Serve passione per il reale

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London FB)

Ho appena finito di seguire una preview della cerimonia di chiusura della Mostra del Cinema di Venezia. Nel guazzabuglio di lodi a Joaquin Phoenix per la sua interpretazione in Joker è spuntato, immancabile, un elogio del cinema impegnato eco-sostenibile. Una industria, in altre parole, che non si costringe solo in un applauso alle buone intenzioni di Leonardo di Caprio, ma fa sempre di più perché ogni produzione sia amica del Pianeta. Ormai queste smancerie ambientaliste suonano addirittura peggiori del negazionismo. Sono inutili, retoriche e dannose. Rafforzano il messaggio che anche questo settore sia consapevolmente coinvolto in una virata etica. Che ci vengano a spiegare come un film può essere eco-sostenibile, perché non lo abbiamo ancora capito.

Il cinema soddisfa l’economia dei desideri. E anche l’economia capitalista, in una civiltà a capitalismo avanzato come la nostra, è strutturalmente orientata sul soddisfacimento di spinte pulsioniali ed emotive destinate ad autodistruggersi nel giro di qualche ora. A un mese esatto dall’inizio della seconda sollevazione di massa di Extinction Rebellion a Londra e Berlino ( si parte il 7 ottobre) comincia a farsi strada, almeno sul web, la sensazione che siamo arrivati ad un punto di pericolo abbastanza terrificante da sputar fuori qualche verità più costruttiva della solita banalità ecosostenibile. Su questa linea d’onda, ad esempio, è la intervista video di Luca Mercalli su vice.com, in cui Mercalli dice apertamente che i cambiamenti climatici provocati dalla combustione delle risorse energetiche fossili hanno però anche delle cause di ordine filosofico: “Tutto questo lo abbiamo fatto noi. È colpa di tante cose, certamente lo stile di vita indotto dal capitalismo e dal consumismo lo ha accelerato. I desideri, le attività e anche la proliferazione della specie umana devono darsi dei limiti. Il problema è che non ci siamo dati un limite; quindi secondo me è un problema filosofico oltre che economico”.

La disponibilità energetica a basso costo, ci ha impiegato due secoli, ma alla fine il processo è giunto a piena maturazione, ha plasmato una antropologia che non ha precedenti. Non solo ha abrogato lo strapotere degli eventi naturali (della physis) come barriera invalicabile per l’intraprendenza umana, ma ha anche dato libero sfogo ad un esercizio della libertà del tutto inedito. Il concetto moderno di libertà è interamente dipendente dall’impiego dei combustibili fossili. Metterla in questo modo, come la mette spesso Fabio Balocco su Il Fatto Quotidiano, significa però ribaltare il paradigma ambientalista degli ultimi 25 anni. Bisogna cioè passare da un modello interpretativo “è tutta colpa dei combustibili fossili” ad un modello “siamo dentro uno schema di civiltà ben preciso”. Non stiamo certo parlando di pizza e fichi, perché, come ho già scritto più volte, i pilastri del giornalismo ambientale sono fissati sul dogma del primo modello, sulla scorta della lodevole ma insufficiente intenzione di spingere il più possibile sulle rinnovabili. 

Per innescare una svolta, il passaggio al secondo modello, più scomodo, certo, dello schema di civiltà, occorre un ripensamento critico anche dell’informazione ambientale. Bisogna ammettere che i cambiamenti graduali nell’implementazione di politiche energetiche e di riciclo dei materiali sono bazzecole rispetto alla velocità dell’azione necessaria, e non hanno mai condotto l’ambientalismo nei palazzi del potere. Questo è uno dei principi cardine di Extinction Rebellion, ripetuto come un mantra da Roger Hallam nel pamphlet “Common Sense for the 21st Century”. Il titolo fa riferimento a Thomas Paine che nel 1776 scrisse un libello rivolto alla popolazione americana, dicendo loro “ciò che privatamente già sapevano, ma che non avevano il coraggio di dire apertamente; che dovevano dichiarare l’indipendenza dalla corona britannica. Il pamphlet fu letto dal 10% della popolazione, eppure si ritiene che riuscì a tradurre in azione la volontà di molti Americani, che si risolsero a buttarsi nella totale incertezza politica”. 

Serve, dunque, che il giornalismo ambientale sostenga una decisa autocritica sociale, perché là dove non c’è la politica, ci sono le scelte individuali e dove non ci possono essere neppure queste scelte, perché non si hanno abbastanza soldi in tasca per comprare le mele biologiche, si può avere la dignità di una informazione onesta e veritiera attraverso la lettura di libri, giornali, voci indipendenti. In definitiva, serve una spietata “passione per il reale”, come la definisce Alain Badiou nella sua opera mirabile Il secolo. 

La passione per il reale è l’adesione incondizionata al bisogno storico del momento. Ed è, per Badiou, ma ormai non solo per lui, una figura epistemologica sostanziale del paradigma rivoluzionario. Questa estate a 40 gradi e oltre in Europa ci dice che può anche darsi che la gravità dell’apocalisse sia la negazione, in termini hegeliani, che il collasso del Pianeta ha infine prodotto per noi, e attraverso di noi. Ed è quindi possibile, allontanandoci per forza di realtà dalle analisi post marxiste e post 1989 sulla fine della storia, che il capitalismo sia effettivamente compiuto. Che, in altre parole, spetti al discorso sulla verità delle cose – che è nelle mani dei giornalisti – dismettere le narrative felici e abbracciare invece il corso degli eventi con la necessaria serietà e convinzione. 

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(Photo Credit: Extinction Rebellion Deutschland FB)

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