Mese: dicembre 2018

ESCLUSIVA – Israel Del Santo su Conquistadores Adventum, “Se Ojeda fosse stato inglese, avremmo già visto 200 film su di lui”

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Le discussioni sulla identità storica europea sono oggi roventi. Non c’entra solo la politica, in questo conflitto tra l’idea di nazione, il futuro di decisioni urgenti che per forza di cose dovremo prendere in modo condiviso su problemi globali, come i cambiamenti climatici, e la generale percezione che molto di ciò che abbiamo ereditato si stia atrofizzando. La civiltà occidentale si trova ormai a dover pagare il conto di uno schema di espansione antico di cinque secoli. Come scrisse Maynard Keynes nel suo saggio sulle conseguenze economiche della pace di Versailles, nel 1919, un intero modello economico giunge ormai al termine, esauritosi per effetto combinato delle sue dinamiche interne e della crisi ecologica. Israel Del Santo, con Conquistadores Adventum, è riuscito a raccontare i caratteri fondamentali, archetipici, degli europei di inizio Cinquecento che sono, realmente, i fondatori non solo dell’Europa moderna,  e del suo schema di espansione, ma anche della intrinseca attitudine europea a dare forma al mondo intero. Ecco la seconda parte della nostra conversazione. 

Genocidi ed appropriazione di territori ancora vergini. Conquistadores rende ogni passaggio a tinte grigie, e non bianche o nere. Qui non c’è nessuna traccia di propaganda, in un senso o nell’altro. Concordi?
Sono molto chiaro su questo punto: Conquistadores è ben lungi dall’essere propaganda, e non sai come apprezzo che in Italia tu la veda così. Molti in Spagna, nostalgici per un impero idealizzato (come tutti gli imperi), considerano Conquistadores una serie anti-patriottica che osa parlare male di quei gloriosi conquistatori spagnoli che hanno conquistato il mondo.

Tutto ciò che questi uomini ‘hanno fatto di sbagliato’, lo considerano parte della ‘leggenda nera anti-spagnola’ e tutto ciò che invece  ‘hanno fatto bene’, viene celebrato come parte della ‘leggenda rosa spagnola’. Ma né la leggenda nera era così scura, né la leggenda rosa era così rosa. È a metà che sta Conquistadores.

Conquistadores non è anti-spagnolo, infatti non è contro nulla. Anzi, noi non pensiamo nemmeno che fosse la Spagna la protagonista di quel periodo storico. La Spagna, come la conosciamo ora, non esisteva neppure. Appena esisteva il regno di Castiglia. Su quelle navi viaggiavano uomini dalle molte origini: Magellano era portoghese, Colombo genovese, Pigafetta fiorentino. Le barche si nutrivano, per così dire, di marinai portoghesi e persino di norvegesi ! I giudizi sul male e sul bene non mi interessano. Spettano allo spettatore. 

Come in tutte le storie in cui è l’essere umano il protagonista, c’erano i buoni, i cattivi, i meschini, i nobili di cuore, i codardi, i brutti e i belli. Credere che tutti i conquistatori fossero gentiluomini di bell’aspetto che pensavano solo a costruire università nel Nuovo Mondo è, a dire il meno, un modo di pensare infantile. La realtà è che questi uomini non erano una ONG. E molti diranno: la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo non esisteva ancora, certo che no, non esisteva ancora; ma c’era il ‘Non uccidere’ e il ‘Non rubare’, e quegli uomini, se leggevano qualcosa, leggevano la Bibbia. 

E a proposito della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, basta un’occhiata alla volontà testamentaria della regina Isabella di Castilla per rendersi conto che in questa conquista c’era anche preoccupazione per gli uomini e le donne che vivevano in quelle terre appena scoperte: ‘Ordino che siano trattati come esseri liberi, come fratelli’. Questo è il testamento lasciato dalla regina.

Credere che tutti i conquistatori si attenessero a questo ordine, fa parte, ancora una volta, di un pensiero infantile, capriccioso e partigiano.

Durante lo sviluppo della sceneggiatura e nella raccolta della documentazione, abbiamo sempre mantenuto una premessa: la Spagna di Franco è la stessa di quella di Federico Garcia Lorca, così come la Spagna della conquista è quella di Pizarro, di Pedrarias,  di Fray Bartolomé de las Casas e della regina Isabella. 

