Mese: aprile 2019

Con Extinction Rebellion l’autocoscienza della rivolta è ormai azione di massa

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(Waterloo Bridge, Credits: Twitter streaming)

Extinction Rebellion ha tenuto. Il movimento è riuscito a mantenere in tensione l’opinione pubblica e la città di Londra per due settimane: dal 15 aprile scorso la necessità di una rivolta non violenta, ma pesantemente ostruttiva sui punti nevralgici del sistema economico-sociale che è ormai la nostra trappola, è azione di massa, disobbedienza critica, presa di posizione fisica di fronte all’imminenza del collasso ecologico. Jeremy Corbin ha annunciato che mercoledì prossimo il Labour sosterrà una mozione per votare in Parlamento la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale. Non esagerano gli attivisti di Extinction Rebellion che chiamano ad una mobilitazione di tutti i cittadini in un momento storico senza precedenti.

Si impone dunque qualche riflessione, alla vigilia di un rimescolamento di assetti e rendite di posizione all’interno dell’ambientalismo mondiale, che per 25 anni ha sostenuto, con la complicità indiretta dei media, la linea soft e oggi si trova invece di fronte alla rinascita di una categoria di realtà che credevamo smarrita nelle ceneri del tracollo europeo del 1945: la rivoluzione.

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Intanto, Extinction Rebellion ha posto forte e chiaro al centro della realtà questo fatto, che viviamo una epoca di rovine. La rapidità dei cambiamenti climatici e a maggior ragione l’estinzione della biodiversità terrestre – del nostro Pianeta come contesto vitale, ricordiamolo, in senso biologico, chimico e fisico – ci pongono cioè in quella condizione del tutto speciale che Hannah Arendt definì “il terrore della necessità”. In una tempesta perfetta di immiserimento economico, instabilità sociale e incertezza politica la comunità moderna tende a reagire affidandosi alle mani di colui che promette di poter arginare il terrore di un cataclisma collettivo con speranze megalomani, sosteneva la Arendt, riferendosi alle grandi dittature. Ma la Arendt riconosceva anche che il riconoscimento di una enorme minaccia comune è un innesco politico formidabile per grossi cambiamenti, che si tratta poi di governare o di subire. Extinction Rebellion, facendo appello alla verità delle cose, pone la società britannica dinanzi alla tremenda necessità di un risveglio brutale, e pragmatico. Il terrore della necessità, allora, è il porsi nelle condizioni psicologiche di sentire, fin dentro ogni fibra del proprio corpo e del proprio cervello pensante, che il pericolo è gravissimo, incombente e mortale. 

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Di qui il ragionamento politico di Extinction Rebellion non può che condurre ad una seconda figura antropologica intrinseca al nostro tempo, e alla ribellione: dobbiamo abituarci al deserto, alle rovine che ci circondano. Perché solo in questo modo è possibile aprire le porte ad una autocoscienza della rivolta. Nessuno si rivolta contro una dittatura se non avverte la condizione mostruosa di servilismo, annichilimento emotivo e impoverimento delle basilari condizioni di sopravvivenza materiale che quella dittatura gli ha imposto. La nostra dittatura è il capitalismo avanzato. Per i moltissimi giovani che hanno occupato il suolo londinese al Marble Arch, sul Waterloo Bridge, a Oxford Circurs e il lunedì di Pasqua anche la hall del Museo di Storia Naturale di Kensington questo significa dire finalmente basta ad una economia di promesse. Ormai è chiaro che i costrutti sociali e psicologici su cui si fondano la crescita e l’inserimento sociale nel nostro Occidente ricchissimo e rapace non sono più in grado di reggere il peso delle nuove generazioni. Per i giovani non rimarrà nulla. É cioè giunta a svelare il suo inganno quella “strategia della conservazione”, per dirla con Horckheimer e Adorno, che pretendeva un adeguamento totale dell’individuo alle ragioni razionali dell’efficiente meccanismo industriale e tecnologico moderno. In cambio di un inserimento sociale vantaggioso e psicologicamente sostenibile. I giochi sono invece fatti e il collasso della biosfera consegna ai giovani, e ai quarantenni, una verità decisamente più amara. Il sistema così come è non garantisce la conservazione dei singoli cittadini, ma solo la loro manovrabilità in un contesto politico-economico di manipolazione perenne. 

