Le microplastiche di La Roche-Posay sul SOCIAL CAMPER con il nome del Comune di Milano

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Il 4 giugno scorso, alle ore 10.25 circa del mattino, faceva tappa in Piazza Gramsci, a Milano, il SOCIAL CAMPER, una iniziativa itinerante di informazione sulla salute, e sull’importanza della prevenzione, di Lloyds Farmacia. Il camper – che è in tour su Milano dal 17 aprile e che proseguirà poi a Prato e Bologna – consiste di uno stand aperto al pubblico, con uno spazio espositivo per volantini informativi, e una vetrina di prodotti, formulazioni cosmetiche e farmaci, proprio come sul banco di una farmacia tradizionale. I temi conduttori di quest’anno sono la pelle sensibile e la protezione dal sole per prevenire il melanoma. Il Comune di Milano si è offerto di collaborare con il Social Camper, come appare chiaramente scritto sul “colofon” del progetto, dove stanno anche i nomi dei tre sponsor: Sandoz, Nestlé e La Roche-Posay, marchio del Gruppo L’Oréal che utilizza microplastiche, e in particolare il polietilene. 

Il Social Camper è un progetto voluto da Lloyds Farmacia del Gruppo Admenta e proposto dall’agenzia di comunicazione Energie Sociali Jesurum all’Assessorato Politiche Sociali, Salute e Diritti del Comune di Milano, attraverso il Bando del Welfare, aperto a chiunque voglia sottoporre alla valutazione dell’Assessorato iniziative in linea con gli obiettivi di salvaguardia e valorizzazione della salute pubblica della città. Energie Sociali Jerusum si è data il compito di trovare un pool di sponsor che rendessero il progetto economicamente fattibile trovando così in La Roche-Posay uno dei tre soggetti finanziatori. 

Il polietilene è una sostanza polimerica sintetica, non organica, e non biodegradabile, sotto forma di particelle insolubili in acqua del diametro pari o inferiore a 5 millimetri. Appartiene dunque alla categoria chimica delle microplastiche. 

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Il polieteliene, presente in almeno due formulazioni La Roche-Posay – Hydraphase Intense Legere (Trattamento Reidratante 24 h Riempitivo) e Idraphase Intense Roche (Trattamento Reidratante 24 h Riempitivo) – è una microplastica, che però in Italia può ancora essere utilizzata in cosmetica perché non rientra nelle due categorie di “sfere” che saranno messe al bando nel nostro Paese a partire dal 2020, e già fuori legge in Inghilterra dal gennaio 2019: i detergenti, i gel lavanti, i dentifrici, shampoo e qualunque formulazione implichi il risciacquo in acqua e naturalmente gli esfolianti. In Inghilterra, Greenpeace UK aveva denunciato, nelle fasi preparatorie della Legge per il divieto sulle microplastiche, esattamente questo rischio, il fatto cioè che il bando non doveva coinvolgere solo i prodotti da risciacquo diretto, escludendo quindi le creme, i solari, e i cosmetici (make-up): “I sondaggi del Governo sul comparto delle microsfere (ndr, di plastica) ha mostrato che una larga parte della popolazione lava via il make-up e i prodotti di skincare, giù nel flusso di acqua corrente. Eppure, mentre alcuni di questi tipi di prodotti è stato dimostrato contengono come ingrediente microplastiche, potrebbero essere esclusi e finire fuori dal bando sulle microsfere proposto dal Governo”. La legge passata in Inghilterra, benché ampia, non copre ancora l’intera gamma di prodotti cosmetici con microplastiche, come ha ammesso con la BBC il 9 gennaio 2018 Chris Flower della Cosmetic, Toiletry and Perfumery Association (CTPA): “Ci sono ancora ingredienti nella maggior parte dei cosmetici leave-on che potrebbero essere definiti come plastica. In termini di quantità, rappresentano circa il 2% della relativamente piccola quantità delle sfere di plastica reale (real plastic) nei prodotti da risciacquo”. 

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Va detto, dunque, che, anche nel caso del polietilene, stiamo parlando di una plastica che è ancora legale impiegare in parte della filiera dell’industria cosmetica. E tuttavia, il fatto che sia legale non significa che non sia plastica, e neppure che non esistano evidenze scientifiche del danno ambientale che può provocare. Nel caso delle creme con questo ingrediente, che cosa succede al polietilene quando mi lavo la faccia? Perché due vie sono possibili: o la pelle lo assorbe, insieme ad altri principi attivi, e quindi mi ritrovo la plastica nell’organismo, oppure la pelle non lo può assorbire e quando mi lavo la faccia il polietilene finisce giù nel lavandino, e poi nel mare e poi nell’oceano. 

