Gli esseri umani hanno ancora diritto a riprodursi?

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(Photo Credit: Extinction Rebellion East London)

Può essere che Homo sapiens sia intrinsecamente inadatto alla propria sopravvivenza, sui tempi lunghi? C’è, nella nostra specie, un destino sofocleo che ci condanna a farci fuori in virtù del nostro stesso patrimonio genetico? Nella settimana appena finita s’è tornato a parlare di questo: chi siamo, come siamo diventati ciò che siamo oggi e se ciò che siamo non ci condanni ormai alla fine pianificata del nostro stesso contesto ecologico, il Pianeta Terra. Il 10 luglio sono stati pubblicati su Nature i risultati di un lunghissimo studio su di un frammento di cranio fossile rinvenuto in Grecia, nella grotta di Apadima, nel Peloponneso: si tratta di un Homo sapiens, datato a 210mila anni fa. Finora, però, le evidenze paleontologiche degli uomini anatomicamente moderni in Europa erano riconducibili, tutte, a non prima di 45mila anni fa. L’ultimo Out of Africa di Homo sapiens ( una specie sviluppatasi in Africa circa 300mila anni fa) poteva cioè essere fissato attorno a non prima di 70mila anni fa. Il cranio di Apadima sembra mettere a soqquadro questa teoria. Forse siamo arrivati in Europa molto prima di quanto immaginato. Forse abbiamo convissuto con i Neanderthal molto più a lungo di quanto sospettato. 

Poi, l’11 luglio, è arrivato il World Population Day delle Nazioni Unite. Siamo 7.7 miliardi di persone. E la questione demografica, come era prevedibile dopo decenni di ipocrisia, sta esplodendo nel dibattito scientifico sulla conservazione delle specie. Il presunto diritto umano a far figli è un tabù radicato nella visione stessa della crescita che abbiamo ereditato, in ogni campo del sapere, dalla portentosa svolta produttiva e commerciale del XVI secolo. Pensare fuori dal paradigma della crescita per una infinità di pensatori e scienziati sembra impossibile. Indicibile, ancorché inammissibile, che si invochi un contenimento delle nascite allo scopo, evidente per chiunque consideri il metodo galileiano uno strumento di indagine della realtà, di salvare il salvabile degli habitat rimasti. Sul numero 12 del mese di luglio di Science è stata pubblicata una lettera (“Conservation: Beyond Population Growth”) di riposta ad un paper uscito lo scorso 29 marzo, che, lavorando su dati raccolti lungo 4 decenni nel sistema Serengeti-Mara, tra Kenya e Tanzania, discuteva le conseguenze della costante, progressiva pressione demografica umana sulle faune di questo angolo abbastanza integro di savana africana. Il titolo del paper era Cross-boundary human impacts compromise the Serengeti-Mara ecosystem. Ecco, in sintesi, quanto scoperto dagli autori: “La crescita della popolazione umana nelle aree circostanti al territorio protetto, e le attività umane correlate, stanno spingendo e concentrando la wildlife nelle aree protette già definite in un modo che potrebbe portare ad un loro declino”. In pratica gli animali tendono a stare al centro del territorio del Serengeti e del Mara, il più lontani possibili da ciò che accade ai margini dei parchi nazionali. Per questo, secondo gli autori, bisogna estendere la porzione di spazio protetto per includere i corridoi di migrazione stagionale. Bisogna cioè dare più spazio alle faune. Nella Lettera danno la loro risposta ricercatori norvegesi, della Università di scienza e tecnologia di Trondheim e della Università di Scienze della Vita. È la Norvegia cioè che risponde ad un problema africano, teniamolo a mente. Secondo i norvegesi, i colleghi si sono concentrati “con miopia” sul fattore demografico, finendo con l’auspicare lo spostamento coatto di comunità di pastori e allevatori e delle loro culture tradizionali, e cioè suggerendo espropriazioni ideologiche violente, come già accaduto del resto al Masai Mara e nella stessa Tanzania, a Loliondo. 

Quale è il punto di questa faccenda? La giusta visuale sta a metà strada tra le due posizioni, purtroppo: l’enormità, fuori di ogni proporzione, della nostra spinta demografica ( e quindi agricola, culturale, energetica) ha ormai innescato un cortocircuito fatale. Lo spazio disponibile non è illimitato, e proprio per questo è incompatibile con le esigenze di tutti. La via che i fautori del partito “prima gli esseri umani, sempre” finiscono con il disegnare conduce alle riserve: ridurre anche i più grandi parchi nazionali a enormi zoo a fisiologia controllata, e cioè con tassi di riproduzione sotto stretta vigilanza, corridoi di migrazione interrotti, e concessioni turistiche da miliardi di dollari per le élite del Pianeta; la via, invece, che i sostenitori della fazione “salvare la magafauna africana” hanno in testa non può che collidere con il diritto alla vita di migliaia di persone, che continuano a nascere e a respirare e a mangiare e a reclamare terra. Chi, allora, ha più diritto di vivere e di riprodursi?