E nondimeno anche i vecchi e gli anziani hanno avuto un ruolo nelle due settimane di rivolta, un ruolo che forse nessuno si aspettava. Abbiamo osservato un nuovo tipo di vecchiaia, a Londra: gente che non va dal parrucchiere a tingersi i capelli per far finta di avere trenta anni, e che non trascorre il tempo a consumare la propria disillusione. Gente, invece, che vive fino in fondo, e cioè in una completezza etica, il grane dono che ha ricevuto in sorte dal Secolo Breve, dalla Grande Accelerazione e dai combustibili fossili: essere ancora in salute, camminare sulle proprie gambe, godere di una mattinata di sole. Insomma, avere ancora tempo per progettare. 

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Ancora una volta, dunque, la cultura europea – perché Extinction Rebellion è un movimento europeo e in nome di questa appartenenza europea, a differenza di 350.org di Bill McKibben, può dire ciò che ha detto e ottenere ciò che ottiene – pone la questione del tempo al centro del dilemma esistenziale e politico contemporaneo. Il tempo come progresso muore sul pink boat di Oxford Circus; ma morto è anche il passato orientativo e assiomatico dell’umanismo occidentale fatto di diritti civili, ceto medio e razionalità tecnologica; e allora, guardando alla responsabilità ecologica, come dobbiamo ormai porci nei confronti del nostro recente passato? Delle nostre colpe? Siamo messianicamente responsabili anche delle aspettative che ci hanno preceduti, come riteneva Walter Benjamin? Siamo cioè chiamati a dare risposte qui, oggi, alle pretese di cambiamento di 25 anni di promesse verdi buone come carta igienica del profitto? Non sappiamo ancora, è troppo presto, se dar ragione a Benjamin. Ma sappiamo che il modo in cui sceglieremo di gestire la cronologia del futuro, i decenni davanti a noi, ci inchiodano, nella misura etica più radicale possibile, alla nostra identità evolutiva. E quindi al legame indissolubile di ciascuno di noi con il Pianeta. 

Cosa dobbiamo aspettarci dal Rebellion Day del 15 aprile?

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(Credits: Extinction Rebellion France on FB)

Il Rebellion Day del prossimo 15 aprile segna l’inizio di una revisione dei presupposti su cui si pretende costruita la nostra Europa. Ne La dialettica dell’Illuminismo, l’opera geniale che già tutto dice sulle cause del collasso della biosfera, Max Horkheimer e Theodor Adorno rileggono la storia di Odisseo e delle Sirene. Odisseo sa che per sconfiggere la minaccia posta contro di lui dal potere arcaico del mito a nulla gli servirà una opposizione frontale. Nessuno può sopravvivere per davvero al canto delle Sirene. Ha bisogno di furbizia: “l’astuzia è sfida divenuta razionale”. 

Infatti, argomentano Horkheimer e Adorno, “Odisseo non tenta di seguire una altra via da quella che passa davanti all’isola delle Sirene. E non tenta neppure di fare assegnamento sul suo sapere superiore e di porgere libero ascolto alle maliarde, nell’illusione che gli basti come scudo la sua libertà”. La soluzione al dilemma – voler ascoltare, cedere alla lusinga del piacere naturale, al richiamo seduttivo della natura contro la cultura – sta nel vizio di forma del contratto mitico: non sta scritto da nessuna parte che non si possa ascoltare le sirene legati all’albero maestro. E quindi “proprio in quanto, tecnicamente illuminato, si fa legare, Odisseo riconosce la strapotenza arcaica del canto. Egli si china al canto del piacere, e lo sventa, così, come la morte (…) l’ascoltatore legato è attirato dalle Sirene come nessun altro. Solo ha disposto le cose in modo che, pur caduto, non cada in loro potere”. 

