L’Antropocene ha trasformato il tempo in energia

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(Armin Linke – Carceri di Invenzione)

Mercoledì scorso, grazie al Goethe Institut Mailand, la Triennale ha ospitato una intera giornata di studio e confronto sull’Antropocene. Il 3 luglio era infatti in Triennale il giorno dedicato alla nazione tedesca, nel più ampio contesto della mostra Broken Nature, arricchita dalle installazioni video ( Carceri di Invenzione) del berlinese Armin Linke, impegnato dal 2013, con la Haus der Kulturen der Welt – HKW, ad investigare che cosa sia l’Antropocene, e per quale motivo questa nostra epoca abbia già segnato una frattura irreparabile con quanto fino ad ora siamo stati abituati a considerare “umano” e “biologico”. Era dunque presente in Triennale anche una folta delegazione proprio dalla HKW, direttamente dal Tiergarten della capitale tedesca, con un impressionante know-how filosofico non solo sul concetto di Antropocene, ma sull’intera metafisica della modernità. 

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Sin dal 2012, con l’inaugurazione dello Anthropozaen-Projeckt, la HKW di Berlino si è imposta come il luogo migliore in Europa per elaborare le nuove categorie di realtà, in termini storici ed estetici, adeguate a rappresentare l’Antropocene, nella piena consapevolezza che l’attuale assetto ecologico del Pianeta “sposta l’Antropocene dai confini della geologia entro la sfera propriamente culturale”. Ma il 3 luglio, come fosse un destino, non cadeva a caso per questo seminario, di spessore del tutto inedito, per vastità di punti di analisi, nell’asfittico dibattito milanese sul futuro del Pianeta. Soltanto un giorno prima, il 2 luglio, si insediava a Bruxelles il rinnovato parlamento europeo, che può contare sullo storico 20.5 % di consensi raccolto dai Verdi in Germania alle scorse consultazioni continentali di maggio. La Germania è, in questo passaggio più che mai, la nazione europea che ha più carte in mano nella forse impossibile partita di trasformare il modello europeo fossile, a carbone e petrolio, in un modello adeguato alle caratteristiche emergenziali dell’Antropocene. E questo perché, molto hegelianamente, c’è coscienza collettiva nel Paese sull’urgenza di una svolta antropologica, e non solo energetica. Nel pensare l’Antropocene, il compito che la cultura europea ha davanti coincide dunque con il ripensare l’Europa, e l’Occidente.

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La interdipendenza tra ciò che accade al sistema Pianeta e il funzionamento dei trend economici e sociali, generalmente assente dalle cronache quotidiane sulla crisi migratorie e finanziarie, è invece, lo ha ricordato con estrema chiarezza Bernd Scherer, il direttore della HKW, il punto di innesco dei cambiamenti sempre più rapidi che abbiamo imposto alla Terra a partire dal 1950. Il fattore cruciale di tutto questo è l’energia fossile, che, però, ha spiegato con notevole profondità teoretica Scherer, non ha permesso solo di superare il limite della barriera fotosintetica (immettendo nel sistema terrestre più energia di quanta il sistema stesso, attraverso i processi fotosintetici, ne teneva in circolazione nelle epoche pre-industriali), e quindi di avere a disposizione una quantità abnorme di “calore fossile” per far crescere la popolazione umana e le sue pretese. Ciò che i fossili ( carbone e petrolio) hanno fatto per noi è stato sovvertire la nostra relazione con il tempo. Bruciando i fossili abbiamo consumato il passato del pianeta Terra, consegnando l’eredità geologica e biologica del Pianeta ( il Carbonifero) al presente del capitalismo. Ma il presente del profitto industriale moderno ha il potere, di trasformare il futuro, dal momento che il credito finanziario proietta il guadagno in un domani matematicamente calcolabile. E lo fa pompando CO2 in atmosfera, e quindi consegnando alle generazioni a venire, e tutte le altre specie, gli effetti collaterali della propria espansione, uno scenario assolutamente ultra-marxista.

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(Armin Linke – Carceri di Invenzione)

Nelle parole di Scherer: “Abbiamo letteralmente tradotto il tempo in energia” e di conseguenza “viviamo nel qui ed ora, ma il passato e il futuro sono simultaneamente presenti in ogni singolo momento. Ora, adesso, è un concetto estensivo, che si muove avanti e indietro, in una corsa senza sosta”. Il presente assoluto ha cioè fagocitato l’intero corso del tempo, in termini geologici ed ecologici. Secondo Scherer, questo ci conduce a comprendere che non siamo più nelle condizioni di parlare della storia umana secondo parametri storiografici classici. La storia umana, ormai, non può essere separata dalla storia dei sistemi chimico-fisici che determinano l’assetto del Pianeta. Una simile “rivoluzione copernicana” scompagina anche la consueta separazione consensuale tra discipline, imponendo, come ha detto Anselm Franke, brillante giovane direttore della sezione film e arti visive della HKW, un “cambio di paradigma intellettuale totale”. E questo perché ragionare in termini antropocenici obbliga a riscrivere l’intera identità umana. 

