L’estate in cui finì l’Olocene

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(Photo Credit: @Museo Egizio, Torino)

È cominciata con una confusione in cielo, sotto le nuvole. È cominciata con la notte che scende giù di botto, in pochi minuti, e cancella il nome della stagione scritta sul calendario. In una sorta di rappresentazione biblica, senza un Dio irato a cui appellarsi con speranzose suppliche, le tenebre soppiantano la luce dell’estate. E poi tutto il calore abnorme accumulato in giorni e giorni a quaranta gradi si tramuta in grandine, pioggia, e sgomento. Nell’estate che ha segnato la fine dell’Olocene – luglio è stato il mese più caldo mai registrato, come hanno confermato le rilevazioni satellitari europee del Copernicus Climate Change Service  il cielo sopra di noi s’è fatto impudico. È un impostore, perché ci parla dell’autunno, ma siamo invece in una estate che non abbiamo più il diritto di chiamare estate. 

Non è solo ansia climatica, depressione da global warming, o come preferiscono definirla i gruppi scelti di psichiatri di lingua inglese che s’affanno a spiegarci, guarda un po’, come il collasso del Pianeta indurrà sentimenti di scoramento estremi nelle nostre anime esauste. È il nuovo tipo di tifoni improvvisi che scende come una nemesi sulle città torride con una frequenza sempre più ravvicinata ed imprevedibile. Primo agosto, stazione centrale di Milano, regionale veloce delle ore 8 per Torino Porta Susa. Nella seconda heat wave di questo 2019, il sapore della desolazione è una noia impotente. Ovunque si respira l’aria viziata della disfatta climatica. 

Il fatto è che questa è l’estate del climate apartheid. Qui a Milano, mentre l’amministrazione comunale di Beppe Sala acclamava l’assegnazione delle Olimpiadi Invernali senza neve del 2026, la differenza razziale tra chi vive con un condizionatore e chi non vede l’ora di salire sulla metropolitana per stare almeno venti minuti al fresco la prima decade di luglio l’aveva già rivelata agli occhi indiscreti dei poveri. Quando il buio di un tifone tropicale a 415 ppm di CO2 si abbatte sulla città, il sottosuolo dei precari, dei sottopagati, degli scarti di vario genere e grado che prendono i mezzi pubblici, e la sera tornano nei loro appartamenti in affitto, non ha solo paura. Avverte gli insani scricchiolii della solitudine climatica totale. Perché non abbiamo tutti gli stessi diritti, nel post Olocene. Nel pieno di un tifone, dai finestrini del bus ATM,  le ville di Viale Lombardia, chiuse per ferie, annegate nei loro giardini privati, raccontano la storia meneghina di Milano a cui il sottosuolo non potrà mai accedere. La gente che sta sull’autobus ci va a fare le pulizie, in quelle dimore. Il clima, è solo soldi. Quelli che ti servirebbero per comprare un condizionatore, e succhiare energia, e aggravare il riscaldamento del globo, ma tu hai una vita di sette-otto decadi da consumare su questo Pianeta, mica una eternità per sentirti in colpa o inventare soluzioni alle sofferenze collettive. La gente che sta sull’autobus non ci va in vacanza. E allora sotto con gli effetti collaterali del tifone, che costringe i coloured del regime di apartheid energetico a diventare testimoni della catastrofe. Soldati richiamati alle armi. Soldati che non possono disertare, come fanno i ricchi, e che devono invece scivolare nelle retrovie della sconfitta sociale. Non lo avevamo ancora capito, ma è il cielo sopra di noi, da cui proviene il tifone, a sapere bene che cosa fare delle nostre vite. 

Questi programmi scritti da altri, e però ormai impliciti nelle esistenze degli uomini, e peggio va per i peggio messi quanto a risorse economiche, sono lo schema di massima della fine dei tempi. L’epoca attuale esaurisce se stessa nelle proprie rovine; poco assomiglia al tramonto dell’occidente di Oswald Spengler, Ludwig Klages e Max Scheler, se non altro perché nessuno si aspetta più un nuovo avvento o una rinascita dello spirito. Siamo nel punto preciso individuato da Cioran al principio degli anni ’50 del secolo scorso: “Per amore o per forza, subiremo l’esperienza di una eclisse storica, l’imperativo della confusione”. Gli ambientalisti stanno ovviamente dalla parte del per forza, pur tentando di non cedere alla forza delle cose già in atto, e di sottrarre alla forza un po’ del suo impeto a effetto domino. 

