Mese: marzo 2019

Storie di libertà e rivoluzione nelle Langhe raccontate da Fabio Balocco

 

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È appena uscito per Il Babi Editore un libro che, pur non avendo intenti politici, politico lo è parecchio: Lontano da Farinetti – Storie di Langhe e dintorni , scritto e immaginato da Fabio Balocco, intellettuale impegnato da sempre nelle cause ambientali ( e quindi umane) e blogger per Il Fatto Quotidiano. Il libro ricalca la verve costruttiva e polemica di Balocco, che però ha il merito, qui come altrove, di dire le cose per quello che sono: facendo, così, politica nel senso più dignitoso della parola, e cioè dibattito critico sul presente.

Lontano da Farinetti racconta le “altre” Langhe, “lontane dal mondo di Collisioni”, il festival glamour di letteratura che, insieme alla monocoltura della vite e della nocciola, delle case dei ricchi stranieri che qui comprano terreno e sogni cinematografici alla Russell Crowe in Un’ottima annata, ha trasformato la Bassa Langa in un modello, al negativo, di monocoltura, profitto e spersonalizzazione.  Ma per proporre un racconto alternativo a questo Balocco sceglie di intervistare persone che nelle Langhe hanno deciso di vivere una vita nuova, autentica, conforme alle proprie aspirazioni e soprattutto ancorata, saldamente ancorata, a qualcosa di vivo. La terra, appunto. Con le sue asprezze, i suoi animali non addomesticati, il suo orizzonte in trasformazione, e però sempre lì a ricordare che un Pianeta esiste eccome. Queste biografie sono “figure del limite”, come le definisce nell’introduzione Marco Revelli, ma proprio per questo involontari traghettatori dell’attenzione del lettore verso una etica rivoluzionaria non strillata, non esibita e quindi assolutamente pragmatica. 

Il racconto è, quindi, una geografia di vicende personali tutte legate a poderi, cascine, piccole greggi, eredità di nonni e di tempi antichi. Perché molti nelle Langhe ci sono tornati, dopo aver vissuto a Torino, nella civiltà industriale, o aver sperimentato degli altrove che però nulla potevano contro il sentimento di appartenere ad una genealogia di bestie, gioie e memorie. Il pregio del libro di Balocco è di lasciar parlare i suoi protagonisti astenendosi da ogni retorica o lettura utopica: qui non c’è ritorno all’idillio campestre, e invece c’è una riflessione robusta, grezza, sulle conseguenze alienanti della vita contemporanea, che taglia i ponti con tutto ciò che è vitale in nome, da una parte, di uno sterile nomadismo narcisistico, e, dall’altra, di una adesione incondizionata a ciò che altri hanno scelto per noi.

Ferruccio Fresia, un uomo che pianta faggi per ripristinare i boschi di una volta, a tal proposito, riesce a sintetizzare la frattura di civiltà tra il prima e il dopo che stiamo tutti vivendo sulla nostra pelle: “Ho vissuto a Guarene fino al 1958 e quelli sono stati gli anni più belli in assoluto della mia vita, perché ho avuto la fortuna (che può essere letta anche come sfortuna) di vedere il vecchio mondo ancora in funzione”. E questo vecchio mondo ancora funzionante è, semplicemente e in modo tuttavia rivoluzionario, il mondo della dignità della persona e del lavoro: “Tutti dovrebbero vivere di un proprio lavoro che li appassioni”, per dirla con le parole di Vittorio Delpiano, un prete esperto nel restauro dei muretti a secco. La terra coltivata, sembra suggerire Balocco attraverso le sue interviste, è una enorme metafora delle pulsioni fondamentali che l’individuo moderno, mangiato vivo dal capitalismo avanzato, ha preferito dimenticare: questa gente delle Langhe non patisce la condanna al lavoro, la maledizione dell’inquadramento burocratico, urbano, psichico. Ciascuno di loro a suo modo vive dell’idea che si è fatto di se stesso e del mondo, che sono poi due facce della stessa medaglia. 

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(Fabio Balocco con i protagonisti del libro)

Per questo su tutte le figure straordinarie del libro spicca Leonardo Marengo, un giovane uomo che faceva il toilettatore professionista di cani e animali domestici a Grinzane Cavour, e che ora vive in una cascina sulle rive del Belbo. “Ho avuto la fortuna o, meglio, ho ricevuto un dono meraviglioso da parte della vita ed è quello di aver avuto la possibilità di imparare tantissime cose dagli animali, ai quali oggi devo tutto: si può dire che mi hanno insegnato a vivere. Ho passato tutta la vita a stretto contatto con loro, ho studiato da sempre il loro comportamento, il modo di comunicare e di interagire con me e con i loro simili, ho scoperto dei valori quali il rispetto, la lealtà, l’uguaglianza, la fiducia, la condivisione, la leggerezza e molto molto altro, ma soprattutto ho incontrato l’Amore, quello vero, incondizionato, sincero, privo di giudizio e di condizionamento”, racconta Leonardo a Fabio Balocco, provando a mettere in sequenza autobiografica una “oceanica voglia di libertà”, radicata però nella terra, nella prima alba del giorno che nasce. Una vita senza telefono, senza amicizie inutili e di facciata, una vita con il coraggio della solitudine, che è amore per la coerenza e per la schiettezza. Proprio la forza interiore di Leonardo Marengo riesce a focalizzare i tanti temi impliciti del libro su uno che più di tutti vale la nostra crisi sociale ed economica: il diritto alla casa. Oggi s’è soffocati tra affitti esorbitanti e impieghi sottopagati, che mai renderanno possibile, per moltissimi di noi, l’acquisto di una casa propria. Ma una casa su cui si possa dir senza infingimenti, è mia, è un luogo dell’anima. E quindi mattone di dignità e di voglia, concreta, di impegnarsi per un mondo migliore. Dalle Langhe degli amici di Fabio Balocco proviene dunque anche un monito a recuperare il principio di realtà sull’onnipotenza del principio di piacere: “Io sono ottimista, non fosse altro – ammette Beppe Marasso – per lo spirito di sopravvivenza che ti dovrebbe far pensare che non si può continuare su questa strada”. Quella della crescita, delle grandi opere e dell’annichilimento della biodiversità, per intenderci. 

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Scoperta in Kenya, a Nakwai, una nuova specie di scimmia del primo Miocene lontana cugina degli Ominidi

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(La mandibola della specie di scimmia del Vecchio Mondo, Alophia, recentemente scoperta sovrapposta ad una seconda fotografia del sito fossile dove gli scienziati stanno scavando adesso. Il fossile è datato 22 milioni di anni fa e misura 3.7 cm di lunghezza. I denti e l’osso si sono spezzati durante il processo di fossilizzazione).

 

E’ stata scoperta a Nakwai, in Kenya (una località tra Nairobi e Marsabit, nel nord del Paese) parte della mandibola di una nuova specie di proto-scimmia datata a 22 milioni di anni fa, nel primo Miocene, che getta nuova luce sull’origine e l’evoluzione delle antiche scimmie della super famiglia dei cercopitecidi. La ricerca che dà conto della scoperta è uscita sulla PNAS lo scorso 13 marzo .

La nuova specie battezzata dai ricercatori Alophia metios presenta i primi tratti degli sviluppi morfologici associati con l’evoluzione della dentizione dei cercopitecidi: “la scimmia di Nakwai rivela che la iniziale radiazione delle antiche scimmie fu in un primo tempo caratterizzata da una riorganizzazione della struttura morfologica fondamentale dei molari”. La mandibola di Alophia possiede infatti degli adattamenti evolutivi nei molari compatibili con una dieta frugivora e fornisce solide evidenze all’ipotesi che la capacità di queste scimmie primitive di mangiare foglie comparve solo successivamente, a Miocene avanzato. 

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(modello della mandibola in 3D ad alta definizione, CT Scan)

Il ritrovamento ha una importanza notevole nella ricostruzione della radiazioni evolutiva dei cercopitecidi, ma anche delle promise fasi dell’albero genealogico umano e dei primati, e si inserisce quindi in quell’ambito di scoperte che gettano sempre più luce sugli antenati della nostra stessa famiglia. I cercopitecidi infatti cominciarono a separarsi dalle grandi scimmie antropomorfe, ossia i primati, circa 30 milioni di anni fa ed ebbero uno straordinario successo evolutivo che arriva sino al presente, con le 130 famiglie di cercopitechi attualmente viventi. L’espansione geografica di queste scimmie e la varietà di habitat che occupano ha eguali solo nel nostro genere, gli Ominidi. Tutti i cercopitechi viventi si distinguono grazie ad una particolare conformazione dentale, la cosiddetta bilofondontia, ossia la presenza di due creste che si incrociano sulla superficie dei molari. Le creste consentono di masticare diversi tipi di cibo (frutta, foglie, semi duri, radici) e quindi di adattarsi a una varietà di habitat. La bilofondontia offre un “apparato dentale” molto flessibile, che si è evoluto specializzandosi in modo da riuscire a spezzare, triturare e masticare cibi dalle proprietà meccaniche differenti. 