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Facendo riferimento alla special exhibition della HKW The Whole Earth – California and the disappearance of the Outside (2013), Franke ha sottolineato come lo sguardo esterno dell’equipaggio dell’Apollo sul nostro Pianeta, dal suolo lunare, abbia dato inizio ad uno stato d’animo “bipolare” nella coscienza che noi umani abbiamo della Terra. La relazione con la “natura” diventa tecnologica, possibile attraverso la cibernetica e le scienze informatiche, ma è questa stessa alienazione percettiva che genera un sentimento di appartenenza ecologica. Per Franke, questi aspetti esperienziali hanno un impatto estetico di sicura efficacia, perché contribuiscono a costruire “degli schemi narrativi”, e cioè uno storytelling su cosa è il Pianeta Terra. L’esistenza del Pianeta, in Antropocene, non vale cioè di per se stessa, non ha una sua autonomia concettuale, ma scivola sempre di più verso una interpretazione formale mediata dalla cultura umana. Qui si innesta, a mio parere, il dilemma enorme non solo del consenso pubblico ad intraprendere serie misure di protezione ambientale ( come faccio a capire che se prendo l’aereo venti volte l’anno contribuiscono a rendere il Pianeta invivibile ?), ma soprattutto il dilemma della metafisica occidentale: esiste ancora il sentimento di esistenza del Pianeta a prescindere dalle azioni di Homo sapiens? Senza di noi, nella nostra coscienza, esiste l’esistenza del Pianeta? O tutto è ente?

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(Armin Linke – Carceri di Invenzione)

Per tutte queste ragioni, mi pare, John Palmesino, architetto e co-fondatore dell’Anthropocene Observatory, ha potuto affermare che “l’Antropocene è un concetto di confine” e porre quindi l’attenzione sullo schema fondamentale e sostanziale di questa nuova epoca: l’espansione. Là dove Malthus individuava nella demografia umana il tallone di Achille della civiltà, oggi stanno i combustibili fossili: essi sostengono l’espansione dell’economia, ma condizionano anche in modo radicale la politica e riescono a farlo, dentro i Parlamenti, perché plasmano conflitti sulle risorse naturali che hanno implicazioni sociali. Pur nel silenzio generale, tutta la politica odierna è condizionata dall’espansione del capitalismo fossile. Ogni rivoluzione, per Palmesino, segna un punto di non ritorno: fu così per Galileo, ed è così per ogni rivoluzione energetica. La riflessione di Palmesino ha raggiunto un orizzonte sofocleo, perché è riuscita a mostrare quanto la condizione umana attuale sia tragica nel significato greco del termine, e cioè senza di via di uscita, inscritta in un ordine inarrestabile delle cose, nella ragione intrinseca, per quanto distruttiva, della costituzione stessa della realtà: “Siamo scioccati dalla nostra incapacità di fuggire dalla nostra specializzazione, ma proviamo anche un sentimento di rimorso e quindi un desiderio di espiazione per la nostra volontà di esplorare. Un punto di non ritorno è anche il fatto che solo attraverso la tecnologia che ci ha condotti fino a qui possiamo comprendere dove ci troviamo adesso, siamo cioè avviluppati in una mediazione costante con il Pianeta, e possiamo contare solo sulla interazione tra mediazioni complesse”. Mentre i rifiuti della espansione finiscono in atmosfera, la natura “ha smesso da un pezzo di essere selvaggia, ed è diventata invece un portafoglio in mano nostra”. Il cambiamento climatico non è, allora, soltanto una condizione successiva alla Prima Guerra Mondiale, o alla Seconda Guerra Mondiale; è invece una escalation, sostiene Palmesino, che dovrebbe farci dichiarare il caos climatico per arrivare ad una pace vera. Questa pace non è militare, e non è nemmeno un ritorno all’idillio campestre, ma una “pace con noi stessi”. L’ontologia dell’Antropocene impone cioè, come ho scritto più volte qui e su La Stampa, una nuova etica. Ed entrambe presuppongono un ripensamento della nostra identità di specie. 

– fine prima parte

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