Magellano è un titano. Il suo carattere è oscuro, forte e ambiguo. Ma comunque titanico. Magellano ha mostrato come noi Europei abbiamo imparato ad essere grandi. Osò navigare nell’Oceano Pacifico. Gli esseri umani devono per forza non avere scrupoli per essere capaci di simili imprese?
Un uomo molto imprudente. Se qualcuno avesse avvertito la spedizione di Magellano del freddo che avrebbero sofferto per mesi sulla costa della Patagonia, pur di raggiungere le terre delle spezie tanto agognate,  se lui avesse compreso in anticipo che quel mare completamente nuovo così a sud sembrava tranquillo, ma non lo era affatto, e non si poteva quindi attraversarlo in due settimane, ci volevano mesi … Se gli avessero detto che per sopravvivere sarebbero stati costretti a mangiare segatura e cuoio bollito … Se Magellano avesse intuito che solo 11 di quei marinai sarebbero riusciti a tornare a casa, ormai senza denti…non sarebbe mai partito.

È stata la capacità di questi uomini di affrontare l’ignoto a renderli esseri giganteschi. Magellano ed Elcano non hanno battuto il guinness dei primati: infatti, non furono semplicemente i primi a circumnavigare la terra, a fare il giro del mondo. Furono molto di più. La loro impresa, senza che neppure lo sospettassero, era la prova definitiva che il nostro Pianeta era davvero una sfera. Ma dimostrarono anche che tutti i mari sono interconnessi, e che quindi possono essere navigati. Hanno aperto la porta e gli occhi ad una umanità desiderosa di sapere quanto lontano potesse spingersi. Hanno verificato che tutte le mappe erano sbagliate, perché la maggior parte del nostro Pianeta è blu, essendo i suoi mari giganteschi. E soprattutto, che, proprio per queste ragioni, tutti gli abitanti del globo potevano comunicare attraverso gli oceani. L’idea stessa di globalizzazione è stata creata in quei gusci di noce delle navi di Magellano. 

E tutto questo grazie ad una squadra che, benché portasse bandiera spagnola, sembrava piuttosto una commissione delle Nazioni Unite: il capitano portoghese, il cronista italiano, l’equipaggio spagnolo, norvegese, francese e persino uno schiavo della Malesia che si rivelò essere il primo essere umano ad andare in giro per il mondo. Penso che dipenda da lui se questo viaggio mantiene ancora oggi un record. E non sorprende che, non essendo un europeo, non fosse il suo nome a finire scritto nei libri di Storia con lettere dorate. La Storia è sempre stata molto classista. 

Magellano, interpretato brillantemente da Denis Gómez, era un uomo oscuro, un capitano che non impartisce mai ordini direttamente ai suoi marinai. Una personalità di ferro capace di sostenere ogni tipo di disgrazia a vantaggio dell’impresa e del bene dei suoi uomini. Elcano deve essere stato un velista straordinario e del resto senza Pigafetta, il cronista della spedizione, nessuno avrebbe saputo assolutamente nulla, perché senza i suoi scritti non avremmo ricordato nessuno di questi uomini. 

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L’ignoto non è solo la geografia del nuovo mondo, nel tuo film, ma anche la verità più intima dell’animo umano. Noi stessi sembriamo emergere da un oceano di spinte emotive sconosciute e da passioni che hanno finito con il dar forma al mondo intero. Era tua intenzione far uscire questi aspetti?
Pigafetta scrisse nel suo diario di bordo: ‘Nessuno negli anni a venire si avventurerà a navigare in questi mari’. Vale a dire, non avevano la visione globale di quelli che sarebbero venuti dopo le loro scoperte. Non potevano averlo. Miguel Diaz de Espada, co-sceneggiatore di Conquistadores insieme a me, ci ripeteva in continuazione queste domande: Che cosa ha portato questi uomini a intraprendere spedizioni di questo tipo? Quali sentimenti si portarono dietro dall’altra parte del globo?

È meraviglioso scoprire che ognuno di loro aveva motivazioni molto diverse. Pigaffetta era quasi il primo turista nella storia, visto che si era imbarcato con Magellano per fame di avventure e per imparare cose nuove. Elcano era sommerso dai debiti in Spagna, Magellano ha voluto dimostrare che era in grado di trovare la rotta per la Cina, Pizarro sognava di conquistare un impero, Cabeza de Vaca voleva tornare indietro vivo, Cortés era già considerato uno di quei cavalieri dei libri che ebbero così tanto successo in Europa. C’è solo una cosa su cui tutti sono d’accordo: verso l’Occidente, verso l’ignoto, c’è qualcosa di meglio, più grande e più dorato del luogo da cui provengono. Pochissimi morirono conoscendo l’importanza della loro impresa. Probabilmente nessuno.