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(la mandibola di Alophia)

Alophia si colloca in una epoca intermedia rispetto ai fossili finora studiati dell’Uganda e della Tanzania, rispettivamente datati a 19 e 25 milioni di anni fa: “Questo nuovo primate di Nakwai è un membro di una variegata, ma primitiva fauna di mammiferi africani”. Kappelman, antropologo e geologo della University of Texas ad Austin, co-autore dello studio, spiega: “Gli animali che condividevano lo stesso ambiente di Alophia erano parte di una radiazione di forme che si evolse per decine e decine di milioni di anni su una isola-continente isolata, la Afro-Arabia. I già grandi comprendevano una notevole varietà di antichi elefanti e c’era anche l’Arsinoterio, un animale che assomigliava ad un rinoceronte visto di lato, ma che aveva due corni sul muso. C’erano anche mammiferi dell’ordine degli Hyracoidei, di ogni forma e taglia. Questi animali sono chiamati Afroteri, perché si evolsero su di un continente isolato; fu soltanto più tardi, quando l’Afro-Arabia si saldò con l’Eurasia, che gli animali che oggi consideriamo tipicamente africani – l’antilope, i leoni, le iene, i rinoceronti, le zebre – entrarono nel continente e presero ad evolversi  nella fauna che conosciamo. Molti Afroteri, ad esempio l’Arsinoterio, si estinsero, ma non siamo in grado di dire se ciò avvenne per competizione con le nuove forme viventi o a seguito di cambiamenti climatici”. 

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( Gli scienziati raccolgono campioni roccia per datare i sedimenti di Nakwai, Kenya, dove è stata scoperta la antica scimmia del Vecchio Mondo chiamata Alophia)

I denti di Alophia presentano delle somiglianze con quelli dei Victoriapitecidi, una famiglia estinta di scimmie primitive presenti nella regione al principio del Miocene che erano ancora sprovviste della doppia cresta sui molari superiori e inferiori. “Gli studi di genetica molecolare sulle grandi scimmie moderne e sulle scimmie più piccole mostrano che si sono separate l’una dall’altra circa 30 milioni di anni fa. Le evidenze fossili di entrambi i gruppi per i successivi 12 milioni di anni sono piuttosto sparse – spiega Kappelman – e includono una manciata di reperti. Dal momento che le scimmie fossili a partire da 18 milioni di anni fa e anche più giovani, e tutte le moderne scimmie del Vecchio Mondo hanno la bilofondontia, molti scienziati hanno ipotizzato che la bilofondontia potrebbe risalire alle primissime scimmie. Se fosse così, l’origine di questo tratto specifico e della sua correlazione con l’inclusione delle foglie nell’alimentazione  potrebbe spiegare perché le grandi scimmie e le scimmie più piccole si separarono, con i grandi primati specializzati su una dieta con frutta e le scimmie su una dieta con foglie. E tuttavia, Alophia non aveva la bilofondontia e probabilmente mangiava frutta e noci. La bilofondontia dovette evolversi successivamente. Abbiamo riscritto una storia che sembrava semplice e forse la abbiamo anche riformulata”. 

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(Le rocce sedimentarie esposte all’erosione sulle colline di Nakwai, dove sono sono stati scoperti i resti di Alophia. Sulla sinistra, al centro, il team di ricercatori)

Una storia che ci riguarda da vicino. I cercopitecidi hanno infatti un lontanissimo antenato in comune con gli ominidi. Kappelman: “Un modo di pensare ad Alophia è che essa sia un lontano cugino degli ominidi. Ragioniamo per analogia: gli scimpanzé e gli umani hanno un antenato comune che si colloca in qualche momento tra i 6 e gli 8 milioni di anni fa e quindi noi possiamo pensare a questi due gruppi come a due cugini. In maniera simile, circa 22 milioni di anni fa Alophia si è separata dall’antenato che aveva in comune con gli ominidi da 8 milioni di anni, ed è diventata un cugino degli ominidi, e di conseguenza, per estensione, di noi, oggi”. 

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(I ricercatori in cerca di fossili a Nakwai)

 

 

 

Con lo Strike for Climate finisce la socialdemocrazia del Novecento

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Anche a Milano la giornata di oggi, 15 marzo, è stata la giornata dello sciopero mondiale degli studenti che segna, è probabile, il tramonto definitivo del modo in cui s’è fatta politica ambientale negli ultimi 25 anni. In una mattinata tersa e molto calda, in Piazza Cairoli, ragazzi e ragazze, e non poche scolaresche delle elementari, hanno mandato in soffitta il negoziato lungo due decenni della Convenzione delle Nazioni Unite per i Cambiamenti Climatici, noto come COP, che nulla o poco più ha prodotto di storicamente rilevante, se non alimentare l’illusione che la tradizionale struttura politica delle democrazie parlamentari fosse adeguata a rispondere ad un problema di civiltà chiamato riscaldamento globale. 

Fridays for future, tuttavia, sembra aver ormai scritto il destino soprattutto della sinistra europea, paralizzata nell’affrontare la crisi climatica a causa di un conflitto d’interessi mortale con i grandi capitali economici. L’aria che si respira è certo di un conflitto generazionale molto acceso, come ha scritto DIE ZEIT, ma anche di una voce che pretende una riformulazione della politica stessa. Nelle motivazioni di questo movimento, la richiesta di ascolto e partecipazione è così forte da mettere in discussione ciò che, dal secondo dopo guerra in avanti, abbiamo conosciuto come socialdemocrazia. Il cambiamento necessario ad affrontare il collasso del Pianeta dipende cioè da una nuova concezione della relazione fondamentale tra i cittadini  e lo Stato e tra lo Stato e l’economia. La scuola non poteva che essere al centro di questo passaggio, perché è a scuola che si impara a condividere il proprio sé con il resto del Pianeta vivente. 

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Andrea Merico, docente di inglese all’ITAS Natta di Cimiano, che è qui con i suoi studenti, mi ha detto: “Tutto ciò che facciamo ha una ricaduta politica, ed è questo che dovremmo passare ai ragazzi. Quando sento i colleghi più anziani dir loro, non sanno quello che fanno, mi sembra di sentire mia nonna. Ma mi viene sempre in mente anche Bob Dylan, non criticare ciò che neppure comprendi. Purtroppo, si pensa di non poter imparare nulla dalle nuove generazioni. E da Kyoto in poi ( ndr: il Protocollo di Kyoto) i governi se ne sono fregati del clima e paradossalmente qualche risposta è arrivata dall’economia. Io credo che oggi la rivoluzione armata del Novecento sia fuori gioco, ma che sia indispensabile parlare di rivoluzione prima di tutto come cambiamento interiore, etico. I ragazzi una coscienza l’hanno, sono gli adulti a mancare all’appello. In nome del politically correct nella scuola viene svalutato ogni pensiero critico nella didattica, ma in passato il conflitto con gli insegnanti serviva proprio a questo”. 

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Intanto, decine di persone salgono sul monumento a Giuseppe Garibaldi con cartelli NO TAV. Ci sono altri slogan sull’economia: “State fottendo con il nostro futuro” e “Chi non salta è un industriale”, insieme ad una messa in ridicolo di Trump “Make this world Great again”.  Eppure, si ha davvero l’impressione che la Terra oggi, ovunque nel mondo, sia tornata ad esistere. La folla sprigiona una energia che non cerca lo scontro, ma pretende l’inizio di una nuova epoca: come è giusto che sia per una gioventù cresciuta con presupposti antropologici anni luce da quelli dei padri, destinati purtroppo ad essere ricordati come campioni di ignavia e di inerzia. 

Un gruppo di ragazzi del liceo classico Berchet, penultimo anno: “Noi in classe non parliamo mai del clima e del Pianeta, i nostri insegnanti hanno in media 60 anni, figurarsi se l’argomento viene fuori nelle lezioni di greco e latino. Anche se poi nel De rerum natura di Lucrezio qualche accenno al presente c’è…Ci sarebbe piaciuto vedere qui più adulti. Questo movimento acquisterà forza perché non ci sono fazioni attorno ad una questione del genere, non ci si può girare altrove e fare finta di niente. Uno dei pochi pregi del liceo classico è che la cultura umanistica favorisce tantissimo lo sviluppo di un pensiero critico”. 

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La voglia, l’intenzione, la volontà di pensare con categorie dedotte dallo studio e dalla propria esperienza civile e politica, e non dal marketing o dalla pubblicità, è il grande capitale umano perduto nel tempo, lunghissimo e fallimentare, che ormai ci separa dallo Earth Summit di Rio nel 1992. E dai più anziani che invece sono qui perché sono pronti a lasciare il testimone. Un sessantacinquenne con gli occhi turchesi, una giacca giallo canarino e capelli bianchi da saggio stoico, è qui con i suoi due figli. Fa il panettiere a Luino. Gli chiedo se la politica del Novecento ci può ancora aiutare: “La socialdemocrazia non è adeguata a risolvere la crisi climatica. Siamo nell’angolo ormai, è il momento di tirare fuori le unghie. Ci siamo dimenticati che la libertà la si conquista tutti i giorni. È ora di criticare il progresso, che noi, quando ero giovane, credevamo fosse un processo infinito”. 

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Mentre ci spostiamo verso via Broletto, un giovane studente dell’Accademia di Brera, di Lucca, vestito con un poncio di lana multicolore, mi racconta della performance di un giovane comico che ha qualcosa da dire sulla follia dei nostri tempi, e del lavoro. Perché il lavoro che ammazza il Pianeta fotte anche la vita delle persone: “Franco B è uno che si esibisce in performance dal vivo, facendosi prendere il sangue fino a svenire. E poi quando si riprende dice: chi è più estremo, io, o chi si sveglia alle 5 della mattina, guida per 2 ore in tangenziale, arriva in ufficio e lavora per 12 ore con un contratto sottopagato, torna a casa sfinito e si addormenta, senza aver scelto nulla di questa vita?”. 