L’11 luglio, il World Population Day e il Margaret Pike Trust ha reso noto un Manifesto (Thriving Together: Environmental Conservation and Family Planning) che ho definito rivoluzionario: è scritto, su questo manifesto, chiaro e tondo che la conservazione delle specie è incompatibile con un ulteriore boom demografico umano: “Le comunità rurali impoverite nelle nazioni in via di sviluppo si trovavano davanti le più grandi barriere nell’uso e nell’accesso ai servizi di salute riproduttiva, inclusi gli anticoncezionali. Queste barriere impediscono alle donne di scegliere liberamente quando e se avere figli (…) Quando la pressione umana sugli ecosistemi, su scala locale o in sinergia con quanto accade globalmente, si intensifica, soffrono entrambi, la salute della comunità e la salute dell’ambiente. Spessissimo c’è una perfetta sovrapposizione tra le aree che patiscono il più grande bisogno di accedere ai servizi per la salute riproduttiva, e di migliorarli, e le aree più a rischio per la conservazione (…) la pianificazione del numero di figli, limitando la crescita demografica, allieva la pressione sulla wildlife”. Queste parole sono state sottoscritte da WCS, The Nature Conservancy, Jane Goodall Foundation, Born Free, tra gli altri 150 pesi massimi della protezione di ciò che resta del Pianeta Terra e delle sue faune. Moltissimi di loro lavorano da decenni in Africa. Non c’è il WWF, purtroppo. 

Facciamo allora il punto: una specie particolare di primate, soltanto una, si è evoluta, negli ultimi 300mila anni, in modo da sviluppare una potenzialità riproduttiva eccezionale, perché gli individui di sesso femminile entrano in estro ogni mese a partire dalla pubertà e per almeno 4 decenni. Questo tratto evolutivo, sommandosi alle caratteristiche culturali uniche della specie, la capacità di elaborare un pensiero astratto e di porsi interrogativi morali, ha creato una condizione fuori da ogni scala biologica conosciuta: divenuta troppo numerosa, questa specie si trova ora a interrogare con angoscia il suo proprio programma ecologico. Ha ancora diritto a riprodursi? 

Questa domanda etica non pertiene solo al campo della filosofia morale. Perché il rischio più pericoloso che corriamo è di interpretare questo dilemma solo dal punto di vista teoretico, scivolando così in un antropocentrismo tanto riduttivo quanto quello che vorremmo combattere. Come scrisse Stephen Jay Gould, non si può pretendere che Homo sapiens sia “solo” parte della natura, pur essendo egli un animale; nessun animale ha mai fatto ciò che abbiamo fatto noi (“osserviamo il paesaggio dal finestrino di un aereo”). È antropocentrico anche l’atteggiamento di chi vorrebbe assomigliare a qualunque costo ad un animale pur di sentirsi meno in colpa per il fatto di essere uomo. E del resto è antropocentrico anche iper-valorizzare la posizione di Homo sapiens nell’albero della vita e supporci tedofori di un “salto ontologico” o di una corsa alla perfezione che culmina nel volume del nostro encefalo. Io credo che Gould avesse ragione e che sia indispensabile capire, prima di ogni altro aspetto, che cosa la paleontologia ci dice di certo sull’evoluzione della nostra specie, sul piano ecologico che portiamo scritto nei nostri geni in quanto specie e non in quanto soggetti cartesiani. L’io cartesiano viene dopo, anzi, è solo una conseguenza della nostra identità di specie. Ogni specie è definita da vincoli evolutivi e genetici ed è su questi vincoli che gioca la sua partita. Noi siamo ciò che la nostra storia evolutiva ci ha concesso di diventare. 