In Balboa vediamo fino a che punto il coraggio possa essere ambiguo. Era un criminale, ma anche un uomo libero, un esploratore, un blend di libido e guerra. La parte tenebrosa del carattere luminoso di un esploratore. Parlami di lui e della prima storia d’amore del Nuovo Mondo.
Balboa è un meraviglioso esempio di come è stata la conquista e degli uomini che l’hanno edificata, e sicuramente è morto senza immaginare che anche oggi avremmo parlato di lui. Quando lascia casa sua, non ha in mano niente, neppure un cognome, perché Balboa è un cognome che si dà e si prende, era il nome di un castello vicino alla città dell’Estremadura dove era cresciuto. Un altro soldato, uno dei tanti fan del vino che si gioca a dadi quel poco che sta vincendo. Uno dei tanti che arrivano in Spagna ingannati con le storie del Nuovo Mondo. Tutti sognano che nel mezzo di quelle giungle ci sia un tesoro con il proprio nome scritto in lettere d’oro. Ma Balboa non è disposto a tornare a mani vuote. Non c’è nulla che incoraggia un avventuriero più della triste prospettiva di tornare a casa sullo stesso percorso e con gli stessi vestiti con cui ha era partito; quindi, senza nulla da perdere, Balboa è in grado di iniziare come clandestino e finire come capitano. 

Sfortunatamente, non è abbastanza, e non c’è un buon spagnolo che gli possa perdonare tale impudenza: si nasce capitano, non lo si diventa. Anche se Balboa dimostra che non è affatto così. Balboa dimostra come in questa conquista, quando la corona sta progettando qualcosa, niente funziona, ma se invece 40 spagnoli con poco da perdere e una grande dose di coraggio, sicuramente ‘con cojones, si mettono insieme, be’ sono capaci di qualunque cosa . La scoperta del Pacifico non è un’importante pietra miliare storica per la Spagna, è qualcosa che riguarda tutta l’umanità. In quei primi 30 anni dopo la scoperta, l’essere umano scopre, grazie a un gruppo di miserabili come Balboa, com’è fatto il mondo su cui abita. 

Che il mondo è rotondo, che è molto più grande di quanto avresti immaginato, che è abitato da più popoli e razze che non avresti nemmeno osato nominare. Balboa scopre il più grande oceano del nostro pianeta! 60.000 anni di evoluzione dell’essere umano e tutto questo viene scoperto in soli 30 anni. Questa è, per me, la grandezza di queste azioni. Non è un disco volante, né solo un eroe spagnolo, è ‘un grande passo per l’umanità’. Una volta ho chiesto al mio carissimo amico lo scrittore William Ospina, che ammiro molto, se possiamo confrontare la scoperta dell’America con il momento in cui forse cammineremo su Marte per la prima volta. Mi ha risposto: sì, se scoprissimo che Marte è abitato. 

Anauyansi, la donna di Balboa, che bellezza di attrice, vero? C’erano molte Anauyansi nella vita di Balboa, temo che non fosse la prima né l’ultima. Ma in Conquistadores abbiamo voluto insistere in modo molto chiaro su un punto che distingue gli spagnoli dal resto dei colonizzatori europei. I britannici, i belgi, i francesi, gli italiani, tutti protagonisti di grandi conquiste, uomini di potere, ma nessuno è stato si è unito con le persone che abitavano quei nuovi mondi. Certo, gli spagnoli furono lenti nello stringere relazioni sessuali con le popolazioni native, così come tardarono a scendere dalla nave. Anauyansi è una leggenda, una bella storia basata però su una realtà concreta, e cioè che in quel momento nacque una nuova razza da due fiumi molto diversi. Non è successo in India, o in Congo, o in Sudan o in Eritrea, o negli Stati Uniti o in Australia, o in Mali o in Angola. Invece, in tutta l’America Latina c’erano molti Balboa e molte Anauyansi.

