Climate Change and Land IPCC, chi si prenderà la responsabilità di una svolta?

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Diciamo la verità, il rapporto IPCC presentato ieri a Ginevra alle ore 10 del mattino, Climate Change and Land, non ci ha detto nulla che non sapessimo già: “Il livello di rischio posto dai cambiamenti climatici dipende, contemporaneamente, dalla intensità del riscaldamento e dal modo in cui la popolazione, i consumi, la produzione e lo sviluppo tecnologico, insieme agli schemi di gestione delle terre, si evolvono”. Tradotto in conversazione da bar, è il modo in cui abbiamo scelto di vivere negli ultimi 50 anni che non solo ha prodotto l’aumento esponenziale della concentrazione di CO2 in atmosfera, ma che continua a peggiorare le cose. Perché non abbiamo nessuna intenzione di chiedere al timoniere di far virare la nave. Quello che però IPCC non dice, pur facendolo capire benissimo, è che l’intero modello economico in cui siamo prosperati nel Secondo Dopo Guerra non tiene più e che forse sarebbe ora di ammetterlo. Riconoscendo che culture indigene non bianche, non occidentali, massacrate dal colonialismo e modellate sul capitalismo avanzato ne sanno molto più di noi su come tirarci fuori dal fango di un Pianeta ben oltre i + 2 °C a fine secolo. 

Il report è il risultato di un lavoro immane commissionato dai Governi per capire meglio l’interazione tra il sistema climatico e la superficie terrestre e per la prima volta più della metà dei ricercatori che hanno raccolto e analizzato i dati proviene dai Paesi non occidentali (seguendo il pensiero di Felwine Sarr, che condivido, sarebbe ora che anche IPCC smettesse di usare l’espressione “in via di sviluppo”). Questo in concreto significa che il punto di vista delle nazioni più svantaggiate del Pianeta, almeno nel quadro economico a capitalismo avanzato – sono questi, per inciso, i Paesi in cui sono più devastanti gli effetti della trasformazione del clima dell’Olocene in qualcosa di completamente fuori scala da circa 3 milioni di anni –  è sempre più autorevole nella lettura della nostra situazione globale. Un cambio di visuale fondamentale, nell’ambito di ciò che Peter Sloterdijk ha definito “prospettive reversibili”: gli effetti collaterali della sperimentazione economica su scala oceanica, inaugurata dall’impresa di Colombo, e quindi l’affermazione di una economia planetaria avida di energia, ci pongono ormai faccia a faccia con la “inflazione delle aree trascurate”. Una area trascurata è, appunto, l’atmosfera satura di CO2. 

Oggi, avverte IPCC, l’agricoltura, le attività forestali e gli altri usi della terra “valgono per circa il 13% di emissioni di CO2, il 44% di metano (CH4), e l’82% di ossidi di azoto (N2O) prodotte annualmente dalle attività umane, su scala globale, nel periodo 2007-2016. Esse rappresentano quindi il 23% del totale netto delle emissioni serra antropogeniche”. Ma “ se includiamo anche le emissioni associate con le attività pre e post produzione dell’intero sistema di produzione alimentare globale, le emissioni arrivano al 21-37% del totale delle emissioni serra antropogeniche”. 

A partire dalla metà del XX secolo ad oggi si è cioè imposta una dieta che si mangia il Pianeta e che ha compromesso l’equilibrio climatico. L’imputato numero uno è l’allevamento di bestiame da carne. Attraverso le nostre pretese alimentari, sostenute da una demografia fuori controllo, abbiamo scritto una ipoteca mortale sulla possibilità futura – e parliamo di decenni – di produrre cibo. In questo report IPCC dice infatti chiaro che “la terra è una risorsa di importanza critica. La superficie terrestre deve rimanere produttiva per mantenere intatta la sicurezza alimentare mentre la popolazione aumenta e gli impatti negativi del clima sulla vegetazione si intensificano”. La copertura a vegetazione ( foreste, boschi, savane) assorbe infatti i gas serra, ma è anch’essa sotto stress a causa della alterazione dei pattern climatici (regime delle precipitazione, tassi di evaporazione, siccità severe e prolungate, incendi) e quindi “questo significa che ci sono dei limiti al contributo che la superficie terrestre può dare per affrontare i cambiamenti climatici, ad esempio attraverso la coltivazione di colture a scopo energetico e la riforestazione. Occorre tempo perché gli alberi e il suolo comincino ad immagazzinare carbonio efficacemente”. Attualmente essi riescono ad assorbire solo 1/3 delle emissioni fossili industriali. 