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(Photo Credit: Extinction Rebellion Twitter, Summer Uprising July 2019, Wales)

La nostra auto-rappresentazione del presente oscilla tra un ripiegamento totale ed egoistico sull’impresa personale, meschina od eroica che sia, e un titanismo della sconfitta, che può mirare solo ad una mutilata sopravvivenza. Con habitat ridotti a frammenti di un Pianeta che non esiste più, e specie condannate a smarrire nell’impronta ecologica umana il loro potenziale evolutivo. In fondo, è questo panorama artificiale, e cioè artefatto, che Extinction Rebellion consegna ai cuori puri e rivoltosi dell’Europa. Facciamo esperienza della fine di un sogno durato cinque secoli, diciamo addio al miracolo consegnato all’umanità dall’atto assoluto di Magellano, salutiamo la fatica immane, per seguire Peter Sloderdijk, con cui in millenni di storia abbiamo tentato di emanciparci dalla rassegnazione, dalla miseria e dalla morte, trovando nella economia globale del Pianeta il carburante che ci occorreva per smettere di sottomettersi a tutto in nome della imitato Christi. Adesso torniamo a subire, subiamo come bestie da soma, a milioni, il caldo invincibile e vendicativo dei 40 gradi Celsius: “le questioni onto-storiche decisive sono perciò: che cosa è propriamente ciò che viene verso di noi? – scrive Sloterdijk parafrasando gli anni Venti del secolo scorso – Che cosa avrà abbastanza forza da trascinarci con sé per una nuova convinzione?”. Nessuna ONG ha una risposta a questa domanda. 

Siamo in una guerra, una guerra nuova, è vero, ma pur sempre un conflitto. E forse è per questo che l’ode alla guerra del monumento ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, in Piazza Castello, a Torino, è così brutale agli occhi di un moderno. Il fondamentale spirito guerriero che ha forgiato le nostre comodità, l’adorabile sensazione di conforto che proviamo verso le conquiste energetiche della vita quotidiana, come il condizionatore e l’acqua calda della doccia, ci imbarazza. Noi siamo per i diritti civili e umani. Eppure, ecco che la tendenza aborrita a far la guerra per far pagare a qualcun altro la fame fondamentale dell’Occidente (la bio-economia europea, come la definisce lo Stockholm Resilience Centre di Stoccolma) torna a spuntare nei centri storici delle nostre città heritage, cioè in quei centri urbani che meglio raccontano lo spirito artistico e mitopoietico del nostro carattere. Le figure giganti di questo monumento hanno qualcosa di mostruoso e di dissonante, che ricorda, senza averlo mai voluto, la rassegnazione del tempo andato. Questa piazza si espone ai passanti e ai cittadini come un fantasma spogliato della vita trascorsa. I tanto decantati beni heritage si stanno trasformando in demoni muti, nonostante le campagne di marketizzazione del patrimonio. Non è rimasto quasi nessuno a conoscere la loro lingua, anche se tutti subiscono le conseguenze della loro ambizione. 

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Sono anche loro antenati di cui non importa più niente a nessuno. E così, scivolando dentro via Accademia delle Scienze, direzione Museo Egizio, mi viene in mente Toni Morrison: “La storia al confronto con la memoria, e la memoria a confronto con l’amnesia. Ricordare significa rimettere insieme, in collezione, i ricordi, ma anche restituire una forma alle parti di un corpo, di una famiglia e di un popolo che appartengono al passato. Ed era questa la immane e vischiosa fatica tra dimenticare e ricordare”. La morte del passato – condannare all’oblio la filogenesi delle specie che popolano il Pianeta – è un atteggiamento psicologico sostanziale della nostra epoca. E informa di sé pure la disinvoltura con cui abbiamo ridotto monumenti, opere d’arte e reperti a gadget di intrattenimento.

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Non c’è dunque da stupirsi se l’English Bookshop Rosa Luxemburg, e le sue vetrine zeppe di romanzi meravigliosi e di saggi illuminanti, qui nel cuore di Torino, abbia il fascino di una apparizione numinosa. Il posto di ritrovo perfetto per i sopravvissuti che godono ancora del privilegio di saper leggere, quel genere di persone che per moltissimo tempo si sono battuti, si sono aspettati un risveglio, una rottura con lo schema, un qualche tipo di risposta civile al disastro ecologico incombente, e che poi non hanno potuto che dichiararsi sconfitti. Già, ma sconfitti da cosa? Se gli uomini sono questo (edonisti forsennati privi ormai di un orizzonte ontologico realistico), possiamo essere sconfitti dal nostro stesso DNA? C’è ormai da chiedersi se possa essere sufficiente il principio guida delle nascenti scienze paleo-antropologiche del ‘700, che Stephen J. Gould usava ricordare contro ogni fanatismo metafisico: “Noi viviamo in una tensione essenziale e irresolubile fra la nostra unità con la natura e la nostra pericolosa unicità (…) Non possiamo fare niente di meglio che seguire il consiglio di Linneo, incarnato nella sua descrizione di Homo sapiens all’interno del suo sistema. Egli descrisse altre specie fondandosi sul numero delle dita, sulla mole corporea e sul colore. Per noi, in luogo dell’anatomia, scrisse semplicemente il precetto socratico: nosce te ipsum (conosci te stesso)”. 

