Mese: febbraio 2019

Il Botswana intende reintrodurre l’abbattimento selettivo degli elefanti

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Nei giorni scorsi il governo del Botswana ha ricevuto da una commissione interna un documento di raccomandazione che auspica la reintroduzione dell’abbattimento selettivo dei branchi di elefanti. È un passaggio inaspettato per un Paese che negli ultimi 25 anni è stato leader indiscusso nella protezione indiscriminata degli ultimi habitat selvaggi della regione, compreso il Delta dell’Okavango. Se la legge dovesse passare, la conservazione dei grandi mammiferi africani riceverebbe un colpo durissimo, forse irreversibile. Pubblico il comunicato stampa ufficiale di Derek Joubert per Great Plains: Joubert, Explorer in Residence insieme alla moglie Beverly per la National Geographic Society, è un eroe che ha dedicato la sua esistenza alla protezione dei leoni e dei leopardi del Botswana. Great Plains è una organizzazione non governativa attraverso la quale i Joubert hanno promosso un turismo altamente sostenibile i cui proventi finiscono in modo equo alle popolazioni locali. È possibile sottoscrivere una petizione per fare pressione sul governo del Botswana cliccando qui. 

“Il nostro meraviglioso Botswana è tenuto sotto assedio da gruppi lobbistici. Ieri un documento di orientamento è stato sottoposto al Governo per introdurre una serie di raccomandazioni nell’uso delle faune selvatiche, insieme ad alcuni suggerimenti: aprire di nuovo alla pur ampiamente criticata caccia sia agli elefanti che alla wildlife in generale;  l’abbattimento selettivo di un consistente numero di elefanti (culling); l’implementazione di industrie adeguate a trattare le carcasse degli elefanti uccisi per trasformare la carne in cibo per animali domestici; aumento del numero delle recinzioni (fences) e di conseguenza interruzione dei corridoi già effettivi che consentono il libero spostamento delle faune. 

In un primo momento ho pensato che fosse l’annuncio, un po’ crudele, di un pesce di Aprile, ma in realtà nessuno oggi ha voglia di ridere. Ho dato un nome a questo ‘documento bianco’ : se la legge passerà io credo che debba essere battezzata Botswana’s Blood Law. 

Per quanto riguarda noi, stiamo cercando di capire che cosa questo significhi per Great Plains, per gli sforzi che mettiamo nella conservazione, ed anche per i nostri partner, ospiti e amici. È difficile da ammettere, ma non riesco a credere che nessun governo al mondo, a parte il Botswana, che sia conosciuto nel mondo per la sua moderazione e per le sue politiche ben informate, potrebbe adottare una politica del genere. Ho già visto abbastanza elefanti abbattuti da delinquenti. Non ho bisogno di vederne ancora, a migliaia, uccisi dal nostro stesso governo. So quali danni fanno le recinzioni, ne servono di meno, non di più. Ho passato la vita a sostenere l’esigenza di definire corridoi connessi l’uno all’altro, perché la scienza è molto chiara a proposito: sono stati già Darwin e Wallace, con la biogeografia, a dimostrare che più piccola è l’isola, più è rapido il tasso di estinzione. La legge di sangue che il Botswana si appresta ad approvare renderà reale ognuno di questi effetti negativi. Faremo sentire la nostra voce contro tutto questo, con tutta la forza che abbiamo. Lo farò personalmente, come CEO di questa compagnia, per la nostra Fondazione, come grande investitore in Botswana e insieme a Great Plains, che agirà nello stesso modo. 

La comunità globale, e anche la nostra comunità qui, in Botswana, è qualcosa di meglio di tutto questo; la nostra etica a Great Plains è interamente fondata sulla cura. Cura per le comunità, con cui dividiamo i profitti e le entrate, per i nostri ospiti e collaboratori, cura per l’ambiente e tutto ciò che contiene. Nulla, invece, in questo documento, riguarda la cura. Va in una direzione completamente opposta ed è per questo che, con questo comunicato stampa, noi dichiariamo la nostra ferma opposizione alla proposta. La nostra promessa è che faremo qualunque cosa sia in nostro potere, nei termini della legalità, perché questa legge di sangue non passi”. 

