Mese: Mag 2019

Il futuro dovrebbe essere considerato un bene UNESCO

Bosco di San Francesco ad Assisi _BeneFAI

Mai come in questa epoca storica la sopravvivenza del futuro è a rischio. Se l’idea di progresso ha inventato il futuro, oggi sappiamo che ne aveva eretto le fondamenta su basi estremamente sdrucciolevoli. Il modo in cui trattiamo oggi il futuro ha del resto radici antiche. Anzi, dipende da due passaggi epocali nella storia della civiltà umana: il primo è l’avvio dell’Impresa Atlantica (la conquista delle Americhe e l’avvio del capitalismo globale fondato sulla tratta degli schiavi), mentre il secondo è l’avvento della Modernità post illuministica, alla fine del ‘700.

Vediamo il primo passaggio. Senza il colonialismo, a partire dai primi del Cinquecento, non sarebbe stato possibile alle nazioni europee impiantare una economia di tipo capitalistico. Servivano risorse naturali, spazio utile per le piantagioni, ma serviva anche manodopera a basso costo. Lo studio del colonialismo, e degli schemi di sfruttamento ecologico che presupponeva, sta infatti diventando centrale nella comprensione della crisi attuale. 

Il filosofo Roman Krznaric, discutendo sul rifiuto delle democrazie parlamentari attuali di prendere in carico il futuro, in un articolo della serie Deep Civilisation della BBC, ha scritto: “Il tempo deve fronteggiare una spiacevole realtà: che la democrazia moderna – specialmente nei Paesi ricchi – ci ha reso capaci di trasformare il futuro in una colonia. Trattiamo il futuro come una colonia lontana, un avamposto disabitato, dove possiamo liberamente mettere in discarica il degrado ambientale, il rischio tecnologico, le scorie nucleari e il debito pubblico, e anche dove ci sentiamo autorizzati a darci al saccheggio quanto ci pare e piace. Quando i Britannici hanno colonizzato l’Australia nel XVIII e nel XIX secolo, venne disegnata quella dottrina oggi conosciuta come terra nullius – la terra di nessuno – per giustificare la conquista e trattare la popolazione indigena come se non esistesse o come se non avesse alcun diritto sulla terra. Oggi, il nostro atteggiamento è del tipo tempus nullius. Il futuro è un tempo vuoto, un territorio mai rivendicato da nessuno che è in più privo di abitanti. Del pari di un regno distante, di proprietà dell’impero, è nostro nella misura in cui possiamo prendercelo”. 

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Le colonie inaugurano i tempi moderni.

L’avvento della Modernità introduce infatti nella antropologia occidentale una nuova dimensione, è cioè l’individuo, con le sue pretese e i suoi sogni. Un individuo che non mira più solo alla salvezza personale, attraverso la sua adesione al dettato cristiano, ma che vuole costruirsi un posto nel mondo adeguato alle sue aspirazioni. Desiderare qualcosa per sé soli diventa legittimo, e anche auspicabile. Come nota Juergen Habermas, è stato Hegel per primo a comprendere come “l’età moderna è caratterizzata in generale da una struttura dell’autoregolazione, che egli chiama soggettività”. Scrisse infatti Hegel, nei Lineamenti di filosofia del diritto: “Il principio del mondo moderno in genere è la libertà della soggettività”. L’uomo moderno si pone nel mondo secondo quattro principi fondamentali: l’individualismo, il diritto alla critica, l’autonomia di azione ( che implica anche la responsabilità consapevole sul proprio operato) e infine il primato della idea/ragione nella costruzione della realtà, primato che, in filosofia, prenderà il nome di Idealismo. Questo panorama culturale, che vien dopo l’Illuminismo ed è del tutto coevo all’affermazione del capitalismo coloniale, presuppone un distacco sostanziale rispetto al passato. Religione, inferno, paradiso, Chiesa e Clero, per semplificare, non sono più la bussola fondamentale degli uomini votati all’intraprendenza, alla sfida, al rischio e alla costruzione di Nuovi Mondi oltre oceano. Secondo Habermas, soltanto dalla fine del ‘700 si presenta così al pensiero politico europeo il problema dello “auto-accertamento della modernità”. La modernità vuole e deve trovare in se stessa le ragioni ultime della sua forza e della sua strabiliante espansione. Prendere le distanze dal passato diventa dunque uno strumento di affermazione geografica, e culturale. Ciò che è ereditato tenderà, d’ora in avanti, a sbiadire sempre di più, fino a scomparire di fronte a ciò che può essere conquistato. Questo sviluppo della civiltà capitalista occidentale richiederà, per giungere a maturazione nella crisi ecologica, due secoli e mezzo. Ma può dirsi, oggi, compiuto. 

L’aspetto probabilmente più interessante di questo sviluppo storico contiene un tratto paradossale. Mentre il passato ereditato sbiadisce, se messo a confronto con il progresso, è il futuro a finire ingoiato dalla pianificazione razionale, economica della civiltà. Il futuro, e cioè il futuro della biosfera, dovrebbe essere protetto e custodito come un bene collettivo. Ma riportare a galla il futuro, dopo un secolo di oblio e di profitto illimitato, è tutt’altro che semplice. Bisogna mettere da parte l’individualismo, l’indipendenza assoluta dell’azione, ridimensionare l’intraprendenza imprenditoriale, rifornire il pragmatismo utilitaristico di una nuova idea di libertà. L’intero Pianeta è vivo perché è il prodotto, visibile qui e ora, di eredità e testamenti, di passaggi di testimone a volte molto traumatici, ma sempre forieri di qualcosa di originale: si chiama evoluzione delle specie. Il futuro di ogni specie vivente è il risultato di una “partita” che il patrimonio genetico ereditato ha cominciato a giocare milioni di anni fa, in altre forme viventi, e in condizioni ecologiche ormai estinte. 