Nella lettura dei due francofortesi, l’astuzia di Odisseo rappresenta la ragione illuministica. La razionalità capace di mettere in equazione il mondo intero, che però continua a sentire l’irresistibile chiamata di quella natura che ha razionalmente soggiogato. Horkheimer e Adorno vedono cioè nel mito delle Sirene una forma preistorica del modo in cui la ragione che tutti siamo abituati da secoli a venerare ha raggiunto il culmine del suo potere: negando la natura, che però torna sempre come residuo non elaborato, come conto da pagare, come termine non mediato del gioco mai chiuso che è l’esistenza terrena del soggetto pensante, di Homo sapiens insomma. Odisseo si salva la pelle, ma non vuole salvarsi senza aver ascoltato, e non può rinunciare ad ascoltare, e quando la nave finalmente procede oltre egli porta nel cuore il rimpianto malinconico del piacere disatteso. Il nostro rampante “Illuminismo” ha sì plasmato a sua immagine e somiglianza il mondo, ma lo ha anche compromesso al punto da porre a rischio se stesso. La “ragione” di kantiana memoria, ci dicono Horkheimer e Adorno, è il fondamento di una struttura di dominio sociale ed ecologico insieme. Schiavi della razionalità assoluta, perché essere razionali ci avrebbe liberato dai vincoli della natura, siamo rimasti impigliati nelle conseguenze della razionalità. 

La storia di Odisseo e delle Sirene pone insomma, su più piani, la questione della libertà e se non sia o meno il caso di discutere su quanto la razionalità efficientissima della civiltà capitalistica eroda, invece, le libertà fondamentali degli esseri viventi, tutti, animali e persone. Ed è di libertà che parleremo infatti il 15 aprile prossimo durante il Rebellion Day, quando Extinction Rebellion bloccherà Londra per dare inizio ad un cambiamento nell’atteggiamento che siamo soliti riservare alla fine del nostro stesso Pianeta. È una ribellione. Non violenta, ma comunque un atto di ribellione.

Contro cosa, allora, siamo in rivolta il 15 aprile? Prima di tutto, contro l’inerzia, che è ormai una forma sofisticata di consenso programmato. La mostruosa efficienza del sistema produttivo ( e nella produzione vanno incluse anche le industrie del piacere, la pubblicità, l’editoria, lo spettacolo) ha forgiato il carattere e l’indole di noi tutti. Adeguarsi in silenzio sembra essere l’unico modo, a quanto pare, per sopravvivere. Ma la libertà di essere ciò che si desidera, e quindi la libertà di dissentire rispetto ai modelli dominanti, è il nucleo di ogni rivoluzione. Non possiamo aspirare ad un cambiamento se non aspirando alla nostra specifica forma di libertà. Alla nostra voce personale, autonoma. Le condizioni di distruzione della biosfera e dell’atmosfera sono le stesse che ci vogliono atrocemente non-liberi. Scegliere dunque di aderire alla ribellione con Extinction Rebellion significa scegliere la propria libertà. Ancora una volta, è evidente fino a che punto la causa della dignità umana sia una cosa sola con la causa della dignità delle faune e degli ecosistemi. La natura seducente che Odisseo sentiva in sé, e che però, uomo già moderno, doveva tenere a freno per riuscire a tornare a casa. 

