È Rosa Luxemburg a capire per prima l’Antropocene

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(Troy Cochrane, a sinistra, ed Etienne Turpin, a destra)

Non di rado gli anticipatori, del pari dei profeti, fanno una brutta fine: la capacità di veder lungo non è quasi mai una buona arma per essere benvoluti dai propri coetanei. E infatti così fu anche per Rosa Luxemburg, la filosofa tedesca che venne ammazzata il 15 gennaio del 1919 dai Freikorps, a Berlino. La Luxembourg era marxista convinta e proprio per questo, probabilmente, spinse il suo sguardo sul nascente Capitalismo nelle terre angoscianti dell’antropologia, e non solo dell’economia. L’intervento più sorprendente del seminario sull’Antropocene voluto dal Goethe Institut e dalla HKW di Berlino in Triennale lo scorso 3 luglio lo ha tenuto il filosofo Etienne Turpin, designer, pensatore e co-fondatore dello User Group GmbH. Turpin ha vasti interessi e si è occupato delle piantagioni di olio di palma a Sumatra, in Indonesia. E il significato antropocenico di queste piantagioni ( mitologhemi ed unità di misura della realtà identiche alla piantagione di cotone della Virginia del XVII secolo e alla nave per il trasporto degli schiavi sulla rotta triangolare dal Golfo di Guinea al Nuovo Mondo) Turpin lo ha esplorato a partire da una intuizione di Rosa Luxemburg. 

La Luxembrug aveva infatti compreso, ha spiegato Turpin, che la natura intrinseca del capitalismo è il principio di accumulazione, e di espansione. Questi due estremi dell’azione umana si combinano perfettamente tra loro, dando origine a fenomeni di accrescimento sulla scala della storia: al principio del Novecento, Luxemburg poteva nominarne con certezza due, l’esplorazione di nuovi continenti e il colonialismo, cioè l’appropriazione pianificata di terre vergini per impiantarvi la produzione.

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La piantagione di olio di palma in Sumatra è la geografia contemporanea di questo meccanismo, che si auto-riproducerà fino ad implodere in se stesso, probabilmente in conseguenza del progressivo riscaldamento del Pianeta. Secondo Turpin, e a ragione, come è tipico in Antropocene, “stiamo tutti interagendo con Sumatra, anche se non ci siamo mai stati”, perché quando mangiamo biscotti impastati con olio di palma o ci facciamo una doccia con bagnoschiuma, nove-su-dieci stiamo usando, a mezzo mondo di distanza, non solo il frutto della palma da olio, ma anche un intero processo economico e distruttivo, di cui siamo il capitolo finale. Anzi, con il nostro semplice gesto diamo una mano al processo stesso: contribuiamo ad aumentare il valore del frutto della palma da olio. Questo passaggio – la velocità impressionante in cui un valore viene convertito, right now, in altro valore ancora più pesante in Borsa – corrisponde alla linfa vitale dell’economia a cui diamo il nome di Antropocene. Questo modello economico non esaurisce l’uso di una risorsa nella sua trasformazione industriale, no; ne amplifica la sostanza intrinseca attribuendole valori culturali che sono anche valori monetari e che finiscono con il diventare valori sociali. Ma non basta: l’economia antropocenica, così operando, modifica lo status originario della risorsa naturale, sia essa vegetale o animale, trasportando una specie in un contesto ontologico completamente diverso da quello biologico iniziale. 

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Lo schema di espansione intuito dalla Luxemburg diventa allora una fondamentale chiave di lettura del nostro tempo, perché non possiamo illuderci di intervenire con mezze misure, o con negoziati, su una capacità intrinseca di propagazione che valica i confini del profitto per arrivare ad alterare le condizioni di vita sul Pianeta. Quel che maggiormente conta, nel dibattito sul clima, è che questo stesso dibattito rischia di esaurirsi in una utopia priva di principio di realtà. Ciò che finora cinque secoli di modernità – intendendo nel 1492, come dice Todorov, la linea di demarcazione nettissima tra un prima e un dopo, e cioè con l’inizio dell’impresa atlantica, poiché “la conquista dell’America annuncia e fonda la nostra attuale identità” – ci hanno consegnato è la prova provata che i grandi cambiamenti non avvengono mai attraverso la diplomazia. E a maggior ragione non avvengono secondo le belle maniere dalla diplomazia quando la posta in gioco è l’assetto complessivo di una civiltà. Se c’è un errore madornale compiuto dall’ambientalismo negli ultimi 25 anni è stata la presunzione di interpretare la questione ecologica come una transizione energetica; nulla di più falso e fuorviante per l’opinione pubblica. La catastrofe ecologica, l’Antropocene, è il risultato perfetto delle premesse di una civiltà, la nostra occidentale, dalle radici elleniche, che trova nella scoperta del Nuovo Mondo una apertura di senso senza precedenti alla propria fame di espansione. Questo tratto culturale totalmente imbarazzante lo ha messo in cinema, con stupefacente talento e chiarezza, Israel Del Santo nella sua serie Conquistadores Adventum ( trovi su questo blog, nel mese di dicembre 2018, una lunga intervista a Del Santo in esclusiva per l’Italia). Nelle motivazioni psicologiche consce e archetipiche degli esploratori spagnoli, non importa quanto ci vergogniamo ad ammetterlo, siamo tutti, senza eccezione, dei Conquistadores. Ed è per questo che la ultra-modernità di uomini come Colombo, Hojeda, Balboa e Magellano la riformulerà Goethe nella seconda parte del Faust. Questo è l’Antropocene. 