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Che cosa possiamo imparare da questi uomini superbi, enormi in ogni aspetto della loro vita?
Posso dirti cosa abbiamo imparato noi: immagina una serie sui conquistatori, convinci i direttori delle aziende a fidarsi della tua idea, raccogli i soldi per tirare fuori l’opera. Tutto mi sembrava un’impresa enorme come quella di Colombo, Pizarro o Magallano, quando non avevano né barche né uomini per prendere il mare. È inevitabile arrivare a porsi le stesse domande: ma per cosa? Sei veramente disposto a soffrire ciò che devi subire? Ne varrà la pena? Anche se alla fine del viaggio ti viene tagliata la testa? La risposta per noi è stata facile: se loro non si sono tirati indietro, non ci tireremo indietro neppure noi. Pedro de Alvarado, un uomo che spero tu possa incontrare nella seconda stagione, è morto nel bel mezzo di una battaglia schiacciato dal suo stesso cavallo. Quando i suoi uomini andarono ad aiutarlo, uno di loro gli chiese: Signore, cosa fa male? E lui rispose: L’anima .. La mia anima fa male.
Ojeda è un uomo ancora più contemporaneo. Nel modo in cui lo hai raccontato, anticipa addirittura il Faust di Goethe nelle sue attitudini di uomo completamente moderno. Avidità e fame di ciò che è radicalmente nuovo. Cosa pensi di lui?
È il mio personaggio preferito, penso di non poterlo nascondere, ed è stato anche scritto apposta per quell’attore, Roberto Bonacini. Un vero mostro. Ojeda è quel personaggio dimenticato dalla Storia che quando lo trovi pensi che sia stato nascosto in attesa che tu lo trovi. Nessuno si ricordava di lui, neppure gli storici erano in grado di dirmi più di due frasi su quell’uomo .. Ma la sua storia è enorme. Quando abbiamo provato a vendere questo progetto alla televisione, ricordo che lo portavo sempre ad esempio: non solo era presente durante la conquista di Granada, ma dicono che da solo si introdusse in una fortezza musulmana, aprendo le porte, in modo che il resto del suo esercito potesse prendere il forte. Non contento di ciò, prima di aprire la porta, si inchinò ai suoi difensori !

Andò in America come capitano, per ordine espresso della regina, accompagnando Colombo, catturò Caonabo, un indiano coraggioso, in un modo disgustoso, come si suol dire, dandogli dei braccialetti che si rivelarono essere catene. Nel suo successivo viaggio verso terre sconosciute aveva a bordo un tale Amerigo Vespucci e un tale Francisco Pizarro! Mandò in rovina tutte le sue missioni sulla terraferma, il suo carattere era così disastroso che Juan de la Cosa morì a causa sua. Ojeda affrontò anche il primo pirata dei Caraibi, molto prima, secoli prima di Jack Sparrow .. Non c’è personaggio come lui nella Storia, te lo giuro, se Ojeda fosse stato inglese, avremmo già visto più di 200 film su di lui. La sua catarsi con gli indiani … La sua morte, da solo, sepolto a faccia in su, con la bocca aperta, per pagare i suoi peccati per l’eternità .. Ojeda è un tesoro troppo ricco per un singolo sceneggiatore. E sì, hai ragione, non è il cavaliere errante del Medioevo, è il meraviglioso ladro che ammiriamo tanto ai nostri tempi.

Come possiamo confrontarci, oggi, con i conquistatori di quei 30 anni?

È quasi impossibile confrontare la scala di valori di uno di quegli uomini con la scala di valori degli uomini e delle donne di oggi.Penso che sia ciò che ammiriamo di più di loro, ciò che meno capiamo. Coraggio, onore, gloria. Sono le parole più sacre per un conquistatore del XVI secolo, sono motivi per morire. Ma se a qualcuno di noi fosse chiesto di stilare un elenco dei 10 valori che riteniamo più importanti nella vita, nessuno di noi metterebbe in elenco questi tre. E, naturalmente, non moriremmo per qualcosa di così insignificante. Loro, con tutte le loro contraddizioni, avevano qualcosa che abbiamo perso molto tempo fa: un motivo per morire.

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ESCLUSIVA – Conquistadores Adventum di Israel Del Santo scava fino al midollo della civiltà

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Per comprendere come siamo arrivati al punto in cui si trova oggi la civiltà è indispensabile andare a scavare fin nel midollo dell’attitudine umana alla conquista. È quello che è riuscito a fare Israel Del Santo, il poliedrico regista spagnolo che ha diretto lo sceneggiato Conquistadores ( trasmesso lo scorso autunno su Rai Storia ), una epica di otto puntate sui primi trenta anni della scoperta del Nuovo Mondo. Conquistadores racconta questa storia – al centro di numerosi revisionismi, anche in conseguenza della crescente consapevolezza di vivere in una epoca di estinzione di massa – come nessuno prima aveva mai avuto il coraggio di raccontarla. La conquista spagnola delle Americhe appartiene al disagio della civiltà; anzi, mostra addirittura che l’inquietudine dell’espansione geografica, psicologica e infine coloniale è a tal punto inscritta nei nostri geni che ogni giudizio morale appare sempre, purtroppo, un orpello inutile post eventum. È questo il dramma della nostra specie. Tragedia ed eroismo, in queste otto puntate strepitose, compongono un unico carattere umano, dinanzi al quale diventa molto difficile non fremere di ammirazione e di orrore. In quanto esseri umani, che ci piaccia o no, siamo tutti molto simili ai Conquistadores. Ne ho parlato con Israel Del Santo – cineasta generoso e di gran spirito – in una lunga intervista in esclusiva per l’Italia. 