Davanti a Palazzo Marino, riprendo il discorso sulla socialdemocrazia con Pippo Civati, ex PD, fondatore di Possibile e ora anche di una casa editrice, People: “Questo è l’appuntamento più importante dell’anno dal punto di vista politico. È partito tutto nel modo più spontaneo, da questa ragazzina svedese. La socialdemocrazia ha avuto in questi decenni grandi limiti nel comprendere il problema ambientale penalizzando così il lavoro. Il governo attuale non è dunque diverso dal governo precedente. Questo movimento può essere o una profezia di catastrofe o, all’opposto, una profezia di liberazione. Perché è chiaro che bisogna dare brutte notizie alle gente, se si parla di come stanno le cose con l’ambiente. Come dico sempre io, bisogna tenere insieme la fine del mondo con la fine del mese”. 

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E cioè le dure ragioni costitutive del patto sociale: il principio di realtà e i diritti sostanziali ad una dignitosa sopravvivenza. Ma nessuna politica che dimentichi uno di questi due aspetti del vivere insieme può sperare di non doversi scontrare, prima o poi, proprio con quei fatti che ha provato a negare. Fridays for Future, oggi, anche a Milano, è stato questo: la realtà esiste, ed è ora di ricominciare a rifletterci. 

ESCLUSIVA – L’impatto umano sulle specie minacciate si estende ormai sull’84% della Terra

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(Niassa, Mozambico: pratica dello slush and burn, abbatti e brucia, per liberare terreni adatti all’agricoltura)
È appena uscita su PLOS BIOLOGY (“Hotspots of human impact on threatened terrestrial vertebrates”la prima analisi globale degli impatti delle attività umane su 5.475 specie minacciate calcolata sulla aree geografiche di distribuzione di queste specie. Lo studio ha cioè verificato in quali regioni del Pianeta gli otto principali fattori di distruzione delle biodiversità si sovrappongono alla presenza di popolazioni animali a rischio di estinzione. Gli autori hanno preso in considerazione 1277 mammiferi, 2.120 uccelli e 2.060 anfibi, identificando gli “hotspot” della Terra, ossia le regioni dove la biodiversità è maggiormente sotto pressione, e anche i “cool spot”, le zone-rifugio, dove invece specie più resilienti hanno maggiori possibilità di sopravvivere nei decenni a venire.  

Comprendere secondo quali schemi spaziali e geografici la pressione umana coincide con le specie maggiormente sensibili al risciò di estinzione è determinante per pianificare gli sforzi di conservazione. E per stilare l’elenco, purtroppo, delle priorità. Mappare le minacce alla biodiversità non è sufficiente: bisogna capire, questo l’intento dello studio, dove l’intensità del disturbo umano coincide con la presenza di una popolazione cruciale per la sopravvivenza a lungo termine di una specie. 

Moreno Di Marco, ricercatore presso il CSIRO Land & Water, EcoSciences Precinct, di Brisbane Australia e alla Sapienza di Roma, co-autore della mappatura, spiega: “Nell’approccio che abbiamo utilizzato le specie minacciate sono osservate in correlazione spaziale con i processi distruttivi che le minacciano e a cui esse sono sensibili. L’associazione spaziale innesca un impatto sulla specie che si trova a fronteggiare insieme una o più minacce. Uno hotspot è una area in cui questi impatti, che agiscono sulla specie, possono essere individuati: un alto numero di specie che coesistono con un alto numero di minacce prodotte dall’uomo. Invece i cool spot sono quelle aree che ospitano sì un alto numero di specie minacciate ma in assenza delle minacce che sono direttamente collegate a loro, e perciò funzionano come rifugi”. 

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I risultati di questo studio sono, ancora una volta, molto cupi: “In media, il 38% del range di distribuzione di una specie è sottoposto agli effetti di uno e più fattori di minaccia. I mammiferi sono il gruppo tassonomico più colpito, il 52% del loro home range è ormai soggetto a minacce di forte impatto. Preoccupante è che un quarto di tutte le specie considerate subisce le conseguenze di una qualche minaccia su più del 90% del proprio areale. Solo un terzo di tutte le specie è al sicuro”. I driver di distruzione presi in considerazione sono quelli ufficiali della “Impronta umana”, la human footprint, riconosciuti dalla IUCN e pubblicati nel 2016 su Nature: edifici e costruzioni, campi coltivati, pascoli, la densità demografica umana, le luci notturne, le ferrovie, le strade a larga percorrenza come le autostrade, il traffico marittimo. Insomma, il complesso delle attività commerciali e industriali che sostengono gli insediamenti umani in continua espansione. 

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(Credits: WCS by Paul Mulondo)

“L’impatto umano sui vertebrati già minacciati è ubiquo e si estende sull’84% della superficie terrestre. Ci sono forti variazioni spaziali, con un picco allarmante nell’Asia del Sud Est, e anche negli hot spot gli effetti differiscono tra gruppi tassonomici distinti. La Malesia è il punteggio più alto sulla media calcolata (125 specie colpite), seguita dal Brunei e da Singapore (rispettivamente 124 e 112)”. Le foreste tropicali umide a latifoglie del sud est del Brasile e Indonesia si collocano al secondo posto fra i biomi maggiormente disturbati. L’Europa e il Centro America emergono come hot spot globali soprattutto per i mammiferi e per gli anfibi. L’impatto sugli uccelli è omogeneo, con picchi di interferenza grave nel sud est Asia e anche del sud est del Sudamerica. Le mangrovie hanno la più alta proporzione di specie compromesse (61-3%), seguite dalle foreste temperate a latifoglie e le foreste miste (60.7%). Di contro, come è intuibile, la tundra e la foresta boreale ha le percentuali più basse (14.6% e 29%, rispettivamente). 

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(Tsavo, Kenya)

Un punto molto interessante dello studio è la coesistenza, all’interno, di una stessa area geografica di specie minacciate e di specie invece che in quella area hanno trovato un rifugio, un cool spot in gergo tecnico. Una condizione che riguarda l’80% del Pianeta. Il rischio di estinzione è infatti una funzione sinergica tra le caratteristiche intrinseche di una specie e il tipo di minaccia presente. In altre parole, non tutte le specie rispondono in maniera identica ad una stessa minaccia a ragione del proprio tipo di adattamento e dei propri tratti ecologici. Ad esempio, in Sudafrica i grandi felini, come i leoni, hanno grosse difficoltà, mentre un felino di medie dimensioni, il serval, rivela uno studio recente condotto in un impianto petrolchimico a 130 chilometri da Johannesburg, prospera nelle aree industriali dismesse: “Questo è un buon esempio. In generale, una strada o una ferrovia possono avere effetti devastanti per i mammiferi che tentano di attraversale, ma non per gli uccelli che le volevano sopra – dice James Allan, tra gli autori della ricerca uscita su PLOS BIOLOGY, della School of Earth and Environmental Sciences, University of Queensland, Australia, un esperto nella mappatura degli habitat wild – Oppure, considera i pascoli, in Africa: i grandi mammiferi come i leoni e gli erbivori come le zebre possono coesistere con le mandrie, ma gli anfibi delle pozze d’acqua no. Gli hot spot e i cool spot si susseguono l’uno con l’altro in conseguenza della ricchezza di specie: dove ci sono molte specie, osserviamo che l’impatto delle minacce studiate è simultaneo su molte di esse e che tante altre invece ne sono al riparo. Questo si osserva bene in Brunei, che ha la media più alta come rifugio di specie: è incredibilmente ricco e quindi le sue foreste risultano meno compromesse delle loro analoghe in Malesia e Indonesia”. Tra questi rifugi ci sono la Liberia, in Africa, per i mammiferi e gli anfibi, e le Ande, in Sud America, dove sopravvive, in popolazioni frammentate, il magnifico gatto andino (Leopardus jacobita): “Abbiamo incluso moltissimi felini nel nostro studio, perché sono quasi tutti ormai minacciati”, spiega Allan. 

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(Western Ghats, India)

Aggiunge Moreno di Marco: “Nella nostra ricerca abbiamo scoperto che queste aree sono sia hot spot che cool spot per diverse specie. Si tratta di aree molto ricche, ma su cui insistono solo alcune minacce specifiche con effetti diretti sulle specie, come ad esempio la caccia eccessiva, e non invece la perdita di habitat.  Qui, molte specie minacciate sono in declino ma ci sono anche altre specie in difficoltà che possono vivere senza la pressione di minacce per loro significative”. 

Le implicazioni di questo censimento sulla conservazione sono piuttosto importanti. Di nuovo, si pone l’accento sul fatto, cruciale eppure sistematicamente ignorato, che “la frammentazione riduce la proiezione di habitat particolarmente adatti alla distribuzione di certe specie, riducendo i loro movimenti e aumentando il loro rischio di estinzione”. Due punti sono determinati sul futuro: primo, gli sforzi di protezione daranno benefici se terranno conto dei rifugi di biodiversità rimasti e, secondo, questi stessi rifugi sono i luoghi critici perché le specie sviluppino gli adattamenti loro richiesti da un Pianeta in rapidissima trasformazione. 

