L’auto-censura è stata la malattia (quasi) mortale dell’ambientalismo

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London FB)

Ieri mattina Rupert Read, un filosofo della East Anglia University che ha aderito ad Extinction Rebellion, ha twittato un articolo uscito su EcoWatch che avrebbe dovuto essere tradotto, stampato e distribuito come road map per tutte le parti politiche che, a Roma, s’apprestavano a partecipare al secondo giro di consultazioni per il nuovo governo. Il motivo è che “Systemic Change Driven by Moral Awakening is our only hope” di Richard Heinberg smaschera la faciloneria con cui, per la verità a corrente alternata, il collasso del Pianeta spunta nel discorso politico, e nelle parole affrettate dei suoi protagonisti italiani, o di talk shaw come StaseraItalia di Rete4, che con Giuseppe Brindisi ammicca continuamente al negazionismo climatico. Durante il G7 di Biarritz, Giuseppe Conte ha infatti pubblicato un post di ispirazione ecologista, che è stato ripreso da Il Fatto Quotidiano: “è fondamentale ridare slancio all’economia. Soprattutto al commercio, all’attività manifatturiera e agli investimenti (…) Abbiamo il dovere e la responsabilità di salvaguardare il pianeta, la sua biodiversità e i suoi oceani, mobilizzando maggiori finanziamenti pubblici e privati, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”. 

Come sempre gli è accaduto finora, ma come del resto è accaduto anche a Nicola Zingaretti nella sua lista di priorità strategiche in 10 punti, Conte confonde continuamente lo sviluppo sostenibile e la protezione del sistema climatico terrestre. O meglio: costruisce una consequenzialità causa-effetto sui due concetti che di fatto non esiste. Non possiamo affrontare la catastrofe climatica e le estinzioni in corso con la economia verde, o con lo sviluppo sostenibile fondato sulla crescita. Anzi, a ben guardare il fulcro della questione non è neppure il cambiamento climatico. La distruzione del clima olocenico è un sintomo di una condizione di civiltà che ha impiegato cinque secoli (dalla doppia impresa atlantica di Colombo nel 1492 e di Magellano nel 1519-1522) per imprimere sul Pianeta la condizione ecologica attuale. Ma il contributo di EcoWatch spiega anche perché i limiti dell’approccio economico sostenibile hanno incontrato negli ultimi venti anni sempre maggiore ostracismo ed ostilità, e non solo in politica, nella finanza e nelle grandi organizzazioni internazionali. Gli stessi ambientalisti, e, qui in Italia, buona parte della editoria impegnata a salvare il Pianeta, hanno sistematicamente tagliato fuori, escluso e censurato le voci critiche nei confronti dell’epica romantica delle rinnovabili. Faccio un solo esempio che vale per cento altri possibili: “Che cosa è successo nel XX secolo?” Del filosofo tedesco Peter Sloterdijk è uno dei saggi più completi e vasti in circolazione oggi  sulle cause della crisi ecologica, ma in Italia è stato pubblicato da Bollati Boringhieri e non certo da Edizioni Ambiente. Certo, per seguire Sloterdijk bisogna conoscere Kojeve, Badiou, Hegel, Heidegger, Latour. 

Richard Heinberg scrive: “Il nostro problema ecologico fondamentale non è il cambiamento climatico. È l’eccesso di richiesta (overshoot), di cui il riscaldamento globale è un sintomo. L’eccesso di richiesta è una questione sistemica. Nell’ultimo secolo e mezzo, quantità abnormi di energia fossile a basso costo hanno reso possibile la crescita rapida della estrazione di risorse, e quindi della loro lavorazione e del consumo. A loro volta, questi processi hanno alimentato l’aumento della popolazione, l’inquinamento e la perdita di habitat naturali insieme alla biodiversità”. Negli anni ’70 il movimento ecologista, scrive Heinberg, aveva tratto beneficio dal pensiero sistemico, che tendeva a privilegiare lo studio degli ecosistemi come inter-relazioni complesse di processi chimici, fisici e biologici dipendenti gli uni dagli altri. Questo approccio, però, è andato spegnendosi nel corso degli anni ’80, e proprio mentre il cambiamento climatico diventava realtà scientifica quantificabile. “Oggi, la maggior parte del reporting è focalizzato come un raggio laser sul cambiamento climatico e le sue correlazioni sistemiche con altri peggiori dilemmi ecologici (ad esempio la sovrappopolazione, le estinzioni delle specie, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, la perdita dello strato fertile superficiale del suolo e l’acqua potabile) sono raramente esplorati”. I partiti ambientalisti, fino ad Extinction Rebellion, hanno guardato il problema fuori dal suo contesto storico. Questo ha favorito il rafforzarsi di una visione irrealistica delle soluzioni possibili, che ha potenziato una immagine quasi mitologica delle rinnovabili confinando il collasso della biodiversità in un angolo marginale. E sostenendo, infine, che anche per recuperare o salvare gli habitat e le loro faune bastasse puntare sulla crescita economica verde, che è anche l’idea centrale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