Il secondo punto di rivolta sono le diseguaglianze sociali. Extinction Rebellion ha posto sin dall’inizio come strutturale alla propria attività la povertà crescente, la mancanza di un futuro economicamente stabile per chi oggi ha 30 anni, e la rovina dei precari 40enni che hanno pagato sulla propria pelle la rivoluzione globale digitale di epoca clintoniana. Si è liberi non solo quando si può vivere del proprio lavoro, ma anche quando quel lavoro non ti chiede un tributo di sangue, ossia un inquadramento totale, dittatoriale, all’ordine già scritto, già dato per storicamente definitivo. Questo ordine ormai solidificato, come se nulla al di fuori di esso potesse sussistere, è il collasso della biosfera. Libertà e giustizia sociale sono domande politiche la cui radice è quella stessa razionalità assoluta scritta nella logica del profitto che ha mandato a carte quarantotto il sistema climatico terrestre. 

Extinction Rebellion insiste: bisogna che i governi dicano la verità ai cittadini, su come siamo messi. E cioè ammettano che tutto ciò che ci era stato promesso (il benessere eterno, il progresso, la fine della storia) non si è realizzato. Perché non poteva realizzarsi essendo fondato sulla distruzione del Pianeta, ossia del contesto esistenziale e biologico, insieme, da cui l’umanità dipende. 

Il Rebellion Day del 15 aprile segna l’inizio del processo all’Acropoli di Atene

 

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Nell’ultimo post ho spiegato per quale motivo un ragionamento fondato sui “valori” possa essere fuorviante nel definire l’importanza degli habitat e delle specie, cioè, in una sola parola, del Pianeta su cui viviamo. Eppure, è innegabile che siamo tutti abituati a pensare per valori e che rivedere questo concetto – capire come ridare al Pianeta il diritto di esistere a prescindere da Homo sapiens – è ormai indispensabile.

Negli anni Novanta è stato introdotto un concetto nuovo nelle politiche di protezione degli ecosistemi : l’offsetting. Si trattava di una idea molto semplice dal punto di vista economico: attribuire valore all’aria, alle emissioni serra, alle foreste, agli habitat motivandone così la protezione, oppure inserendo un parametro ambientale reale in quotazioni di Borsa. Il carbon trade è una di queste opzioni: fare commercio legale, ben organizzato, di anidride carbonica; oppure piantare alberi dall’altra parte del mondo, mentre in patria si producono bottiglie di plastica. In termini molto pratici l’offsetting rispondeva al principio di compensazione: il danno prodotto può essere controbilanciato da azioni sostenibili. Senza entrare nel merito specifico di questi strumenti che, come il REDD+, il meccanismo di protezione delle foreste, hanno talvolta anche ben funzionato, oggi possiamo dire che questa impostazione, con buona pace del Green Marketing, non ha dato i risultati promessi. Non ci ha aiutato a cambiare paradigma, non ha ridotto le emissioni serra (siamo a 412 ppm) e il crollo di vertebrati e invertebrati ci porta già ad un possibilissimo scenario alla Blade Runner 2049. 

Che cosa non funziona nell’offsetting?

Il modo in cui trattiamo la biosfera dipende dalla considerazione che abbiamo degli esseri viventi che la abitano. Quindi prima di tradurre in azione politiche ambientali efficaci, in linea teorica, sarebbe auspicabile interrogarsi su quale concezione dei viventi sorregga queste ipotetiche soluzioni. Come quasi tutto ciò che abbiamo visto sinora, anche il “pagare per la Natura” è una conseguenza del modello di civiltà che ci ha condotti fino a questo punto. L’indagine preliminare, insomma, non dovrebbe riguardare la quantità di emissioni che possono essere quotate in Borsa, ma il fatto che queste stesse emissioni, svincolate dal loro contesto, non ci dicono nulla sulle strutture sociali e culturali che le hanno prodotte. Ogni elemento naturale – un lemure del Madagascar così come la CO2 – è ridotto ad oggetto quando è preso in considerazione sotto la lente di ingrandimento della civiltà a capitalismo avanzato, fondata, è bene ricordarlo, sul nostro passato greco – romano e cristiano. L’oggetto, in quanto pronto all’uso, non importa se con buone o cattive intenzioni, è tale proprio perché c’è un soggetto che lo manipola, lo lavora, lo trasporta altrove per scopi nuovi. Il nostro schema di esperienza del Pianeta è vincolato a questa lettura razionale del mondo: una lettura che pone la ragione trasformatrice e razionale come amministratore di tutti gli oggetti a disposizione.  Per questo Extinction Rebellion dice che bisogna dire la verità, e per questo il movimento si differenzia da tutti quelli che lo hanno preceduto.