 

La Demokratische Stimme è la nuova voce della Germania

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(La Demokratische Stimme alla Porta di Brandeburgo lo scorso 9 settembre. FB Page)

Al tramonto dell’era Merkel il fermento politico in Germania ribolle. Ma ai confini delle stanze del potere, fuori dei grandi partiti, è la questione ambientale a funzionare come coagulante per le nuove forze in campo. Acerbe, eppure dotate di quella travolgente spinta a capire il mondo e i problemi del XXI secolo che solo la gioventù può esprimere. Il più originale di questi movimenti – già in comunione di intenti ideali con Extinction Rebellion e Friday for Future – è la Demokratische Stimme – Aufstand der Jugend (Voce Democratica – Sollevazione della Gioventù, una NGO), che il 25 gennaio scorso ha manifestato a Berlino nella sua seconda uscita pubblica. Simon Hoffmann, leader del gruppo, ha letto il Manifesto della Demokratische Stimme, un testo appassionante e accusatorio che parla del presente politico come di un “ospedale dei diritti umani”: i basilari diritti delle nuove generazioni sono chiusi in un manicomio di decisioni politiche, orientate a perpetuare gli schemi criminali che hanno distrutto biosfera e atmosfera. I giovani, si legge nel Manifesto, sono tagliati fuori dalla democrazia, perché non hanno né diritto a partecipare al discorso pubblico sul futuro (Mitsprache) né a contribuire alla definizione di questo futuro (Mitgestaltungsrecht): “Il sistema ci tratta coi piedi (…) paghiamo per una festa a cui però non siamo stati invitati”. Il Manifesto considera inoltre la sesta estinzione di massa – in corso – come un tema politico di primissimo piano. E allora, dicono i giovani, “è nostro dovere come cittadini della Terra” reagire.

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(Dalla manifestazione del 9 settembre 2018, FB Page)

Il 9 settembre 2018 il Movimento era alla porta di Brandeburgo con una manifestazione- performance di rottura (per modi, stile e intenti) altamente provocatoria: i giovani portavano sulle spalle in vere e proprie lettighe ricchi signori in pelliccia e abiti tipo Gucci, intenti a contare migliaia di banconote. I miliardari, alla fine sconvolti dalla loro stessa voracità senza limiti, distruggono il denaro e chiedono ai giovani di ballare tutti insieme. L’obiettivo del movimento è una assemblea pubblica, aperta ai giovanissimi, del tipo di quella, con potere consultivo, chiesta da Extinction Rebellion UK. In altre parole, un cambiamento storico nell’attuale assetto delle democrazie parlamentari europee: uno Jugendrat (Consiglio della Gioventù). Ne ho parlato proprio con Simon Hoffmann.

Da quanto avete fatto vedere negli ultimi mesi a Berlino, è finita una stagione di indifferenza alla politica.

“Democrazia e rivoluzione sono connessi l’uno con l’altra. Solo un anno fa abbiamo assistito alla rivolta delle donne, con il movimento MeToo, adesso qui in Europa c’è una altra rivoluzione: i ragazzi e gli adolescenti entrano in politica. Giovani e politica non sono più in contraddizione. E questo perché la posta in gioco è semplicemente la possibilità di averlo, un futuro. È ingiusto che i settantenni e gli ottantenni decidano come sarà un tempo che di fatto non vivranno. È davvero un passaggio di grande impatto, che finalmente si chieda che i ragazzi votino, che abbiano accesso al potere decisionale”. 

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(Campagna contro il caro affitti di Berlino – Museo FHXB, Kreuzberg)

Nel vostro Manifesto c’è un tema politico completamente nuovo, e cioè l’eredità. Vi chiedete come si possa sentirsi giovani in una società che si incarica di distruggerlo, invece, il futuro.

“Sì, l’eredità – cosa abbiamo ricevuto e cosa lasceremo a chi verrà dopo di noi – è un nuovo tema politico e lo è perché siamo tutti connessi. Pensa a Friday For Future, ma anche ai fermenti in corso dall’altra parte del mondo, in Sudafrica per esempio, contro l’establishment. C’è il sentimento che tutti facciamo parte di un unico contesto. I giovani stanno diventano saggi. Ed è importante capire che nessuno è solo. Il movimento è su scala mondiale. Per questo noi della Demokratische Stimme abbiamo chiamato le nostre campagne, e il nostro motto, You Move : la gioventù che si solleva è una e una sola. Nella testa abbiamo il sogno di un futuro decente. 

Parlando di programmi, come traduci in azione questa visione?

Vogliamo dare un impulso ad una riscrittura della democrazia. Per questo abbiamo elaborato un programma in 5 punti, una Visione del Mondo, tanti quanti sono le dita di una mano. Una concezione olistica di quello che abbiamo davanti, del Pianeta e delle persone, della natura e del clima”. 

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(Campagna contro il cari affitti a Berlino)

Parlami di questi cinque punti. E perché soltanto i giovani, a tuo parere, ci possono costruire sopra un futuro.

“Il primo punto è fondamentale e riguarda l’educazione, che deve essere libera da influenze esterne. Oggi nelle scuole vige una sorta di dittatura, disegnata ad hoc per trasformare gli studenti in consumatori. Non si pongono domande e la propria autenticità finisce perduta. Io paragono la gioventù al bozzolo di una farfalla: le ali, per come siamo messi oggi, non potranno mai volare. Ed è qui che si inceppa ogni idea di un futuro. Perché devi considerare questo, che ogni nuovo trend sociale e politico comincia dai giovani, e che ognuno di noi ha un suo specifico potenziale. Se queste energie fresche, inedite, vengono spente sul nascere, lo status quo è garantito, ma se si mettono insieme, c’è un climax di cambiamento”. 

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(Karl Marx Allee, Berlino: campagna contro il caro affitti)

Intendi che qui occorre un cambio di rotta, che la cultura stessa va rimessa in discussione sotto la categoria di futuro?

“Sì, infatti il secondo punto è il sostegno totale alla cultura dei giovani. La gioventù è il motore del cambiamento. Qui in Germania siamo ricchi perché attorno ci sono tantissimi poveri. Pensa solo all’Africa, al neocolonialismo. È come ai tempi di Hitler: abusiamo di altri Paesi a nostro totale beneficio. Certo, accogliamo moltissimi rifugiati, ma la maggior parte finisce a svolgere lavori pagati pochissimo. Solo a Berlino ci sono 10mila senza tetto. La nostra politica economica è ricalcata su quella americana, e di fatto ci accontentiamo di vedere il mondo così come lo vedono gli USA. Bisogna cambiare prospettiva: una concezione del mondo davvero globale, e quindi una lotta globale per sopravvivere. Come individui, come esseri umani, abbiamo tre livelli di responsabilità: noi stessi, le persone che ci stanno a cuore e ci sono vicine, e chiunque possa entrare in contatto con noi, e cioè l’intero Pianeta Terra compresa la natura. Dobbiamo farci la nostra strada a prescindere dai diktat che vengono dagli adulti, e questo significa preferire l’autenticità di ogni essere umano al Capitalismo. Ai miei coetanei che vivono di shopping e di iPhone io dico, sono capace di sentimenti, per quale motivo devo eliminarli facendomi di droghe e di telefonini?”.

La rivoluzione è stata, per tutto il Novecento, una dimensione politica a sé stante. Oggi, secondo te, la democrazia e la rivoluzione possono fondersi l’una dentro l’altra?

“Sì, il terzo punto per noi ha a che fare con la democrazia e con la rivoluzione. Noi lo chiamiamo Cre-revolution: la rivoluzione deve essere creativa, perché deve partire dall’interno delle persone e superare l’impostazione patriarcale in cui viviamo oggi. Il quarto punto, poi, riguarda le risorse e la proprietà. Chi di noi ha il diritto di decidere quante risorse naturali gli spettano? E d’altronde, perché qualcuno deve poter accaparrare le risorse del Pianeta solo in nome della propria disponibilità finanziaria? Ogni persona ha diritto, invece, a condividere le risorse naturali con tutti gli altri viventi: noi proponiamo un quantitativo di risorse basico, fondamentale. E il presupposto è che nessuno può dirsi proprietario di ciò che proviene dal Pianeta. Piuttosto, le risorse le prendiamo a prestito. Lo sfruttamento attuale, pensa all’Africa, è invece disegnato sullo sfruttamento. Pertiene ai diritti umani fondamentali sapere quanto è mio diritto consumare. La Cre-revolution sarà la nostra prossima campagna”. 

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(Warschauer Strasse, Berlino: “L’odio non porta a nulla, Dio non ti aiuta, non fa alcuna differenza di chi sei innamorato, è sempre uguale )

Tutto questo presuppone un cambiamento radicale del sistema economico mondiale.

“Attualmente, viviamo costretti dai vincoli di un sistema economico monetario, e cioè fondato sulla moneta. Bisogna elaborare nuove forme di credito, e questo è il quinto punto, per avere una alternativa allo strapotere della moneta. Il denaro di per se stesso è un cancro e va smantellato per ricostruire un ordine differente. 

Tu hai 22 anni: quale è la tua storia personale, come sei arrivato a queste conclusioni, da cittadino tedesco e del mondo?