Una disamina di fulminante chiarezza, e disperante precisione matematica, sul vizio intrinseco ad un ragionamento di crescita economica però verde la ha fornita Jason Hickel – poi ampiamente citato da George Monbiot su The Guardian – nel suo pezzo Why growth Can’t be Green, pubblicato da foreignpolicy.com. “Un team di scienziati condotti dalla ricercatrice tedesca Monika Dittrich sollevò per primo dei dubbi nel 2012. Il suo gruppo realizzò un sofisticato modello computerizzato per prevedere che cosa sarebbe successo all’uso globale delle risorse se la crescita economica fosse continuata lungo la sua traiettoria attuale, con un incremento di circa il 2-3% ogni anno. Ne emerse che il consumo umano delle risorse naturali ( inclusi la pesca, l’allevamento, il prelievo dalle foreste, i metalli, i minerali e i combustibili fossili) sarebbe salito da 70 miliardi di metri cubi per anno nel 2012 a 180 miliardi di metri cubi per anno nel 2050. Come punto di riferimento, un uso sostenibile delle risorse si assesta sui 50 miliardi di metri cubi di tonnellate per anno – una soglia di limite che abbiamo superato nel 2000. Il team di ricercatori ha quindi ricalibrato il modello per vedere che cosa sarebbe accaduto se ogni nazione sulla Terra, immediatamente, avesse adottato le migliori pratiche nell’uso efficiente delle risorse (una ipotesi estremamente ottimistica). I risultati miglioravano: il consumo di risorse sarebbe schizzato a 93 miliardi di metri cubi entro il 2050. Ma questa cifra è ancora ben al di sopra di quello che stiamo consumando già oggi. Infine, l’anno scorso (nel 2017) l’UNEP (Programma Ambientale delle Nazioni Unite) – che un tempo era il fan più entusiasta della crescita verde – ha aggiunto il suo peso specifico al dibattito. Ha infatti testato uno scenario con un prezzo sul carbonio alla cifra pazzesca di 573 dollari americani alla tonnellata, con in più lo schiaffone di una tassa sulle attività estrattive, e ha infine supposto che una rapida innovazione tecnologica avrebbe ricevuto un forte sostegno dai governi. E che cosa veniva fuori? Avremmo raggiunto la cifra di 132 miliardi di tonnellate entro il 2050”. 

In estrema sintesi: continuare a chiacchierare di crescita, e però verde, come sta facendo il Partito Democratico, significa indulgere nella diffusione di menzogne che invaghiscono l’opinione pubblica con il confortante convincimento che non servono sacrifici per sopravvivere, ma solo conversioni energetiche, sostituzioni tecnologiche e spostamenti di investimenti. Secondo Heinberg, il focus assoluto sui cambiamenti climatici isolati dal loro contesto storico è una conseguenza della assunzione di realtà che mettere la politica dinanzi alla enormità del compito demotiverebbe qualunque politico. Una seconda spiegazione è tuttavia più arguta, e si avvicina maggiormente al cuore della questione: “Forse molti scienziati che una volta riconobbero la natura sistemica della nostra crisi ecologica arrivarono alla conclusione che se riusciamo ad affrontare con successo questa crisi climatica una volta per tutte, saremo poi in grado di guadagnare tempo con tutto il resto (sovrappopolazione, estinzioni delle specie, depauperamento delle risorse e così via)”. Ma, procedendo in questo modo, s’è ottenuto un effetto collaterale che ha peggiorato il quadro generale, riducendo ancora il nostro margine di azione: “Se il cambiamento climatico può essere contestualizzato come un problema isolato risolvibile con una soluzione tecnologica, le menti degli economisti e degli attori politici possono continuare tranquillamente a pascolare su terreni a loro familiari”. Il riduzionismo climatico ha cioè portato ad un riduzionismo politico, che ha infine schiacciato la coscienza collettiva sull’opportunismo del momento. 

Sarebbe inutile negarci che l’ambientalismo ha avuto una responsabilità enorme in questa lettura della cose, perché ha preferito semplificare il messaggio piuttosto che dire la verità. Le rinnovabili e il cambiamento climatico sono diventati degli slogan utili a condensare quel poco di reattività civile che ancora, in Italia, circondava l’emergere sconcertante di enormi distruzioni ambientali. Pur di arrivare alle orecchie dei più si è caduti nella trappola fatale dei teorici dello sviluppo economico a qualunque costo: mettere in un cantuccio per specialisti o accademici la natura sistemica della crisi ecologica che è sostanzialmente una crisi di civiltà. 

Anche la maggior parte degli editori ha imboccato la scorciatoia del manuale, aiutando investitori, politici e opinion leader a far sempre e comunque filtrare il messaggio subliminale che un discorso alla Sloterdijk sulla biosfera fosse materia per vecchi parrucconi innamorati di Marc Bloch, che poco o nulla masticavano di genetica applicata o di statistica o di climatologia. Disgraziatamente, la complessità è a fondamento della realtà e la censura serve soltanto a spostare in avanti il momento in cui diventerà una faccenda di vita o di morta confrontarsi con società complesse del tutto impreparate a pagare il conto del loro stile di vita fondato sulla rapina, lo sperpero e valutazioni quanto meno immaginifiche sui limiti del Pianeta. Non solo è arrivato il tempo di pretendere dai nostri amministratori una certa competenza in materia ambientale, con numeri in peer review e non unti dalla benedizione dei potenti del forum di Davos; è arrivato anche il tempo, per giornalisti, intellettuali e blogger, di scrivere saggi e reportage votati alla complessità poetica e crudele del nostro Pianeta. 

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