London Rebellion Day 15 aprile, cosa distingue Extinction Rebellion dai movimenti ambientalisti del passato

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A pochi giorni dal Rebellion Day del 15 aprile, ore 11, giorno in cui, a Londra, in Parlament Square, Extinction Rebellion darà il via ad una mobilitazione generale senza precedenti ( e cioè senza una data precisa per la fine delle proteste), considerate le proporzioni che molto probabilmente prenderà l’occupazione di suolo pubblico in punti nevralgici della città e nel pieno del caos Brexit, è utile capire perché, almeno agli osservatori attenti, Extinction Rebellion si distingue da ciò che abbiamo visto finora nell’attivismo internazionale. 

Per rispondere a questa domanda conviene riassumere i tre principi fondamentali che sono alla base del 15 aprile, e che travalicano i confini britannici: l’urgenza della dichiarazione dello stato di emergenza, la necessità di costituire assemblee popolari che vadano oltre la politica così come la conosciamo ormai nelle cosiddette democrazie, e, infine, dire la verità ai cittadini sullo stato reale di atmosfera e biosfera. Extinction Rebellion pone cioè la questione dei valori: a cosa siamo disposti a dare importanza, negando la realtà, in nome di cosa attribuiamo valore ai nostri scopi politici e, quindi, se la verità è un valore nel nostro Occidente a Capitalismo avanzato.

Perché dietro l’inerzia collettiva, il fallimento della politica e in definitiva il menefreghismo che circonda il collasso del Pianeta stanno, che ci piaccia o no, dei valori. Ossia il fatto che le nostre economie, che funzionano attraverso assemblee rappresentative, producono in modo efficiente in funzione di alcuni valori di riferimento, che plasmano anche noi signori e signori. I valori, appunto, di ciò che è cosa buona per il profitto e ciò che invece lo ostacola. I valori che ci vengono propinati ogni sera nei talk dell’ora di cena: la crescita, lo sviluppo, l’innovazione. I valori a cui tocca adeguarsi, altrimenti sei tagliato fuori dal lavoro, dalle professioni, dalla società stessa. 

La questione dei valori riguarda la questione dell’etica. Ma poiché un valore è tale solo in rapporto ad un elemento reale, che esiste, che sia una risorsa naturale inerte, come il petrolio, o una specie animale, non possiamo parlare di valori se non parliamo anche dell’esistenza di ciò a cui diamo valore. Siamo infatti abituati a concedere valore alle cose che per noi sono meritevoli di esistere, di avere un posto nella nostra visione delle cose. Mentre opponiamo indifferenza a ciò della cui esistenza non ci interessa. La questione dell’etica, ormai, riguarda cioè anche la questione dell’ontologia, termine filosofico che potremmo tradurre con “essere al mondo, esistere, respirare”. Questo è un passaggio che Extinction Rebellion pone a mio parere dall’inizio con fortissima convinzione. Non ci sarà una nuova etica finché non ci sarà una nuova ontologia. 

Bisogna mettere in discussione l’ontologia degli ultimi cinque secoli.

Prendiamo come esempio ciò che succede nella conservazione delle specie. Non tutti la pensano nello stesso modo, pur all’interno della stessa comunità scientifica. Fino a non molto tempo fa si discuteva degli strumenti migliori per individuare i trend di popolazione, il rischio di estinzione e quindi per elaborare i progetti più efficaci per proteggere le specie e i loro habitat. Oggi la cosiddetta New Conservation plaude alle regole del mercato e ne invoca il potere salvifico, perché dare “valore economico” agli ecosistemi e a qualunque forma vivente contengano sarebbe l’unico modo per motivarne la protezione; su un altro fronte stanno i convinti assertori del “valore” del Pianeta a prescindere da ogni interesse terzo, in quando ricchezza biologica insostituibile. I neo-conservazionisti tendono a schivare i rischi impliciti nel “per sempre” che l’estinzione presuppone: appoggiandosi alle dinamiche produttive del mercato, si sbarazzano della responsabilità ecologica (che, insegnava Hans Jonas, è diacronica) come di un orpello del passato pre-illuministico. L’efficienza della conservazione deve in fondo assimilarsi ed adeguarsi all’efficienza dei meccanismi di profitto. 

Ma affibbiare ad un ecosistema un valore economico equivale al riconoscimento del suo valore intrinseco? O invece non fa che ripetere un pensiero culturalmente ormai antico di secoli, secondo il quale ciò che esiste vale solo in funzione del valore che gli esseri umani, in quanto soggetti pensanti, attribuiscono loro? La storia europea, lo intuirono infine gli scrittori e i filosofi che vissero tra le due guerre mondiali, e quindi la storia di dominio che è stata imposta al resto del Pianeta ( con i costi umani e ambientali che sopportiamo oggi), è tutta qui: la pratica premeditata di un pensiero sul Pianeta che fosse sostanzialmente questo, pensare il Pianeta come prodotto razionale della ragione umana. Investendolo dunque di un “valore” che si modulava a seconda del gradiente di strumentalità che una specie, un popolo o un habitat offrivano. Per tornare dunque ad un principio di realtà freudianamente degno di questo nome, avverte Extinction Rebellion, occorre avere il coraggio di criticare la nostra concezione di ragione, che pone l’efficienza del sistema al di sopra della nostra stessa sopravvivenza. Siamo nel più razionale dei mondi possibili – la civiltà del calcolo, della tecnologia e della astrofisica signori e signori – che, però, è la più irrazionale delle epoche. Ecco perché il 15 aprile è il giorno della riflessione urlata, rivendicata e spiattellata in faccia a coloro che non vogliono vedere: la ragione ci impone, ormai, di rendersi conto che, come diceva Heidegger, “comprendere concettualmente significa esperire consapevolmente nella sua essenza ciò che si è nominato e quindi riconoscere in quale attimo della storia dell’Occidente noi stiamo”. 

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(Foto: Extinction Rebellion France via Facebook)

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