“Sono cresciuto a contatto con la natura, vicino ai boschi, senza telefonino. È ho avuto la fortuna di frequentare una scuola che valorizzava i talenti creativi dei bambini e la loro fantasia. Ho studiato cinematografia e storytelling e il mio più imminente progetto è girare un documentario su Aufstand Der Jugend. Quando ho scoperto cosa succedeva per via dei cambiamenti climatici, sono rimasto allibito. Non è facile essere tedesco: per molti la Germania è un modello di regole e di efficienza, ma viviamo in una condizione di propaganda modellata sul modello americano. Potevo allinearmi, seguire il corso delle cose, e provare a diventare ricco anche io. Ma non era ciò che volevo. Davanti alla miseria del continente africano, del Sud America e alla povertà di posti come l’Indonesia, mi sento un tedesco bianco che ha delle responsabilità precise per quello che succede. Sono partito da qui”. 

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(Simon Hoffman al centro, insieme ad alcuni manifestanti. FB Page)

 

Che cosa è Umanismo?

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La Ostbahnhof si rannicchia sotto il ponte della sopraelevata che taglia di netto l’ultimo tratto della Pariser Kommune Strasse, risucchiata nell’amalgama grigio di un cielo spoglio, in un inverno incerto e insicuro. Palazzi a quindici piani, di un giallo e di un azzurro scoloriti, svettano verso l’alto, con una aria stupefatta. Dall’altra parte della Pariser, un Konditorei improvvisato sembra emanare anche dall’esterno l’odore di polvere dei fiori finti e dei dolci troppo zuccherati. Uno squallore enigmatico penetra questo angolo di Berlino, ovunque volgo lo sguardo, lo stesso sconforto indecifrabile delle migliori sceneggiature de Il Commissario Schumann, la serie tv che ha dato popolarità a Christian Berkel. In questi giorni Berkel è al quattordicesimo posto della “classifica best seller dello Spiegel” con il suo biopic Der Apfelbaum. Un altro tuffo nella memoria imbarazzante di una nazione che, nonostante tutto e tutti, oggi ha rimasticato se stessa fino a darsi un futuro. Vanno fortissimo in Germania, questo genere di libri. E ottengono l’effetto opposto delle intenzioni degli editori. Rafforzano infatti quel sentimento di destino che si respira in ogni angolo di Berlino, capitale della Germania unita, una cognizione perennemente malinconica di umanità ferita e umanità colpevole. Il destino nostro, di noi Europei e di noi umani, adesso, nel 2019, al cospetto di un nuovo soggetto politico: il collasso del Pianeta.
L’autista del bus numero 242 direzione Friedrichshain mi conferma con un cenno che il biglietto è valido. Ha la faccia consunta di una metropoli usurata da una economia onnipotente. Quest’uomo percorre un tragitto identico miliardi di volte all’anno, non ha vie di fuga, facendo così della ripetizione, suo malgrado, in una alleanza mortifera con i pneumatici del suo bus, una micidiale forza di erosione del mondo. Come gli assassini del Commissario Schumann, maciullati dai propri conflitti interiori. Ci assomigliano quei soggetti da fiction, penso, mentre l’autobus procede sulla Wedekind Strasse, immergendosi fra i palazzi in stile sovietico della DDR, che oggi invece sono solo venature più scure di quel blocco di marmo che è la Berlino europea. Qui, esattamente un secolo fa, si costruivano barricate per difendere la Repubblica di Weimar. La gente voleva essere libera e cioè umana. Che ne è stato di quella libertà, se Angela Merkel definisce le proteste dei giovani contro l’inerzia di politiche climatiche autentiche una interferenza dei Russi via Facebook? Was ist Humanismus? Che cosa è, ormai, l’umanismo, mi chiedo in un febbraio senza neve a Berlino, Europa. 

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Sulla Max Gabriel Strasse, che costeggia la Boxhagener Platz, incontro qualche giovane ubriaco, che impugna la bottiglia di birra come fosse la mano di una fidanzata. Gente triste in uno dei Paesi più ricchi d’Europa. Negli anni ’90 lo storico Francis Fukuyama scrisse che la storia era finita. Aveva torto, la storia è piuttosto in decomposizione. Scivoliamo in un putridume di sentimenti e di intenzioni (dove andare? E per cosa?), che si manifesta nella sequenza di ristoranti vegani, vietnamiti, thailandesi, shabby chic della Simon Dach Strasse. L’esotismo di una noia incontenibile che si sa già invincibile ogni benedetto fine settimana. È così che funziona, ormai, il Capitalismo avanzato. Nulla basta mai davvero, e non sarebbe così se potessimo ancora contare su di una semplice minestra calda al termine di una giornata di lavoro, come la mela cotta nella stufa che Walter Benjamin, da bambino, aspettava con trepidazione prima di recarsi a scuola. La vita di noi uomini si è espansa fino a scoppiare. Sì, lo squallore della nostra tristezza può esistere anche in Boxhagener Platz. Un pastone emotivo di indifferenza – il fastidio con cui la padrona di casa mi consegna le chiavi dell’appartamento sulla Niederbarminstrasse – e di opulenta indigenza. Un demone, insomma. L’unico demone del nostro XXI secolo, che rende qualunque altro terrore una bazzecola da film di Hollywood. 

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In mezzo alle macerie della Germania, sotto tutto il peso della sua personale compromissione politica, Martin Heidegger scrisse, nella Lettera sull’Umanismo, che “Umanismus è questo: è meditare e curarsi che l’uomo sia umano e non inumano, cioè al di fuori della sua essenza”. Ma ogni sfumatura possibile si gioca proprio sul fronte dell’essenza, perché se noi uomini siamo ciò che siamo, può anche darsi che la nostra disumanità ci contraddistingua molto al di là delle nostre aspettative umanistiche. Il 14 ottobre del 1915 le donne berlinesi, esasperate dalla carestia, saccheggiarono i negozi della Boxhagener Platz. Fu il proprietario di una latteria ad accendere la miccia della rivolta, dicendo alle sue clienti: “Presto mangerete succo di aringa e merda come fossero leccornie e il burro vi costerà 6 marchi all’oncia”. Di lì ad un anno le rape avevano sostituito i cereali, le patate e la carne. Nella conflagrazione della Grande Guerra, e nella folgorante caparbietà degli uomini che, per instaurare la Repubblica, fecero la rivoluzione a Berlino nel Novembre 1918, si osservò all’opera quella dichiarazione fulminante di Hoelderlin, che l’uomo abita questa Terra pieno di doti, eppure secondo poesia. Dentro la poesia. Perché la rivoluzione stessa nasce dalla poesia. Se poesia è ascolto della voce del mondo, allora anche la politica che cambia le cose risponde alla sua originaria voce poetica. C’è un richiamo, fatto di realtà, che dovrebbe motivare le nostre scelte, ma, in fondo, quando esco sulla Frankfurther Strasse per scendere in metropolitana, e mi trovo davanti i due palazzi gemelli di Stalin,  e rammento che qui e poco più avanti, nel marzo del 1919, a Weberwiese, sulla Lange Strasse all’incrocio con la Karl Marx Allee, c’erano le barricate innalzate dai comunisti che sostenevano lo sciopero generale; quando rifletto su questa gente che voleva la rivoluzione, che venne presa a fucilate dai Freikorps con autorizzazione governativa, gente che rispondeva ad una voce interiore fatta di giustizia, pane e dignità, ecco, l’umanismo mi sembra una virtù corruttibile, che pur nutrendosi del richiamo della realtà non di sola realtà può vivere. “Ma se l’humanitas è così essenziale al pensiero dell’essere – si chiedeva Heidegger –  non è allora necessario completare l’ontologia con l’etica?”.

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Del resto, la Frankfurther, “la prima strada socialista della Germania”, è enorme, vuota, dominata da austeri edifici sovietici, squadrati, governativi, che incombono sul passante con uno sguardo senza appello. Queste sensazioni sul potere, il potere che annichilisce, non finiscono con il tramonto delle dittature; sono invece consustanziali a qualunque ordine delle cose si pretenda definitivo, scritto una volta per sempre. Il fatto che sia ormai evidente una catastrofica alterazione del sistema climatico terrestre rafforza nei più lo spegnersi degli istinti rivoluzionari. Ciò che già vediamo compiuto non merita neppure la spesa della reazione. È puro fastidio. Una nuova forma di negazionismo, lo definisce Extinction Rebellion Deutschland.

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Anna Seghers, che fu testimone della vittoria del Nazismo, fece dire a Geschke, il socialdemocratico protagonista del suo romanzo Die Toten bleiben jung ( I morti rimangono giovani, edito in Italia da Mimesi): “Ed era questa la radice del suo dolore: non credeva più a nulla. Ci vuole molta forza per fare qualcosa in cui si crede. Sia la pazienza per far progredire a poco a poco gli uomini, magari con pentimenti ed errori, ma costantemente, o sia il sovvertimento improvviso, in cui si impegna tutto, l’esperienza e la vita. Ci vuole tanta forza per fare qualcosa in cui si crede. Ma anzitutto ci vuole una forza terribile per credere davvero a qualcosa”. Questi palazzi ex DDR spiano dentro le nostre coscienze, perché sanno che il nostro sistema sociale ed economico è gemello del loro. Le super-democrazie, dotate di efficienti reti metropolitane, hanno deciso di ignorare i cambiamenti climatici perché questo è, cosa credete, il migliore dei mondi possibili. Come si diceva nella DDR. L’estinzione ha dunque, ora è chiaro, una sua completezza, una sua perfezione interna. La nostra impresa è compiuta. Contempliamola pure. Ma allora, il potere democratico, quando fa a pezzi la biosfera con voto parlamentare, è ancora una forma sofisticata di umanismo?

