Mese: giugno 2019

La neve è estinta (eppure gioiamo per le Olimpiadi invernali)

IMG_2612
(Photo Credits: Extinction Rebellion FB)

Pubblico qui un mio breve post sulle Olimpiadi Milano-Cortina che ha avuto parecchio seguito su FB e che è stato rimesso in FrontPage da Diego Infante, autore di “La ragione degli déi” (Italic Pequod, 2015) e di “Le ragioni del Buddha” (Meltemi, 2018). Anche L’Intellettuale Dissidente, magazine on line di cultura civile e filosofica, ha discusso il mio punto di vista in questo post uscito ieri. 

Diego Infante: “Dopo la sbornia a seguito della vittoria per l’assegnazione delle olimpiadi al tandem Milano-Cortina, propongo questo bellissimo articolo di Elisabetta Corrà: una disamina spietata e rigorosa su antecedenti e conseguenti. Aggiungo solo che parte delle gare si svolgeranno nel Parco Nazionale dello Stelvio (!!!), già oggetto di procedura di infrazione da parte UE per l’ampliamento delle piste pochi anni or sono. Adesso, con le Olimpiadi, chissà quali miglioramenti staranno architettando. Visto che come dice Elisabetta ‘La neve manca’, in senso stretto e in senso lato, mi chiedo: e lo spreco di acqua per l’innevamento artificiale? Dico tutto ciò da sciatore pentito: per amare la montagna ci sono ben altre possibilità di fruizione, più appaganti e sane. Buona lettura”: 

“Oggi a Milano abbiamo assistito ad una delle migliori farse ambientali del secolo. Una farsa politica, civile. Quasi aristofanesca, da tanto è infame e ridicola. 

A Milano, e da anni, la neve è estinta.

Eppure, abbiamo vinto le Olimpiadi invernali. 

O meglio, le hanno vinte i soliti noti di zona 1, la gente di provata fede di sinistra che ama Sala di fervente amore, secondo solo al  godimento che costoro provano nei confronti della propaganda. Una narrativa ripetuta fino allo sfinimento, che Sala è il miglior sindaco possibile per la prima città di Italia, come se il resto del paese fosse spazzatura, efelcistica appendice alla Atene del Nord, e pazienza se questo appellativo apparteneva alla Edimburgo di Darwin .

Costoro oggi gioiscono perché questa attribuzione sportiva farà fare affari d’oro ai loro portafogli, che hanno già preso ad annusare l’affare di Airbnb. E farà invece aumentare a dismisura la disperazione di tutti coloro che non possono acquistare nemmeno un monolocale nella città di Expo. Stritolati da una politica di lustrini e mall di griffe alla Citylife che, rigorosamente di sinistra, hanno imposto a noi tutti negli ultimi 7 anni, una conversione coatta dal principio di realtà ( gli affitti sono incompatibili con i lavori precari, soprattutto quelli ad altissimo contenuto intellettuale ) al principio di piacere. Se puoi permettertela, la città figa, bene. Altrimenti crepa.

Le Olimpiadi favoriscono i ricchi. 

E la neve estinta, ma che **** ce ne frega ? La spariamo con i cannoni, sintetica, che magari è anche più glamour. Ecco, è questo il paradosso aberrante di questa serata torrida. Che nessuno, nel pieno della democrazia milanese di sinistra, si accorge che manca semplicemente l’ingrediente numero uno delle Olimpiadi invernali, e cioè la neve.

Ma la lezione del dottor Goebbles a Milano è stata bene appresa. E mentre agli altoparlanti della lussuosa metro lilla mai una parola è stata detta sulla emergenza climatica, oggi ci siamo sorbiti un trionfale TUTTI IN PISTA !!!!

Puro Goebbels.