Un esempio dell’equilibrio tra passato, presente e futuro, un esempio una volta tanto positivo, viene da Assisi, in Umbria. Nella primavera del 2015, all’’interno del Bosco di San Francesco d’Assisi, nel complesso benedettino di S.Croce, il FAI ha posto tre arnie di api, ambasciatrici del progetto FAI “Api nei Beni”. Il Fondo per l’Ambiente Italiano si è infatti impegnato a creare nuove colonie di api nei luoghi speciali di cui già si prende cura. Nel 2019 il Conapi ( Consorzio Nazionale Apicoltori Italiani ) ha scelto di stare accanto al FAI e di occuparsi della manutenzione del Bosco. La tutela del paesaggio e delle architetture medievali di Assisi, insieme alla salvaguardia degli impollinatori sostenuta dal Conapi, esprime la consapevolezza del vincolo di appartenenza tra il patrimonio ambientale e la biodiversità. Il futuro di entrambi dipende dalla disponibilità a riconsiderare la nostra posizione storica rispetto a ciò che abbiamo ereditato. Nel Bosco c’è anche una opera di “land art” di Michelangelo Pistoletto: 121 ulivi disposti a doppio filare, che formano tre cerchi tra loro tangenti. Chiunque passeggi tra gli alberi ripete il movimento che compiono le api in volo, quando si trasmettono informazioni sulla collocazione dei fiori. Il modo in cui guardiamo al passato e al futuro condiziona il gradiente di intensità della nostra preoccupazione per la crisi ecologica. Ne riparleremo. 

IMG4324-2_Foto Paolo Barcucci_2014_(C) FAI - Fondo Ambiente Italiano

Le diseguaglianze sociali sono il miglior alleato del negazionismo climatico

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Questo 24 maggio è iniziato in modo entusiasmante. Stamattina Yanis Varoufakis, candidato al Parlamento Europeo con Diem25, ha ritweettato una mia riflessione sulle ormai imminenti elezioni continentali. Scrivevo infatti che un volantino elettorale come il suo, in cui la crisi climatica viene nominata apertamente, non potrebbe mai essere il volantino del Partito Democratico, per cui il collasso del Pianeta è solo un soprammobile retorico. La generosità di Yanis Varoufakis mi ha fatto pensare ad una domanda che una studentessa del corso di giornalismo della università IULM di Milano mi ha posto qualche settimana fa. Eleonora stava scrivendo la sua tesi di fine Master e mi chiedeva che ruolo avesse Extinction Rebellion nel panorama attuale dei movimenti ambientalisti europei. Aveva letto i miei interventi sul movimento, trovandoci molto più sugo di quanto pubblicato sulle testate nazionali dei grandi editori. Ma come arrivare ad un blog indipendente nell’oceano di titoli, nomi e siti web di cui pullula la Rete, se non lo conosci in anticipo, si chiedeva dunque Eleonora. 

In parole semplici: come fare informazione ambientale, se non hai un brand editoriale che sostenga la tua firma ?

Una domanda tutt’altro che scontata e che molto ha a che spartire con la nostra epoca di collasso ambientale, e di crescenti povertà. Le diseguaglianze sociali sono infatti il miglior alleato del negazionismo climatico, e della censura sull’estinzione del mondo vivente. E questo accade perché il giornalismo indipendente è stato gravemente minato nelle sue stesse fondamenta dal crescere della precarietà economica, per non dire della fame vera e propria, dei reporter ambientali. C’è una correlazione molto stretta, e molto preoccupante, tra le paghe indecenti che porta a casa chi scrive di atmosfera e biosfera e la disintegrazione del diritto civile all’informazione sulla distruzione del sistema climatico terrestre e l’annichilamento della biodiversità. Maggiore è la povertà netta dei giornalisti che hanno scelto di dedicarsi al XXI secolo, e non al gossip, e maggiore è la lacuna di consapevolezza di cui soffre l’opinione pubblica. Sono argomenti che pertengono alla giustizia sociale, di cui in Italia si parla pochissimo e che invece vanno in prima pagina sui giornali anglosassoni perché, nonostante tutte le contraddizioni della Brexit e dell’amministrazione Trump, nei Paesi di lingua inglese sopravvive un orgoglio democratico che considera ancora i giornali un presidio di coscienza collettiva, e non solo una corte di interessi corporativi e di lustrini fake buoni per i salotti dei talk delle 20.30. 

Partire da una famiglia economicamente svantaggiata compromette l’accesso a professioni di alto contenuto intellettuale, perché in queste professioni il lavoro semi-gratuito è il primo passaggio di un curriculum appetibile per un editore. Nel giornalismo la principale voce di spesa di questo percorso sono i viaggi in giro per il mondo. Se non te li puoi permettere, sei fuori per principio, e non perché non hai talenti da spendere. Sam Friedman e Daniel Laurison hanno discusso la verità imbarazzante del “tetto di cristallo della carriera” in un saggio piuttosto ruvido su The Guardian: The class pay gap: how it pays to be privileged. Ma anche Mongabay, un magazine di enorme qualità sulle questioni ambientali, aveva pubblicato l’anno scorso una inchiesta impressionante scritta da Jeremy Hance sui professionisti nel settore della conservazione della biodiversità: senza soldi di famiglia la maggior parte dei brillanti ecologi laureati nei migliori atenei inglesi finiscono a servire il caffè da Sturbucks. Anche per gli esperti di grandi felini vale lo stesso discorso dei reporter ambientali: bisogna viaggiare, pagarsi soggiorni a zero retribuzione per mesi presso le NGO, e tante altre cose che sono incompatibili con un conto corrente a zero sterline. Se in Italia avessimo a disposizione inchieste di questo tipo ci accorgeremmo che la crisi climatica, per non parlare della defaunazione del Pianeta, sono ancora dei fantasmi per moltissimi di noi non tanto perché forti soggetti economici hanno fatto di tutto per non diffondere il panico, quanto piuttosto perché chi voleva raccontare la verità doveva scegliere tra mangiare o morire Don Chisciotte. 