In gioco c’è la visione che abbiamo di noi stessi e in definitiva, fa paura ad ammetterlo ma ci tocca farlo, il modo in cui stiamo su questo Pianeta da due millenni. La grande spinta in avanti degli ultimi cinque secoli ha intensificato un processo di espansione che, lo ricorda spesso anche Umberto Galimberti, era in fondo inscritto in noi dai tempi dell’acropoli di Atene. Heidegger provò a pensare su questa struttura culturale intrinseca all’Occidente discutendo, non a caso, del nichilismo europeo: “Quando si caratterizza qualcosa come valore, ciò che è così valutato viene ammesso solo come oggetto della stima umana. Ma ciò che qualcosa è nel suo essere non si esaurisce nella sua oggettività, e ciò tanto meno se l’oggettualità considerata ha il carattere del valore. Ogni valutazione, quando è una valutazione positiva, è una soggettivazione. Essa non lascia essere l’ente, ma lo fa valere solo come oggetto del proprio fare”. 

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La “soggettivazione” non è altro che il modo in cui abbiamo elaborato, secondo forme via via più complesse, l’uso della biosfera. Il suo presupposto, come intuì anche Karl Marx nella sua gigantesca lettura della storia dell’umanità, non è l’adozione di un modello economico industriale al posto di uno agricolo, anzi, questo avviene soltanto in un secondo momento. L’anno zero, per così dire, della soggettivazione del Pianeta (ossia considerare il Pianeta una estensione del soggetto umano) è il nucleo ancora vivo, se pur in crisi mortale, della cultura occidentale che ha posto gli effetti della poliedrica ragione umana come principio ontologico di tutto ciò che esiste. Tutto ciò che esiste, non importa che sia una tigre del Bengala o una foglia fossile, esiste perché è la ragione calcolante a porla. 

London Rebellion Day 15 aprile, cosa distingue Extinction Rebellion dai movimenti ambientalisti del passato

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A pochi giorni dal Rebellion Day del 15 aprile, ore 11, giorno in cui, a Londra, in Parlament Square, Extinction Rebellion darà il via ad una mobilitazione generale senza precedenti ( e cioè senza una data precisa per la fine delle proteste), considerate le proporzioni che molto probabilmente prenderà l’occupazione di suolo pubblico in punti nevralgici della città e nel pieno del caos Brexit, è utile capire perché, almeno agli osservatori attenti, Extinction Rebellion si distingue da ciò che abbiamo visto finora nell’attivismo internazionale. 

Per rispondere a questa domanda conviene riassumere i tre principi fondamentali che sono alla base del 15 aprile, e che travalicano i confini britannici: l’urgenza della dichiarazione dello stato di emergenza, la necessità di costituire assemblee popolari che vadano oltre la politica così come la conosciamo ormai nelle cosiddette democrazie, e, infine, dire la verità ai cittadini sullo stato reale di atmosfera e biosfera. Extinction Rebellion pone cioè la questione dei valori: a cosa siamo disposti a dare importanza, negando la realtà, in nome di cosa attribuiamo valore ai nostri scopi politici e, quindi, se la verità è un valore nel nostro Occidente a Capitalismo avanzato.

