Il Biodiversity Global Assessment 2019 in uscita il 6 maggio

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Il prossimo 6 maggio verrò reso noto il Biodiversity Global Assessment 2019, una sintesi amplissima e dettagliata dello stato della natura, degli ecosistemi e della relazione tra la civiltà umana e il Pianeta in questo terzo millennio. Un lavoro gigantesco prodotto dall’IPBES – The Intergovernmental Science-Policy Plattform on Biodiversity and Ecosystem Service, un organismo di ricerca indipendente che fornisce studi di alto profilo scientifico per l’elaborazione di politiche ambientali solide ed efficaci nel proteggere le faune e gli habitat della Terra. L’IPBES è definito l’IPCC della biodiversità: i rapporto pubblicati sono del tutto paragonabili, per estensione e ricchezza di dati, a quelli dell’IPCC per il clima. E hanno lo stesso scopo: dire alle istituzioni parlamentari che cosa bisognerebbe fare per non scivolare nell’apocalisse climatica e biologica.

Hanno contribuito al Global Assessment del 6 maggio 150 esperti di profilo internazionale, che hanno fatto affidamento sui lavori e i dati raccolti da 250 colleghi di tutto il mondo. L’attesa attorno al documento è piuttosto tesa, per una serie di motivi dipendenti dalla mobilitazione internazionale a favore di una presa di coscienza collettiva sullo stato del Pianeta vivente. Per la prima volta, intanto, il Global Assessment ha esaminato e preso in considerazione, si legge nel comunicato stampa ufficiale, “le conoscenze dei popoli indigeni, le questioni che li coinvolgono e le loro priorità”. Lo scorso 1 maggio, del resto, ancora una volta Extinction Rebellion ha manifestato contro l’ambasciata brasiliana a Londra per protestare contro i programmi di ulteriore espansione del taglio di legname nella foresta amazzonica, e i connessi impatti sulle popolazioni amazzoniche indigene. 

Il 24 aprile il movimento inglese ha unito la propria voce a quella di due artisti e attivisti indigeni brasiliani, Daiara Tukano e Jaider Esbell, davanti al British Museum: “Insieme al Radical Anthropology Group, e come parte del loro tour europeo Indigenous Perspectives on Brazil – si legge sulla pagina Facebook di Extinction Rebellion – Daiara Tukano ha parlato degli abusi ambientali e della violazione dei diritti umani attualmente in corso, subiti dalle popolazioni indigene sotto questo governo brasiliano, e di come la loro lotta per l’esistenza sia una lotta per esistere. Più tardi alcune delle loro opere sono state proiettate sulla faccia del British Museum, un edificio di oscuro significato coloniale che è sponsorizzato dalla British Petroleum”. Nella fervente sollevazione europea contro l’inerzia politica sul collasso del Pianeta i musei stanno acquisendo una posizione politica senza precedenti. Lo si è capito a Parigi, quando Extinction Rebellion France ha occupato la hall del Museo di Storia Naturale di Parigi e il successivo 26 aprile, allorché Extinction Rebellion ha preso possesso del salone di ingresso del Museo di Kensington, sotto lo scheletro della enorme balenottera azzurra che simboleggia la fine imminente dell’Età dei Mammiferi. Templi dell’ingegno scientifico umano, tutti i nostri musei sono però stati edificati sul genocidio coloniale, sullo schiavismo e sull’appropriazione violenta degli habitat di continenti sconosciuti agli europei, come ha raccontato il mese scorso Sam Kean su SCIENCE nello spettacolare reportage Historians expose early scientits’ debt to the slave trade. Un altro indizio non più trascurabile di come la cultura stessa, in quanto patrimonio ereditato, sia oggetto politico in una epoca di estinzione. 

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(Credits: Extinction Rebellion Facebook)

I temi trattati dal Global Assessment comprenderanno dunque tutte le questioni oggi sul tavolo: quali debbano essere gli elementi chiave nella relazione tra uomo e natura di cui la politica è chiamata a tener conto; l’attuale stato della natura e i trend in corso, i fattori di cambiamento e il modo in cui la natura forgia le stesse comunità umane del terzo millennio; a che punto è la conservazione in riferimento agli Obiettivi di Aichi, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e l’accordo di Parigi sul clima del 2015; gli scenari verosimili, e soprattutto condivisi, di natura ed esseri umani da qui al 2050; mettere a fuoco gli scenari e le opzioni che potrebbero portare ad un futuro sostenibile; e infine affrontare il tabù della crescita demografica umana.

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