Dopo 30 anni di retorica a buon mercato sul “sogno americano” se ne sono accorti anche negli USA. È di qualche giorno fa la notizia, riportata da The Wall Strett Journal, che almeno 50 scuole di livello useranno un nuovo indice di misurazione della diseguaglianze sociali per conteggiare quanto contino la povertà, la violenza di strada e le difficoltà quotidiane di sopravvivenza nel decidere l’accesso di giovani di valore nei migliori college del Paese. Il nuovo sistema di ranking – denominato “adversity score” – è stato elaborato dal College Board, una NGO con sede a New York. In una nota rinascita alla CBS, il CEO della NGO, David Coleman, ha detto: “Lungo la sua storia, il College Board ha sempre avuto come focus la scoperta di talenti che passano inosservati. L’Environmental Context Dashboard getta una luce sugli studenti che hanno dimostrato una notevole ricchezza di iniziative nel superare sfide e che hanno raggiunto di più, con meno. Il Dashboard aiuterà i colleghi ad essere testimoni della forza degli studenti in una larga porzione dell’America che è stata trascurata”. Tra gli indici che compongono il punteggio finale c’è il reddito della famiglia di origine, il livello di istruzione dei genitori e il valore della casa in proprietà in cui si abita, o, all’apposto, il costo di una abitazione. 

Tutto questo mi ha ricordato la parabola semi sconosciuta, ancorché eccezionale, di Jens Munk, uno dei più ardimentosi esploratori artici dei primi decenni del Seicento, un navigatore leggendario, di nazionalità danese, a cui il giornalista ambientale Thorkild Hansen dedicò una biografia, pubblicata in Italia da Iperborea (Il capitano Jens Munk). Jens era il migliore, nessuno aveva dubbi su questo. Lo sapeva il Re, lo sapevano i suoi dignitari. Ma quando si trattò di assegnare un capitano alla circumnavigazione dell’Africa il posto finì ad Ove Ghiedde, un nobile spocchioso e incompetente che però aveva il vanto del rango sociale. Scrive Hansen: “Questa è una legge che entra spesso in vigore per le alte nomine: un uomo può essere incapace, inadatto a eseguire il compito che gli è stato affidato; ma non è determinante. Può essere di origine modesta, un ex mozzo, sì, un bastardo: neanche questo conta. Un’unica cosa è richiesta, un’unica condizione è necessaria perché ci si accorga di te, si amino i tuoi lati ridicoli, si ammiri il talento che non hai, ti si accordi potere e autorità, ti si giudichi bello, intelligente, importante, insostituibile. Un’unica cosa. Detto in confidenza e a bassa voce: devi avere soldi. Più ne hai e più te ne daremo. Più vorrai accettarne e più ti ringrazieremo”. 

Eccoci ai fatti, dunque. “La scrittura corre il pericolo di diventare una professione d’élite”, perché molti autori sono di fatto sovvenzionati, sponsorizzati e mantenuti dai soldi del proprio compagno, o compagna, o da un secondo lavoro, per stare a galla. Lo dice il rapporto annuale della Authors’ Licensing and Colletive Society del Regno Unito. Il reddito medio annuo di uno scrittore inglese è di 10.500 sterline, identico a quello di un giornalista free lance italiano. Il rischio intrinseco a questa condizione sociale è che l’informazione, perché di solito i giornalisti scrivono anche libri, si restringa sempre di più sino a diventare una fotografia molto, molto sfuocata di ciò che effettivamente il mondo è. 

Kath Viner direttrice di The Guardian lo aveva già denunciato un paio di anni fa, scrivendo cose che nessuno in Italia scriverebbe mai sul Corriere della Sera. ( A mission for journalism in a time of crisis, 16 novembre 2017). La Viner cita Ethan Zuckerman, che insegna al MIT di Boston: “potremmo ripensare il nostro ruolo di giornalisti pensandoci come persone che danno una mano…trovare luoghi dove i giornalisti, su di un piano individuale e collettivo, possono essere il più efficaci possibili, ed influenti”. I blog seri ed indipendenti potrebbero essere una di queste strade, una delle opzioni positive sul tavolo. Una delle risposte attendibili e solide alla domanda di Eleonora.

Ma vediamo come la Viner argomenta la sua adesione, in quanto direttrice del migliore giornale del mondo, alla riflessione di Zuckerman: “Per far questo, i giornalisti devono conquistarsi la fiducia di coloro al cui aiuto hanno intenzione di dedicarsi. Dobbiamo, allora, mostrare una maggiore capacità di rappresentare le società che vogliamo rappresentare. Coloro che appartengono ai media provengono sempre più massicciamente dallo stesso, privilegiato settore della società: questo problema è peggiorato negli ultimi decenni. Stando ad un report del governo del 2012 sulla mobilità sociale nel Regno Unito, mentre molte professioni sono ancora ‘dominate da una élite sociale’, il giornalismo si colloca dietro la medicina, la politica e anche le scienze forensi nell’aprire la porta a persone di strati sociali svantaggiati. ‘Dunque nel giornalismo si è verificato uno spostamento ancor più significativo verso l’esclusività sociale rispetto a qualunque altra professione’, conclude il rapporto. Questo conta parecchio, perché chi viene da background esclusivi, omogenei, difficilmente conosce qualcuno colpito direttamente, e dolorosamente, dalla crisi del nostro tempo, e men che meno spende il suo tempo nei luoghi dove queste crisi stanno avendo luogo. Le organizzazioni che fanno informazione ed hanno staff composti in larga parte da persone che vengono da background sociali simili sono molto meno inclini a riconoscere le questioni che invece la gente comune nota nelle proprie comunità ogni giorno come ‘notizie’; le discussioni all’interno di questi outlet di notizie saranno dunque inevitabilmente plasmate dai privilegi che i partecipanti condividono tra loro”. 