Annunci

Il Belize si impegna a proteggere il Maya Forest Corridor, cruciale per il giaguaro

Jaguar_Jayro Bardales
(Credits: Jayro Bardales)

Il governo del Belize ha annunciato nuovi, ambiziosi piani di protezione per il Maya Forest Corridor, un lembo di foresta tropicale cruciale per la sopravvivenza di specie iconiche della regione, come il giaguaro (Panthera Onca), la tartaruga di fiume (Dermatemys marwii), già sull’orlo dell’estinzione, e la scimmia-ragno (un primate della famiglia degli Ateli ormai criticamente minacciata) e il tapiro di Baird. Tutte queste specie hanno bisogno di spostarsi su distese enormi, in poche parole su aree protette che abbiano l’ambizione di raggiungere una scala continentale. La decisione del Belize è stata quindi salutata con particolare soddisfazione dalle organizzazioni maggiormente impegnate nello studio e nel monitoraggio di questo hotspot di biodiversità tropicale: Panthera (per il giaguaro), Global Wildflife Conservation, WCS (World Conservation Society, che sta già facendo un lavoro immane in Africa con il Lion Recovery Fund per tirare su i numeri del leone in due-tre decenni), WWF, Monkey Bay Wildlife Sanctuary and Field School, e la University of Belize. 

Schermata 2019-06-21 alle 11.17.13

La caratteristica fondamentale del Maya Forest Corridor è la sua posizione geografica, nel centro del Brasile, che lo rende  un punto di passaggio e di connessione tra due altre aree di enorme valore ecologico: la Selva Maya, a nord, e le Maya Mountains, a sud.

Sugar Cane and linear corridor_Tony Rath
(le piantagioni di canna da zucchero. Credits: Tony Rath)

“Senza protezione, il Maya Corridor è in una condizione critica di rischio, perché è già stato ampiamente ridotto di almeno il 65% negli ultimi dieci anni, soprattutto a causa della deforestazione per l’agricoltura estensiva, inclusa la canna da zucchero – si legge in una nota ufficiale di Panthera – Dal 2011, il Maya Corridor ha dovuto fronteggiare un tasso di deforestazione di almeno 4 volte superiore alla media nazionale e grossi disboscamenti negli ultimi mesi indicano che, senza una azione diretta come quella annunciata questa settimana, il più esteso blocco di foresta tropicale del Centro America rimarrà tagliato fuori dalla unità geografica più importante sul lato meridionale, e cioè il massiccio delle Maya Mountains”. 

Wetland pool on Coastal Road.

Secondo Panthera,  “Il corridoio è lungo solo 5-6 miglia, eppure è uno degli ultimi pertugi rimasti ai giaguari per entrare in Selva Maya a nord, e spostarsi verso il Centro e il Sud America”. E per quanto riguarda il giaguaro, una specie che ha uno home range immenso, che copre tutta l’America del Sud e arriva fino al Texas, negli Stati Uniti, questo è il punto essenziale.

Jaguars in Belize 1_Credit Panthera_UB ERI_BAS
(Credits: Panthera)

La connettività dei suoi habitat è il tassello strategico decisivo per portare la specie nel XXII secolo: “Il Maya Corridor è l’unica area che mette in comunicazione le due Jaguar Conservation Unit del Belize: il massiccio delle Maya Mountains e la Selva Maya a a nord, che si estende sin dentro il Messico e il Guatemala. Perdere la connettività genetica del Corridoio segnerebbe un passo in avanti verso l’estinzione del giaguaro e di molte altre specie terrestri di significato culturale del Belize”. 

Santander canal going into Freshwater Creek
(Il corridoio Maya e le piantagioni di canna da zucchero, Credits: Tony Rath)

Una nitida consapevolezza della posta in gioco sembra pervadere le istituzioni governative del Paese: “Riconosciamo che la finestra di opportunità per assicurare la connettività nel Maya Forest Corridor si sta rapidamente chiudendo – ha detto il dottor Omar Figueroa, Ministro del Governo del Belize responsabile per l’Agricoltura, la Pesca, le Foreste, l’Ambiente e lo Sviluppo Sostenibile – Una squadra locale e internazionale di biologi esperti di conservazione, e di professionisti, si rende conto dell’importanza di tutto questo e collabora l’uno accanto all’altro per fornire un supporto valido alla protezione dell’integrità geografica di questa regione”.

tapir - Credit Nick Hawkins
(il tapiro di Baird. Credits: Nick Hawkins)

Nella costruzione di un sistema di aree protette ogni lembo di habitat conta. La Runaway Creek Nature Reserve si trova all’interno del corridoio e partecipa a questa visione condivisa. Gil Boese, fondatore della riserva per The Foundation for Wildlife Conservation, ha riassunto perfettamente i termini della questione: “Un mondo con corridoi che connettono le aree protette dando agli animali l’opzione di spostarsi e di prosperare è fondamentale per la sopravvivenza delle specie. Tutti questi piccoli puntini sulla mappa, se ne puoi salvarne uno, be’ è fantastico. Ma se riesci a salvare abbastanza di questi frammenti unici, in modo da legarli insieme, allora avrai creato un sistema. E se altri, in altri Paesi e continenti, faranno lo stesso, avremo allora un network per la sopravvivenza delle specie rimaste su questo Pianeta”. 