Dove avete girato in Sud America?
Le riprese di Conquistadores sono state un’esperienza davvero impressionante per tutti noi che ne abbiamo fatto parte. Non è stata, per niente, un lavoro cinematografico tradizionale. In nessun momento abbiamo considerato la possibilità di filmare la conquista in un luogo diverso dalla giungla. Gran parte di questa squadra veniva dal mondo del documentario e aveva avuto la fortuna di trascorrere molto tempo in luoghi meravigliosi come la foresta pluviale amazzonica. Volevamo sfruttare la nostra esperienza girando in luoghi estremi e mettendo alla prova la nostra conoscenza  delle tribù che li abitano per creare questa fiction. Abbiamo costruito un campo nel mezzo della giungla, un luogo lontano dalla civiltà, senza internet o telefono, e lì abbiamo vissuto per mesi, noi, una troupe cinematografica,  insieme a  indiani, cavalli, cani da guerra, spagnoli con la barba … Cioè, qualcosa non molto lontano da quello che avrebbe dovuto essere un campo spagnolo nel sedicesimo secolo. Amazonasfilmcamp, come lo abbiamo ribattezzato noi. Un luogo che invito tutti a conoscere. Tutto nella serie è reale. Le barche sono repliche esatte delle caravelle usate da quei marinai (grazie alla Nao Victoria Foundation); gli indiani, sono indiani parlano ancora le loro lingue, ed hanno pochi contatti con gli estranei; i castelli e le chiese sono fatti di pietra, i villaggi di canne, i fiumi sono fiumi, la giungla è la giungla e la Patagonia è la Patagonia. Abbiamo girato nel sud dell’Argentina, in Patagonia, nel sud della Spagna, a Palos de la Frontera, in Estremadura da cui provengono quasi tutti i conquistatori, nel nord della Spagna, in Cantabria, Navarra e Aragona. Avevamo la giungla, avevamo barche dell’epoca e la Spagna è piena di castelli e chiese del sedicesimo secolo. Non ci restava che cominciare a girare!

Uno degli aspetti notevoli di Conquistadores sono i suoi attori. Sembrano usciti da ritratti di Velasquez e in generale dalla pittura spagnola del Cinquecento. Avete fatto un casting considerando la bellezza specifica e la presenza fisica degli uomini spagnoli di quell’epoca?

Conquistadores non è una serie fatta di attori, ma una serie fatta di personaggi. Non stavamo cercando grandi nomi, stavamo cercando esattamente Pizarro, Balboa, Cristoforo Colombo. Perciò abbiamo fatto un casting lungo un anno, che ha esaminato più di 500 persone di nazionalità molto diverse, non solo spagnoli. José Sisenando, Francisco Pizarro, per esempio, non è un attore. O non lo è stato fino a Conquistadores. Lavora in una fabbrica. Ma non c’è nessuno che possa reincarnare Pizarro come lui. Durante le riprese, tutti gli attori si sono presi cura dei propri vestiti, hanno pulito la pelle dei loro mantelli e protetto le loro armi in modo che non arrugginissero. Hanno dovuto lottare  contro le zanzare come il resto dei membri del team, e come sicuramente fecero Colombo, Cortés o Magellano.

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Tutti gli attori si sono lasciati crescere i capelli e la barba per un anno intero prima di dar vita ai loro personaggi: il sudore che impregnava le loro camice, le croste sulla pelle, tutto ciò che succede quando si passa troppo tempo su una barca o nel mezzo della giungla.

Abbiamo cambiato l’iconografia e l’immagine che gli spagnoli avevano dei conquistatori. Se nel gennaio del 1492 uomini barbuti e vestiti con il metallo di una armatura di 30 chili prendono la città di Granada, come è possibile che solo sei mesi dopo, quando le tre caravelle di Colombo raggiungono il Nuovo Mondo, questi stessi uomini sono ben rasati, con capelli e vestiti ben curati più tipici del Rinascimento che della fine del Medioevo? No, la moda non è cambiata così velocemente, soprattutto considerando il fatto che gran parte degli scopritori e dei conquistatori furono esattamente gli stessi che avevano preso Granada: Colón, Ponce de León, Ojeda, Pedrarias Dávila. 