Come trovare allora un punto di equilibrio? Credo che oggi una seconda risposta alla domanda di Eleonora l’abbia data proprio Yanis Varoufakis. Qualche settimana fa, nella sua casa di Atene, gli hanno chiesto come pensava di partire con un movimento politico che non aveva certo la struttura di un partito, e quindi neppure le sue ricorse capillari. Varoufakis ha detto, be’, abbiamo deciso di cominciare, semplice. Questo principio – decidere di metterci tutte le energie possibili, cercando fonti, persone che hanno qualcosa di originale da dire proprio sulla crisi del nostro tempo, puntare su un intimo sentimento di giustizia professionale, ambientale ed etica – è il fondamento del giornalismo indipendente. Lo vogliamo fare perché sentiamo di doverlo fare. La questione quindi è: intendere il giornalismo ambientale, a questo punto della crisi, come una scelta di vita, come una posizione personale e intellettuale. 

Certo, poi, che la libertà ha anche bisogno di sponsor. Ha bisogno di lettori attenti, seri, gente che ha voglia di approfondire perché è stufa marcia dello skim reading. Leggere un articolo e postarlo vuol dire affidarlo a Google, che è il più potente ufficio stampa dei free lance. I click si trasformano in percentuali appetibili su Google Analytics, che a sua volta funziona come un gigantesco ufficio PR gratuito per chiunque, con pubblicità o sponsorship, voglia fare reddito sulle idee di qualcuno, e sul suo modo di esprimerle. Questo è l’unico circuito virtuoso su cui il giornalismo ambientale ha una speranza di sopravvivenza nell’imminente futuro italiano: trovare fondi attraverso una qualità rintracciata e segnalata dai lettori, da tutti coloro insomma che hanno voglia, sul serio, di capirci qualcosa e sono disposti a fermarsi cinque minuti sulle ricerche, a volte lunghe anni, dei reporter indipendenti. È questo che ho condiviso stamattina con Yanis Vaorufakis. 

PS Segnalo su questo tema l’eccellente articolo sulla situazione Italian scritto dal ricercatore dell’Università di Siena Tiziano Bonini e uscito su che-fare.com.

 

La bio-economia EU si regge su quasi 20 milioni di ettari di terre coltivabili non europee

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L’impronta ecologica europea non riguarda soltanto ciò che mettiamo in tavola ogni giorno. Uno studio uscito sulla Environmental Research Letter lo scorso 9 aprile (pubblicato qui) ha calcolato sul periodo 1995-2010 il peso della “non-food bioeconomy” dell’Europa a 28, cioè l’importazione dai mercati globali di materie prime vegetali e animali non destinate all’alimentazione che sostengono i nostri stili di vita e le nostre industrie. La ricerca è firmata dai ricercatori di 4 prestigiosi istituti europei: Institute for Ecological Economics della Vienna University of Economics and Business,  Stockholm Resilience Centre di Stoccolma,  International Institute for Applied Systems Analysis, a Laxenburg, sempre in Austria, e infine Institute for Food and Resource Economics and Center for Development Research, University of Bonn, Germania.  In sostanza, questa ricerca è un tentativo, finora unico, di definire l’impronta agricola non alimentare della Comunità Europea a 28 Stati membri. I ricercatori hanno applicato un modello matematico complesso, che tiene in considerazione tutti i passaggi dei processi di produzione e rifornimento fino al consumo finale di prodotti finiti e raffinati. Un eccellente argomento di cui si dovrebbe discutere nei talk televisivi in vista delle Elezioni Europee del prossimo 25 maggio.

L’aspetto più interessante, e preoccupante, di questa ricerca è la sua totale coerenza con quanto emerso dal Global Assessment IPBES della settimana scorsa: la caratteristica fondamentale dei consumi del XXI secolo sono le “tele-connection”, cioè gli effetti ambientali, geograficamente lontanissimi, dei nostri consumi e delle nostre abitudini culturali. “I risultati mostrano chiaramente che la EU ha il primato mondiale nella trasformazione e nel consumo dei prodotti vegetali derivati da coltivazioni e non destinati all’alimentazione, mentre, allo stesso tempo, continua a dipendere pesantemente dalla loro importazione. Due terzi della superficie agricola richiesta per soddisfare il consumo di biomassa non alimentare della EU si trovano in regioni dall’altra parte del mondo, particolarmente in Cina, negli Stati Uniti e in Indonesia, con un crescente e potenziale impatto su ecosistemi molto distanti. Con quasi il 39% nel 2010, l’olio prodotto da semi oleosi per i carburanti organici, i detergenti e i polimeri rappresenta la voce dominante nella domanda complessiva di vegetali non alimentari della EU”, si legge nello Studio. Seguono le fibre tessili vegetali, come il cotone, le pelli animali, la lana che contribuiscono al totale per un altro 22%. 

La cosiddetta EU Bioeconomy Strategy  ( l’implementazione di programmi di crescita “verde”, fondate cioè su risorse biologiche, partita con la Biofuel Directive del 2003) deve cioè essere analizzata da uno spettro di punti di vista decisamente più ampio rispetto a quanto fatto fino ad ora, a causa degli “spillover effects”, ossia delle conseguenze impreviste di politiche pur disegnate sulla ricerca di un impatto minore, più sostenibile, sul Pianeta. Questo aspetto dell’industria europea, il dislocamento degli impatti ambientali sull’importazione di prodotti organici, biologici, non è mai stato affrontato direttamente. Secondo lo Studio, “la EU fino ad adesso non è stata d’accordo su una metodologia comune per stabilire gli impatti nell’uso del suolo a grande distanza connessi con le politiche comunitarie. I sistemi di controllo con indicatori-chiave di riferimento di forte significato per la terra adatta alla coltivazione, come il Resource Efficiency Scoreboard (EUROSTAT 2015), sono focalizzati soltanto su indicatori territoriali e mancano di tenere in considerazione le connessioni a distanza”. 

Dunque, avvertono i dati, “un rischio particolare è l’incremento dell’uso di terra su scala globale per soddisfare la domanda economica. Questo tipo di rischio è ben illustrato dal fatto che l’Europa si distingue come l’unica regione che è importatore netto di 4 delle maggiori categorie di risorse naturali: materiali, acqua, carbone e terra da coltivare”. 