Plastic in Cosmetics – Are we polluting the environment through our personal care?” é un report pubblico dell’UNEP, l’agenzia delle Nazioni Uniti per la Protezione dell’Ambiente, commissionato dal Global Programme of Action for the Protection of the Marine Environment from Land-based Activities (GPA) nel 2015. In questo documento si legge: “Un totale di 4360 tonnellate di sfere di microplastica sono state utilizzate in Europa nel 2012, nei Paesi membri più la Norvegia e la Svizzera, stando a Comestics Europe, che si è focalizzata sull’uso delle sfere di microplastica, con le sfere di polietilene che rappresentano il 93% del totale”. Il polietilene ha una consistenza cerosa: “le cere di polietilene non sono solubili in acqua, sono materiali solidi con punti di fusione al calore ben al di sotto del massimo termico delle acque marine e perciò rientrano nella definizione di rifiuto in microplastica”. 

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Il polietilene ha diverse proprietà, ed è per questo che non viene utilizzato solo nei detergenti, ma anche nei cosmetici e nella dermocosmesi: è abrasivo, può formare un “film” sulla pelle, controllare la viscosità di una formula, e agire come “legante” di polveri, come nelle ciprie. In questo documento l’UNEP definisce gli ingredienti plastici “potenziali inquinanti ambientali”, facendo riferimento a letteratura scientifica approvata in peer review: “attraverso il risciacquo e l’immissione nelle acque correnti le microplastiche da PCCPs – personal care and cosmetici products – possono raggiungere gli ambienti marini, viaggiare liberamente, galleggiare o rimanere sospesi nella colonna d’acqua. Una volta là, si mixano con microplastiche ‘secondarie’, che provengono dalla rottura di plastiche di dimensioni maggiori, proprio come fanno le microplastiche ‘primarie’, che non sono frammenti ma prodotti di manifattura, come i particolati a pellet e materiali industriali, emesse da altre fonti”. Il dubbio che i particolati di plastica entrino, a questo punto, in catena alimentare cominciano ad esserci dal 2013. 

È stato dimostrato, riporta l’UNEP, che gli invertebrati marini  e i vertebrati terresti assorbono microplastica: la microplastica è stata trovata nelle procellarie, nelle aragoste, nei mitili, e nei sedimenti marini del Pianeta. Benché la nanotoxicologia su queste sostanze sia ancora agli inizi, ciò che sappiamo comprende indizi sulla possibilità che la microplastica superi la barriera placentare nei mammiferi, induca la risposta infiammatoria dei tessuti, alteri il metabolismo. Lo scorso gennaio la tossicologa Rosemary Waring ha rilasciato una intervista alla SPIEGEL in cui, tra molte cose preoccupanti, dice, a proposito della destinazione ultima della microplastica: “Non sappiamo veramente dove finisca, ma in alcuni animali marini queste particelle è stato visto si accumulano nel cervello, nel fegato e in altri tessuti”. E da dove viene questa microplastica? Ecco cosa risponde la Waring: “Da molte fonti, ad esempio dalla rottura di pezzi più grossi, dall’abrasione dei pneumatici, dalle microsfere dei cosmetici e dai vestiti in fibre sintetiche”. Si stima che entro il 2025 ci saranno negli oceani  250 milioni di tonnellate di plastica. Questo vuol dire tutta la plastica, compreso ogni singolo millimetro di polietilene. Secondo la Waring, considerato che moltissima ricerca deve ancora essere fatta per capire cosa succederà ai nostri organismi che vanno riempiendosi di plastica, dovrebbe valere un saggio principio di precauzione. E cioè chiudere la produzione, in toto. 