L’evoluzione, infatti, procede secondo alcune regole, che abbiamo decodificato, e che non definiscono un copione deterministico della vita, ma segnano invece dei percorsi contingenti, come ha spiegato con grande chiarezza Telmo Pievani: “Ciò che si vede in azione è un insieme di meccanismi e di fattori, di regole simili a leggi, di schemi ripetuti di dinamiche evolutive, il cui intreccio causale spiega sì adeguatamente a posteriori che cosa è successo e perché, ma che tuttavia non è tanto stringente da rendere il processo predeterminato. Allora, l’assenza di una direzione consegna l’evoluzione ad una interrelazione tra elementi causali e storici, funzionali e strutturali, che produce una molteplicità di storie possibili”. Quando è in azione la selezione naturale, aggiunge Pievani, cominciano a funzionare in sincrono due “catene causali”, che sono indipendenti, ma si influenzano a vicenda. La prima è la catena eziologica della mutazione : ad ogni generazione si producono variazioni genetiche all’interno delle popolazioni di una specie, che subiscono, ed ecco la seconda catena eziologica di eventi, mutevoli condizioni ambientali. È la pressione selettiva dell’ambiente circostante, che ha come effetto finale la sopravvivenza differenziale degli organismi portatori di talune varianti. Tutto questo significa che la contingenza (imprevedibile) lavora in stretta collaborazione con vincoli ambientali, chimici e fisici (individuabili e cogenti). Le regole della partita sono in qualche modo scritte, ma non deterministiche; funzionano piuttosto in sinergia, dando esiti evolutivi originali, che finiscono con il dipendere anche da eventi stocastici, a random, come è accaduto per il meteorite del Cretaceo. Le stesse soluzioni adattative, che si esprimono in certe forme anatomiche e funzionali, non sono infinite, e questo spiega per quale motivo specie diverse, nel corso della loro evoluzione, hanno sviluppato adattamenti analoghi. 

C’è insomma un brogliaccio precostituito, su cui poi tempo, variazioni e caso compongono la loro speciale sinfonia. Anche noi siamo arrivati qui secondo questi identici schemi, gli schemi in cui è scritto il corso della vita sul Pianeta. Quello che da un certo punto in avanti ha fatto la differenza per i sapiens è stata, secondo Ian Tattersal, la “differenza cognitiva”, ossia il modo in cui solo noi eravamo in grado di elaborare le informazioni: costruendo alternative ipotetiche, ma possibili, alla realtà così come la affrontavamo e guardavamo. Usando cioè il pensiero astratto per progettare mondi diversi. Per usare, letteralmente, il Pianeta a nostro esclusivo vantaggio. 

Per questo, se in via ipotetica potessimo tornare indietro nel tempo, parte del nuovo copione potrebbe assomigliare a quello in via di esaurimento: “Questo è il modo in cui l’evoluzione funziona, nelle sue linee guida, che consistono nel vincolare gli organismi a percorsi familiari di adattamento. Possiamo non essere completamente sicuri di dove andremmo a finire se riavvolgessimo il nastro del tempo, ma la strada disponibile che conduce allo sviluppo di organismi in evoluzione è lungi dall’essere senza limiti. E così, forse, gli uomini non farebbero una altra volta la loro comparsa, ma è probabile che qualunque mondo differente prenda il nostro posto, un po’ assomiglierebbe al nostro”, hanno scritto James S. Horton e Tiffany Taylor su The Conversation. 

Riprendendo, allora, le domande da cui siamo partiti, a mio parere non è scientificamente corretto affrontare la questione morale, contemporanea, del diritto alla riproduzione scostandosi di 360 gradi dal nostro programma di specie, isolando cioè il problema della sovrappopolazione da un ben più ampio problema di autocoscienza ecologica. Se infatti potessimo circoscrivere il danno che la nostra specie ha consapevolmente imposto al Pianeta ad una mera decisione culturale, all’individualismo moderno, ad esempio, non ci troveremmo nel pieno di una crisi ecologica, ma di una crisi di coscienza. Invece, la catastrofe climatica e la sesta estinzione di massa sono l’esplicazione storica, in buona misura, di un carattere ecologico, il nostro, che risponde primariamente ad un intrinseco meccanismo di espansione. Per Homo sapiens allargare senza sosta i confini del proprio “spazio vitale”, sia esso tecnologico, virtuale o ambientale, è una spinta non solo atavica, ma genetica. Qui emerge la terribile inquietudine tragica del nostro tempo. Possiamo, grazie alla elaborazione culturale, rivedere questo programma? Possiamo cioè limitare ciò che siamo in vista della nostra sopravvivenza? O non possiamo, ed è questo il motivo fondante per cui il consenso attorno all’emergenza ecologica continua ad essere preoccupazione di una minoranza politica, che finora ha imposto pochissimo all’agenda politica globale? Hanno cioè ragione gli anti-ambientalisti, che reclamano il diritto assoluto ad essere uomini? Chi corrisponde meglio alla identità di specie di Homo sapiens, noi o loro?

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