Clima, pane ed elezioni europee: Berlino, febbraio 2019

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In questo inverno europeo con un febbraio dalle temperature già primaverili, ed imminenti elezioni per il parlamento comunitario di Bruxelles, un nuovo, devastante soggetto politico è ormai sulla scena. Molto più disturbante del populismo, che, anzi, ne è un sintomo: il collasso della biosfera. Non più tardi del 21 febbraio, la FAO ha pubblicato un rapporto – Biodiversity for food and agricolture – sulla connessione tra il crollo dei sistemi trofici terrestri, dovuti all’estinzione delle popolazioni di specie chiave come gli impollinatori, e la nostra possibilità di produrre cibo: negli ultimi 20 anni il 20% della superficie coltivabile della Terra ha perso fertilità; sono in declino il 63% delle piante, l’11% degli uccelli e il 5% dei pesci e dei funghi. In termini semplicissimi, il fatto che i pipistrelli siano in estinzione ha conseguenze dirette sul fatto che gli scaffali del supermercato siano pieni di scatole e confezioni di alimenti commestibili. 

La crisi alimentare è un incubo che a partire dal secondo dopo guerra l’Occidente ha dato per sconfitto. Troppa fame s’era vista in Europa nei decenni precedenti. John Maynard-Keynes, l’economista del circolo di Bloomsbury che nel 1918 partecipò, insieme alla Delegazione Britannica, alle prime fasi dei negoziati di Versailles per definire il Trattato di pace con la Germania, discusse del peso che la disponibilità di derrate alimentari ebbe nello sforzo bellico tedesco e nelle sue, improbabili, possibilità di successo. Maynard -Keynes discusse anche del fatto che riparazioni di guerra inique avrebbero innescato un problema generale di privazione alimentare che, infine, sarebbe diventato miccia incendiaria per i nazionalisti. Per i populisti, diremmo oggi. Quando una nazione dipende dall’importazione di cibo oltre la propria capacità produttiva, la carestia è una probabilità concreta. Così fu per la Germania del Kaiser, in cui già nell’ottobre del 1915 le donne del quartiere berlinese di Friedrichshain organizzarono accese rivolte per il pane. Ma Keynes, nella sua analisi delle “conseguenze economiche della pace” di Versailles, aveva preso in considerazione anche l’eccesso di popolazione come fattore di crisi interna, dalle implicazioni sicure ancorché non lineari sulla stabilità interna di un sistema economico e politico: lo spettro di Malthus. Da sempre, anche se ce lo siamo dimenticati, la fame è un soggetto politico. E poiché i cambiamenti climatici e l’estinzione delle forme di vita del Pianeta riguardano, ahimè, da vicinissimo la capacità stessa di ricavare cereali dalla terra, ci troviamo, come Europei, di nuovo al centro di una tempesta  di proporzioni apocalittiche che riguarda il pane.

Nell’anniversario della fondazione della Repubblica di Weimar (1919-2019), la Germania e Berlino, sede del dominio finanziario tedesco sulla EU, sono al centro della tempesta. Il Bundestag ha deciso l’uscita dal carbone (la Kohleaufstieg) per il 2038, data incompatibile con gli obiettivi climatici pur sottoscritti nel 2015 a Parigi; la foresta di Hambach, agorà di scontri violenti con gli ambientalisti, è “congelata” fino al 2020. Il Paese, intanto, non sta a guardare ed è percorso da fortissimi fermenti politici giovanili, che pretendono un cambio di rotta serio: Extinction Rebellion e la Demokratische Stimme sono i più radicali. A Berlino, la drammatica carenza di alloggi e il caro affitti motiva un discorso pubblico al vetriolo per il diritto alla casa: ovunque in città annunci, proclami e slogan stanno appiccicati su muri e piloni della luce a denunciare la condizione di miseria di migliaia di cittadini tedeschi. 