Jaguar in Big Falls Farm Belize near sugar plantation_Credit Panthera-UB ERI-BAS
(Un giaguaro in una piantagione di canna da zucchero. Credits: Panthera)

Le microplastiche di La Roche-Posay sul SOCIAL CAMPER con il nome del Comune di Milano

IMG_6157

Il 4 giugno scorso, alle ore 10.25 circa del mattino, faceva tappa in Piazza Gramsci, a Milano, il SOCIAL CAMPER, una iniziativa itinerante di informazione sulla salute, e sull’importanza della prevenzione, di Lloyds Farmacia. Il camper – che è in tour su Milano dal 17 aprile e che proseguirà poi a Prato e Bologna – consiste di uno stand aperto al pubblico, con uno spazio espositivo per volantini informativi, e una vetrina di prodotti, formulazioni cosmetiche e farmaci, proprio come sul banco di una farmacia tradizionale. I temi conduttori di quest’anno sono la pelle sensibile e la protezione dal sole per prevenire il melanoma. Il Comune di Milano si è offerto di collaborare con il Social Camper, come appare chiaramente scritto sul “colofon” del progetto, dove stanno anche i nomi dei tre sponsor: Sandoz, Nestlé e La Roche-Posay, marchio del Gruppo L’Oréal che utilizza microplastiche, e in particolare il polietilene. 

Il Social Camper è un progetto voluto da Lloyds Farmacia del Gruppo Admenta e proposto dall’agenzia di comunicazione Energie Sociali Jesurum all’Assessorato Politiche Sociali, Salute e Diritti del Comune di Milano, attraverso il Bando del Welfare, aperto a chiunque voglia sottoporre alla valutazione dell’Assessorato iniziative in linea con gli obiettivi di salvaguardia e valorizzazione della salute pubblica della città. Energie Sociali Jerusum si è data il compito di trovare un pool di sponsor che rendessero il progetto economicamente fattibile trovando così in La Roche-Posay uno dei tre soggetti finanziatori. 

Il polietilene è una sostanza polimerica sintetica, non organica, e non biodegradabile, sotto forma di particelle insolubili in acqua del diametro pari o inferiore a 5 millimetri. Appartiene dunque alla categoria chimica delle microplastiche. 

IMG_6162

Il polieteliene, presente in almeno due formulazioni La Roche-Posay – Hydraphase Intense Legere (Trattamento Reidratante 24 h Riempitivo) e Idraphase Intense Roche (Trattamento Reidratante 24 h Riempitivo) – è una microplastica, che però in Italia può ancora essere utilizzata in cosmetica perché non rientra nelle due categorie di “sfere” che saranno messe al bando nel nostro Paese a partire dal 2020, e già fuori legge in Inghilterra dal gennaio 2019: i detergenti, i gel lavanti, i dentifrici, shampoo e qualunque formulazione implichi il risciacquo in acqua e naturalmente gli esfolianti. In Inghilterra, Greenpeace UK aveva denunciato, nelle fasi preparatorie della Legge per il divieto sulle microplastiche, esattamente questo rischio, il fatto cioè che il bando non doveva coinvolgere solo i prodotti da risciacquo diretto, escludendo quindi le creme, i solari, e i cosmetici (make-up): “I sondaggi del Governo sul comparto delle microsfere (ndr, di plastica) ha mostrato che una larga parte della popolazione lava via il make-up e i prodotti di skincare, giù nel flusso di acqua corrente. Eppure, mentre alcuni di questi tipi di prodotti è stato dimostrato contengono come ingrediente microplastiche, potrebbero essere esclusi e finire fuori dal bando sulle microsfere proposto dal Governo”. La legge passata in Inghilterra, benché ampia, non copre ancora l’intera gamma di prodotti cosmetici con microplastiche, come ha ammesso con la BBC il 9 gennaio 2018 Chris Flower della Cosmetic, Toiletry and Perfumery Association (CTPA): “Ci sono ancora ingredienti nella maggior parte dei cosmetici leave-on che potrebbero essere definiti come plastica. In termini di quantità, rappresentano circa il 2% della relativamente piccola quantità delle sfere di plastica reale (real plastic) nei prodotti da risciacquo”. 