Un quarto delle materie prime grezze utilizzate dall’industria europea viene dal resto del mondo. In numeri, nel solo 2010, il nostro sistema produttivo ha avuto bisogno di 19.8 milioni di ettari di terra per sostenersi. In Cina, con 4.4 milioni di ettari per materie prime oleose; nella regione Asia-Pacifico, con 3 milioni di ettari sempre per semi oleosi e gomma; e negli Stati Uniti, con 1.6 milioni di ettari per mais ed etanolo. In assoluto, siamo la regione del mondo che consuma più terra per la propria economia e la propria cultura (28.2 milioni di ettari nel 2010), seguiti dalla Cina molto vicina ormai (27.7 milioni di ettari). Che cosa significa tutto questo tradotto per ciascuno di noi, per ogni singolo cittadino europeo? 562 metri quadrati di terra del mondo a testa per i nostri bisogni, gusti, desideri. Sono 828 negli Stati Uniti, 468 in Brasile. Tanto per farci una idea: in India siamo a 79 pro capite. Quando si parla dunque di crescita economica, sarebbe bene anche raccontare all’opinione pubblica che la nostra, già discutibile, possibilità di “crescere” ha implicazioni sistemiche globali che mettono in movimento effetti domino identificabili, ma non prevedibili. In poche parole: sostenere che la crescita sia ciò di cui abbiamo bisogno, e poi attuare politiche immigratorie razziste e restrittive, è una gigantesca ipocrisia.

Il dilemma che la ricerca espone tra le righe, quindi, è estremamente sottile, ed è il dilemma degli ultimi 25 anni di storia dell’ambientalismo. Può una crescita economica verde rallentare e infine porre fine alla distruzione del Pianeta? La risposta è no: “Molti scenari sull’impiego di energia e di terra su scala globale mostrano che un cambiamento sistemico verso una bio-economia dipenderà massicciamente sugli ecosistemi terrestri e sulle risorse naturali terrestri. L’espansione della bio-economia andrà ad aggiungersi alla già alta domanda di terre agricole per produrre cibo, con il risultato di una crescente pressione sui limiti del Pianeta. Ciò è profondamente connesso, inoltre, con le questioni di giustizia sociale, quando si arriva a parlare della distribuzione delle risorse bio-fisiche”. Il tema più scottante, dunque, è sempre lo stesso, ed è assente dalla corsa alle Elezioni del 25 maggio: dobbiamo tutti avere molto di meno di quanto abbiamo preteso avere finora. Non ci sono negoziati. È questa la verità di cui parla Extinction Rebellion. 

Perché è così difficile credere che la sesta estinzione è reale?

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(Credits: Extinction Rebellion Deutschland FB)

Nel corso di questa ultima settimana l’opinione pubblica è stata costretta a confrontarsi con notizie inquietanti: la pubblicazione del Global Assessment IPBES sullo stato della biodiversità, ripreso eccezionalmente da molti telegiornali nazionali, ha forse per la prima volta posto dinanzi al comune sentire la realtà storica della sesta estinzione. Non per nulla il rapporto delle Nazioni Unite è stato assimilato, per importanza scientifica e peso politico, all’ultimo documento globale dell’IPCC del 2018. Ma se il cambiamento climatico è già da tempo una parola che qualche neurone lo accende, questo 2019 rimarrà forse negli Annali dell’Antropocene perché finalmente anche l’estinzione della fauna e della flora del Pianeta ha raggiunto il rango di notizia pubblica, e di impatto civile.

Ma c’è di più. Ad essere sul serio “pubblico”, ormai, e cioè visibile, udibile e discutibile, c’è, da ora in avanti, l’indifferenza con cui la maggior parte delle persone persiste nel non prendere misure, per quanto minuscole, per fronteggiare la crisi ecologica in cui siamo immersi fino al collo. Anzi, diciamola ancora più dura: nonostante la verità conclamata che la vita sta scomparendo attorno a noi con la stessa rapidità con cui i dinosauri se ne andarono per sempre dal Pianeta, la maggioranza dei cittadini continua, questa verità, ad eluderla, a scansarla, a considerarla, tutto sommato, forse, eccessiva.

Perché ?

Nell’epoca della “post-verità”, il non credere in nulla – lo scetticismo, l’ipercriticismo, il nichilismo – è considerato dai più una strategia di sopravvivenza quotidiana. Fregarsene del Pianeta aiuta a tollerare l’ingiustizia patita ogni giorno sul lavoro, nella vita privata, nelle frustrazioni esistenziali che la Modernità impone come riti di passaggio al pragmatismo e alla competizione perenni. Ne ho già abbastanza di mio, devo forse preoccuparmi del contesto? Ma la verità, oggi, è osteggiata anche perché possiede in sé la forza dirompente della norma, della Legge a cui non si può scappare: se ti diagnosticano una malattia seria, la verità ti obbliga a occuparti di te stesso e del tuo imminente futuro. Insomma, a sottometterti alla inevitabilità di condizioni ambientali e fisiche che non dipendono più solo dalla tua volontà. O dai tuoi sogni. Con la verità dell’estinzione funziona nello stesso modo: se la guardi in faccia, non puoi più pensare al tuo futuro come prima, perché non te lo puoi più permettere. Chiuso. La verità del collasso del Pianeta per moltissime persone è più indigesta della menzogna, della manipolazione e della deliberata distruzione del bene comune. 

Il rifiuto della verità significa anche respingere il dubbio che ci sia qualcosa di falso nelle certezze economiche su cui abbiamo costruito i nostri argini contro l’arrivo del Grande Inverno: la crescita economica, il mercato come risposta esistenziale ai bisogni umani, una demografia autarchica e narcisista. La critica al sistema consolidato, non importa quanto lacunoso e rapace, è vissuta da una parte consistente dell’opinione pubblica come una minaccia alla propria sopravvivenza psicologica. Ricordate nel film di David Cameron, Titanic, la reazione del costruttore del transatlantico in vestaglia di broccato, quando, in cabina di comando, gli fanno presente che il Titanic affonderà? Negazione. No, che non affonderà. È impossibile. Continuare a credere che la fine dell’Era dei Mammiferi sia fantascienza, permette di potersi ancora aggrappare a qualcosa. Permette cioè di riempire la propria vita con quel nulla-meglio-di-nulla a cui il Capitalismo Avanzato ha piegato le coscienze.