Sotto una pioggia torrenziale, attraverso i sentieri fangosi del Monbijou park: la cupola barocca del Bode Museum davanti a me è la bussola scintillante di un esperimento umanistico senza precedenti a Berlino. Sono le 11 di mattina, e i Berlinesi si alzano tardi la domenica: il Bode è silenzioso, come raccolto in meditazione. Dal 27 ottobre 2017 il museo ospita l’Africa Occidentale e Centrale: 80 capolavori che appartengono al Museo Etnologico – attualmente chiuso e in attesa della sua nuova sede, lo spettacolare Humbold Forum, nel ricostruito palazzo imperiale –  stanno accanto ai loro corrispettivi italiani e centro-europei del tardo Medioevo e del Rinascimento. L’allestimento porta il titolo di Unvergleichbar ( “Non confrontabile”): “un dialogo diretto attorno ai grandi temi dell’umanità: il potere e la morte, la bellezza e l’identità, la giustizia e il ricordo”. Uomini africani ed europei, gli dei cristiani e  gli antenati ancora vivi sul fiume Congo, si guardano in faccia. E sfidano il visitatore. La Germania ha ormai avviato un percorso di rivalutazione storiografica del proprio passato coloniale. Lo scorso 12 dicembre un folto gruppo di accademici tedeschi ha firmato un appello, pubblicato da Die Zeit, sulla restituzione delle opere d’arte africane di fatto rubate in epoca imperiale. Una presa di posizione che fa seguito alle conclusioni della Commissione Speciale voluta da Emmanuel Macron in Francia, e del rapporto finale firmato da Felwine Sarr e Bénédicte Savoy. “Anche noi reputiamo la restituzione – hanno scritto i ricercatori tedeschi – , così come una disponibilità generale a restituire, una premessa indispensabile per superare il problema del riconoscimento negato e dell’assenza di reciprocità (…) la restituzione e perciò la memoria storica hanno sempre a che fare anche con le questioni della colpa e della giustizia, della morale e della ingiustizia, in modo a tal punto importante che, benché lo si possa dimenticare, gli oggetti raccontano ancora oggi storie dotate di una risonanza profonda, in divenire (…)”. Il legame con il nostro presente è strutturale: “Dovremmo, in generale, cogliere l’occasione che questa discussione ci offre: la possibilità, mettendoci a confronto con questi oggetti, di strappare all’oblio coloniale una storia comune lunga secoli, in molti casi anche brutale e segnata dalla violenza, e di assumerci invece la responsabilità di come questa storia finisce con l’essersi impigliata con il nostro presente e con il nostro futuro”. Nello splendore dorato delle sue sale, in una atmosfera di terso raccoglimento, il Bode apre prospettive per nulla di meno che una “Neugestaltung der Gegenwart”, una riformulazione del presente. 

Che questo avvenga qui, sull’Isola dei Musei, non è affatto causale, perché questa porzione di Berlino è patrimonio dell’umanità e a qualche decina di metri in linea d’aria c’è il Pergamo Museo, forse la più spettacolare rappresentazione plastica di ciò che proprio Heidegger chiamò metafisica. Il punto zero in cui si intravede qualcosa della civiltà occidentale che conteneva il seme cattivo della sua stessa fine, quel seme eclettico e spietato che in Africa Occidentale e Centrale si mise al lavoro conducendoci al nostro XXI secolo. La metafisica ci appartiene. Oggi, genti africane del Sahel sono in movimento verso l’Europa, spinte dagli effetti sinergici dei cambiamenti climatici e della defaunazione. Mi viene in mente Minna, la protagonista tedesca del romanzo di Romain Gary Le radici del cielo. In quanto tedesca, violentata dai Russi all’ingresso dell’Armata Rossa nella capitale del Reich nell’aprile del ’45, Minna sposa la causa di Morel, un idealista che è disposto a tutto per proteggere la wilderness africana e i suoi elefanti, con questa motivazione: “es war aber doch ganz natuerlich dass ein Mensch aus Berlin bei him war, nicht?” (era del tutto naturale che con lui ci fosse qualcuno di Berlino, no?). Già.

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Ed è così che nell’inconfondibile odore di legno e stucco della nostra esausta Europa, io e la dea Ihervbu ( XVI-XVII secolo, Regno del Benin-Nigeria) ci guardiamo negli occhi. Parliamo una lingua di solitudine. Perché lei se ne sta in un salone bianco, che pretende di essere senza peccato, e invece sussurra delle operazioni di pulizia che sono implicite nell’apparato ideologico che lo ha voluto al mondo, santuario di forza e di genio artistico, che ha spodestato la dea. È sicura di sé Ihervbu, certo, ma ormai sola in questo museo del lontano nord, come la Regina Madre Iyoba che è costretta a condividere la sua bellezza con un altro coro in legno, su cui i teschi della morte banchettano attorno al moralismo cristiano.

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Eccola qui la compiutezza dell’estinzione: la solitudine dei reperti, il loro isolamento. È la perfezione di una parte di umanità, l’Occidente, che raggiungendo il suo apice ha condannato a morte tutti gli altri. Uomini e animali. Aristotele avrebbe considerato buona parte della storia del mondo una bestemmia, se solo avesse saputo che quando la potenza diventa atto, be’, cambia nome ed è solo estinzione. Su questo vuoto che avanza Africa ed Europa sono ormai terribilmente vicine. In piena età coloniale, a metà Ottocento, sul fiume Chiloango, oggi Repubblica Democratica del Congo, un artista sconosciuto scolpì nel legno un Mangaaka, un demone possente capace di catalizzare su di sé ogni male e ingiustizia, trafitto di chiodi, un demone incaricato di pagare il fio al posto della sua tribù, tenendo lontani i bianchi.

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Questi europei scaltri, che mancavano di già di un cordone ombelicale che invece le nazioni africane tenevano al riparo dalla consunzione del tempo, e cioè l’intimità con gli antenati. In Cameroon, nella regione di Bangwa, il re Fosia era conservato nel tesoro reale: presente, concreto, custodiva il ricordo dei primi legislatori.

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(Ritratto commemorativo del re Fosia, Cameroon, Bangwa, XIX secolo) 

La maggior parte della collezione sta al piano meno uno del Bode, che un visitatore con saggia ironia definisce “Keller”, e cioè cantina. Una enorme mappa geografica dell’Africa riporta i nomi delle civiltà estinte e sterminate e sembra una apparizione magica, un memorandum sconcertante, quel genere di notizie che ti fanno esclamare con gioia e con rabbia, non ne sapevo nulla ! 

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Giunta qui, sulle rive del Congo e del Niger, ammetto che il capitolo cristiano, le opere intrise di fede cattolica e protestante, mi interessano sempre meno. Stucchevoli, esorbitanti e presuntuose. Invece, due teste imperiali, una tardo romana dalla Turchia e l’altra nigeriana, personificano l’opposizione ferrea, nella società civile, tra chi ritiene di avere diritto al mondo e chi invece, oggi, nel 2019, con crescente angoscia si chiede, dove è ancora Mondo. Dove è ancora Umanismo. 

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(Scultura memoriale di un re, Bangu, Cameroon, XIX secolo)

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Più tardi, sedendo nel caffè del Bode, sotto la cupola, riordino le idee. So di aver camminato io stessa, senza averne avuto coscienza, in mezzo agli spiriti. Qui al Bode, qui in Africa Occidentale, è come avere gli dei, gli antenati e i demoni alle porte. Come se fossero arrivati, un esercito di idee e di persone post platoniche, post Mito della Caverna. È tutto vero, invece. Non avremmo mai pensato che sarebbero arrivati, che avrebbero potuto arrivare. E questo perché quasi tutti abbiamo vissuto fino a 70 anni senza mai chiederci quale prezzo spirituale abbiamo pagato per avere ciò che abbiamo. A forza di parlare del Nazismo nessuno si ricorda più di quanto è stato cruciale il periodo 1870-1900 per plasmare ciò che, oggi, chiamiamo: NOI.

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(Figura commemorativa con due gemelli. Bangwa, Cameroon, XIX secolo. I gemelli erano considerati figure pericolose, poteri né buoni né cattivi. Il dignitario qui rappresentato è estremamente forte perché riesce ad avere ragione di de gemelli, che siedono al suo cospetto. Per questo è un uomo della Legge) 

È come se avessimo vissuto l’Ottocento e il Novecento al buio. Qualcuno, nelle foreste tropicali, combatteva per noi, ma a casa, in patria, nessuno conosceva il nome del nemico. Ora, un esercito sconosciuto è alle porte. E non sappiamo che cosa dire. Ma non può che essere così, perché lo schema di espansione vecchio di cinque secoli in cui siamo stati allevati e cresciuti è imperniato su un continuo rinnovamento. Ciò che non serve più è superfluo, e viene abbandonato. Non si poteva che abbandonarli, gli antenati. Achinua Achebe, in Nigeria, lo aveva capito prima dei nostri movimenti ambientalisti.