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Una piantagione di palma da olio non è statica. Altera il paesaggio, nota Turpin, per dare ancora più benzina al processo. Bisogna far fuori l’intero paesaggio-ecosistema di Sumatra perché il processo raggiunga il suo apice oltre Oceano, e ricominci a macinare profitti nelle megalopoli urbane del III millennio. Per questo Troy Cochrane, brillante economista della York University, ha chiosato il ragionamento di Turpin in questi termini: “Non esiste la crescita economica, ma solo una continua trasformazione di valore, sul piano biologico da un lato, e su un piano antropologico dall’altro, nelle città, nel pensiero, nella cultura”. E dunque “la crescita è unicamente una valutazione complessiva, una sintesi, un assessment”, di qualcosa di molto più grande. La crescita è molto più pericolosa e ramificata di quanto appaia dai tg della sera: la crescita è una funzione della potenza. Questo significa che l’implementazione della crescita economica, ormai automatica, è una prodigiosa produzione di potenza su scala globale, che lungo migliaia di correnti di mercato, e dei corrispondenti contesti sociali, plasma senza sosta il Pianeta e gli esseri umani. 

La domanda dunque che deriva da queste premesse è duplice, e l’ha posta sul tavolo, durante il seminario, il geologo Colin Waters: è possibile interrompere questo processo? O continuare lungo questa traiettoria è in qualche modo “naturale”? Superando infatti le ricerche in corso in campo geologico per definire, a prove certe, i siti del Pianeta che, da un punto di vista stratigrafico, ci dimostrino che non siamo più in Olocene, ma in Antropocene; ponendo da parte questo dibattito molto tecnico, non è invece più fecondo, da un punto di vista teoretico, come ha suggerito nel pomeriggio Anselm Franke, chiederci se “la percezione di una nuova epoca non sia in parte soltanto culturale”?

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(Armin Linke, Carceri di Invenzione)

Se cioè l’intero assetto di civiltà in cui siamo immersi è ormai costituito come un accumulo di processi autonomi, e auto-distruttivi, a essere centrale non è tanto la definizione scientifica di Antropocene, quanto piuttosto il suo esito finale in estinzione. L’estinzione stessa appare sotto la luce ormai chiarissima di un “piano di specie”, di un “programma ecologico” e in definitiva di un destino di Homo sapiens. Può anche darsi, come suggerisce Franke, che il nome concordato dalla comunità scientifica internazionale – siamo in Antropocene signori e signori ! – possa darci quel sentimento di stabilità a cui aneliamo, un appiglio per l’angoscia del presente; ma rimane che l’effetto più a lungo termine dell’alterazione di atmosfera e biosfera sia soprattutto un collasso della nostra identità di specie. Giungendo a compimento, siamo giunti al capolinea. 

Ecco perché a mio parere Anselm Franke ed Etienne Turpin propongono, con i loro ragionamenti, una stessa identica prospettiva: la fine della metafisica del soggetto. L’Antropocene è cioè il momento storico in cui il potentissimo apparato concettuale della civiltà occidentale, il soggetto pensante che pone il Pianeta, implode in se stesso: “L’imparzialità è impossibile quando ti accorgi che la questione ecologica sta attraversando te stesso, è parte di te ha detto Franke – Non c’è più solo un esterno a cui addossare la colpa di tutto, a cui far riferire tutto; l’Antropocene cambia la soggettività e pone l’individuo in relazioni di responsabilità da cui non riesce ad uscire”. 

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Alla cronaca del seminario va tuttavia aggiunta una nota. Broken Nature, la mostra che fa da cornice alla giornata del 3 luglio, è stata sponsorizzata da ENI, che di mestiere si occupa di combustibili fossili. Anche la giornata del 3 luglio dunque dovrebbe aprire la discussione sul conflitto di interessi tra colossi del potere economico fossile e i quattrini, tantissimi, che costoro da decenni investono in prestigiose istituzioni culturali. Ovunque. È giusto continuare così? È giusto parlare di collasso del Pianeta con i soldi dell’ENI? L’Inghilterra se lo chiede da mesi, con una certa asprezza, perché da mesi lo chiede al Governo e ai diretti interessati Exinction Rebellion. A febbraio il gruppo BP OR NOT BP ha occupato il salone centrale del British Museum (la BP finanzia il British); a giugno lo stimato attore Mark Rylance si è dimesso dalla Royal Shakespeare Company che ha come sponsor ufficiale la BP; il 18 giugno Extinction Rebellion ha incontrato Sir Michael Dixon, il direttore del Natural History Museum di Kensington, Londra, per chiedere di cancellare la cena di gala del 20 giugno del Petroleum Group della Geological Society (il nome spiega da solo di cosa si occupano questi signori che finanziano uno dei musei di storia naturale più importanti del mondo); il 5 luglio cinque artisti vincitori del Turner Prize hanno chiesto alla National Portrait Gallery di rinunciare ai soldi della BP. 

Anche questo è Antropocene. Ma forse su questo dovremmo recuperare, dai bauli antichi dimenticati in soffitta, un po’ di etica e, forse, denunciare la difficoltà di trovare fondi puliti e veri mecenati per le opere dell’ingegno, che siano pittura, arte contemporanea, o giornalismo libero. 

– fine seconda parte

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