La verità, in questo XXI secolo, non è più oggetto di fede. Neppure quella scientifica, perché i dati che abbiamo in mano sono scienza tanto quanto le certezze ematochimiche con cui un cardiochirurgo opera a cuore aperto. Nel passato pre-rinascimentale l’uomo di fede si affidava alla verità per non tradire, insieme a se stesso, l’ordine del cosmo. Nell’era dell’estinzione, invece, la verità ha un effetto di disgregazione portentoso sui pensieri e sulle azioni. Questo è il punto zero dello scetticismo civile. E quindi, massimamente, il punto zero di una nuova etica ambientale. 

Il Global Assessment IPBES: il collasso della biodiversità non ha precedenti storici e sta accelerando

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(Miniera di rame a cielo aperto, Spagna. Credits: Denis Zhitnik/shutterstock.com)

Verrà reso pubblico a Parigi tra 50 minuti il Biodiversity Global Assessment dell’IPBES (organismo indipendente che lavora in seno alle Nazioni Unite), un documento senza precedenti per vastità di dati raccolti e analizzati sullo stato di salute del nostro Pianeta, e sulle conseguenze delle logiche di sfruttamento intrinseche alla civiltà umana degli ultimi cinque secoli. Il Global Assessment ha ragionato su quanto è accaduto alla Terra negli ultimi 50 anni e cade in un momento di crescente tensione, a causa delle diseguaglianze sociali dei Paesi più ricchi e della volontà di dire finalmente basta pronunciata da movimenti radicali come Extinction Rebellion. Gli autori avvertono che “è in corso il pericoloso declino della natura, caratterizzato da tassi di estinzione delle specie viventi senza precedenti, e in fase di accelerazione”. Ormai 1 milione di specie è minacciata di estinzione, una condizione che non si è mai verificata prima nella storia umana. Inoltre, si legge sempre sul documento officiale dell’Assemblea Plenaria appena chiusa a Parigi, “la risposta attuale, su scala globale, è insufficiente e cambiamenti profondamente trasformativi sono necessari per recuperare e proteggere la natura”. In sostanza,“l’opposizione di interessi ben mascherati deve essere sopravanzata dal bene comune”. La professore Sandra Diaz, Argentina, ha parlato inoltre del legame tra noi e il Pianeta, che ci vincola a prendere una posizione antropologica e non solo scientifica sull’estinzione, sin nel cuore delle comunità civili e cittadine: “il contributo che la biodiversità e la natura offrono agli esseri umani sono la nostra eredità comune e la più importante rete di salvataggio dell’umanità. Ma abbiamo tirato questa rete sino al punto di rottura”. Va sottolineato che il Global Assessment è un documento costruito per gli attori politici, è cioè uno strumento utile a orientare la prassi politica nella direzione del bene di tutti. 

Sir Robert Watson, IPBES Chair, ha dichiarato: “La enorme chiarezza del Global Assessment IPBES ci presenta una fotografia sinistra. La salute degli ecosistemi da cui noi e ogni altra specie dipendiamo si sta deteriorando più rapidamente che mai. Stiamo distruggendo a poco a poco le fondamenta stesse delle nostre economie, delle nostre vite, della sicurezza alimentare, della salute e della qualità dell’esistenza in ogni angolo del mondo”. Sir Watson ha ricordato con insistenza che il margine di azione ancora in nostro potere c’è, ma che occorre una risposta generale, che coinvolge cioè ogni scala politica e geografica. Il “cambiamento verso la trasformazione” è “una riorganizzazione strutturale del sistema attraverso fattori tecnologici, economici e sociali, che includono anche i nostri paradigmi di valore e gli obiettivi”. Secondo il Global Assessment è indispensabile uscire dal modello della crescita economica, se vogliamo progettare sul serio ciò che da decenni chiamiamo sostenibilità. Crescita economica e sopravvivenza biologica sono insomma due modi di intendere il Pianeta incompatibili. 

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(Contadini spruzzano pesticidi in un campo di grano. Credits: Jinning Li/shutterstock.com)

In un comunicato stampa uscito domenica, Extinction Rebellion ha commentato: “Il Global Assessment diffonde un messaggio di grande forza: l’umanità è coinvolta in un genocidio di massa delle altre specie con cui condividiamo la nostra casa comune”. La dottoressa Alison Green, National Director (UK) di Scientists Warning e portavoce del movimento britannico ha aggiunto: “tra tutti quelli simili, questo è il rapporto che maggiormente ci condanna, perché rivela i nostri sostanziali ed estesi fallimenti nel fronteggiare la sempre più veloce perdita di biodiversità. Ci fa vergognare, e ci sciocca. Poco o nulla è stato intrapreso per contenere le esitazioni, la perdita di habitat e il recupero degli ecosistemi, entro limiti ecologici di sicurezza, all’interno di produzioni e consumi sostenibili”. 

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(Tartaruga embricata, Oceano Indiano, Maldive. Credits: Andrey Armyagov)

Vediamo allora i numeri del Global Assessment IPBES. Considerando i valori medi sul numero di individui di una popolazione, l’abbondanza di specie native nella maggior parte degli habitat terrestri è crollata del 20% a partire da inizio Novecento. Oltre il 40% degli anfibi, il 33% dei coralli che formano le barriere e oltre 1/3 dei mammiferi marini sono ormai minacciati. Il quadro non è ancora del tutto chiaro per gli insetti, ma probabilmente sono minacciati in una percentuale attorno al 10% di tutte le specie conosciute. Negli ultimi 5 secoli sono scomparsi dalla faccia della Terra almeno 680 specie di vertebrati; la rarefazione della biodiversità animale riguarda anche le specie domestiche, però. Nel 2016 era ormai andato perso il 9 % delle varietà di mammiferi selezionati nel corso del tempo a scopo alimentare e 1000 incroci sono oggi a rischio. Sono queste estinzioni, insieme a quelle della specie selvatiche che compromettono la tenuta delle reti trofiche negli ecosistemi ancora non convertiti ad agricoltura, che scrivono ipoteche molto preoccupanti sulla nostra capacità futura di produrre cibo per miliardi di persone. D’altronde, spiega il Global Assessment, se andiamo ad indagare su come si è espansa l’impronta umana sul Pianeta le risposte sono abbastanza intuitive: dagli anni ’70 il valore produttivo dei campi è cresciuto del 300%, l’abbattimento di alberi per ricavarne legname del 45%; a partire dal 1980, il prelievo di risorse rinnovabili e non, su scala globale, ogni anno, è stato di 60 miliardi di tonnellate. E le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992. 