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(Figura commemorativa Byeri, Cameroon, Fang-Ntumu o Ngumba del XIX o XX secolo)

Gli antenati possono persistere solo in una civiltà tradizionale, che sopravvive perché vive in continuità con le generazioni precedenti. Ma se spingo, invece, in avanti, se voglio pro-gredire, cioè camminare oltre il sentiero già battuto, gli antenati diventano inutili. Devo rompere totalmente con il passato, e scegliere di estinguere senza posa, anno dopo anno, ciò che sta dietro di me. Per queste ragioni l’umanismo europeo è stato una forma di estinzione programmata.

È dunque vera la frase di Heidegger secondo cui “l’essenza dell’agire è il portare a compimento”. Il significato estremo, eppure storico, dell’umanismo è stato condurre a compimento la spinta in avanti. Far coincidere l’uomo che cammina in avanti con il Pianeta. Fino al punto che del Pianeta nulla rimane se non Homo sapiens. Questo è il destino che si respira a Berlino, questo colore tipico berlinese di cupezza e nostalgia, il silenzioso marrone di Georg Trakl, un destino che scivola furtivo e seducente lungo i vagoni della S5, verso il Wedding, e poi sul Westhafen, e poi la sera, al tramonto, sulla strada di casa, sul ponte della Warschauer. Lo incontro ancora in un caffè sulla Hobrechstrasse, al Kreuzberg. Una grande stufa a legna riscalda un interno arredato con mobili degli anni Cinquanta e Sessanta. È il tipico locale della città, fuori non gli daresti un euro, ma una volta all’interno la durezza prussiana si fa sentimento dell’infinito travaglio umano, questa sensazione pesante, onerosa, eppure anche dolce, e quindi tedesca, dei mali dell’uomo e delle sue piccole gioie. Se è dal poco che emergono, come risorse straordinarie, le nostre migliori virtù, come possiamo proteggerle in questa epoca di eccessi e di onnipotenza?

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Voglio provare a cercare una risposta al FHXB, il Friedrichshain – Kreuzberg Museum. Una mostra interattiva – Freiden, Freiheit, Brot ! – racconta i giorni di caos della Repubblica di Weimar attraverso le storie del quartiere. Nei volti in bianco e nero dei protagonisti è ancora visibile l’impronta della voglia di libertà. Nel 1919 i tedeschi abbandonavano la monarchia, osando pensare un futuro tedesco che però rifiutasse i principi dell’elmo prussiano. Per farlo, nonostante i pesanti tomi di filosofia socialista e marxista su cui avevano consumato giovinezza e vita, i rivoluzionari dovettero affrontare un rischio totale. Il rischio di finire nella pattumiera della Storia. Questo genere di pericolo è umanista. È il carattere del Faust di Goethe quando al momento del patto col Diavolo Faust afferma “sono pronto a non tremare di fronte allo schianto del naufragio”. Perché il fondo di ogni azione politica è esistenziale: senza una domanda brutale sul significato della vita il pensiero politico perde sostanza, e scopo.

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E questo tipo di politica, la democrazia, è stata una conquista della modernità umanista. Arrivo al Charlottenburg, per visitare la reggia degli Hohenzollern, con un certo anticipo sull’orario di apertura e prendo un caffè in una piccola pasticceria turca. Su un giornale della domenica precedente mi imbatto in un articolo su Aby Warbug, che passò per il Museo Etnologico di Berlino nel 1896 con lo scopo di approfondire i suoi studi antropologici sui Navajo del New Mexico. 

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Già allora, leggo, il Koenigliche Museum si era dato il compito di raccogliere i tesori dell’umanità, prima che l’industrializzazione e la colonizzazione li distruggessero per sempre. Il direttore, Philipp Wilhelm Adolf Bastian, riteneva che indispensabili fossero non tanto opere di supremo valore estetico, quanto piuttosto i manufatti della vita quotidiana, che restituivano gli aspetti psicologici dei popoli. Bastian si muoveva in aperta rottura con lo storico Carl Einstein, che più tardi avrebbe paragonato le sculture africane con quelle del Rinascimento. L’apparizione di Warburg in questa mattina di foschia suona quasi come un segno profetico. Warburg era convinto che la separazione tra discipline e saperi non avesse ragion d’essere; al contrario, lo studio dell’ingegno umano conduceva il ricercatore su piste invisibili, ma solidissime, di risonanze e allitterazioni geografiche, temporali e filosofiche. L’uomo lo si capisce uscendo dal dogmatismo, sosteneva Warburg, e accettando invece la sfida di percorsi enigmatici. Credo che Warburg, insieme poi a Ernst Cassirer, abbia intuito ciò che oggi consideriamo una conquista dell’ecologismo, e cioè che le civiltà sono sin dall’inizio in una sorta di intimità con il Pianeta. E se il Pianeta è uno, una è anche la specie che lo ha abitato e interpretato nella cultura. Nella prima sala del Castello un video ripercorre le fasi di costruzione del Charlottenburg: il suono delle sirene della contra-aerea annuncia che siamo nel 1945 e l’agonia di Berlino è iniziata. 

 

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Ho ancora nelle orecchie questo fischio risoluto quando salgo al primo piano, nella stanza ovale, proprio sotto la cupola, al cui centro è esposto l’elmo prussiano con la punta d’acciaio, simbolo degli Hohenzollern da sempre. Ne avevo fotografato una intera collezione nella Cittadella, a Spandau, ma questo pezzo unico è davvero terrificante. Sprigiona per intero la cultura della guerra nei termini riservati alla questione da Nietzsche. Nietzsche ha compiuto una lettura del “destino dell’essere” di portata identica a Marx, forse addirittura superiore, perché la dimensione tragica del destino vi è già segnata; non ci illusioni o utopie, c’è invece una coscienza lucidissima del potere sul mondo come espressione di diritto ad esistere (Angriff) e, quindi, anche come auto-annientamento (Selbst-Vernichtung). Qui, nella reggia dei deposti Hohenzollern, davanti al sorriso sarcastico di Guglielmo II, mi appare evidente che se non si capisce questo, non si può elaborare una nuova etica ecologica. 

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Là in fondo, dirimpetto il viale d’ingresso, il principe ereditario Albrecht von Preussen, guarda verso il castello, la sua casa, per l’eternità. Quest’uomo, di quella austera bellezza teutonica in uniforme che per noi europei sarà sempre la virilità par excellence dei romanzi ottocenteschi, è di una umanità straziante. Ed è sul suo volto che si comprende Nietzsche. La totale impotenza della potenza. Inadatta a perpetuare se stessa nel momento stesso in cui sa di esistere. Nietzsche questo lo sapeva. Umanismo è l’impotenza della potenza. Fintanto che, in quanto Europei, ci siamo sentiti onnipotenti, non ci potevamo accorgere di come la nostra spietatezza fosse anche la nostra tomba. E questa tomba, prima ancora che il disastro ecologico fosse palese, era la morte senza nome dei bambini figli di operai e contadini che, a inizio ‘900, perdevano la vita in soffitte umide e scure divorate dal carbone. Il bambino, della serie di Kaethe Kollwitz “Weaver Aufstand” (1893-1897), già in pace, messo al caldo dai suoi genitori sotto tutte le trapunte che possedevano, e il padre, a sinistra, in un cantuccio, con la testa di un secondo figlio nascosta nel suo abbraccio, e la madre essiccata dalle lacrime. 