Concedendo spazio ad un filo d’ironia, è il Libro dei Morti a dare il benvenuto ai visitatori dell’Egizio. Pur essendo una atea convinta, ho sempre percepito un inquietante disagio dinanzi alle manifestazioni scritte di una religiosità votata a tenere vigile il legame tra morti e vivi. Almeno in teoria, chiunque potrebbe leggere questo testo e ripetere il rito antico, spalancando la porta al tribunale di Anubi. La maledizione della scrittura, come nel film La Mummia, analoga però pure alle perplessità di Platone su uno stratagemma grafico dalle imprevedibili conseguenze sulle capacità mnemoniche degli eruditi, dubbi esternati dall’Ateniese nelle pagine del Fedro sull’Egitto e il mito di Theut. Rischi sconosciuti ai Papi che nel XV secolo cominciarono a concepire le collezioni, per meglio studiare e scrutare le cose del mondo. Presto eruditi ed aristocratici seguirono il loro esempio, costruendo da subito quella intimità pericolosa tra carabattole di un qualche pregio artistico e animali essiccati che in qualche secolo divenne una sconcertante impudicizia classificatoria: “Furono dei marinai portoghesi a portare in Europa, verso la fine del quindicesimo secolo, i primi feiticos, oggetti africani che si supponeva possedessero poteri misteriosi. Li troviamo soprattutto nelle camere delle meraviglie, assieme alle asce tomahawk o alle frecce indiane, a manufatti egiziani e a tamburi del Siam”, sintetizza Valentin Y. Mudimbe. 

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Ed ecco che collezionare anticaglie, oggetti preziosi e naturalistici divenne così importante per la incipiente modernità che Diderot, nell’Enciclopedia, ammise che i musei completano l’opera dell’uomo. Andò in modo simile anche a Torino, tant’è che dalla metà del ‘600 divenne motivo di vanto regale disporre di manufatti artistici concepiti altrove. Nel 1824 vennero esposte le prime antichità della Collezione Drovetti, ma, fatto ancora più significativo, accanto ai reperti egizi si dispose una sezione di storia naturale. È così, dai suoi albori, che l’Egizio siglò il vincolo estetico e storico fondamentale del pensiero moderno e scientifico, che dura ancora oggi. Le collezioni artistiche, del pari di quelle naturalistiche, raccontano il Mondo perché lo traducono in oggetto. Isolando il reperto diviene possibile costruire narrazioni storiche, che non hanno solo obiettivi ricostruttivi, e quindi archeologici o tassonomici, ma sono soprattutto funzionali ad appropriarsi del Pianeta e delle sue epoche geologiche secondo paradigmi epistemologici del tutto inediti. Nel XXI secolo il museo, qualunque museo, è uno dei simboli viventi più possenti e dinamici dell’estinzione. Assonanze prodigiose si intrecciano sulla mappa dell’Europa, quando ci si azzardi a ragionare sulla somiglianza originaria tra collezione artistica e collezione naturalistica. Il 1 settembre del 1948, il Consiglio Parlamentare incaricato di redigere la Costituzione della Germania Federale si riunì nel Museum Alexander Koenig di Bonn, che era un museo di scienze naturali, ma fu requisito e trasformato in ospedale militare già nel 1914. Nell’atrio stava una giraffa imbalsamata, coperta con drappi, in quel fatidico 1948, per la solennità dell’occasione che, solo apparentemente, non c’entrava nulla con la guerra civile europea e il dominio sul mondo naturale. 