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Sulla questione del polietilene nelle creme La Roche-Posay questo è la posizione di L’Oreal Italia, attraverso il responsabile stampa Filippo De Caterina: “

“Sulle microplastiche siamo perfettamente in linea, anzi siamo stati addirittura in anticipo, rispetto alla posizione presa dal Legislatore, che ne impedisce l’utilizzo come ingredienti di cosmetici da risciacquo e scrub.  In entrambe le tipologie di prodotto secondo la norma italiana del 2017 le microplastiche verranno bandite a partire dal 2020, ma noi abbiamo già da alcuni anni provveduto alla loro sostituzione con ingredienti ecocompatibili. Vorrei segnalare che la cosmetica è uno dei pochi settori che abbia una regolazione in questo campo e ne siamo felici. Le microplastiche contenute nei prodotti da risciacquo e scrub secondo gli esperti possono entrare nel ciclo delle acque, come confermato anche dalla Ocean Conference delle Nazioni Unite nel 2017. Secondo gli stessi esperti  le microplastiche contenute in prodotti non da risciacquo non rientrano nel ciclo delle acque. il polietilene è una microplastica ma nelle creme che non si risciacquano alla luce delle attuali conoscenze di esperti e legislazione, non è causa di problemi di carattere ambientale. Quanto alla sicurezza dei consumatori, tutti i nostri prodotti sono sottoposti a centinaia di test per garantirne l’innocuità per la salute e l’efficacia. Se possibile  sui prodotti venduti in farmacia siamo ancora più attenti perchè si rivolgono a persone con la pelle sensibile. I nostri prodotti sono sicuri, perché testati e perché corrispondono a tutte le normative vigenti, che noi rispettiamo totalmente. E continueremo a rispettare in ogni caso. Se un domani il Legislatore dovesse porre ulteriori limiti nell’utilizzo delle microplastiche ci adegueremo prontamente, rispettosi come sempre delle indicazioni normative.”

Per quanto riguarda la Ocean Conference delle Nazioni Unite (oceanconference.un.org) del 2017, le cose non stanno esattamente così. Nel documento Concept Paper, partnership dialogue 1 – Adressing Marine Pollution, si legge, a pagina 3: “Per quanto riguarda la salute umana, uno Studio dell’UNEP sta stabilito che le microplastiche nel cibo di orine marina attualmente non rappresenta un rischio per la salute umana, benché molte incertezze persistano. E tuttavia, lo stesso studio aggiunge che rimane molta incertezza circa i possibili effetti delle particelle di nano-plastica, che sono capaci di attraversare la barriera cellulare”. 

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Il SOCIAL CAMPER porta però anche il nome del Comune di Milano, e in particolar modo di un Assessorato che dovrebbe occuparsi del bene collettivo. Ebbene, l’Assessorato ignorava il problema delle microplastiche connesso allo sponsor La Roche-Posay: “Innanzitutto ti ringraziamo per la segnalazione, che prenderemo in seria considerazione nel valutare la situazione. Ti faccio presente, però, che il Comune non è l’organizzatore dell’iniziativa del social camper. La collaborazione è basata su una proposta che il Comune ha ricevuto da Energie sociali Jesurum Lab tramite lo strumento del bando welfare e che ha giudicato condivisibile nelle finalità. Tuttavia, lo sviluppo del progetto e il rapporto con gli sponsor non vengono curati dal Comune che rimane impegnato con diverse iniziative nel combattere l’emergenza climatica”, mi scrive via mail in una nota ufficiale l’ufficio stampa interno all’Assessorato. 

Più articolata, invece, la posizione di Michela Jesurum di Energie Sociali Jesurum, che ha fatto da tramite tra Lloyds Farmacia e il Comune di Milano: “Abbiamo realizzato il CAMPER attraverso il ‘bando del welfare’ dell’Assessorato alle politiche sociali, attraverso il quale chiunque può presentare un progetto che poi viene valutato da una Commissione, a costo zero per il Comune. Io mi occupo di quello, di progetti pubblico-privato, che rispondono agli obiettivi del pubblico, quindi delle Giunte, o di qualsiasi soggetto interessato a divulgare un concetto. Il mio compito è coinvolgere delle aziende che possono metterlo a terra. L’obiettivo in questo caso è evidente, è quello di divulgare la prevenzione in diversi ambiti. Quello che noi facciamo in genere, al di là di questa iniziativa, è di cercare di portare le iniziative sia nel centro delle città sia nelle periferie, che di solito sono meno toccate da queste iniziative private. Il primo passo è cercare che le aziende coinvolte operino sia nel centro delle città che nelle periferie. Dopo di che, in questo caso lo abbiamo fatto con Lloyds Farmacia, che è un mio cliente. 