Perché dietro l’inerzia collettiva, il fallimento della politica e in definitiva il menefreghismo che circonda il collasso del Pianeta stanno, che ci piaccia o no, dei valori. Ossia il fatto che le nostre economie, che funzionano attraverso assemblee rappresentative, producono in modo efficiente in funzione di alcuni valori di riferimento, che plasmano anche noi signori e signori. I valori, appunto, di ciò che è cosa buona per il profitto e ciò che invece lo ostacola. I valori che ci vengono propinati ogni sera nei talk dell’ora di cena: la crescita, lo sviluppo, l’innovazione. I valori a cui tocca adeguarsi, altrimenti sei tagliato fuori dal lavoro, dalle professioni, dalla società stessa. 

La questione dei valori riguarda la questione dell’etica. Ma poiché un valore è tale solo in rapporto ad un elemento reale, che esiste, che sia una risorsa naturale inerte, come il petrolio, o una specie animale, non possiamo parlare di valori se non parliamo anche dell’esistenza di ciò a cui diamo valore. Siamo infatti abituati a concedere valore alle cose che per noi sono meritevoli di esistere, di avere un posto nella nostra visione delle cose. Mentre opponiamo indifferenza a ciò della cui esistenza non ci interessa. La questione dell’etica, ormai, riguarda cioè anche la questione dell’ontologia, termine filosofico che potremmo tradurre con “essere al mondo, esistere, respirare”. Questo è un passaggio che Extinction Rebellion pone a mio parere dall’inizio con fortissima convinzione. Non ci sarà una nuova etica finché non ci sarà una nuova ontologia. 

Bisogna mettere in discussione l’ontologia degli ultimi cinque secoli.

Prendiamo come esempio ciò che succede nella conservazione delle specie. Non tutti la pensano nello stesso modo, pur all’interno della stessa comunità scientifica. Fino a non molto tempo fa si discuteva degli strumenti migliori per individuare i trend di popolazione, il rischio di estinzione e quindi per elaborare i progetti più efficaci per proteggere le specie e i loro habitat. Oggi la cosiddetta New Conservation plaude alle regole del mercato e ne invoca il potere salvifico, perché dare “valore economico” agli ecosistemi e a qualunque forma vivente contengano sarebbe l’unico modo per motivarne la protezione; su un altro fronte stanno i convinti assertori del “valore” del Pianeta a prescindere da ogni interesse terzo, in quando ricchezza biologica insostituibile. I neo-conservazionisti tendono a schivare i rischi impliciti nel “per sempre” che l’estinzione presuppone: appoggiandosi alle dinamiche produttive del mercato, si sbarazzano della responsabilità ecologica (che, insegnava Hans Jonas, è diacronica) come di un orpello del passato pre-illuministico. L’efficienza della conservazione deve in fondo assimilarsi ed adeguarsi all’efficienza dei meccanismi di profitto. 

Ma affibbiare ad un ecosistema un valore economico equivale al riconoscimento del suo valore intrinseco? O invece non fa che ripetere un pensiero culturalmente ormai antico di secoli, secondo il quale ciò che esiste vale solo in funzione del valore che gli esseri umani, in quanto soggetti pensanti, attribuiscono loro? La storia europea, lo intuirono infine gli scrittori e i filosofi che vissero tra le due guerre mondiali, e quindi la storia di dominio che è stata imposta al resto del Pianeta ( con i costi umani e ambientali che sopportiamo oggi), è tutta qui: la pratica premeditata di un pensiero sul Pianeta che fosse sostanzialmente questo, pensare il Pianeta come prodotto razionale della ragione umana. Investendolo dunque di un “valore” che si modulava a seconda del gradiente di strumentalità che una specie, un popolo o un habitat offrivano. Per tornare dunque ad un principio di realtà freudianamente degno di questo nome, avverte Extinction Rebellion, occorre avere il coraggio di criticare la nostra concezione di ragione, che pone l’efficienza del sistema al di sopra della nostra stessa sopravvivenza. Siamo nel più razionale dei mondi possibili – la civiltà del calcolo, della tecnologia e della astrofisica signori e signori – che, però, è la più irrazionale delle epoche. Ecco perché il 15 aprile è il giorno della riflessione urlata, rivendicata e spiattellata in faccia a coloro che non vogliono vedere: la ragione ci impone, ormai, di rendersi conto che, come diceva Heidegger, “comprendere concettualmente significa esperire consapevolmente nella sua essenza ciò che si è nominato e quindi riconoscere in quale attimo della storia dell’Occidente noi stiamo”. 