Ma la frizione crescente, o, all’opposto, l’incontro poroso con le faune è un filo rosso, ancorché visibile, che i musei custodiscono in vista della nostra eternità. All’Egizio di Torino, ben introdotti dai vasi canopi del salone di ingresso, al primo piano, subito dopo la biglietteria, sono i felini a recitare per noi il ruolo che ebbero specie estinte nella porzione di Africa del Nord dipinta di geroglifici e bagnata dal Nilo. Le loro impronte, il profilo squadrato e astuto dei loro musi, sono tracce, avvolte nel silenzio, di una geografica che non esiste più. Questa pista sabbiosa, africana, raggiunge la sua destinazione finale dinanzi al letto di Kha, un letto in legno massello appartenente al tesoro di Kha, facoltoso architetto della 18° Dinastia ( 1425-1353 a.C. circa) che si fece seppellire con una maschera funebre in oro simile a quella di Tutankhamon. Ma Kha scelse di essere inumato anche con il suo letto, che ha le zampe di leone. Una Panthera leo persica, cioè la sottospecie di leone africana oggi estinta nella porzione nord orientale dell’Africa, nel Medio Oriente e in Grecia. Ridotta a 400-500 individui confinati nella foresta del Gir in India. Il vento dell’estinzione non aveva ancora cominciato a soffiare sulle popolazioni di leoni nel tempo della vita mortale di Kha. I leoni non popolavano solo il suo pantheon religioso, colonizzavano anche il suo tempo, il suo landscape, le sue giornate. Seguendo fin qui le orme di leone asiatico sulla pista sabbiosa si prova la desolante sensazione che Kha avesse conosciuto una specie di grande gatto vicina al punto di origine. L’epoca preistorica della nostra parabola umana, in altre parole, in cui convivevamo con le faune selvatiche, che erano soggetti della nostra esistenza, una epoca che anche per noi è ormai solo una memoria archetipica. Ipnotizzati e ammaliati dal potere dei numeri e delle analisi genetiche, ci siamo dimenticati che nei reperti archeologici e nelle opere d’arte dei musei stanno – dannatamente visibili – indizi concreti, icone, fissate sul mappamondo della storia, delle faune che abbiamo spazzato via dalla faccia della Terra.

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(Photo Credit: Panthera Press Office)

In questa estate di addii e di abbandoni, l’estate in cui abbiamo salutato per sempre il clima dell’Olocene, anche i gatti hanno il loro tardivo momento di agnizione e gloria. Il 7 giugno la Saudi Arabia’s Royal Commission for AlUla (RCU) e Panthera, il più importante network al mondo per la protezione dei big cats, hanno firmato un accordo che non ha precedenti per riportare indietro dall’abisso dell’estinzione ormai imminente il leopardo arabico (Panthera pardus nimr), una sottospecie di Panthera pardus che solo pochi decenni fa abitava l’intera penisola arabica: 20 milioni di dollari, una cifra che da sola è una follia, verranno investiti nei prossimi dieci anni in un programma di allevamento in cattività (nella captive breeding facility di Taif, Saudi Arabia) e di reinserimento allo stato selvaggio nella Saharaan Nature Reserve, 925 chilometri quadrati di habitat “restored” e cioè recuperato dalla desertificazione tagliando fuori le greggi di ovini e reinserendo le prede naturali del leopardo. I discendenti di questa popolazione, se mai ce ne saranno, se mai avranno imparato, dopo essere nati in gabbia, a cacciare, costituiranno il bacino genetico della specie rediviva human-design. Ma gli dei possono tornare indietro? Possono accettare di tornare, dopo che li abbiamo scacciati consapevolmente? O non hanno invece altra opzione che raggiungere gli antenati, i nostri e i loro, nei cimiteri del tempo profondo? Perché nel Pianeta reale, nelle radiose mattine africane, gli dei – leopardi e leoni – giungono senza preavviso, volendolo, tradendo ogni aspettativa e ogni programma scientifico. Nei musei, dove le loro effigie ammoniscono il visitatore che ogni specie persa è andata per sempre, gli dei non possono più presentarsi al nostro sguardo nell’aura del sorgere del sole. Sono diventati ricordo, frammento, libro, cultura. Non possiamo più parlare con loro. 

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(T-shirt fotografata sulla Metropolitana Lilla di Milano)

Mentre cominceremo presto a parlare, volenti o nolenti, con i giovani di origine africana che aspettano il tramonto seduti a bere birra sull’erba dei Giardini Sambuy, di fronte alla stazione di Porta Nuova. I pensionati, prosciugati dall’afa, sono usciti per una passeggiata e sembrano inebetiti da qualcosa che non riescono a comprendere, ma di cui hanno paura. Sui loro volti pallidi si legge una preoccupazione sorda a qualunque politica del cambiamento, la fragilità venuta fuori dalla consunzione ecologica delle risorse naturali che una manciata di decenni fa essi davano per scontate, come le pesche bianche sulle bancarelle dei mercati rionali di Torino, che ora sono quasi introvabili. 

