Il futuro dovrebbe essere considerato un bene UNESCO

Bosco di San Francesco ad Assisi _BeneFAI

Mai come in questa epoca storica la sopravvivenza del futuro è a rischio. Se l’idea di progresso ha inventato il futuro, oggi sappiamo che ne aveva eretto le fondamenta su basi estremamente sdrucciolevoli. Il modo in cui trattiamo oggi il futuro ha del resto radici antiche. Anzi, dipende da due passaggi epocali nella storia della civiltà umana: il primo è l’avvio dell’Impresa Atlantica (la conquista delle Americhe e l’avvio del capitalismo globale fondato sulla tratta degli schiavi), mentre il secondo è l’avvento della Modernità post illuministica, alla fine del ‘700.

Vediamo il primo passaggio. Senza il colonialismo, a partire dai primi del Cinquecento, non sarebbe stato possibile alle nazioni europee impiantare una economia di tipo capitalistico. Servivano risorse naturali, spazio utile per le piantagioni, ma serviva anche manodopera a basso costo. Lo studio del colonialismo, e degli schemi di sfruttamento ecologico che presupponeva, sta infatti diventando centrale nella comprensione della crisi attuale. 

Il filosofo Roman Krznaric, discutendo sul rifiuto delle democrazie parlamentari attuali di prendere in carico il futuro, in un articolo della serie Deep Civilisation della BBC, ha scritto: “Il tempo deve fronteggiare una spiacevole realtà: che la democrazia moderna – specialmente nei Paesi ricchi – ci ha reso capaci di trasformare il futuro in una colonia. Trattiamo il futuro come una colonia lontana, un avamposto disabitato, dove possiamo liberamente mettere in discarica il degrado ambientale, il rischio tecnologico, le scorie nucleari e il debito pubblico, e anche dove ci sentiamo autorizzati a darci al saccheggio quanto ci pare e piace. Quando i Britannici hanno colonizzato l’Australia nel XVIII e nel XIX secolo, venne disegnata quella dottrina oggi conosciuta come terra nullius – la terra di nessuno – per giustificare la conquista e trattare la popolazione indigena come se non esistesse o come se non avesse alcun diritto sulla terra. Oggi, il nostro atteggiamento è del tipo tempus nullius. Il futuro è un tempo vuoto, un territorio mai rivendicato da nessuno che è in più privo di abitanti. Del pari di un regno distante, di proprietà dell’impero, è nostro nella misura in cui possiamo prendercelo”. 

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Le colonie inaugurano i tempi moderni.

L’avvento della Modernità introduce infatti nella antropologia occidentale una nuova dimensione, è cioè l’individuo, con le sue pretese e i suoi sogni. Un individuo che non mira più solo alla salvezza personale, attraverso la sua adesione al dettato cristiano, ma che vuole costruirsi un posto nel mondo adeguato alle sue aspirazioni. Desiderare qualcosa per sé soli diventa legittimo, e anche auspicabile. Come nota Juergen Habermas, è stato Hegel per primo a comprendere come “l’età moderna è caratterizzata in generale da una struttura dell’autoregolazione, che egli chiama soggettività”. Scrisse infatti Hegel, nei Lineamenti di filosofia del diritto: “Il principio del mondo moderno in genere è la libertà della soggettività”. L’uomo moderno si pone nel mondo secondo quattro principi fondamentali: l’individualismo, il diritto alla critica, l’autonomia di azione ( che implica anche la responsabilità consapevole sul proprio operato) e infine il primato della idea/ragione nella costruzione della realtà, primato che, in filosofia, prenderà il nome di Idealismo. Questo panorama culturale, che vien dopo l’Illuminismo ed è del tutto coevo all’affermazione del capitalismo coloniale, presuppone un distacco sostanziale rispetto al passato. Religione, inferno, paradiso, Chiesa e Clero, per semplificare, non sono più la bussola fondamentale degli uomini votati all’intraprendenza, alla sfida, al rischio e alla costruzione di Nuovi Mondi oltre oceano. Secondo Habermas, soltanto dalla fine del ‘700 si presenta così al pensiero politico europeo il problema dello “auto-accertamento della modernità”. La modernità vuole e deve trovare in se stessa le ragioni ultime della sua forza e della sua strabiliante espansione. Prendere le distanze dal passato diventa dunque uno strumento di affermazione geografica, e culturale. Ciò che è ereditato tenderà, d’ora in avanti, a sbiadire sempre di più, fino a scomparire di fronte a ciò che può essere conquistato. Questo sviluppo della civiltà capitalista occidentale richiederà, per giungere a maturazione nella crisi ecologica, due secoli e mezzo. Ma può dirsi, oggi, compiuto. 

L’aspetto probabilmente più interessante di questo sviluppo storico contiene un tratto paradossale. Mentre il passato ereditato sbiadisce, se messo a confronto con il progresso, è il futuro a finire ingoiato dalla pianificazione razionale, economica della civiltà. Il futuro, e cioè il futuro della biosfera, dovrebbe essere protetto e custodito come un bene collettivo. Ma riportare a galla il futuro, dopo un secolo di oblio e di profitto illimitato, è tutt’altro che semplice. Bisogna mettere da parte l’individualismo, l’indipendenza assoluta dell’azione, ridimensionare l’intraprendenza imprenditoriale, rifornire il pragmatismo utilitaristico di una nuova idea di libertà. L’intero Pianeta è vivo perché è il prodotto, visibile qui e ora, di eredità e testamenti, di passaggi di testimone a volte molto traumatici, ma sempre forieri di qualcosa di originale: si chiama evoluzione delle specie. Il futuro di ogni specie vivente è il risultato di una “partita” che il patrimonio genetico ereditato ha cominciato a giocare milioni di anni fa, in altre forme viventi, e in condizioni ecologiche ormai estinte. 

Un esempio dell’equilibrio tra passato, presente e futuro, un esempio una volta tanto positivo, viene da Assisi, in Umbria. Nella primavera del 2015, all’’interno del Bosco di San Francesco d’Assisi, nel complesso benedettino di S.Croce, il FAI ha posto tre arnie di api, ambasciatrici del progetto FAI “Api nei Beni”. Il Fondo per l’Ambiente Italiano si è infatti impegnato a creare nuove colonie di api nei luoghi speciali di cui già si prende cura. Nel 2019 il Conapi ( Consorzio Nazionale Apicoltori Italiani ) ha scelto di stare accanto al FAI e di occuparsi della manutenzione del Bosco. La tutela del paesaggio e delle architetture medievali di Assisi, insieme alla salvaguardia degli impollinatori sostenuta dal Conapi, esprime la consapevolezza del vincolo di appartenenza tra il patrimonio ambientale e la biodiversità. Il futuro di entrambi dipende dalla disponibilità a riconsiderare la nostra posizione storica rispetto a ciò che abbiamo ereditato. Nel Bosco c’è anche una opera di “land art” di Michelangelo Pistoletto: 121 ulivi disposti a doppio filare, che formano tre cerchi tra loro tangenti. Chiunque passeggi tra gli alberi ripete il movimento che compiono le api in volo, quando si trasmettono informazioni sulla collocazione dei fiori. Il modo in cui guardiamo al passato e al futuro condiziona il gradiente di intensità della nostra preoccupazione per la crisi ecologica. Ne riparleremo. 

IMG4324-2_Foto Paolo Barcucci_2014_(C) FAI - Fondo Ambiente Italiano

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