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(Berlino, giugno del 1945: donne fanno la fila per le patate)

Queste voci chiedono di svegliarsi dal sonno del giusto, alla società civile in primis. E di cominciare a prendere in serissima considerazione ciò che anche parte degli economisti ormai ammette. Il 9 febbraio un articolo uscito su FORBES.COM ( Unless it changes, Capitalism will starve humanity by 2050) poneva lo stesso interrogativo degli attivisti tedeschi: “Come possiamo aspettarci di nutrire così tante persone ( ndr: i 10 miliardi di individui che ci si aspetta abiteranno il Pianeta entro il 2050) mentre, al tempo stesso, esauriamo le risorse naturali rimaste?”. Una domanda cui Maynard – Keynes avrebbe dato il suo assenso. FORBES cita il libro di due professori di economia, Christopher Wright e Daniel Nyberg (Climate Change, Capitalism and Corporations ) uscito l’autunno scorso, che è molto chiaro al proposito: “Il nostro libro mostra come le grandi Corporation siano in grado di continuare a investire in comportamenti sempre più distruttivi per l’ambiente oscurando il nesso tra una crescita economica senza fine e il peggioramento della distruzione ambientale”. La lotta per canoni di affitto equi e proporzionati ai salari è una eco contemporanea delle grida per il pane nel freddissimo inverno del 1915, al Kreuzberg. La crisi europea è già una crisi di civiltà. E di umanità. 

La BBC ha inserito nel suo palinsesto web una nuova serie di contributi sul futuro dell’umanità, chiedendosi se noi non si sia per caso di già sulla strada per un collasso di civiltà. L’impegno del broadcaster britannico, che pubblicherà anche micro saggi del Centre for the Study of Existential Risk della Università di Cambridge, segue una linea editoriale inedita: “la serie fa un passo indietro rispetto al ciclo chiuso delle notizie del giorno e allarga invece l’angolo visuale oltre l’immediato presente. La società moderna soffre di un consunzione temporale, come ha detto la sociologa Elise Boulding. Vivendo alla prese con un presente che ti mozza il respiro per l’impegno mentale che richiede, non rimangono energie per immaginare il futuro, sostiene la Boulding. Deep Civilization esplorerà cosa veramente ha avuto peso lungo l’intero arco della storia umana e che cosa questo significa per noi e per i nostri discendenti”. Lo stesso giornalismo ambientale, insomma, ha bisogno, urgente, di un lavoro di scavo filologico per mettere in risonanza i diversi aspetti, interrelati, della crisi del XXI secolo. 

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In discussione c’è in sostanza il nostro stesso modello di civiltà. Lo ha spiegato con grande chiarezza su MEDIUM.COM ((Extinction Rebellion isn’t about climate) Stuart Basden, tra i fondatori di Extinction Rebellion: “Quando un autobus sta viaggiando con una certa velocità verso una persona, la sua traiettoria è chiara: finirà addosso a quella persona. Superato un certo punto, diventa inevitabile. Ed è precisamente la situazione in cui ci troviamo noi adesso, considerando l’accelerazione dei cambiamenti climatici. Abbiamo l’autobus addosso. Le nostre vite stanno per cambiare. E non sappiamo ancora se riusciremo a sopravvivere (…) Sono qui per dire che XR non riguarda il clima. La distruzione del clima è soltanto un sintomo di un sistema tossico che ha ormai infettato i modi in cui ci costruiamo relazioni tra noi essere umani e il resto delle forme di vita. Una condizione che è stata esacerbata da quando la cosiddetta civiltà europea si è diffusa in tutto il globo attraverso la violenza e la crudeltà di 600 anni di colonialismo (…) Dobbiamo curare le cause di questa infezione, non soltanto alleviare i sintomi. Focalizzarsi sulla distruzione del clima (il sintomo) senza presentare attenzione alle ideologie tossiche (le cause) che ne sono il presupposto è una forma di negazionismo”. 

La domanda che sta a fondamento di queste riflessioni è, se possibile, ancora più inquietante: in che modo e in che senso possiamo ancora definirci umani dopo esserci scoperti capaci di distruggere il Pianeta? In Europa, patria dell’umanismo, cioè della visione moderna dell’individuo capace di darsi obiettivi di giustizia, equità e dispiegamento delle sue migliori qualità inventive ed artistiche, l’umanismo è ancora vivo? Oppure no, e il vuoto che sperimentiamo nelle politiche ambientali è invece la nullificazione di ciò che fino ad oggi abbiamo considerato umano? Nei giorni scorsi ero a Berlino per scoprire che cosa ne è stato della nostra idea di umanismo. E per cercare le tracce della nostra umanità oggi sotto accusa.