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In sinergia con questi incrementi esponenziali – ricordiamo che il paradigma di estinzione è anche un paradigma di espansione – dai tempi del primo mandato Reagan alla presidenza degli Stati Uniti il nostro consumo di plastica è aumentato di 10 volte. Ogni dodici mesi buttiamo nelle acque del Pianeta, mari, oceani e fiumi, 300-400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi, fanghi tossici e altri residui industriali. I fertilizzanti agricoli hanno provocato 400 “zone morte” costiere, e cioè 245.000 chilometri quadrati anossici. Dal 1980 al 200 sono andati persi 100 milioni di ettari di foreste tropicali, a causa soprattutto dell’allevamento delle vacche da carne (America Latina, 42 milioni ettari) e delle piantagioni di olio di palma nel Sud Est dell’Asia (7,5 milioni di ettari). Una pressione abnorme motivata dunque dal nostro stile di vita e da ciò che riteniamo imprescindibile in una esistenza occidentale degna di essere vissuta. Nessuno, finora, ha davvero pagato il prezzo globale di queste convinzioni. Entro il 2050 verranno costruiti e asfaltati circa 25 milioni di chilometri di strade, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. E nel mondo sono già 2500 i conflitti armati che ruotano attorno ai combustibili fossili e alla lotta per l’acqua e il cibo quotidiani. A tutto questo vanno aggiunti gli effetti dinamici e non lineari dei cambiamenti climatici che già impattano anche sulla genetica delle faune: ormai la distribuzione del 47% dei mammiferi terresti, e di 1/4 degli uccelli, è già stata modificata dal riscaldamento del Pianeta. Il Global Assessment l’ha messo nero su bianco: gli Obiettivi di Aichi al 2020 non sono stati raggiunti. E 22 su 44 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono compromessi dal collasso della biosfera. Significa fame, sete e morte per inedia per milioni di persone.

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(Gli effetti della deforestazione e dello slush and burn in una valle del Madagascar. Credits: Dudarev Mikhail/shutterstock.com)

Il Global Assessment identifica 5 driver fondamentali di questa condizione di civiltà, in ordine decrescente di intensità: 1) cambiamenti di uso nella terra e nei mari; 2) sfruttamento diretto degli organismi viventi; 3) cambiamento climatico, 4) inquinamento; 5) specie invasive non autoctone. Non ci sono dunque dubbi che gli attuali trend economici non ci porteranno da nessuna parte da qui al 2050, se non ad un ulteriore deterioramento della biosfera. Per invertire la rotta non serve solo un ragionamento economico, ormai è chiaro, ma anche, e con la massima urgenza, una riflessione antropologica e culturale. 

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(Kuta Beach, Bali. Credits: Maxim Blinkov/shuttestock.com)

In altre parole, le scienze sociali sono fondamentali per comprendere come siamo arrivati a questo punto e devono essere inserite nelle strategie di cambiamento: “La perdita di biodiversità risulta essere non soltanto una questione ambientale. Riguarda anche lo sviluppo, l’economia e la sicurezza, la società e le sue istanze morali. Occorre dunque una amministrazione integrata (di questi aspetti, NdR) e approcci che attraversino i diversi ambiti e che tengano conto degli effetti ridondanti della produzione del cibo e dell’energia, delle infrastrutture, della disponibilità di acqua potabile e della gestione delle coste, e infine della conservazione della biodiversità”. Il Global Assessment insiste cioè su un aspetto della crisi ecologica che finora non è stato adeguatamente studiato, e considerato, nella generale attenzione spasmodica per i numeri dell’economia e della conversione alle rinnovabili. Il collasso attuale è il prodotto storico della reciproca interazione tra demografia ed economica, sostenute entrambe da apparati ideologici e morali che costituiscono l’ossatura portante della civiltà a capitalismo avanzato. Questo è il motivo per cui il cambiamento necessario non può evitare le forche caudine di una profonda riflessione individuale e quindi collettiva sul nostro modello di società e di relazioni. Prof. Eduardo S. Brondízio, Brasile: “I fattori-chiave includono la crescita demografica e i consumi pro-capite; l’innovazione tecnologica, che in qualche ha caso ha diminuito e in altri accresciuto il danno alla natura; e, in modo davvero critico, la governance e la responsabilità giuridica. Lo schema che emerge è la connessione di ogni aspetto e la rifrazione a distanza della estrazione e produzione, che avvengono in un luogo del mondo per soddisfare esigenze di consumo lontanissime”. 

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(Donne malgasce di etnia Vezo a pesca, Madagascar. Credits: Sun Singer/shuttestock.com)

Audrey Azoulay, Director-General, UNESCO : “Le conoscenze attualmente in nostro possesso, conoscenze locali, indigene e scientifiche provano che abbiamo le soluzioni e perciò non ci sono più scuse: dobbiamo vivere su questo Pianeta in modo differente”. Per Azoulay anche le faune e la flora appartengono a quell’immenso e antico complesso di legami, simboli e vincoli biologici che la nostra specie ha chiamato cultura: “l’UNESCO è impegnato a promuovere la vita e la sua diversità, la solidarietà ecologica con le altre specie viventi, e a stabilite nuovi, equi e globali legami di collaborazione e solidarietà tra le generazioni, per la sopravvivenza futura dell’umanità”. 