Vi siete avvalsi della consulenza di etnografi esperti ?
Sono molto contento del lavoro che abbiamo svolto con le popolazioni indigene che hanno partecipato alla serie: Tucano, Ticuna, Sateré Mawé, Apuriná. Tutti si esprimono nella loro lingua, provando così che questi idiomi ancora oggi appartengono agli stessi alberi linguistici dei dialetti parlati un tempo dalle tribù menzionate dai conquistatori nelle loro cronache. Il loro aspetto, le decorazioni sui corpi, le pitture, i costumi: ogni dettaglio è stato curato per avvicinarci il più possibile alle descrizioni di quelle genti giunte ai nostri giorni. Per girare la scena del primo incontro tra europei e nativi, abbiamo tenuto il gruppo degli spagnoli separati dalla tribù che li avrebbe ricevuti fino al momento dell’azione. Si sono incontrati così per la prima volta davanti alla cinepresa. Non abbiamo avuto bisogno di fornire agli indiani molte linee guida. Chiedevamo loro solo una cosa: di comportarsi  come i nonni dei nonni dei loro bisnonni avrebbero fatto, vedendo quelle barche avvicinarsi alla spiaggia.

Molte tribù erano spesso feroci e disorientate tanto quanto i conquistatori. Nel suo film non c’è spazio per una ammirazione superficiale per il ‘buon selvaggio’.
Se devo scegliere tra il selvaggio buono e il selvaggio crudele, scelgo il primo. Non nascondo l’amore che provo per loro. Abbiamo vissuto insieme per molto tempo, con molte tribù diverse, e anche se la teoria del buon selvaggio non si avvicina alla realtà, nemmeno quella del selvaggio crudele lo è. Abbiamo applicato la logica, il comportamento naturale che possiamo intuire avesse ciascuna tribù prima dell’apparizione di quegli esseri barbuti e metallici e, soprattutto, ci siamo basati sulle descrizioni fornite dai cronisti su ciascuno di questi incontri.

Conquistadores è un epos cantato con poche parole. La sceneggiatura è sintetica e i dialoghi ridotti al minimo. Poche parole, che proprio per questo restituiscono l’enormità dei paesaggi che questi Europei videro in assoluto per la prima volta. Come è riuscito a creare questa integrazione tra le brevi conversazioni e la sua regia che definirei maestosa?
Tutto nel Nuovo Mondo era grande agli occhi di un europeo: i fiumi erano giganteschi, le tempeste enormi, gli alberi avrebbero potuto essere stati piantati da giganti, i gatti del Nuovo Continente erano giaguari e i rettili coccodrilli con denti aguzzi. Le descrizioni lasciateci da quegli uomini sono piene di misticismo, superstizione e poesia. Non avevano nemmeno le parole giuste per raffigurarsi una terra così diversa da quella da cui provenivano. Non è sorprendente che pensassero di vedere draghi, sirene, amazzoni o città coperte d’oro. Prima ancora che i nostri personaggi cominciassero a parlare, avevamo già degli ingredienti meravigliosi in modo che potessero esprimere ciò che sentivano.

Aveva intenzione di girare un film o un documentario? Perché il risultato finale è a metà strada tra i due generi.
Non credo molto nella differenza tra finzione e documentario. Al giorno d’oggi, gli elementi narrativi che costituiscono un genere sono quasi gli stessi. Ma la realtà è diversa: siamo stati incaricati di girare un documentario e abbiamo deciso di fare un film. La nostra missione era quella di salvare il meglio del documentario per rendere il film il più realistico possibile.

Conquistadores ci dà una immagine talmente originale della grandezza della Spagna: che tipo di Spagna voleva offrire al pubblico?
Lo spagnolo alla fine del XV secolo si considera l’erede della Roma imperiale e crede di essere superiore a tutto ciò che lo circonda: al portoghese, all’inglese, al francese e, naturalmente, anche agli indiani. È questa convinzione che motiva un gruppo di soli 40 uomini ad addentrarsi in qualsiasi giungla, attraversare un continente inesplorato e raggiungere l’Oceano Pacifico.

Noi usiamo ancora molto una espressione che definisce molto bene lo spagnolo per così dire allattato con il ferro, e cioè ‘Per cojones’. Non è facile tradurre il suo significato, soprattutto perché lo usiamo per rispondere a molti atti che qui non possiamo spiegare. Mettiamola così: Perché entreremo in quella giungla? Perché sì, per dimostrare semplicemente il nostro valore, “per le palle” .. Perché se io lo faccio, tu non puoi tirarti indietro e mi seguirai. 

