Lo !Xaus nella nebbia del cambiamento climatico

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Il grido della iena maculata sul pan che si estende, tondo come un cratere lunare, dinanzi allo !Xaus Lodge, annuncia che i messaggeri sono ormai alle porte. La mattina dopo ci svegliamo alle 6, perché bisogna incamminarsi molto presto per una esplorazione a piedi sulle colline, insieme alla nostra guida San, di nome Khali, un giovane non ancora trentenne. Khali ha lo sguardo acuto dei cercatori di tracce. Ho con me Il mondo perduto del Kalahari, di Laurens Van Der Post, un altro libro dimenticato in Italia, e forse in Europa, che racconta però degli ultimi anni, attorno al 1950-1960, in cui nel Kalahari centrale gruppi superstiti di San vivevano ancora la vita strappata loro dai genocidi ottocenteschi. Questo libro non è in stile National Geographic: maestoso, accattivante e competitivo. È invece zeppo di sensibilità europea, quel genere di sguardo indagatore sulle pieghe riposte del mondo che si affina sulla letteratura. Più ci affidiamo a Khali per scandagliare le colline e le dune attorno a noi, più comprendo che cosa intendesse Van der Post, un sudafricano bianco, quando affermava che “il boscimane autentico è contenuto nei ritmi delle stagioni”. 

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Per le nazioni non bianche e non bantu di questa porzione di Africa australe il clima non era un superfluo elemento naturale, che si può scegliere di ignorare anche quando evidenze inoppugnabili ne dimostrano l’alterazione a causa dell’uso dei combustibili fossili. Il clima non era cioè una risorsa, bensì, molto più semplicemente, una condizione del Kalahari che avvolge gli esseri viventi del deserto, compenetrandosi nei loro ritmi vitali. Ma questa mattina qui allo !Xaus avremo una prova del fatto che il clima sta già cambiando anche nel Kalahari. L’estate del 2018 è stata tra le più torride degli ultimi quindici anni, per il numero di Paesi che hanno dovuto fronteggiare temperature ben più alte della media del periodo. L’Artico si riscalda ed è questo a rendere le ondate di calore in ogni parte del mondo sempre più estreme, avverte uno studio appena pubblicato su Nature Communications (The influence of Arctic amplification on mid-latitude summer circulation). Stamattina lo !Xaus è avvolto da un nebbia pesante e ghiacciata che rende invisibile il pan sotto di noi; il veld delle colline è coperto da una spuma bianca, l’umidità eccessiva, ostile alla sabbia, bagna cattiva il camminamento in legno che collega la nostra capanna alla terrazza centrale. 

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Anthony mi spiega che “la nebbia è assolutamente inusuale qui, non la vedevamo da tre anni. Il tempo, non c’è un giorno uguale all’altro, ieri nel primo pomeriggio ha piovuto”. E non aggiunge altro, perché siamo in stagione secca. Usciremo comunque a piedi, benché, avverte Khali, “il leone non ama la nebbia. Non vede bene in lontananza a causa della foschia e quindi è innervosito in una mattina come questa”. Le istruzioni sono sempre le stesse: se ce lo troviamo davanti, rimanere immobili. Lo !Xaus del resto non ha nessun tipo di recinzione, te lo ripetono di continuo, e Anthony, con il suo inglese sporcato di accento puro afrikaans, ci fa dell’ironia continua. È un uomo di una cinquantina di anni, alto almeno un metro e novanta, con i capelli bianchi e gli occhi azzurri come il ghiaccio. Eppure, anche lui è un piccolo uomo dinanzi alla immensità delle colline, dei pan e dei loro predatori, liberi, una immensità che resiste, si oppone, persiste da sola, senza di lui, e senza di noi, anche se lui è sudafricano di Pretoria. La sua ironia è come un atto di rispettosa sottomissione, di sorridente abdicazione, a ciò che ancora è selvaggio sul Pianeta. Anthony appartiene allo !Xaus, e invece lo !Xaus appartiene solo a se stesso, ed è per questo che il loro amore reciproco è possibile. 

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Il pride di leoni che si muove qui attorno da almeno 4-5 anni è stato studiato e monitorato dal Kgalagadi Lions Project, che si è concluso nel 2014. Le foto dei leoni dello !Xaus, scolorite dal succedersi dei giorni, sono appese sulla terrazza centrale. Di ogni nuovo nato e di ogni adulto ci sono date e nomi propri: questi felini sono amici di cui si ricevono sporadiche, ma affettuose notizie nel corso dei mesi, notizie che arrivano dalle scorribande in Botswana, oltre l’Auob, lungo il Nossob, e poi a nord, fino a Grootkolk e il Kaa Gate, in Botswana. Chiunque raggiunga lo !Xaus è interrogato su di loro, perché qui nel Kgalagadi le informazioni sugli animali sono raccolte attraverso il passa parola, lo scambio di indicazioni sugli avvistamenti. 

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Su un territorio di 38mila chilometri quadrati, vasto quanto l’Olanda, ogni segnalazione è fondamentale per capire, e registrare, lo stato delle popolazioni. Ti chiedono di prender nota di cosa vedi anche i provider, come Expert Africa, di Londra, che offrono supporto logistico alla organizzazione del viaggio. I San, però, essendo i migliori cercatori di tracce del Kalahari, lavorano non di rado con i ricercatori esperti di leoni, come ad esempio gli uomini di Panthera. 

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Lo scorso novembre, 4 leoni si sono presentati di nuovo allo !Xaus; almeno 30, poi, sono stati visti a Mata Mata, a nord, un punto nevralgico, a circa un paio di ore di jeep da qui. Anche per i leoni del Kalahari risuona, reperto fossile sonoro, onda acustica leggerissima sul veld, il saluto dei boscimani San: “Buongiorno. Ti ho visto da lontano, e sto morendo di fame / Buongiorno ! Ero morto, ma ora che siete venuti, vivo di nuovo”. 

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Mentre avanziamo sulla sabbia granulosa, lucida, che si sgrana tra le dita, la nebbia mi ricorda una altra oscurità, che pose le fondamenta del moderno spirito europeo, l’oscurità del Faust di Goethe: “E conoscessi il mondo, che cos’è/ che lo connette nell’intimo/tutte le forze che agiscono, e i semi eterni, vedessi/senza frugare più tra le parole”. Lo abbiamo fatto, non frughiamo più tra le parole. Il nostro intendimento, la nostra volontà non può più assomigliare al tenue aggrapparsi di gocce di nebbia su di una ragnatela nel deserto. Era troppo poco per Faust. Gli abbiamo dato ascolto. Fino a camminare nella nebbia, nel Kalahari, in pieno luglio 2018. 

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