Loro facevano già un camper, hanno un camper: uno dei macro-obiettivi dell’Assessorato alla salute è di divulgare la prevenzione in diversi ambiti, con diversi target. Ne no parlato con Lloyds, lo abbiamo presentato ed è passato. Evidentemente, per mettere il progetto a terra, ci sono delle aziende private che sostengono i costi dei giri, dell’allestimento, del personale. In questo caso, La Roche-Posay Italia, Nestlè Skin Health con Cetaphil e Sandoz. Le dico la verità, lo ignoravamo, però le dico anche una cosa per oggettiva trasparenza – come dire, lavoro con aziende che in termini di corporate siano aziende con degli obiettivi, con dei prodotti, per me condivisibili, non lavorerei per le armi, per il fumo – per me è assolutamente impossibile conoscere tutti i componenti dei prodotti delle aziende che coinvolgo in progetti di pubblico privato, è una cosa che non è nelle mie capacità, diciamo. Peraltro i componenti di tutti i prodotti naturalmente rispondono alle normative italiane ed europee. Un controllo sull’azienda lo faccio; per quanto mi riguarda il Gruppo L’Oréal mi sembra un gruppo che in termini di gestione dell’azienda, di approccio al mercato e di comportamento con i dipendenti, si comporta in maniera etica. 

Il tema ambientale è chiaramente da tutti noi condiviso ma ogni volta che si implementa un progetto e si coinvolgono delle aziende a mio parere la selezione deve rispondere a dei canoni etici che non possono essere riconducibili ai singoli componenti di tutti i prodotti. Non è una giustificazione, ma una spiegazione. L’Oréal collabora con tutte le istituzioni del mondo. L’obiettivo era portare avanti dei concetti di prevenzione e questo è stato fatto. L’obiettivo del SOCIAL CAMPER non è parlare di prodotti: il tema che viene portato avanti dal camper in questo caso è un tema legato alla salute della pelle, all’idratazione e alla protezione solare. Credo che la verità stia nel mezzo, perché qui c’è un grande tema, il tema del pubblico – privato, il tema di riuscire a portare a tutta la città alcune iniziative, in tutte le città, andare in zone dove di solito le aziende non vanno, e se non ci fosse il privato non sarebbe sempre possibile”.

Ci sono invece delle domande a cui un sano dibattito ambientale, politico e civile dovrebbe provare a dare una risposta: mangeremmo una insalata di plastica verde, se la vedessimo a occhio nudo? Spalmeremmo la pelle di nostro figlio con una crema gel di plastica turchese o rosa o arancione, se vedessimo a occhio nudo le molecole di plastica? 

Può una istituzione pubblica non verificare con attenzione gli sponsor coinvolti in un progetto che parla, appunto, di salute? Il principio di precauzione non dovrebbe essere uno strumento di governo della cosa pubblica e del nostro modo di fare impresa? È giusto accettare i soldi privati di enormi gruppi industriali per costruire progetti magari socialmente meritevoli, nel campo dell’arte ad esempio – la BP in Inghilterra – o addirittura della salute pubblica? L’integrità fisica e psichica delle persone, il diritto alla salute, non dovrebbe essere protetto in modo coerente, anche con rigida coerenza se necessario? Come si fa a parlare di prevenzione quando si offre allo sguardo curioso del cittadino, e alla sua legittima fiducia nelle istituzioni pubbliche, creme con dentro la plastica? Possiamo davvero ignorare un ingrediente su tutti gli altri, un aspetto della realtà su tutti gli altri, solo perché non si vede a occhio nudo? Possiamo insomma continuare a fare ciò che abbiamo fatto per decenni, scegliere il business purché sia? E infine, quale è la coerenza ecologica di questa amministrazione comunale, al di là della propaganda del 15 marzo e della stretta di mano con Fridays for Future?

Una risposta a "Le microplastiche di La Roche-Posay sul SOCIAL CAMPER con il nome del Comune di Milano"

  1. A proposito delle giustificazioni di Michela Jesurum, ecco cosa dice George Monbiot su un caso del tutto analogo:
    “Last week, the actor Mark Rylance brilliantly articulated his reasons for resigning from the Royal Shakespeare Company over its sponsorship by BP. The oil company had been subsidising cheap tickets for young people. It might be trashing the world these young people will inherit, but they can watch some great shows. This is bread and circuses – without the bread”

    https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/jun/26/shell-not-green-saviour-death-machine-greenwash-oil-gas

    "Mi piace"

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