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(Foto: Extinction Rebellion France via Facebook)

Il Sudafrica ci ripensa: l’allevamento di leoni in cattività va avanti

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Pessime notizie dal Sudafrica per i leoni: lo scorso 18 marzo, con una decisione del tutto inaspettata, il DEA ( Department of Environmental Affairs, cioè il Ministero dell’Ambiente) ha rigettato le raccomandazioni finali per lo smantellamento dell’allevamento in cattività di leoni che erano state presentate all’esecutivo dal Comitato di esperti istituito ad hoc il 21 e 22 agosto del 2018, e accolte dal governo, con un passo storico, il successivo 12 novembre del 2018. Nel comunicato stampa di allora il governo dichiarava infatti di aver “adottato il Report prodotto dall’audizione di due giorni sull’allevamento in cattività dei leoni a scopo di caccia e di commercio di ossa” e di accettarne dunque le linee guida: “la raccomandazione del Comitato, tra altre cose, è che il Dipartimento degli Affari Ambientali (il DEA) dovrebbe, sotto il profilo dell’urgenza, iniziare misure politiche e una revisione dell’allevamento in cattività dei leoni per la caccia e il commercio di ossa, tenendo come obiettivo di porre fine a questa pratica”, si leggeva sempre sulla nota ufficiale. 

Avevo già parlato diffusamente di questa industria indecente di ritorno dal mio viaggio nel Kgalagadi, tra Sudafrica e Botswana. Ora, il Sudafrica fa retromarcia e si torna al punto di partenza. Su gentile concessione del team di attivisti di Blood Lions, pubblico il loro comunicato stampa scritto da Louise De Waal e diffuso nei giorni scorsi via Facebook:

 “Il Dipartimento degli affari Ambientali ( DEA) rigetta il portfolio della risoluzione del Comitato per la chiusura dell’allevamento in cattività di leoni . Il DEA ha proposto che l’allevamento in cattività debba continuare per il tempo necessario a regolamentarlo in modo corretto e per introdurre una legislazione appropriata, nel corso della riunione del Comitato Portfolio per gli Affari Ambientali (Portfolio Committee of Environmental Affairs, PCEA) tenutosi il 12 marzo con all’ordine del giorno la implementazione del precedente rapporto del Comitato sull’allevamento in cattività. 

Questa decisione ignora le risoluzioni precedenti del PCEA seguite alla 2-giorni di colloqui dell’agosto 2018, che includeva anche la risoluzione 9.1, la quale specifica ‘ che il DEA dovrebbe, su procedura di urgenza, tradurre in atto azioni politiche e una revisione legislativa dell’allevamento in cattività per rifornire la caccia su commissione e il commercio di ossa di leoni, con l’obiettivo di porre fine a questa pratica’. La Risoluzione venne di conseguenza adottata dal parlamento, divenendo così una risoluzione parlamentare. Oggi, il Sudafrica mantiene in cattività ancora 9mila-12mila leoni, in approssimativamente 300 strutture con scopi commerciali diversificati, che includono la caccia su commissione, l’accoppiamento e la vendita di ossa. Con un dietro-front scioccante rispetto alla unanime condanna dell’allevamento in cattività espressa durante i Colloqui di agosto da un folto gruppo di esperti di conservazione e di benessere animale, e rafforzata dal sostengo del successivo Rapporto della PCEA, ora il DEA semplicemente ha reiterato le stesse trite giustificazioni di sempre, come se il Colloquio di agosto non avesse mai avuto luogo. 