Chi dunque si prenderà l’onore politico di imporre a cittadini, costituzionalmente liberi di abusare del Pianeta, restrizioni alimentari serie e convincenti?

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Secondo Hans-Otto Pörtner, Co-Chair of IPCC Working Group II, è evidente che “il modo in cui possiamo gestire le risorse della terra in una direzione sostenibile ci può aiutare a combattere i cambiamenti climatici”. Si dovrebbe obiettare, per quanto tutto questo sia vero, che l’estate del 2019 ci ha consegnato una realtà molto più amara ad integrazione dei dati scientifici inoppugnabili: ossia che il collasso climatico non è un problema energetico, ma è un problema di civiltà ed è per questo che arrivare a decisioni concrete e applicabili right now è così bestialmente difficile. Purtroppo, lo stesso IPCC è da tempo avviluppato nella aporia fondamentale della nostra epoca, in cui la venerazione religiosa della verità scientifica agisce come un sedativo psicotropo proprio là dove, all’opposto, dovrebbe funzionare da eccitante. Anestetizza cioè la reattività delle società a capitalismo avanzato, che si appoggiano sulla certezza della disintegrazione del sistema climatico degli ultimi 10mila anni per glorificare la propria capacità di comprensione della fisica del cosmo ponendola in una teca di vetro. La contempliamo inebetiti, ma non abbiamo intenzione alcuna di porla all’interno di una messa in discussione dello status quo. È la paralisi del pensiero il limite interno dello stesso IPCC. 

“In un futuro con piogge più intense il rischio di erosione del suolo delle terre coltivate aumenta (…) circa 500 milioni di persone vivono già in aree che sperimentano la desertificazione”, spiega il report, senza tuttavia menzionare nemmeno una volta l’urgenza di misure di contenimento demografico condivise da tutti e pianificate in seno alle Nazioni Unite. E poi il permafrost, il cui scioglimento è tra i fattori degli spaventosi incendi della taiga, in Siberia: “Nuove conoscenze mostrano un aumento nel rischio di scarsità idrica nelle regioni aride, incendi dannosi, degradazione del permafrost e instabilità del sistema alimentare anche per un riscaldamento globale entro gli 1.5 ° Celsius”, ha detto Valérie Masson-Delmotte, Co-Chair of IPCC Working Group I. Del resto, ad oggi l’agricoltura accaparra il 70% dell’acqua potabile in uso. Per far crescere cioè vegetali e cereali, cereali che servono anche per nutrire le vacche da allevamento. 

I dati disponibili dal 1961 indicano che il consumo pro capite di oli vegetali e carne è più che raddoppiato: la quantità di calorie introdotte è cresciuta di circa 1/3 rispetto sempre alle abitudini precedenti. Questo si traduce in una erosione dei suoli fino a 100 volte superiore rispetto al tasso di rigenerazione dello strato fertile del terreno.  C’è poi un altro fenomeno di cui sentiremo parlare sempre più spesso negli anni a venire: il vegetation browning. Le foreste la cui capacità fotosintetica diminuisce a causa, ad esempio, dello stress idrico, diventano marroni, un cromatismo visibile dai satelliti. Sta già accadendo nel nord dell’Europa e dell’Asia (Siberia e Germania), in parte del Nord America, nell’Asia Centrale e addirittura nel Bacino del Congo. I cambiamenti climatici diminuiscono anche i tassi di crescita degli animali e quindi riducono la produttività delle economie pastorali, come sta già accadendo in Africa. Nelle regioni montuose dell’Asia e del Sud America, e nel continente africano, le popolazioni indigene hanno già suonato l’allarme. È alle loro osservazioni che dobbiamo l’altissimo margine di sicurezza sulla certezza che siamo in rotta di collisione con l’abisso. 