IMG_6173

Va detto, dunque, che, anche nel caso del polietilene, stiamo parlando di una plastica che è ancora legale impiegare in parte della filiera dell’industria cosmetica. E tuttavia, il fatto che sia legale non significa che non sia plastica, e neppure che non esistano evidenze scientifiche del danno ambientale che può provocare. Nel caso delle creme con questo ingrediente, che cosa succede al polietilene quando mi lavo la faccia? Perché due vie sono possibili: o la pelle lo assorbe, insieme ad altri principi attivi, e quindi mi ritrovo la plastica nell’organismo, oppure la pelle non lo può assorbire e quando mi lavo la faccia il polietilene finisce giù nel lavandino, e poi nel mare e poi nell’oceano. 

Plastic in Cosmetics – Are we polluting the environment through our personal care?” é un report pubblico dell’UNEP, l’agenzia delle Nazioni Uniti per la Protezione dell’Ambiente, commissionato dal Global Programme of Action for the Protection of the Marine Environment from Land-based Activities (GPA) nel 2015. In questo documento si legge: “Un totale di 4360 tonnellate di sfere di microplastica sono state utilizzate in Europa nel 2012, nei Paesi membri più la Norvegia e la Svizzera, stando a Comestics Europe, che si è focalizzata sull’uso delle sfere di microplastica, con le sfere di polietilene che rappresentano il 93% del totale”. Il polietilene ha una consistenza cerosa: “le cere di polietilene non sono solubili in acqua, sono materiali solidi con punti di fusione al calore ben al di sotto del massimo termico delle acque marine e perciò rientrano nella definizione di rifiuto in microplastica”. 

IMG_6154

Il polietilene ha diverse proprietà, ed è per questo che non viene utilizzato solo nei detergenti, ma anche nei cosmetici e nella dermocosmesi: è abrasivo, può formare un “film” sulla pelle, controllare la viscosità di una formula, e agire come “legante” di polveri, come nelle ciprie. In questo documento l’UNEP definisce gli ingredienti plastici “potenziali inquinanti ambientali”, facendo riferimento a letteratura scientifica approvata in peer review: “attraverso il risciacquo e l’immissione nelle acque correnti le microplastiche da PCCPs – personal care and cosmetici products – possono raggiungere gli ambienti marini, viaggiare liberamente, galleggiare o rimanere sospesi nella colonna d’acqua. Una volta là, si mixano con microplastiche ‘secondarie’, che provengono dalla rottura di plastiche di dimensioni maggiori, proprio come fanno le microplastiche ‘primarie’, che non sono frammenti ma prodotti di manifattura, come i particolati a pellet e materiali industriali, emesse da altre fonti”. Il dubbio che i particolati di plastica entrino, a questo punto, in catena alimentare cominciano ad esserci dal 2013. 

È stato dimostrato, riporta l’UNEP, che gli invertebrati marini  e i vertebrati terresti assorbono microplastica: la microplastica è stata trovata nelle procellarie, nelle aragoste, nei mitili, e nei sedimenti marini del Pianeta. Benché la nanotoxicologia su queste sostanze sia ancora agli inizi, ciò che sappiamo comprende indizi sulla possibilità che la microplastica superi la barriera placentare nei mammiferi, induca la risposta infiammatoria dei tessuti, alteri il metabolismo. Lo scorso gennaio la tossicologa Rosemary Waring ha rilasciato una intervista alla SPIEGEL in cui, tra molte cose preoccupanti, dice, a proposito della destinazione ultima della microplastica: “Non sappiamo veramente dove finisca, ma in alcuni animali marini queste particelle è stato visto si accumulano nel cervello, nel fegato e in altri tessuti”. E da dove viene questa microplastica? Ecco cosa risponde la Waring: “Da molte fonti, ad esempio dalla rottura di pezzi più grossi, dall’abrasione dei pneumatici, dalle microsfere dei cosmetici e dai vestiti in fibre sintetiche”. Si stima che entro il 2025 ci saranno negli oceani  250 milioni di tonnellate di plastica. Questo vuol dire tutta la plastica, compreso ogni singolo millimetro di polietilene. Secondo la Waring, considerato che moltissima ricerca deve ancora essere fatta per capire cosa succederà ai nostri organismi che vanno riempiendosi di plastica, dovrebbe valere un saggio principio di precauzione. E cioè chiudere la produzione, in toto. 