Durante la riunione di questa settimana, il DEA ha riferito che di 227 strutture di allevamento ispezionate nel Free state, nel Limpopo, nel North West Cape e nello Eastern Cape, quasi il 44% ( cioè 88 fabbriche) non erano conformi con, tra gli altri, i Regolamenti sulle Specie Minacciate e Protette ( Threatened or Protected Species Regulations, TOPS). Nel Free State su 111 strutture, 62 non erano conformi ai TOPS. La maggior parte operavano con i permessi scaduti. E tuttavia tutti i permessi sono stati rinnovati, senza che siano state fornite ragioni per questo rinnovo. 

Inoltre, il DEA ha riferito ( in modo errato) che le attività che includono il vezzeggiamento e le passeggiate con i grandi felini non sono consentite nel Free State e nel Western Cape, e che quindi non erano stati fornite licenze alle strutture che si occupavano di queste attività. Tuttavia, in entrambe le province ci sono molte strutture che invece offrono a migliaia di turisti e volontari simili attività basate sullo sfruttamento. Il comitato è apparso per nulla preoccupato per il fatto che simili attività abbiano luogo senza o in mancanza di un adeguato permesso del North West, nel Limpopo e nel Gauteng. Il DEA ha soltanto 4 ispettori per coprire un intero Paese e ha ammesso che le risorsi per le ispezioni sono insufficienti. Le ispezioni stesse sono semplicemente controlli per verificare la conformità con i TOPS, in collaborazione con le autorità provinciali, e gli ispettori del DEA non hanno ricevuto una formazione per controllare il benessere degli animali.  

La NSPCSA ( National Council of Societies for the Prevention of Cruelty to Animals, una ONG) è la sola organizzazione mandataria per condurre ispezioni sul benessere degli animali, e ciò nonostante né la NSPCSA né la PCEA ( il Comitato di esperti delle audizioni di agosto 2018, ndr ) hanno potuto ottenere dal DEA una lista completa delle strutture che allevano leoni. Il 25 febbraio 2019 il Ministro ha annunciato la formazione di un Gruppo di lavoro ( High Level Panel) per rivedere le politiche in atto, la legislazione e le pratiche inerenti la gestione, l’allevamento, la caccia, il commercio e il trattamento di elefanti, leoni, leopardi e rinoceronti. Non c’è però stata una consultazione pubblica sui termini di riferimento del Gruppo di Lavoro e i membri invitati a farne parte sono coloro che hanno esperienza nell’utilizzo sostenibile (degli animali, ndr). Stando alle osservazioni di chiusura del PCEA, sembra certo che questo Gruppo riconsidererà le Risoluzioni contenute nel report dei Colloqui del PCEA. 

 

Blood Lions, una organizzazione tra le migliori che lavora per porre fine all’allevamento in cattività dei leoni, alla loro caccia su commissione e all’industria del commercio delle loro ossa in Sudafrica, è molto preoccupata per i risultati della recente riunione. ‘La raccomandazione del DEA di regolare una industria che ha prosperato per oltre 20 anni, sotto una cosiddetta governance, prova che la legislazione è inefficace e anche insufficiente. Le più rilevanti autorità mondiali che si occupano di conservazione e di ricerca scientifica dichiarano che l’industria dell’allevamento non ha nessun valore conservativo e che di fatto viola invece protocolli etici e di benessere animale accettati su scala internazionale’. Blood Lions sollecita dunque il DEA a seguire l’eco che le risoluzioni dei colloqui del PCEA hanno prodotto, che include anche la seguente, vitale dichiarazione, che consiglia al DEA ‘di avviare sotto il profilo dell’urgenza, iniziare misure politiche e una revisione dell’allevamento in cattività dei leoni per la caccia e il commercio di ossa, tenendo come obiettivo di porre fine a questa pratica”.