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(Medicina tradizionale ayurvedica, India. Credits: Nila Newson/shutterstock.com)

Un richiamo ad una solidarietà antropologica il Global Assessment lo lancia anche a proposito delle popolazioni indigene rimaste, che occupano meno di 1/4 della superficie terrestre e che però sperimentano una coesistenza con gli habitat decisamente più efficace della nostra. Le loro aspettative sul futuro, il loro patrimonio di usi ed economie locali, deve appartenere alle strategie politiche dei prossimi decenni, in senso giuridico ed amministrativo. Ma conta soprattutto, in questa prima fase, riconoscere che la via Occidentale al possesso del Pianeta – inaugurata cinque secoli fa dall’impresa di Colombo nelle Americhe – non fu l’unica opzione vissuta da Homo sapiens. Ed è quindi arrivato il momento storico di porla in discussione, ammettendone i limiti e l’intrinseco gradiente di rischio. Nello sforzo del cambiamento ogni cittadino, a qualunque comunità appartenga, deve sentire la responsabilità verso i suoi simili, e i produttori di cibo ugualmente devono essere riconosciuti come responsabili di ciò che producono. Il valore assoluto della biodiversità deve cioè entrare a pieno diritto e ragione nella pianificazione politica e nella elaborazione, che è compito delle comunità civili, di una visione contemporanea del Pianeta e del ruolo che vi ha Homo sapiens. 

 

 

Il Biodiversity Global Assessment 2019 in uscita il 6 maggio

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Il prossimo 6 maggio verrò reso noto il Biodiversity Global Assessment 2019, una sintesi amplissima e dettagliata dello stato della natura, degli ecosistemi e della relazione tra la civiltà umana e il Pianeta in questo terzo millennio. Un lavoro gigantesco prodotto dall’IPBES – The Intergovernmental Science-Policy Plattform on Biodiversity and Ecosystem Service, un organismo di ricerca indipendente che fornisce studi di alto profilo scientifico per l’elaborazione di politiche ambientali solide ed efficaci nel proteggere le faune e gli habitat della Terra. L’IPBES è definito l’IPCC della biodiversità: i rapporto pubblicati sono del tutto paragonabili, per estensione e ricchezza di dati, a quelli dell’IPCC per il clima. E hanno lo stesso scopo: dire alle istituzioni parlamentari che cosa bisognerebbe fare per non scivolare nell’apocalisse climatica e biologica.

Hanno contribuito al Global Assessment del 6 maggio 150 esperti di profilo internazionale, che hanno fatto affidamento sui lavori e i dati raccolti da 250 colleghi di tutto il mondo. L’attesa attorno al documento è piuttosto tesa, per una serie di motivi dipendenti dalla mobilitazione internazionale a favore di una presa di coscienza collettiva sullo stato del Pianeta vivente. Per la prima volta, intanto, il Global Assessment ha esaminato e preso in considerazione, si legge nel comunicato stampa ufficiale, “le conoscenze dei popoli indigeni, le questioni che li coinvolgono e le loro priorità”. Lo scorso 1 maggio, del resto, ancora una volta Extinction Rebellion ha manifestato contro l’ambasciata brasiliana a Londra per protestare contro i programmi di ulteriore espansione del taglio di legname nella foresta amazzonica, e i connessi impatti sulle popolazioni amazzoniche indigene. 

Il 24 aprile il movimento inglese ha unito la propria voce a quella di due artisti e attivisti indigeni brasiliani, Daiara Tukano e Jaider Esbell, davanti al British Museum: “Insieme al Radical Anthropology Group, e come parte del loro tour europeo Indigenous Perspectives on Brazil – si legge sulla pagina Facebook di Extinction Rebellion – Daiara Tukano ha parlato degli abusi ambientali e della violazione dei diritti umani attualmente in corso, subiti dalle popolazioni indigene sotto questo governo brasiliano, e di come la loro lotta per l’esistenza sia una lotta per esistere. Più tardi alcune delle loro opere sono state proiettate sulla faccia del British Museum, un edificio di oscuro significato coloniale che è sponsorizzato dalla British Petroleum”. Nella fervente sollevazione europea contro l’inerzia politica sul collasso del Pianeta i musei stanno acquisendo una posizione politica senza precedenti. Lo si è capito a Parigi, quando Extinction Rebellion France ha occupato la hall del Museo di Storia Naturale di Parigi e il successivo 26 aprile, allorché Extinction Rebellion ha preso possesso del salone di ingresso del Museo di Kensington, sotto lo scheletro della enorme balenottera azzurra che simboleggia la fine imminente dell’Età dei Mammiferi. Templi dell’ingegno scientifico umano, tutti i nostri musei sono però stati edificati sul genocidio coloniale, sullo schiavismo e sull’appropriazione violenta degli habitat di continenti sconosciuti agli europei, come ha raccontato il mese scorso Sam Kean su SCIENCE nello spettacolare reportage Historians expose early scientits’ debt to the slave trade. Un altro indizio non più trascurabile di come la cultura stessa, in quanto patrimonio ereditato, sia oggetto politico in una epoca di estinzione. 

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(Credits: Extinction Rebellion Facebook)

I temi trattati dal Global Assessment comprenderanno dunque tutte le questioni oggi sul tavolo: quali debbano essere gli elementi chiave nella relazione tra uomo e natura di cui la politica è chiamata a tener conto; l’attuale stato della natura e i trend in corso, i fattori di cambiamento e il modo in cui la natura forgia le stesse comunità umane del terzo millennio; a che punto è la conservazione in riferimento agli Obiettivi di Aichi, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e l’accordo di Parigi sul clima del 2015; gli scenari verosimili, e soprattutto condivisi, di natura ed esseri umani da qui al 2050; mettere a fuoco gli scenari e le opzioni che potrebbero portare ad un futuro sostenibile; e infine affrontare il tabù della crescita demografica umana.

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