IMG_6172

Sulla questione del polietilene nelle creme La Roche-Posay questo è la posizione di L’Oreal Italia, attraverso il responsabile stampa Filippo De Caterina: “

“Sulle microplastiche siamo perfettamente in linea, anzi siamo stati addirittura in anticipo, rispetto alla posizione presa dal Legislatore, che ne impedisce l’utilizzo come ingredienti di cosmetici da risciacquo e scrub.  In entrambe le tipologie di prodotto secondo la norma italiana del 2017 le microplastiche verranno bandite a partire dal 2020, ma noi abbiamo già da alcuni anni provveduto alla loro sostituzione con ingredienti ecocompatibili. Vorrei segnalare che la cosmetica è uno dei pochi settori che abbia una regolazione in questo campo e ne siamo felici. Le microplastiche contenute nei prodotti da risciacquo e scrub secondo gli esperti possono entrare nel ciclo delle acque, come confermato anche dalla Ocean Conference delle Nazioni Unite nel 2017. Secondo gli stessi esperti  le microplastiche contenute in prodotti non da risciacquo non rientrano nel ciclo delle acque. il polietilene è una microplastica ma nelle creme che non si risciacquano alla luce delle attuali conoscenze di esperti e legislazione, non è causa di problemi di carattere ambientale. Quanto alla sicurezza dei consumatori, tutti i nostri prodotti sono sottoposti a centinaia di test per garantirne l’innocuità per la salute e l’efficacia. Se possibile  sui prodotti venduti in farmacia siamo ancora più attenti perchè si rivolgono a persone con la pelle sensibile. I nostri prodotti sono sicuri, perché testati e perché corrispondono a tutte le normative vigenti, che noi rispettiamo totalmente. E continueremo a rispettare in ogni caso. Se un domani il Legislatore dovesse porre ulteriori limiti nell’utilizzo delle microplastiche ci adegueremo prontamente, rispettosi come sempre delle indicazioni normative.”

Per quanto riguarda la Ocean Conference delle Nazioni Unite (oceanconference.un.org) del 2017, le cose non stanno esattamente così. Nel documento Concept Paper, partnership dialogue 1 – Adressing Marine Pollution, si legge, a pagina 3: “Per quanto riguarda la salute umana, uno Studio dell’UNEP sta stabilito che le microplastiche nel cibo di orine marina attualmente non rappresenta un rischio per la salute umana, benché molte incertezze persistano. E tuttavia, lo stesso studio aggiunge che rimane molta incertezza circa i possibili effetti delle particelle di nano-plastica, che sono capaci di attraversare la barriera cellulare”. 

IMG_6161

Il SOCIAL CAMPER porta però anche il nome del Comune di Milano, e in particolar modo di un Assessorato che dovrebbe occuparsi del bene collettivo. Ebbene, l’Assessorato ignorava il problema delle microplastiche connesso allo sponsor La Roche-Posay: “Innanzitutto ti ringraziamo per la segnalazione, che prenderemo in seria considerazione nel valutare la situazione. Ti faccio presente, però, che il Comune non è l’organizzatore dell’iniziativa del social camper. La collaborazione è basata su una proposta che il Comune ha ricevuto da Energie sociali Jesurum Lab tramite lo strumento del bando welfare e che ha giudicato condivisibile nelle finalità. Tuttavia, lo sviluppo del progetto e il rapporto con gli sponsor non vengono curati dal Comune che rimane impegnato con diverse iniziative nel combattere l’emergenza climatica”, mi scrive via mail in una nota ufficiale l’ufficio stampa interno all’Assessorato. 

Più articolata, invece, la posizione di Michela Jesurum di Energie Sociali Jesurum, che ha fatto da tramite tra Lloyds Farmacia e il Comune di Milano: “Abbiamo realizzato il CAMPER attraverso il ‘bando del welfare’ dell’Assessorato alle politiche sociali, attraverso il quale chiunque può presentare un progetto che poi viene valutato da una Commissione, a costo zero per il Comune. Io mi occupo di quello, di progetti pubblico-privato, che rispondono agli obiettivi del pubblico, quindi delle Giunte, o di qualsiasi soggetto interessato a divulgare un concetto. Il mio compito è coinvolgere delle aziende che possono metterlo a terra. L’obiettivo in questo caso è evidente, è quello di divulgare la prevenzione in diversi ambiti. Quello che noi facciamo in genere, al di là di questa iniziativa, è di cercare di portare le iniziative sia nel centro delle città sia nelle periferie, che di solito sono meno toccate da queste iniziative private. Il primo passo è cercare che le aziende coinvolte operino sia nel centro delle città che nelle periferie. Dopo di che, in questo caso lo abbiamo fatto con Lloyds Farmacia, che è un mio cliente. 