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Ho studiato in profondità il carattere degli spagnoli. Non siamo poi molto cambiati da allora. L’invidia, per darti un esempio: se uno spagnolo trionfa, il resto degli spagnoli non tarderà a cercare i suoi difetti e inizierà a criticarlo. Se Antonio Banderas si reca a Hollywood per girare un film, immediatamente cento spagnoli diranno “Come si chiama quel Banderas, che è così poco bravo? Abbiamo tagliato la testa di Balboa poco dopo che aveva scoperto un nuovo oceano, il più grande della terra … Colombo è morto solo e abbandonato, Hernán Cortés era praticamente un mendicante, Pizarro assassinato dagli spagnoli, Ojeda, Elcano … Tutti la stessa fine. Uccisi da una freccia, o da noi.  Nessuno è riuscito davvero a godere della gloria che tanto cercava. Pure io, da una parte mi auguro che Conquistadores abbia molto successo in Italia, ma, d’altra parte, come spagnolo, temo che se ciò accade, mi taglieranno la testa !

Continua

Qui il link ai disegni originali dello scenografo Matteo Mariotti

Le donne native americane venivano sterilizzate con la forza negli USA degli anni 70, denuncia il film-documentario Amà

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Certe storie siamo abituati ad ascoltarle solo a proposito della Germania nazista e dei campi di sterminio in Polonia. L’8 dicembre scorso il Global Health Film Festival di Londra ha ospitato la prima assoluta di Amà, un documentario scioccante della regista Lorna Tucker sulla campagna di sterilizzazione forzata delle donne native americane che il governo federale degli Stati Uniti ha perseguito negli anni Settanta. Gli autori e Lorna Tucker, che ha lavorato a questo film per 9 anni, hanno raccolto evidenze di qualcosa come 3.400-70.000 donne sottoposte, con l’inganno e la coercizione psicologica, ad interventi chirurgici di sterilizzazione. Amà – che significa madre in lingua Navajo – nasce da un dolore infinito e da un crimine contro l’umanità. 

Il film racconta la vicenda personale di Jean Whiterhorse (nella locandina), una donna Navajo del New Mexico. Amà esce in un momento di tensione internazionale sul significato del nostro essere umani: settanta anni fa veniva firmata la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ma c’è da chiedersi se quei nobili ideali siano compatibili con lo scempio della biosfera uscito dalla catastrofe del 1945. È  in corso la Cop24 sul clima a Katowice, in Polonia, mentre Extinction Rebellion ha in programma una terza, grande manifestazione nel Regno Unito per il prossimo sabato (14 dicembre). La sensazione è che un film come Amà sia, finalmente, al centro di un dibattito di enormi proporzioni (alimentato anche dalle consultazioni in corso a Parigi, Bruxelles e Berlino sulla restituzione dei reperti artistici africani ai loro legittimi proprietari) sulla struttura portante della costruzione del dominio europeo nelle Americhe e in Africa: il genocidio e l’ecocidio. 

Ne ho parlato al telefono da Londra con Lorna Tucker, chiedendole prima di tutto come sia potuta accadere una cosa del genere: “L’America è una nazione nata sul genocidio ed è ancora oggi un Paese dominato dai bianchi. Ora, tutti sanno cosa è accaduto nel passato, ma ciò che è ancora più scioccante, ciò di cui gli Americani e la gente nel mondo non ha idea, è ciò che sta accora oggi avvenendo, non più tardi di quest’anno, in Canada. Abbiamo scoperto che le donne native vengono minacciate di vedersi sottrarre i figli, se non accettano la sterilizzazione. Quindi ci sono molte più vittime in Nord America, nel Saskatchewan”. E del resto il ricorso alla sterilizzazione negli anni Settanta ha coinvolto tutte le tribù degli Stati Uniti. Amà è una produzione indipendente, ma di una forza fuori dell’ordinario, che Lorna Tucker ricorda continuamente, mentre parla della incredibile forza di volontà che l’intera squadra di lavoro (Colin Firth tra i produttori) ha forgiato nel corso di questi 9 anni per dire la verità agli Americani: “Ora che il film è uscito può essere usato come evidente punto di partenza, per le molte cose eccitanti che potranno accadere d’ora in avanti. Penso alla prima a Londra, la scorsa settimana, che era su prenotazione. C’erano tantissime persone bianche. Nelle terre indiane, in America e e negli USA ora possiamo sollevare una coscienza collettiva per rompere il silenzio e spingere chi ha pagato in prima persona a venire allo scoperto, raccontare la sua storia e costruire insieme una class action. È veramente entusiasmante quello che possiamo fare ora”.