Quando ancora esistevano le stagioni, non era possibile mangiare il tempo. Subivamo il vincolo del freddo e del caldo, scrutando il consesso degli astri notturni, come usava fare, in una epoca non troppo distante dagli anni mortali di Kha, la scolta dell’Agamennone di Eschilo. Nell’estate dei tifoni tropicali sotto un cielo autunnale, il cielo ci osserva impietrito. E intanto, il 2 agosto, il Pasta a Gogò di viale Abruzzi, Milano, ormai a due passi da Piazzale Loreto, offre ai suoi avventori, in un non più di due metri quadrati, dei quali uno sul marciapiede nella nube di particolati del traffico cittadino, il conforto fugace di una vaschetta di pasta made in Italy ridicolmente minuscola e americanizzata. Bisogna imparare a divorare qualunque cosa, per essere socialmente dotati di urbano buon senso, in questa disintegrazione dell’equilibrio atmosferico. Altrimenti, sei un estremista, un romantico, un poeta, un giornalista ambientale, tutti rompicoglioni per cui, vivaddio, la legislazione del climate apartheid ha già designato una collocazione giuridica adeguata insieme a extracomunitari, migranti, poveri, locatori e disoccupati. 

Piazzare ovunque rivenditori di cibo a buon prezzo, stipare le strade di occasioni per divorare le ore così come si metabolizza una forchettata di carbonara. Fino ad un certo punto, ci ha creduto fino in fondo, a questa dieta, anche Alex Peroni di RadioNumerOne, che, con una ironia non troppo simpatica, per mesi ha elogiato l’estate perenne dei trenta gradi ad ottobre. RadioNumerOne non ha mai fatto trasmissioni sul clima, anzi, grazie a Peroni, l’appuntamento quotidiano con le previsioni meteo delle 17.30, al timone della nave di Paolino Corazzon, è diventato un circo intitolato “domenica vogliamo il sole a qualunque costo, anche se non piove da tre mesi”. Eppure, la squadra della emittente di Bergamo ha cambiato direzione, alzando il naso, forse, al tipo di cielo che in questo 2 agosto si annuvola su Piazzale Loreto e assomiglia al grumo di vapore acqueo incattivito dei tifoni del sud est asiatico.  Adesso Peroni, alle 17.30, prega, tra il faceto e l’ironico, che non ci attendano altri giorni caldi alla Bangkok. La squadra di Peroni è probabile non lo sappia, ma ha inaugurato la stagione del cambiamento climatico definitivo, del limite meteorologico alla battuta, allo scherzo, alla sdrammatizzazione continua. Quel tempo, insomma, in cui a metà pomeriggio, come in un giallo horror-climatico alla Fred Vargas, c’è da aspettarsi il calare delle tenebre e si teme per la propria vita, e si agogna al ritorno a casa, dalla propria famiglia, o dal proprio gatto, che è poi la stessa cosa, non per vedere Netflix, ma per sentirsi al sicuro dal cielo sopra di noi. Il tempo del coprifuoco da grandine e diluvio, non del fine settimana e del ristorante su Grupon. Il tempo della paura e della colpa. 

Ma intanto, sono su un autobus che ci fa scendere al capolinea proprio nel preciso secondo in cui le 415 ppm di CO2 danno mostra di cosa siamo stati in grado di imporre al nostro Pianeta. Insieme a un gruppo di donne filippine come me vestite alla maniera della estate antica (t-shirt, per intenderci) sprofondo in un crollo termico di 10 Celsius. Raffiche spietate di vento e pioggia tagliente si abbattono sulla pensilina sotto cui cerchiamo di sfuggire all’aggressione del tifone. È l’urlo del Pianeta. Un grido senza più appelli, corti di giustizia, tribunale speciale per i diritti umani dell’Aja, panel IPCC, balle buoniste dei Verdi e di Legambiente e via discorrendo. C’è solo questa eruzione di energia termica, convertita in potenza sonora, ritrasformata in diluvio sull’asfalto caldo, e poi evaporata in una malinconia infinita che, nonostante tutto, raggiunge le parole profetiche di Felwine Sarr lette di ritorno da Torino: “Comincia un giorno nuovo, come sempre, sulla vita e il cammino della società. Una luce incerta cresce e illumina progressivamente i sentieri di chi cammina all’alba. Nelle ore diurne brillerà di molti fuochi sulle loro opere e sui loro fallimenti. Questo tempo di chiaroscuro è di innovazione, chi si impegna ha solo bisogno di un piccolo barlume di luce per intraprendere il viaggio, sono uomini di mezzo, intermediari. Conoscono la marcia necessaria, scolpiscono pietre per la stabilità degli edifici che verranno, e di cui non vedranno il compimento. Sanno di dover essere, adesso, all’altezza dei bisogni necessari all’avvento di un mondo che cercano di far accadere”.

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