Loro facevano già un camper, hanno un camper: uno dei macro-obiettivi dell’Assessorato alla salute è di divulgare la prevenzione in diversi ambiti, con diversi target. Ne no parlato con Lloyds, lo abbiamo presentato ed è passato. Evidentemente, per mettere il progetto a terra, ci sono delle aziende private che sostengono i costi dei giri, dell’allestimento, del personale. In questo caso, La Roche-Posay Italia, Nestlè Skin Health con Cetaphil e Sandoz. Le dico la verità, lo ignoravamo, però le dico anche una cosa per oggettiva trasparenza – come dire, lavoro con aziende che in termini di corporate siano aziende con degli obiettivi, con dei prodotti, per me condivisibili, non lavorerei per le armi, per il fumo – per me è assolutamente impossibile conoscere tutti i componenti dei prodotti delle aziende che coinvolgo in progetti di pubblico privato, è una cosa che non è nelle mie capacità, diciamo. Peraltro i componenti di tutti i prodotti naturalmente rispondono alle normative italiane ed europee. Un controllo sull’azienda lo faccio; per quanto mi riguarda il Gruppo L’Oréal mi sembra un gruppo che in termini di gestione dell’azienda, di approccio al mercato e di comportamento con i dipendenti, si comporta in maniera etica. 

Il tema ambientale è chiaramente da tutti noi condiviso ma ogni volta che si implementa un progetto e si coinvolgono delle aziende a mio parere la selezione deve rispondere a dei canoni etici che non possono essere riconducibili ai singoli componenti di tutti i prodotti. Non è una giustificazione, ma una spiegazione. L’Oréal collabora con tutte le istituzioni del mondo. L’obiettivo era portare avanti dei concetti di prevenzione e questo è stato fatto. L’obiettivo del SOCIAL CAMPER non è parlare di prodotti: il tema che viene portato avanti dal camper in questo caso è un tema legato alla salute della pelle, all’idratazione e alla protezione solare. Credo che la verità stia nel mezzo, perché qui c’è un grande tema, il tema del pubblico – privato, il tema di riuscire a portare a tutta la città alcune iniziative, in tutte le città, andare in zone dove di solito le aziende non vanno, e se non ci fosse il privato non sarebbe sempre possibile”.

Ci sono invece delle domande a cui un sano dibattito ambientale, politico e civile dovrebbe provare a dare una risposta: mangeremmo una insalata di plastica verde, se la vedessimo a occhio nudo? Spalmeremmo la pelle di nostro figlio con una crema gel di plastica turchese o rosa o arancione, se vedessimo a occhio nudo le molecole di plastica? 

Può una istituzione pubblica non verificare con attenzione gli sponsor coinvolti in un progetto che parla, appunto, di salute? Il principio di precauzione non dovrebbe essere uno strumento di governo della cosa pubblica e del nostro modo di fare impresa? È giusto accettare i soldi privati di enormi gruppi industriali per costruire progetti magari socialmente meritevoli, nel campo dell’arte ad esempio – la BP in Inghilterra – o addirittura della salute pubblica? L’integrità fisica e psichica delle persone, il diritto alla salute, non dovrebbe essere protetto in modo coerente, anche con rigida coerenza se necessario? Come si fa a parlare di prevenzione quando si offre allo sguardo curioso del cittadino, e alla sua legittima fiducia nelle istituzioni pubbliche, creme con dentro la plastica? Possiamo davvero ignorare un ingrediente su tutti gli altri, un aspetto della realtà su tutti gli altri, solo perché non si vede a occhio nudo? Possiamo insomma continuare a fare ciò che abbiamo fatto per decenni, scegliere il business purché sia? E infine, quale è la coerenza ecologica di questa amministrazione comunale, al di là della propaganda del 15 marzo e della stretta di mano con Fridays for Future?

