Il Rebellion Day del 15 aprile segna l’inizio del processo all’Acropoli di Atene

 

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Nell’ultimo post ho spiegato per quale motivo un ragionamento fondato sui “valori” possa essere fuorviante nel definire l’importanza degli habitat e delle specie, cioè, in una sola parola, del Pianeta su cui viviamo. Eppure, è innegabile che siamo tutti abituati a pensare per valori e che rivedere questo concetto – capire come ridare al Pianeta il diritto di esistere a prescindere da Homo sapiens – è ormai indispensabile.

Negli anni Novanta è stato introdotto un concetto nuovo nelle politiche di protezione degli ecosistemi : l’offsetting. Si trattava di una idea molto semplice dal punto di vista economico: attribuire valore all’aria, alle emissioni serra, alle foreste, agli habitat motivandone così la protezione, oppure inserendo un parametro ambientale reale in quotazioni di Borsa. Il carbon trade è una di queste opzioni: fare commercio legale, ben organizzato, di anidride carbonica; oppure piantare alberi dall’altra parte del mondo, mentre in patria si producono bottiglie di plastica. In termini molto pratici l’offsetting rispondeva al principio di compensazione: il danno prodotto può essere controbilanciato da azioni sostenibili. Senza entrare nel merito specifico di questi strumenti che, come il REDD+, il meccanismo di protezione delle foreste, hanno talvolta anche ben funzionato, oggi possiamo dire che questa impostazione, con buona pace del Green Marketing, non ha dato i risultati promessi. Non ci ha aiutato a cambiare paradigma, non ha ridotto le emissioni serra (siamo a 412 ppm) e il crollo di vertebrati e invertebrati ci porta già ad un possibilissimo scenario alla Blade Runner 2049. 

Che cosa non funziona nell’offsetting?

Il modo in cui trattiamo la biosfera dipende dalla considerazione che abbiamo degli esseri viventi che la abitano. Quindi prima di tradurre in azione politiche ambientali efficaci, in linea teorica, sarebbe auspicabile interrogarsi su quale concezione dei viventi sorregga queste ipotetiche soluzioni. Come quasi tutto ciò che abbiamo visto sinora, anche il “pagare per la Natura” è una conseguenza del modello di civiltà che ci ha condotti fino a questo punto. L’indagine preliminare, insomma, non dovrebbe riguardare la quantità di emissioni che possono essere quotate in Borsa, ma il fatto che queste stesse emissioni, svincolate dal loro contesto, non ci dicono nulla sulle strutture sociali e culturali che le hanno prodotte. Ogni elemento naturale – un lemure del Madagascar così come la CO2 – è ridotto ad oggetto quando è preso in considerazione sotto la lente di ingrandimento della civiltà a capitalismo avanzato, fondata, è bene ricordarlo, sul nostro passato greco – romano e cristiano. L’oggetto, in quanto pronto all’uso, non importa se con buone o cattive intenzioni, è tale proprio perché c’è un soggetto che lo manipola, lo lavora, lo trasporta altrove per scopi nuovi. Il nostro schema di esperienza del Pianeta è vincolato a questa lettura razionale del mondo: una lettura che pone la ragione trasformatrice e razionale come amministratore di tutti gli oggetti a disposizione.  Per questo Extinction Rebellion dice che bisogna dire la verità, e per questo il movimento si differenzia da tutti quelli che lo hanno preceduto.

In gioco c’è la visione che abbiamo di noi stessi e in definitiva, fa paura ad ammetterlo ma ci tocca farlo, il modo in cui stiamo su questo Pianeta da due millenni. La grande spinta in avanti degli ultimi cinque secoli ha intensificato un processo di espansione che, lo ricorda spesso anche Umberto Galimberti, era in fondo inscritto in noi dai tempi dell’acropoli di Atene. Heidegger provò a pensare su questa struttura culturale intrinseca all’Occidente discutendo, non a caso, del nichilismo europeo: “Quando si caratterizza qualcosa come valore, ciò che è così valutato viene ammesso solo come oggetto della stima umana. Ma ciò che qualcosa è nel suo essere non si esaurisce nella sua oggettività, e ciò tanto meno se l’oggettualità considerata ha il carattere del valore. Ogni valutazione, quando è una valutazione positiva, è una soggettivazione. Essa non lascia essere l’ente, ma lo fa valere solo come oggetto del proprio fare”. 

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La “soggettivazione” non è altro che il modo in cui abbiamo elaborato, secondo forme via via più complesse, l’uso della biosfera. Il suo presupposto, come intuì anche Karl Marx nella sua gigantesca lettura della storia dell’umanità, non è l’adozione di un modello economico industriale al posto di uno agricolo, anzi, questo avviene soltanto in un secondo momento. L’anno zero, per così dire, della soggettivazione del Pianeta (ossia considerare il Pianeta una estensione del soggetto umano) è il nucleo ancora vivo, se pur in crisi mortale, della cultura occidentale che ha posto gli effetti della poliedrica ragione umana come principio ontologico di tutto ciò che esiste. Tutto ciò che esiste, non importa che sia una tigre del Bengala o una foglia fossile, esiste perché è la ragione calcolante a porla. 

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