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E quindi molti gruppi di attivisti delle comunità indigene hanno parlato ieri alla pubblicazione del Climate and Land IPCC per rivendicare il loro coinvolgimento nella governance mondiale sui cambiamenti climatici. Ecco le loro voci.

Zeid Raad Al Hussein, member of The Elders, former UN High Commissioner for Human Rights: “Le comunità indigene hanno conoscenze ricche ed elaborate sul loro habitat. Questo fa di loro degli ottimi conservazionisti e dei guardiani della biodiversità, e dei soldati indispensabili per combattere contro il cambiamento climatico. Gli Stati, il settore privato e la società civile devono fare di tutto per assicurare pieno rispetto e protezione ai diritti delle genti indigene, inclusi i loro diritti alla terra, ai territori ed alle risorse, in accordo con gli standard stabiliti dalle leggi internazionali”. 

Victoria Tauli-Corpuz, UN Special Rapporteur on the Rights of Indigenous Peoples: “Salutiamo con soddisfazione il riconoscimento IPCC. Come chiunque cerchi di darsi un senso della crisi climatica, rafforzare i diritti degli indigeni e delle loro comunità è una soluzione che deve essere implementata adesso. Abbiamo bisogno, tutti, ogni membro delle Nazioni Unite, di abbracciare queste evidenze e di vedere nelle genti indigene dei partner nello sforzo comune di proteggere il Pianeta e di raggiungere lo sviluppo sostenibile”. 

Edna Kaptoyo, Indigenous Information Network (Africa)
“Per i popoli indigeni i sistemi di uso della terra e le pratiche connesse rispondono ad un approccio essenzialmente fondato sugli ecosistemi, all’interno di un sistema di valori che comprende che le risorse sono scarse nello spazio e nel tempo. I popoli indigeni hanno conservato per millenni le loro terre e le loro risorse per il benessere loro e dell’umanità. La protezione dei diritti sulla terra degli indigeni è importante per assicurare che essi continuino le pratiche conservative negli ecosistemi di foresta e nelle pianure, per contribuire a mitigare gli impatti del cambiamento climatico”. 

Sonia Guajajara, executive coordinator of Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (APIB): “La nostra esistenza è sempre stata minacciata quando sulle nostre terre è piombato il desiderio di possesso dei governi e delle corporation. Questi interessi ci uccidono o ci chiudono dietro le sbarre, in modo che la terra possa essere usata in un altro modo ed essere adeguata agli schemi predefiniti. Ora questo report è qui per riconoscere che noi dobbiamo essere protetti, insieme alle nostre foreste, e alle nostre terre, per il bene dell’intero mondo. Ma i nostri diritti devono essere rafforzati e così la nostra presenza sulle nostre terre. Il mondo sarà disposto ad ascoltarci?”. 

Hindou Oumarou Ibrahim of Mbororo People from Chad and founder of the Association for Indigenous Women and Peoples of Chad (AFPAT), also member of UNFCCC Local Communities and Indigenous Peoples Platform Facilitative Working Group: “Il Summit sul clima delle Nazioni Uniti – UNSG – del prossimo settembre sarà un grande momento per tutti gli esseri viventi…Sarà per me motivo di dolore se perderemo questa opportunità di rendere il mondo migliore, perché non voglio essere parte di una generazione che non si prende la responsabilità di una svolta. Non ho scelto di nascere in questo tempo, e proprio per questo non posso permettere a coloro che coloro che non sceglieranno di nascere dopo di me di patire le conseguenze delle nostre azioni”. 

(Photo Credits: IPCC Facebook Official Page)

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