Dal 5 giugno su Telegram un nuovo Canale dedicato all’estinzione

 

IMG_6200

Dal 5 giugno scorso Tracking Extinction – il tema conduttore di questo blog – è anche su Telegram: ogni giorno pubblico una breve nota audio di commento, riflessione o informazione sulla crisi ecologica. Il nuovo canale sarà soprattutto uno spazio di commento e di analisi della condizione antropologica in cui ci troviamo, perché la nostra è una epoca di estinzione: che cosa significa essere testimoni della Sesta Estinzione? Per quale motivo, oggi, è così essenziale comprendere la portata del passaggio storico che stiamo vivendo? In che modo l’estinzione affligge la nostra vita quotidiana?

Perché l’estinzione è ormai fatto politico, sociale, culturale. Alla Triennale di Milano è in corso, fino al 1 settembre, la mostra Broken Nature. Nonostante i presupposti dell’allestimento tendino a privilegiare il punto di osservazione del design sullo stato del Pianeta ( e quindi la capacità della creatività umana di elaborare nuove strategie di uso delle risorse naturali), la vocazione intima della esposizione è paleontologica. L’estinzione è infatti, ormai, un tratto sostanziale della civiltà che Homo sapiens ha imposto al Pianeta. Perciò, ogni alterazione, ogni intervento artificiale ad alto impatto, come ad esempio la proliferazione delle plastiche e delle microplastiche, finisce con il diventare una caratteristica ereditaria della Terra stessa. In altre parole, il nostro Pianeta eredita anche i nostri errori, le nostre meravigliose invenzioni, le nostre approssimazioni spericolate. Non sappiamo dove questa linea di discendenza ci condurrà. Eppure, il sentimento di sconforto, perdita e abbandono che pervade questa mostra è il “colore” stesso dell’estinzione, una condizione originale dell’Antropocene. Ogni giorno, su Telegram, darò spazio a questo backstage della crisi ecologica. 

Tyrrhenian Sea Plastic Tour - Capraia Island, Corsica Mayday Tour Plastica - Isola di Capraia e Corsica
(Photo Credits: Greenpeace, Tour MayDaySOSPlastica)

Nonostante tutto questo, nel nostro Paese ancora si stenta a riconoscere il collasso della biosfera, che è ben lungi dall’essere un problema percepito come urgente. Repubblica ha appena celebrato a Bologna il rito della RepIdee, una sfilata di nomi notissimi del cosiddetto e presunto establishment di intellettuali impegnati sul fronte dei diritti civili. Nessuno di loro ha però sentito il bisogno, in questi ultimi mesi, dopo i rapporti IPCC e IPBES, di prendere una posizione sull’estinzione e sui cambiamenti climatici. Manca in sostanza una riflessione corale, pubblica, costante sulla verità, che, anch’essa, pertiene al diritto dei cittadini di sapere cosa sta accadendo al contesto vitale da cui traiamo cibo, aria, acqua. Mentre abbonda l’ipocrisia moralistica, del voler parlare della tragedia delle genti africane in fuga dalla carestia escludendo però valutazioni sulla questione ambientale, come ha giustamente scritto in più occasioni Fabio Balocco. Tracking Extinction su Telegram ( è con questo nome che lo trovate nella stringa di ricerca) è una alternativa alla retorica della cronaca inchiodata al presente e si rivolge quindi a tutti coloro che vogliono fare qualcosa della loro sanissima preoccupazione per il collasso della biosfera. 

Riapre la Fossil Hall dello Smithsonian di Washington, gigantesca riflessione sul tempo profondo

ld1Juh8U

Riapre domani, 8 giugno, dopo un vasto lavoro di riallestimento, durato 4 anni, che ha sostanzialmente rivisto il percorso narrativo della esposizione, il grande salone dei fossili dello Smithsonian di Washington, uno dei musei di storia naturale più importanti del mondo. La nuova “Fossil hall” ospita ora 700 reperti fossili: dinosauri, mammiferi, rettili e insetti, ossia 3.7 milioni di anni di storia del Pianeta. Lo Smithsonian ha infatti deciso, stavolta, di dare una impronta contemporanea alla Fossil Hall, scegliendo come filo conduttore del racconto paleontologico “le connessioni tra ecosistemi, clima, forze geologiche ed evoluzione, per incoraggiare i visitatori a comprendere che le scelte che compiamo oggi avranno un impatto sul futuro”.  Deep time, tempo profondo, è infatti il titolo della mostra: “il passato della Terra ha dato forma al presente e plasmerà il futuro”. 

