Le donne native americane venivano sterilizzate con la forza negli USA degli anni 70, denuncia il film-documentario Amà

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Certe storie siamo abituati ad ascoltarle solo a proposito della Germania nazista e dei campi di sterminio in Polonia. L’8 dicembre scorso il Global Health Film Festival di Londra ha ospitato la prima assoluta di Amà, un documentario scioccante della regista Lorna Tucker sulla campagna di sterilizzazione forzata delle donne native americane che il governo federale degli Stati Uniti ha perseguito negli anni Settanta. Gli autori e Lorna Tucker, che ha lavorato a questo film per 9 anni, hanno raccolto evidenze di qualcosa come 3.400-70.000 donne sottoposte, con l’inganno e la coercizione psicologica, ad interventi chirurgici di sterilizzazione. Amà – che significa madre in lingua Navajo – nasce da un dolore infinito e da un crimine contro l’umanità. 

Il film racconta la vicenda personale di Jean Whiterhorse (nella locandina), una donna Navajo del New Mexico. Amà esce in un momento di tensione internazionale sul significato del nostro essere umani: settanta anni fa veniva firmata la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ma c’è da chiedersi se quei nobili ideali siano compatibili con lo scempio della biosfera uscito dalla catastrofe del 1945. È  in corso la Cop24 sul clima a Katowice, in Polonia, mentre Extinction Rebellion ha in programma una terza, grande manifestazione nel Regno Unito per il prossimo sabato (14 dicembre). La sensazione è che un film come Amà sia, finalmente, al centro di un dibattito di enormi proporzioni (alimentato anche dalle consultazioni in corso a Parigi, Bruxelles e Berlino sulla restituzione dei reperti artistici africani ai loro legittimi proprietari) sulla struttura portante della costruzione del dominio europeo nelle Americhe e in Africa: il genocidio e l’ecocidio. 

Ne ho parlato al telefono da Londra con Lorna Tucker, chiedendole prima di tutto come sia potuta accadere una cosa del genere: “L’America è una nazione nata sul genocidio ed è ancora oggi un Paese dominato dai bianchi. Ora, tutti sanno cosa è accaduto nel passato, ma ciò che è ancora più scioccante, ciò di cui gli Americani e la gente nel mondo non ha idea, è ciò che sta accora oggi avvenendo, non più tardi di quest’anno, in Canada. Abbiamo scoperto che le donne native vengono minacciate di vedersi sottrarre i figli, se non accettano la sterilizzazione. Quindi ci sono molte più vittime in Nord America, nel Saskatchewan”. E del resto il ricorso alla sterilizzazione negli anni Settanta ha coinvolto tutte le tribù degli Stati Uniti. Amà è una produzione indipendente, ma di una forza fuori dell’ordinario, che Lorna Tucker ricorda continuamente, mentre parla della incredibile forza di volontà che l’intera squadra di lavoro (Colin Firth tra i produttori) ha forgiato nel corso di questi 9 anni per dire la verità agli Americani: “Ora che il film è uscito può essere usato come evidente punto di partenza, per le molte cose eccitanti che potranno accadere d’ora in avanti. Penso alla prima a Londra, la scorsa settimana, che era su prenotazione. C’erano tantissime persone bianche. Nelle terre indiane, in America e e negli USA ora possiamo sollevare una coscienza collettiva per rompere il silenzio e spingere chi ha pagato in prima persona a venire allo scoperto, raccontare la sua storia e costruire insieme una class action. È veramente entusiasmante quello che possiamo fare ora”.

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(Crow dog – Sioux Brulé Band – and his family , 16 January 1881, near Pine Ridge, South Dakota)

La produzione vuole ottenere dal governo centrale di Washington scuse ufficiali. Ma il pubblico di questo film è chiamato, esso stesso, a prendere una posizione; la produzione sta cercando sostegno economico per poter contare su una rete di distribuzione il più ampia possibile negli USA (sul sito tutte le istruzioni per una donazione): “Abbiamo rivelato il presente dell’America, non solo il passato, e mi riferisco al Canada. Chiediamo che i testimoni siano ascoltati e a tutti di fare pressione sulle loro ambasciate per avviare una indagine seria e diffondere il più possibile questa storia. È importantissimo. La prima del film è il primo atto della campagna dell’anno prossimo”. Del resto, la vergogna nazionale denunciata da questo film ha una connotazione politica innegabile: “Non c’è differenza tra democratici e repubblicani. Il razzismo di Trump è lo stesso degli anni ’70”, dice senza esitazione la Tucker. Forse è arrivato il momento di riscrivere la nostra concezione dell’umano e di prendere in considerazione l’oscurità della civiltà, se vogliamo davvero includere i diritti civili nelle comunità del futuro. Le donne come Jean Whitehorse sono state in silenzio per 40 anni perché si vergognavano di aver prestato il loro corpo alla sterilizzazione. Si vergognavano al posto nostro: “è straziante, non ne parlarono neppure con gli amici e i parenti. Adesso, nessuna donna nativa che vada in ospedale dovrà più subire ciò che accadde loro. Se le parlano di bambini, potrà dire: so tutto”. 

Più ascolto Lorna e più mi accorgo che la nostra è una conversazione sul futuro. Siamo alle soglie di una rivolta, di una sollevazione morale collettiva, come fu per Standing Rock un paio di anni fa: aver usato l’estinzione come arma di dominio ha finito con il plasmare il nostro animo. Dobbiamo accettare di essere capaci di genocidio, per porvi fine una volta per sempre: “Sono assolutamente d’accordo. Questo è l’inizio di qualcosa. Le donne native qui in Inghilterra per la prima, le reazioni del pubblico…Siamo connessi in una unica reta di consapevolezza che mi ha dato l’energia di cui avevo bisogno. É il momento giusto per il film, per questo dibattito. Cinque anni fa non lo era, il mondo non era pronto. Ma ora, con il movimento MeToo e con ciò che tu citi sul fronte ambientale, lo è: è tempo di prestare attenzione al genocidio. In questi 9 anni ho pensato tante volte di mollare, ma non lo ho mai fatto perché sono una donna, e le donne sanno essere molto coraggiose. Mi dicevano che l’argomento non era abbastanza interessante, eppure sono andata avanti.”.

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(Oto delegation to Washington DC, January 1881)

Lora è bianca e le chiedo che cosa significa per lei essere una regista bianca dinanzi ad un crimine di questo tipo: “Io penso che il nostro dovere come persone di pelle bianca, che vivono in Europa, in posti sicuri e protetti, è comprendere il nostro privilegio. Non possiamo cambiare il passato, ma dobbiamo lottare qui, ora, proprio perché siamo nella condizione privilegiata di avere una voce. Dobbiamo lavorare con le comunità, non sopra le comunità. Jean era così orgogliosa del nostro metodo di lavoro, io ho solo fatto la regista non di queste donne, ma per queste donne. Ogni mese, in fase di editing, controllavo il girato con loro: sei soddisfatta? È la tua voce? Perché era una enorme responsabilità, doveva venir fuori la voce dei nativi. Adesso possiamo superare i confini dell’America, e usare il film per il bene delle nazioni native”. 

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