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(Crow dog – Sioux Brulé Band – and his family , 16 January 1881, near Pine Ridge, South Dakota)

La produzione vuole ottenere dal governo centrale di Washington scuse ufficiali. Ma il pubblico di questo film è chiamato, esso stesso, a prendere una posizione; la produzione sta cercando sostegno economico per poter contare su una rete di distribuzione il più ampia possibile negli USA (sul sito tutte le istruzioni per una donazione): “Abbiamo rivelato il presente dell’America, non solo il passato, e mi riferisco al Canada. Chiediamo che i testimoni siano ascoltati e a tutti di fare pressione sulle loro ambasciate per avviare una indagine seria e diffondere il più possibile questa storia. È importantissimo. La prima del film è il primo atto della campagna dell’anno prossimo”. Del resto, la vergogna nazionale denunciata da questo film ha una connotazione politica innegabile: “Non c’è differenza tra democratici e repubblicani. Il razzismo di Trump è lo stesso degli anni ’70”, dice senza esitazione la Tucker. Forse è arrivato il momento di riscrivere la nostra concezione dell’umano e di prendere in considerazione l’oscurità della civiltà, se vogliamo davvero includere i diritti civili nelle comunità del futuro. Le donne come Jean Whitehorse sono state in silenzio per 40 anni perché si vergognavano di aver prestato il loro corpo alla sterilizzazione. Si vergognavano al posto nostro: “è straziante, non ne parlarono neppure con gli amici e i parenti. Adesso, nessuna donna nativa che vada in ospedale dovrà più subire ciò che accadde loro. Se le parlano di bambini, potrà dire: so tutto”. 

Più ascolto Lorna e più mi accorgo che la nostra è una conversazione sul futuro. Siamo alle soglie di una rivolta, di una sollevazione morale collettiva, come fu per Standing Rock un paio di anni fa: aver usato l’estinzione come arma di dominio ha finito con il plasmare il nostro animo. Dobbiamo accettare di essere capaci di genocidio, per porvi fine una volta per sempre: “Sono assolutamente d’accordo. Questo è l’inizio di qualcosa. Le donne native qui in Inghilterra per la prima, le reazioni del pubblico…Siamo connessi in una unica reta di consapevolezza che mi ha dato l’energia di cui avevo bisogno. É il momento giusto per il film, per questo dibattito. Cinque anni fa non lo era, il mondo non era pronto. Ma ora, con il movimento MeToo e con ciò che tu citi sul fronte ambientale, lo è: è tempo di prestare attenzione al genocidio. In questi 9 anni ho pensato tante volte di mollare, ma non lo ho mai fatto perché sono una donna, e le donne sanno essere molto coraggiose. Mi dicevano che l’argomento non era abbastanza interessante, eppure sono andata avanti.”.

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(Oto delegation to Washington DC, January 1881)

Lora è bianca e le chiedo che cosa significa per lei essere una regista bianca dinanzi ad un crimine di questo tipo: “Io penso che il nostro dovere come persone di pelle bianca, che vivono in Europa, in posti sicuri e protetti, è comprendere il nostro privilegio. Non possiamo cambiare il passato, ma dobbiamo lottare qui, ora, proprio perché siamo nella condizione privilegiata di avere una voce. Dobbiamo lavorare con le comunità, non sopra le comunità. Jean era così orgogliosa del nostro metodo di lavoro, io ho solo fatto la regista non di queste donne, ma per queste donne. Ogni mese, in fase di editing, controllavo il girato con loro: sei soddisfatta? È la tua voce? Perché era una enorme responsabilità, doveva venir fuori la voce dei nativi. Adesso possiamo superare i confini dell’America, e usare il film per il bene delle nazioni native”. 

Tracking Extinction ospite di Radio Popolare

 

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Il 29 novembre scorso sono stata ospite di Radio Popolare negli studi della trasmissione Considera l’armadillo condotta da Cecilia Di Lieto. Per la prima volta un grande editore radiofonico ha dato spazio ad un blog che documenta l’estinzione. Un riconoscimento netto e coraggioso al giornalismo indipendente e free lance, che sui fatti ambientali e sul collasso della biosfera sta diventando sempre più rilevante in Italia. Al microfono di Radio Popolare ho parlato di Tracking Extinction a trecentosessanta gradi, ma non poco spazio è stato dedicato anche ad Extinction Rebellion, il movimento di protesta e disobbedienza civile contro l’inerzia politica nato in Inghilterra che si sta diffondendo a macchia d’olio in Europa.

La mia partecipazione a Considera l’Armadillo fa seguito al grande successo di pubblico di Tracking Extinction del 18 novembre all’interno di Bookcity, a Milano, con lo scrittore Filippo Tuena ospite d’onore della Hellisbook di via Losanna. Chi volesse riascoltare in podcast la mia intervista a Radio Popolare può scaricare l’audio direttamente dal sito della trasmissione oppure andare su iTunes. Ecco i link diretti alla puntata per iTunes: prima parte, seconda parte .

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