Il tempo profondo, in paleontologia, è la enormità del tempo che ci siamo lasciati alle spalle: i 4 miliardi di anni di vita del Pianeta, lungo i quali l’evoluzione ha dato origine al susseguirsi delle specie animali e vegetali. Il tempo profondo è quindi il passato che ognuno di noi ha in comune, come eredità culturale e biologica, con il Pianeta, le sue faune e i suoi ecosistemi. Nel pieno della crisi di estinzione, un ragionamento di questo tipo, tradotto nel linguaggio espositivo museale, è a tutti gli effetti anche una scelta politica. La scelta cioè di parlar chiaro al pubblico, proponendo una visione scientifica rigorosa del paleo-passato, non hollywoodiana, e ben ancorata al nostro presente in Antropocene. Dinosauri ed esseri umani si incontrano in una visione complessiva dell’evento biologico, laica e però filosofica, che per troppo tempo è mancata al discorso ambientale contemporaneo. 

6xk9a7vZ

“La fossil hall è una cronaca circolare dell’intera storia della vita sulla Terra e mostra le origini e l’evoluzione delle piante e degli animali, ricrea mondi antichi e getta luce su esempi passati di cambiamenti climatici ed estinzioni. Nella Warner Age of Humans Gallery i visitatori possono apprendere le migliaia di modi in cui gli esseri umani stanno causando cambiamenti rapidi, e senza precedenti, al Pianeta”.

Deep Time conduce al cuore stesso del collasso del Pianeta, nella cronaca quotidiana dei cambiamenti climatici e della sesta estinzione: “La prospettiva temporale fornisce un contesto al mondo odierno e aiuta a costruire previsioni sul corso che la specie umana e la vita nel suo complesso prenderanno in futuro”.

dwYOGOAQ

La riflessione sul tempo non è cioè pura speculazione scientifica, rappresenta invece un atteggiamento maturo, e responsabile, sul significato della comparsa della nostra specie circa 100mila anni fa: “La vita nella sua interezza è fatta di connessioni: il passato, il presente e il futuro e la Terra stessa. L’evoluzione modifica continuamente la vita attraverso lo scorrere del tempo, e gli ecosistemi si trasformano nel tempo, e continueranno a farlo”. Questo significa che, attraverso gli scheletri dei grandi dinosauri, è possibile vedere, come in controluce, che nulla è dato per sempre e che la condizione attuale dell’umanità possiede una intrinseca ragione evolutiva, ecologica e geologica.

oTz0KXIY

La questione climatica è uno degli assist di Deep Time: “I visitatori esploreranno le prove fossili di come era il clima in epoche antiche e di come cambiò, incluso un evento di rapidissimo surriscaldamento che si verificò 56 milioni di anni fa, conosciuto come Massimo Termico del Paleocene-Eocene ( il PETM). La mostra mette l’accento sul fatto che l’attuale cambiamento climatico è diverso dal PETM e da altri eventi analoghi del passato, perché oggi il clima cambia a causa delle attività umane, e ad una velocità allarmante, molto più rapida del PETM. I visitatori potranno quindi passare attraverso la storia climatica più remota della Terra, e seguire due ipotesi sul nostro futuro climatico: ciò che accadrà a livello globale sarà determinato dalle scelte delle persone, come individui singoli, e come collettività”. 

etS-WdJH

Con Deep Time lo Smithsonian passa un messaggio direi radicale sul perché andare in un museo di storia naturale sia indispensabile nell’Era dell’Estinzione: non solo un museo di storia naturale smonta il pregiudizio che Homo sapiens sia completamente autonomo nelle sue imprese, visto che le forze geologiche che hanno modificato il Pianeta hanno sbozzato anche il suo stesso destino; in un museo di storia naturale siamo messi faccia a faccia con il problema, rimosso nelle società opulente, della vita e della morte, del sentimento di onnipotenza e di autarchia culturale che sembra aver preso il sopravvento nella concezione umana delle cose e degli enti. Ebbene sì: riflettere sul tempo, quanto ne abbiamo dietro di noi, e quanto ce ne resta davanti, è un atto politico su cui paleontologia e filosofia trovano un incredibile punto di conversazione. 

isLXKQ7D