Con lo Strike for Climate finisce la socialdemocrazia del Novecento

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Anche a Milano la giornata di oggi, 15 marzo, è stata la giornata dello sciopero mondiale degli studenti che segna, è probabile, il tramonto definitivo del modo in cui s’è fatta politica ambientale negli ultimi 25 anni. In una mattinata tersa e molto calda, in Piazza Cairoli, ragazzi e ragazze, e non poche scolaresche delle elementari, hanno mandato in soffitta il negoziato lungo due decenni della Convenzione delle Nazioni Unite per i Cambiamenti Climatici, noto come COP, che nulla o poco più ha prodotto di storicamente rilevante, se non alimentare l’illusione che la tradizionale struttura politica delle democrazie parlamentari fosse adeguata a rispondere ad un problema di civiltà chiamato riscaldamento globale. 

Fridays for future, tuttavia, sembra aver ormai scritto il destino soprattutto della sinistra europea, paralizzata nell’affrontare la crisi climatica a causa di un conflitto d’interessi mortale con i grandi capitali economici. L’aria che si respira è certo di un conflitto generazionale molto acceso, come ha scritto DIE ZEIT, ma anche di una voce che pretende una riformulazione della politica stessa. Nelle motivazioni di questo movimento, la richiesta di ascolto e partecipazione è così forte da mettere in discussione ciò che, dal secondo dopo guerra in avanti, abbiamo conosciuto come socialdemocrazia. Il cambiamento necessario ad affrontare il collasso del Pianeta dipende cioè da una nuova concezione della relazione fondamentale tra i cittadini  e lo Stato e tra lo Stato e l’economia. La scuola non poteva che essere al centro di questo passaggio, perché è a scuola che si impara a condividere il proprio sé con il resto del Pianeta vivente. 

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Andrea Merico, docente di inglese all’ITAS Natta di Cimiano, che è qui con i suoi studenti, mi ha detto: “Tutto ciò che facciamo ha una ricaduta politica, ed è questo che dovremmo passare ai ragazzi. Quando sento i colleghi più anziani dir loro, non sanno quello che fanno, mi sembra di sentire mia nonna. Ma mi viene sempre in mente anche Bob Dylan, non criticare ciò che neppure comprendi. Purtroppo, si pensa di non poter imparare nulla dalle nuove generazioni. E da Kyoto in poi ( ndr: il Protocollo di Kyoto) i governi se ne sono fregati del clima e paradossalmente qualche risposta è arrivata dall’economia. Io credo che oggi la rivoluzione armata del Novecento sia fuori gioco, ma che sia indispensabile parlare di rivoluzione prima di tutto come cambiamento interiore, etico. I ragazzi una coscienza l’hanno, sono gli adulti a mancare all’appello. In nome del politically correct nella scuola viene svalutato ogni pensiero critico nella didattica, ma in passato il conflitto con gli insegnanti serviva proprio a questo”. 

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Intanto, decine di persone salgono sul monumento a Giuseppe Garibaldi con cartelli NO TAV. Ci sono altri slogan sull’economia: “State fottendo con il nostro futuro” e “Chi non salta è un industriale”, insieme ad una messa in ridicolo di Trump “Make this world Great again”.  Eppure, si ha davvero l’impressione che la Terra oggi, ovunque nel mondo, sia tornata ad esistere. La folla sprigiona una energia che non cerca lo scontro, ma pretende l’inizio di una nuova epoca: come è giusto che sia per una gioventù cresciuta con presupposti antropologici anni luce da quelli dei padri, destinati purtroppo ad essere ricordati come campioni di ignavia e di inerzia. 

Un gruppo di ragazzi del liceo classico Berchet, penultimo anno: “Noi in classe non parliamo mai del clima e del Pianeta, i nostri insegnanti hanno in media 60 anni, figurarsi se l’argomento viene fuori nelle lezioni di greco e latino. Anche se poi nel De rerum natura di Lucrezio qualche accenno al presente c’è…Ci sarebbe piaciuto vedere qui più adulti. Questo movimento acquisterà forza perché non ci sono fazioni attorno ad una questione del genere, non ci si può girare altrove e fare finta di niente. Uno dei pochi pregi del liceo classico è che la cultura umanistica favorisce tantissimo lo sviluppo di un pensiero critico”. 

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La voglia, l’intenzione, la volontà di pensare con categorie dedotte dallo studio e dalla propria esperienza civile e politica, e non dal marketing o dalla pubblicità, è il grande capitale umano perduto nel tempo, lunghissimo e fallimentare, che ormai ci separa dallo Earth Summit di Rio nel 1992. E dai più anziani che invece sono qui perché sono pronti a lasciare il testimone. Un sessantacinquenne con gli occhi turchesi, una giacca giallo canarino e capelli bianchi da saggio stoico, è qui con i suoi due figli. Fa il panettiere a Luino. Gli chiedo se la politica del Novecento ci può ancora aiutare: “La socialdemocrazia non è adeguata a risolvere la crisi climatica. Siamo nell’angolo ormai, è il momento di tirare fuori le unghie. Ci siamo dimenticati che la libertà la si conquista tutti i giorni. È ora di criticare il progresso, che noi, quando ero giovane, credevamo fosse un processo infinito”. 

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Mentre ci spostiamo verso via Broletto, un giovane studente dell’Accademia di Brera, di Lucca, vestito con un poncio di lana multicolore, mi racconta della performance di un giovane comico che ha qualcosa da dire sulla follia dei nostri tempi, e del lavoro. Perché il lavoro che ammazza il Pianeta fotte anche la vita delle persone: “Franco B è uno che si esibisce in performance dal vivo, facendosi prendere il sangue fino a svenire. E poi quando si riprende dice: chi è più estremo, io, o chi si sveglia alle 5 della mattina, guida per 2 ore in tangenziale, arriva in ufficio e lavora per 12 ore con un contratto sottopagato, torna a casa sfinito e si addormenta, senza aver scelto nulla di questa vita?”. 

Davanti a Palazzo Marino, riprendo il discorso sulla socialdemocrazia con Pippo Civati, ex PD, fondatore di Possibile e ora anche di una casa editrice, People: “Questo è l’appuntamento più importante dell’anno dal punto di vista politico. È partito tutto nel modo più spontaneo, da questa ragazzina svedese. La socialdemocrazia ha avuto in questi decenni grandi limiti nel comprendere il problema ambientale penalizzando così il lavoro. Il governo attuale non è dunque diverso dal governo precedente. Questo movimento può essere o una profezia di catastrofe o, all’opposto, una profezia di liberazione. Perché è chiaro che bisogna dare brutte notizie alle gente, se si parla di come stanno le cose con l’ambiente. Come dico sempre io, bisogna tenere insieme la fine del mondo con la fine del mese”. 

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E cioè le dure ragioni costitutive del patto sociale: il principio di realtà e i diritti sostanziali ad una dignitosa sopravvivenza. Ma nessuna politica che dimentichi uno di questi due aspetti del vivere insieme può sperare di non doversi scontrare, prima o poi, proprio con quei fatti che ha provato a negare. Fridays for Future, oggi, anche a Milano, è stato questo: la realtà esiste, ed è ora di ricominciare a rifletterci. 

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