra. Di questo cammino per noi perduto, dileggiato dall’epoca della tecnologia padrona di ogni sentimento, parlava Thoreau al principio di Walden:  “Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza (….)” perché “c’è una alternativa al perseguimento del superfluo: avventurarsi subito nella vita”. Il pensiero è geografia. 

Poco dopo il pan Davide accosta. A un paio di metri sotto il bordo sabbioso della strada, in fondo alla scarpata c’è lo scheletro scomposto di uno springbok.

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Esaminiamo le piccole vertebre e il cranio bianco ripulito da ogni traccia organica. Le sue ossa sono ormai solo frammenti, la morte l’ha colta molto tempo prima, eppure è il suo mondo, non la materia, a sembrarmi un mondo in dissoluzione. Nell’Ottocento le genti Ottentotte dicevano agli inglesi che lo springbok è sempre esistito e che quindi non viene da nessun luogo, non ha una origine. I boscimani del Kalahari centrale custodivano un mito analogo su se stessi: “da dove viene il boscimane? Un sogno ci ha sognati”, racconta Laurens van der Post. Ma le gazzelle e le genti San e Mier conobbero ciò che prima di loro avevano conosciuto gli Ottentotti. La fauna che conoscevano da millenni non era eterna, era preda, così come lo erano loro, preda di qualcosa di così inaudito che anche oggi, francamente, non è facile farsene una idea. Lungo la 360 ci sono negozi di biltong, la carne selvatica secca del Kalahari, insaporita con erbe aromatiche e sale. Si mastica biltong in silenzio mentre si osservano gli animali attorno alle pozze d’acqua, in attesa dei leoni. Il biltong è un cibo ricco di storia, un simbolo del destino di uomini e animali del Sudafrica. Nel 1931 una delle ragioni per la proclamazione del Kalahari Gemsbok NP fu l’intenzione di prevenire l’eccessiva caccia agli erbivori per mano dei “cacciatori di biltong”. Molti Mier erano cacciatori di questo tipo, essendo stati privati dei diritti di proprietà sulla terra. Negli ultimi tre decenni dell’Ottocento i Mier avevano vissuto di allevamento di bovini e pastorizia entro i confini di quello che è oggi il Kgalagadi, ma la perdita della terra, a causa della legislazione progressivamente razzista del Paese, li spinse su altre fonti di approvvigionamento. Persa la terra, si diedero alla caccia per vendere il biltong e infine la dichiarazione del Gemsbok park li condannò anche a perdere la caccia, perché erano cacciatori sgraditi e pericolosi per la “salute” della fauna. 

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Conflitti disperati, che pur conclusi nelle fase acuta ( quella dei morti, degli abusi, degli sconfitti) segnano ancora il Kgalagadi. Proprio come un secolo fa, sulla pelle degli animali e delle persone si combatte, si mercanteggia, si impone potere. Gli allevatori di ovini continuano ad essere in guerra con il caracal, la lince del deserto, che uccide e mangia gli agnelli causando ingenti danni economici. Da metà degli anni ’70 il caracal da queste parti è un problema, e non certo una star come negli sporadici documentari BBC che riescono a filmarlo. E’ in buona compagnia. I leoni del Kgalagadi non hanno mai firmato la pace con nessuno. 

Gus Mills è stato il ricercatore sudafricano che ha speso più tempo nel Kgalagadi fra gli anni ’70 e la fine degli anni ’90. L’African Lion Group, nonostante sia in pensione, lo cita ancora tra i massimi conoscitori del parco. In un paper uscito su Koedoe nel 1978  Mills parlava della convivenza con i leoni del parco: “Durante gli ultimi anni ci sono stati considerevoli problemi con i leoni che passavano attraverso le fences lungo i confini sud e sud-occidentali del parco, in particolare dentro l’insediamento del Mier Coloured Settlement. I leoni però si spostavano anche dai villaggi Mier verso le fattorie sudafricane. Predavano su prede selvatiche, ma occasionalmente anche sulle pecore”. La prassi del KGNP ( Kalahari Gemsbok NP) prevedeva di riportare i leoni dentro il parco. Ma tavolata l’abbattimento era l’unica via di uscita. Secondo Mills, gli esemplari che uscivano erano giovani maschi in cerca di un loro pride e di un futuro. In un solo anno, dal gennaio del 1975 al gennaio del 1976, dovettero essere abbattuti 15 leoni. A quel tempo il Nossob River segnava il confine tra la parte sudafricana dell’area protetta ( Il Kalahari Gemsbok, 9591 Kmq ) e il Gemsbok NP che era per intero in Botswana (esteso per 24.800 Kmq). Era chiaro che il Botswana giocava la parte principale nella sopravvivenza dei leoni. Mills si era infatti accorto che i leoni del Nossob proseguivano verso Nord e sconfinavano in Botswana. La loro vita era transfrontaliera. 

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