Perché è così difficile credere che la sesta estinzione è reale?

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(Credits: Extinction Rebellion Deutschland FB)

Nel corso di questa ultima settimana l’opinione pubblica è stata costretta a confrontarsi con notizie inquietanti: la pubblicazione del Global Assessment IPBES sullo stato della biodiversità, ripreso eccezionalmente da molti telegiornali nazionali, ha forse per la prima volta posto dinanzi al comune sentire la realtà storica della sesta estinzione. Non per nulla il rapporto delle Nazioni Unite è stato assimilato, per importanza scientifica e peso politico, all’ultimo documento globale dell’IPCC del 2018. Ma se il cambiamento climatico è già da tempo una parola che qualche neurone lo accende, questo 2019 rimarrà forse negli Annali dell’Antropocene perché finalmente anche l’estinzione della fauna e della flora del Pianeta ha raggiunto il rango di notizia pubblica, e di impatto civile.

Ma c’è di più. Ad essere sul serio “pubblico”, ormai, e cioè visibile, udibile e discutibile, c’è, da ora in avanti, l’indifferenza con cui la maggior parte delle persone persiste nel non prendere misure, per quanto minuscole, per fronteggiare la crisi ecologica in cui siamo immersi fino al collo. Anzi, diciamola ancora più dura: nonostante la verità conclamata che la vita sta scomparendo attorno a noi con la stessa rapidità con cui i dinosauri se ne andarono per sempre dal Pianeta, la maggioranza dei cittadini continua, questa verità, ad eluderla, a scansarla, a considerarla, tutto sommato, forse, eccessiva.

Perché ?

Nell’epoca della “post-verità”, il non credere in nulla – lo scetticismo, l’ipercriticismo, il nichilismo – è considerato dai più una strategia di sopravvivenza quotidiana. Fregarsene del Pianeta aiuta a tollerare l’ingiustizia patita ogni giorno sul lavoro, nella vita privata, nelle frustrazioni esistenziali che la Modernità impone come riti di passaggio al pragmatismo e alla competizione perenni. Ne ho già abbastanza di mio, devo forse preoccuparmi del contesto? Ma la verità, oggi, è osteggiata anche perché possiede in sé la forza dirompente della norma, della Legge a cui non si può scappare: se ti diagnosticano una malattia seria, la verità ti obbliga a occuparti di te stesso e del tuo imminente futuro. Insomma, a sottometterti alla inevitabilità di condizioni ambientali e fisiche che non dipendono più solo dalla tua volontà. O dai tuoi sogni. Con la verità dell’estinzione funziona nello stesso modo: se la guardi in faccia, non puoi più pensare al tuo futuro come prima, perché non te lo puoi più permettere. Chiuso. La verità del collasso del Pianeta per moltissime persone è più indigesta della menzogna, della manipolazione e della deliberata distruzione del bene comune. 

Il rifiuto della verità significa anche respingere il dubbio che ci sia qualcosa di falso nelle certezze economiche su cui abbiamo costruito i nostri argini contro l’arrivo del Grande Inverno: la crescita economica, il mercato come risposta esistenziale ai bisogni umani, una demografia autarchica e narcisista. La critica al sistema consolidato, non importa quanto lacunoso e rapace, è vissuta da una parte consistente dell’opinione pubblica come una minaccia alla propria sopravvivenza psicologica. Ricordate nel film di David Cameron, Titanic, la reazione del costruttore del transatlantico in vestaglia di broccato, quando, in cabina di comando, gli fanno presente che il Titanic affonderà? Negazione. No, che non affonderà. È impossibile. Continuare a credere che la fine dell’Era dei Mammiferi sia fantascienza, permette di potersi ancora aggrappare a qualcosa. Permette cioè di riempire la propria vita con quel nulla-meglio-di-nulla a cui il Capitalismo Avanzato ha piegato le coscienze.

La verità, in questo XXI secolo, non è più oggetto di fede. Neppure quella scientifica, perché i dati che abbiamo in mano sono scienza tanto quanto le certezze ematochimiche con cui un cardiochirurgo opera a cuore aperto. Nel passato pre-rinascimentale l’uomo di fede si affidava alla verità per non tradire, insieme a se stesso, l’ordine del cosmo. Nell’era dell’estinzione, invece, la verità ha un effetto di disgregazione portentoso sui pensieri e sulle azioni. Questo è il punto zero dello scetticismo civile. E quindi, massimamente, il punto zero di una nuova etica ambientale. 

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2 risposte a "Perché è così difficile credere che la sesta estinzione è reale?"

  1. Tante persone semplicemente dell’esistenza del rapporto IPBES o della sesta estinzione (antropogenerata poi) di massa non hanno sentito parlare. Persino Chi ne ha sentito parlare continua a pensare che la natura e l’uomo sono entità distinte, per cui anche se crepasse la prima, il secondo non verrebbe toccato. Bisogna far toccare insetti e piante ai bambini.

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    1. Buongiorno – mai come in questa epoca le informazioni sono disponibili, gratuite e diffuse in modo capillare. pensiamo solo a che cosa è YouTube: seguendo le lezioni di Alessandro Barbero ci si ritrova in mano l’equivalente di un corso di storia delle scuole medie superiori, forse anche qualcosa di di più. sul fronte ambientale la qualità dei magazine e dei giornali on line, certo, direi al 99% in lingua inglese, è straordinaria. a mio parere oggi persistere nell’ignoranza è una scelta, e non una condizione imposta dall’esterno. Il rapporto IPBES è stato ripreso da molti TG, non LA7 ad esempio, ma Canale 5 che certo non brilla per informazione ambientale invece lo ha messo in palinsesto. Questo per arrivare a dirLe che sicuramente non si parla abbastanza della sesta estinzione, ma che occorre anche riposizionare la bussola con una sana autocritica e un richiamo al senso di responsabilità individuale. la società contemporanea – potremmo citare una lunga letteratura sociologica e filosofica in merito – ha disintegrato la dimensione della comunità, del collettivo e della ereditabilità di azioni, strumenti e strutture antropologiche. di conseguenza ognuno pensa ai fatti suoi, relegando l’etica ad argomento di conversazione. uscire dalla crisi attuale implica, spiace dirlo brutalmente ma è così, un risveglio potente e meditato sul fatto che nessuno di noi è una monade. l’approccio diretto alla natura, che pur servirebbe, sono d’accordo con lei, è sempre più difficile: e non solo perché boschi e foreste, popolate di animali, sono sempre più ristretti e rarefatti, ma anche perché la nostra cultura è ormai una cultura urbana. molte persone non sanno riconoscere le graminacee che crescono spontanee nei parchi cittadini e non comprendono in cosa un cane sia geneticamente diverso da un lupo. perché il concetto di “animale selvaggio” è diventato di ostica comprensione. in sintesi, ha ragione nel sollevare il problema del contatto diretto con animali e piante, ma ritengo che questo sia un passaggio successivo, addirittura successivo. il primo è mettere a fuoco che il pianeta è al collasso. prima la diagnosi e poi un protocollo di cura. Grazie della sua attenzione e buona giornata

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