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Per discutere dell’alba di un simile destino umano ho appuntamento con Martin Maischberger, il direttore delle Collezioni Antiche dello Stato del Brandeburgo, nel suo ufficio sulla Am Lustgarten. La Gigantomachia sull’Altare di Pergamo, il gioiello dell’Isola dei Musei, ho l’impressione, racchiude molte possibili risposte alle domande sulla attualità dell’idea di umanismo, che ha formato l’Europa in un arco temporale di due millenni. La tempesta della battaglia tra Giganti e Dei, rappresentata nel fregio che corre lungo l’altare maggiore, portò ordine nel caos, incoronando la guerra come strumento di organizzazione della realtà. Fu tra le spire di quei serpenti, sulle criniere di quei leoni che imparammo a governare la notte e il giorno, trasformando il Pianeta, e gli ecosistemi, nel nostro Cosmo. È un giorno di confusione anche a Berlino, a causa di un imprevisto sciopero della metropolitana. Non posso che arrivare in ritardo, ma il dottor Maischberger mi accoglie nel suo studio con una cortesia di altri tempi. Entriamo immediatamente nella questione, perché il Pergamo Museo è chiuso, anche lui in attesa della fine (prevista ormai per il 2030) di lunghissimi lavori di riallestimento: un unico “rettangolo” di edifici che unirà dal punto di vista tanto architettonico quanto storico Pergamo, l’Egitto, il vicino Oriente e l’arte Islamica. “Il Masterplan sull’Isola dei Musei risale al 1999, quando l’Isola venne dichiarata dall’Unesco patrimonio mondiale dell’Umanità”, spiega Maischberger. “Ancora nel 1999 il Neues Museum, che farà parte del nuovo assetto, era in rovina, c’erano tetti provvisori e due idee di ricostruzione opposte. È prevalsa l’idea di Chipperfield di tenere solo ciò che era ancora in piedi”. La storia delle collezioni del Brandeburgo comincia nel 1648, ma è devastata dagli eventi della Seconda Guerra Mondiale, che hanno finito con l’imporre sui muri e sulle opere d’arte una riflessione complessiva sul significato del passato nella cultura Europea. Nel 1943 l’Altes Museum venne distrutto e solo nel 1958 molte sculture greche e romane trovarono una nuova casa al Charlottenburg. Il Pergamo Museo, che era stato inaugurato nel 1930, fu riaperto tra il 1954 e il 1955. Nel 1995 molte antichità sottrarre come bottino di guerra dall’Armata Rossa fecero ritorno a Berlino riunificata dal settore est della DDR. Chiedo al dottor Maischberger se non sia sotto i nostri occhi una sorta di “archeologia metafisica del passato”, che va ben oltre il godimento estetico di opere d’arte magnifiche, che stanno a fondamento del concetto che abbiamo di noi stessi come Europei: “Sì, è una definizione che può andar bene. La gestione della distanza culturale e geografica non è semplice, non è scontata, si pone sempre, di nuovo. Non c’è una sola risposta all’interrogativo sul passato: bisogna non stancarsi di rifletterci, non pretendere che la questione sia chiusa”. Il destino dell’altare di Pergamo è scritto nella storia del colonialismo imperiale tedesco a partire dal 1870; a quell’epoca il Reich era in ottimi rapporti con gli Ottomani e le campagne di scavo procedevano con un mutuo accordo di scambio dei reperti: “L’Altare fu dato alla Germania con una decisione ufficiale e su fondamenti giuridici solidi. Berlino non viveva più la stagione del classicismo, molto in voga nel periodo 1830-1840. Era piuttosto il momento del colonialismo. Si tentava di recuperare, in competizione con Parigi e Londra per le grandi collezioni museali”. Spostare un edificio monumentale come l’Altare di Pergamo significò “far nascere qualcosa di nuovo”. Se l’aura, come la intendeva Benjiamin, ossia la irriproducibilità dell’atto artistico vincolato, nella sua perfezione di significato, alla tradizione che lo aveva immaginato e realizzato, fissandolo in un momento preciso del divenire e proprio per questo accentuandone all’estremo il carattere filogenetico, non poteva più sussistere, nel 1930, con la ricostruzione dell’Altare, qui a Berlino accadde un passaggio epocale nella coscienza europea: “Nacque la architettura esterna in interni”, come la definisce Maischberger. Il capolavoro ellenistico perdeva per sempre la sua ragione di esistere in un contesto geografico, reale, non era più cioè soggetto degli Annali del mondo antico, ma diventava testimonianza assoluta, attraverso la meraviglia della Gigantomachia, del carattere originario del destino occidentale. Oggetto di contemplazione, frammento, appunto, metafisico, di un passato lontanissimo che tuttavia è per il nostro presente di distruzione ecologica un testamento fatale. 

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Intanto, però, mentre la Gigantomachia giace chiusa al pubblico nel suo silenzio millenario, s’è deciso, mi spiega Maischberger, per un museo provvisorio aperto nel novembre dell’anno scorso, che ospiti il piccolo fregio di Telefo e le statue che stavano sul tetto dei lati lunghi dell’altare: il Panorama, un cono alto 30 metri, che riproduce alla perfezione i “panorami” di inizio Novecento: un “nastro” dipinto da Yadegar Asisi che riproduce la acropoli di Pergamo nel 129 d.C., restituendo in una vertiginosa verosimiglianza i colori, i rumori e la vitalità della rocca ellenistica. È verso il Panorama che ci incamminiamo, commentando anche l’operazione straordinaria sull’Africa del Bode Museum: “Lo Humboldt Forum aprirà il confronto con il continente sconosciuto. C’è questo paradosso, stiamo ricostruendo un castello barocco, per poi inserirci un nuovo museo, che sarà quindi molto di più di ciò che fu il museo etnografico. Un luogo di dialogo ispirato alle due nature, così differenti, proprio dei due fratelli von Humboldt: Wilhelm, di formazione classica,  e Alexander, l’esploratore cosmopolita appassionato di culture extra-europee”. Questa è l’Europa. La capacità umanistica di cercare gli opposti, di perseguire convivenze scandalose, di far fuori l’oscuro tacciandolo di ridicola barbarie, e poi, anche, di inglobarlo fino a risucchiarne la natura. 

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Attraversiamo a piedi l’Isola, camminando lungo il porticato dorico della Alte Nationalgalerie e poi la James Simon Galerie, che formerà uno dei lati del rettangolo sulle civiltà del Mediterraneo e del Vicino Oriente, insieme a Pergamo. Nel nostro scambio di mail di dicembre, avevo accennato a Maischberger alcune riflessioni sull’urgenza di rileggere opere come l’Altare alla luce di quanto sta accadendo al Pianeta, fuori dunque da una logica strettamente archeologica. Il legame con il passato è sempre più sfilacciato: abbandoniamo il sentimento di appartenenza alle figure sociali e culturali che per secoli ci hanno fatto da antenati. Un processo che prosegue dal Rinascimento, con l’avanzare del progresso tecnologico. L’estinzione dell’attaccamento filogenetico motiva in profondità l’indifferenza per le sorti della biosfera. Nella Lettera, Heidegger scrisse: “Nominare una cosa è chiamarla per nome. Ancora più originariamente è chiamarla nella parola (…) nel nominare, chiediamo a ciò che è presente di venire (…) ciò che chiama ci affida il pensiero come nostra determinazione essenziale”. L’origine del pensiero è il Mondo. È per questo che pensare la nostra storia su questo Pianeta equivale a restituire il dono di ciò che abbiamo ereditato. Ma una simile prospettiva è lontana anni luce da ciò che, nella cruda realtà dei fatti, siamo disposti a fare, per noi e per il Pianeta Terra. 

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“Qualche giorno fa, durante una visita guidata, mi hanno chiesto, ma come fate a spiegare a qualcuno che non sia uno specialista, chi è Afrodite? – continua Maischberger – Certo, queste storie non sono più presenti fra noi. Però abbiamo ancora queste rappresentazioni straordinarie dell’essere umano, come Pergamo, dotate di una grande forza estetica e anche metafisica. Il passato esiste ancora, ma come dimensione spirituale. La Gigantomachia è un archetipo: vecchie autorità e nuove autorità entrano in conflitto. E poi la questione del governo del mondo. Il potere stesso è cosmogonia, il potere crea il mondo, propio come gli elementi naturali, l’acqua, l’aria, la terra e l’acqua”. E gli animali, che ruolo hanno nel caos che diventa ordine? “Il cane molosso seguace di Artemide sta dalla nostra parte, accanto agli dei contro i Giganti. Non c’è ancora una frattura così netta tra le faune e gli umani”. 

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Mentre saliamo la scala che conduce lo spettatore in quota, all’interno del Panorama, il mondo antico, ricostruito nel suo apogeo, si sfalda. Irrimediabilmente lontano, anche per chi, come me, gli ha dedicato dieci anni di studi. Ma è proprio in questo abisso che il destino dell’Occidente, ossia i 5 secoli di espansione economica capitalistica che abbiamo alle spalle, trova un suo lucore. Umanismo è consapevolezza di una via tracciata consapevolmente e inconsapevolmente. È progetto ecologico scritto nei geni, danza infinita tra il caso e il pensiero: “Se e come esso ci appaia, se e come Dio e gli dèi, la storia e la natura entrino nella radura dell’essere, si presentino e si assentino, non è l’uomo a deciderlo”, scrive Heidegger. 

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Qualche giorno dopo, passeggio sotto un sole insolitamente caldo: passo oltre la Comenius Platz e arrivo sulla Marklewskistrasse. I portoni dei condomini sovietici sono avvolti in una ombra vellutata, in contrasto totale e nero con la luce sfolgorante che ha già fatto sbocciare i bucaneve sulla terra nuda di un giardino. Se l’umanismo, agli albori della nostra Abendland, la terra della sera, e cioè l’Occidente, era dar corso all’essenza dell’uomo, allora per davvero non può esserci, a questo punto della faccenda, una etica senza una ontologia. Siamo umani quando siamo ciò che siamo, senza nasconderci dietro la nevrosi, la religione o l’utopia. Ora il problema dell’umanismo è superare il carattere tragico inscritto in Homo sapiens, riuscire ad elaborare una indole post-evolutiva, che ci insegni a sopravvivere dentro il Pianeta e non al di là delle savane in cui imparammo il nostro nome. 

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Sulla Wedekind incontro una famiglia tipicamente berlinese. Le due bambine, una di 8 e l’altra di 10 anni, con le trecce biondissime e le giacche a vento fucsia, ascoltano con attenzione il padre, un uomo magro e atletico sui 50 anni, con i capelli lunghi e un giaccone in pelle da punk. La madre, anche lei vestita sportiva e coloratissima, conduce una bicicletta: ha un viso maturo, sereno, struccato. Un uomo e una donna che hanno l’aria di non aver fantasticato fantasie narcisistiche pretendendo l’impossibile da se stessi e dagli altri.

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Che sia così la vita, anche dopo la DDR, anche dopo che tutto è cambiato di nuovo per la Germania, la passeggiata del sabato mattina con le proprie figlie e la propria moglie. Le strade segnate dal nostro cuore sono umanismo. Behausung si dice in tedesco, stare a casa in un luogo. La stessa parola che, al termine della Lettera, sceglie Heidegger per descrivere che cosa significa scoprire la propria umanità: dimorare nell’esistere del Pianeta Terra. 

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Questo essay è stato pubblicato da LA STAMPA l’11 maggio 2019.